Didone

mitologica fondatrice di Cartagine
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Didone è una figura mitologica. Persona di grande importanza, è la fondatrice e prima regina di Cartagine ed era stata precedentemente regina consorte del regno fenicio di Tiro. Secondo la narrazione virgiliana dell'Eneide, si innamorò dell'eroe troiano Enea, figlio di Anchise, quando egli approdò a Cartagine colpa di una tempesta causata da Giunone prima di arrivare nel Lazio, ed ebbero una relazione. Disperata per la partenza improvvisa di Enea, costretto dal Fato, Didone si uccise con la spada di Enea, chiedendo al suo popolo di vendicarla e profetizzando i futuri scontri tra Cartagine e i discendenti di Enea, futuri romani.

Joseph Stallaert: La morte di Didone, 1872

MitologiaModifica

Primogenita di Belo, re di Tiro. La sua successione al trono fu contrastata dal fratello, Pigmalione, che ne uccise segretamente il marito Sicheo e prese il potere. Probabilmente con lo scopo di evitare la guerra civile, Didone lasciò Tiro con un largo seguito e cominciò una lunga peregrinazione, le cui tappe principali furono Cipro e Malta. Approdata infine sulle coste libiche, Didone ottenne dal re Iarba il permesso di stabilirsi li, prendendo tanto terreno «quanto ne poteva contenere una pelle di bue». L'antico soprannome di Cartagine, infatti, era Birsa, che in greco significa "pelle di bue" e in fenicio "rocca". Didone scelse una penisola, tagliò astutamente la pelle di toro in tante striscioline e le mise in fila, in modo da delimitare quello che sarebbe stato il futuro territorio della città di Cartagine e riuscì a occupare un terreno di circa ventidue stadi quadrati (uno stadio equivale a circa 185,27 m).

Secondo una leggenda, Didone sposò in seconde nozze Barca, un fedele seguace di Tiro, il cui nome potrebbe essere correlato al termine fenicio barak, che significa "fulmine". Secondo questa versione quindi, i Barcidi, la famiglia di Annibale Barca, il più famoso e abile condottiero cartaginese e protagonista della seconda guerra punica, sarebbero discendenti di Didone. Durante la propria vedovanza, Didone venne insistentemente richiesta in moglie dal re Iarba e dai principi dei Numidi, popolazione locale. Secondo le narrazioni più antiche (ne parla ad esempio Giustino nel III secolo d.C.), dopo aver finto di accettare le nozze, Didone si uccise con una spada, invocando il nome di Sicheo.[1]

Dopo il suo regno, che fu lungo e prospero, Cartagine divenne una repubblica. Didone venne divinizzata dal proprio popolo con il nome di Tanit quale ipostasi della grande dea Astarte (assimilata alla Era greca e alla Giunone romana).

Didone nell'EneideModifica

«Non ignara mali, miseris succurrere disco»

(Virgilio, Eneide, I 630)

«Improbe amor, quid non mortalia pectora cogis!»

(Virgilio, Eneide, IV 412)
 
L'incontro di Didone e Enea, di Nathaniel Dance-Holland
 
Le passioni di Enea e Didone, affresco romano da Pompei, Casa del Citarista, III stile, 10 a.C. - 45 d.C.

Già gli storiografi romani Ennio e Nevio rielaborarono il mito di Didone, alla ricerca di una giustificazione mitica all'origine delle guerre tra Roma e Cartagine e al presunto "odio atavico" tra i due popoli. Pertanto il poeta Virgilio non fu il primo a impossessarsene[2], nonostante la sua versione del mito sia rimasta nei secoli di gran lunga la più celebre.

Nella versione virgiliana, sotto l'influenza di Cupido, istigato da Venere alleata di Giunone, malconsigliata anche dalla sorella Anna, Didone si innamora di Enea giunto naufrago a Cartagine con i suoi seguaci (I e IV libro dell'Eneide).

La regina ospita generosamente i naufraghi e durante un banchetto chiede notizie della caduta della famosa Troia. L'eroe troiano, seppur a malincuore, racconta le vicende vissute a partire dalla fine di Troia (Infandum, regina, iubes renovare dolorem), suscitando la commozione di Didone.

Durante una caccia, riparati in una grotta, a causa di un temporale Enea e Didone iniziano un rapporto amoroso ed Enea inizia a disinteressarsi della sorte dei suoi compagni. La Fama diffonde fino a Iarba, re dei Getuli, notizie del loro amore; Iarba invoca suo padre Giove Ammone, perché fermi il "Paride effeminato" che insidia la regina, o piuttosto le sue mire su Cartagine.

Tramite Mercurio, Giove impone la nuova partenza all'eroe troiano, che lascia Didone dopo un ultimo terribile incontro, in cui lei prima lo supplica e poi lo maledice e prevede eterna inimicizia tra i popoli e un "vendicatore" che sorgerà dalle sue ossa (inimicizia che infatti porterà secondo Virgilio alle guerre puniche tra Roma e Cartagine e alle imprese di Annibale).

«Se forza, se destino, se decreto / È di Giove e del cielo, e fisso e saldo / È pur che questo iniquo in porto arrivi / E terra acquisti; almen da fiera gente / Sia combattuto, e, de’ suoi fini in bando, / Da suo figlio divelto implori aiuto, / E perir veggia i suoi di morte indegna. / Nè leggi che riceva, o pace iniqua / Che accetti, anco gli giovi; nè del regno, / Nè de la vita lungamente goda: / Ma caggia anzi al suo giorno, e ne l’arena / Giaccia insepolto. Questi prieghi estremi / Col mio sangue consacro. E voi, miei Tirii, / Coi discesi da voi tenete seco / E co’ posteri suoi guerra mai sempre. / Questi doni al mio cenere mandate, / Morta ch’io sia. Né mai tra queste genti / Amor nasca, nè pace; anzi alcun sorga / De l’ossa mie, che di mia morte prenda / Alta vendetta, e la dardania gente / Con le fiamme e col ferro assalga e spenga / Ora, in futuro e sempre; e sian le forze / A quest’animo eguali: i liti ai liti / Contrari eternamente, l’onde a l’onde, / E l’armi incontro a l’armi, e i nostri ai loro / In ogni tempo. E ciò detto, imprecando, / Schiva di più veder l’eterea luce, / Affrettò di morire.»

(Virgilio, Eneide, vv 941-968)

Poi, sviata Anna e la nutrice Barce (altro richiamo al cognome di Annibale Barca, il terribile condottiero cartaginese la cui memoria era ancora viva tra i lettori contemporanei di Virgilio) con delle scuse, disperata si uccide con la stessa spada che Enea le aveva donato, gettandosi poi nel fuoco di una pira sacrificale.

Enea incontrerà poi di nuovo la regina nell'Ade, nel bosco del pianto (VI libro), e manifesterà sincero dolore per la sua repentina fine, non meno, forse, che immutata incapacità di comprenderne e ricambiarne l'amore e la dedizione; ma l'ombra di Didone non lo guarderà neppure negli occhi e resterà gelida, rifugiandosi poi dal marito Sicheo, con cui si era ricongiunta nell'oltretomba (...coniunx ubi pristinus illi / respondet curis aequatque Sychaeus amorem). Il silenzio finale di Didone è, secondo Eliot, un riflesso del senso di impossibilità di amare dello stesso Enea, schiavo del fato.[3]

Rielaborazioni successive del mitoModifica

 
Moneta della antica colonia fenicia di Tiro, emessa sotto l'imperatore romano Gallieno, raffigurante Didone che prega davanti ad un tempio (metà III secolo)

«Grido e brucia il mio cuore senza pace
Da quando più non sono
Se non cosa in rovina e abbandonata»

(Giuseppe Ungaretti, Cori descrittivi di stati d'animo di Didone, III[4])

Dante nella Divina Commedia colloca Didone nel Canto V dell'Inferno, in compagnia dei celebri Paolo e Francesca, nella schiera degli spiriti lussuriosi. Nel canto Dante inizialmente non cita per nome Didone, ma la descrive mediante una perifrasi che ne indica i peccati e il nome del marito (L'altra è colei che s'ancise amorosa, /E ruppe fede al cener di Sicheo); successivamente, sempre nello stesso canto, la nomina esplicitamente (cotali uscir de la schiera ov'é Dido, a noi venendo per l'aere maligno, sì forte fu l'affettuoso grido). Didone, infatti, legandosi a Enea si rese colpevole del tradimento della memoria del marito morto Sicheo, e infine si tolse la vita una volta che Enea l'abbandonò per continuare il viaggio indicatogli dagli dèi.[5]

Il topos letterario della donna abbandonata, di cui Didone fa parte, ha viaggiato nella letteratura fino ad Ungaretti in età moderna. Dalla Medea di Euripide e Apollonio Rodio (che ne descrive la giovinezza e l'ingenuità) fino all'Arianna di Catullo del carme LXIV e alla Didone virgiliana e a quella ovidiana della VII epistola, a tutti gli effetti più donna che regina.

Come sopradetto, la tradizione romana ha successivamente indicato Didone come antenata di Annibale Barca, tuttavia, l'ipotesi più accettata dagli storici contemporanei, invece, afferma che la famiglia di Annibale fosse di umili origini. Molto più tardi, anche la regina Zenobia di Palmira si proclamò discendente ed erede politica di Didone, ponendosi in una prospettiva anti-romana.

A partire dalla narrazione del mito fondativo di Cartagine è stato definito il cosiddetto problema di Didone, che consiste nell'individuare quale sia la figura con superficie maggiore a parità di perimetro.

Culto di TanitModifica

 
Didone, marmo bianco attribuito a Christophe Cochet, Parigi, Musée du Louvre.
 Lo stesso argomento in dettaglio: Tanit.

Il culto di Tanit sopravvisse alla distruzione di Cartagine e fu introdotto nella stessa Roma dall'imperatore Settimio Severo. Esso si estinse definitivamente con le invasioni barbariche.

 
Christine Jongen, Didone, circa 2007-08, scultura in bronzo

NoteModifica

  1. ^ Rizzoli-Larousse, Encicl. Universale, Milano 1967, V, p.263.
  2. ^ A questo proposito potrebbe essere interessante approfondire il sistema virgiliano della doppia scrittura teorizzato da Jean-Yves Maleuvre: il primo superficiale livello di scrittura era destinato al pubblico nazionale ed alle esigenze della propaganda augustea, mentre il secondo livello, quello più profondo e nascosto, rifletteva l'autentico punto di vista dell'autore e la sua ricostruzione storica. (vd. la voce "Virgilio" nella newworldencyclopedia.org)
  3. ^ T.S.Eliot, What is a classic? Faber & Faber, Londra 1945, p. 20.
  4. ^ Giuseppe Ungaretti, Vita d'un uomo. Tutte le poesie, Milano 1969, p. 245.
  5. ^ Dal canto infernale comunque non si evince soltanto la terribile condanna, ma ci viene trasmesso un senso di pietà e di compassione elaborato da Dante come comprensione della sventura e della fragilità umane. In particolare in questo cerchio, Dante si mostra molto colpito dalle vicende dei peccatori, sino alla chiusura del canto con lo svenimento (sì che di pietade / Io venni men così com'io morisse/E caddi come corpo morto cade).

BibliografiaModifica

Fonti primarie
Fonti secondarie
  • H. Akbar Khan, "Doctissima Dido": Etymology, Hospitality and the Construction of a Civilized Identity, 2002;
  • E. B. Atwood, Two Alterations of Virgil in Chaucer's Dido, 1938;
  • P. Bono/M. V. Tessitore, Il mito di Didone, 1998;
  • S. Conte, Dido sine veste, 2005;
  • R. S. Conway, The Place of Dido in History, 1920;
  • F. Della Corte, La Iuno-Astarte virgiliana, 1983;
  • G. De Sanctis, Storia dei Romani, 1916;
  • M. Fantar, Carthage, la prestigieuse cité d'Elissa, 1970;
  • L. Foucher, Les Phéniciens à Carthage ou la geste d'Elissa, 1978;
  • M. Gras/P. Rouillard/J. Teixidor, L'univers phénicien, 1995;
  • H. D. Gray, Did Shakespeare write a tragedy of Dido?, 1920;
  • G. Herm, Die Phönizier, 1974;
  • M. N. Iulietto, Didone. Riscritture ‘barocche’ di un mito, 2014
  • M. N. Iulietto, Imagines Didonis. Prolegomeni allo studio di un mito, 2015
  • R.C. Ketterer, The perils of Dido: sorcery and melodrama in Vergil's Aeneid IV and Purcell's Dido and Aeneas, 1992;
  • R. H. Klausen, Aeneas und die Penaten, 1839;
  • G. Kowalski, De Didone graeca et latina, 1929;
  • A. La Penna, Didone, in Enciclopedia Virgiliana, II, 1985, 48-57;
  • F. N. Lees, Dido Queen of Carthage and The Tempest, 1964;
  • J.-Y. Maleuvre, Contre-Enquête sur la mort de Didon, 2003;
  • J.-Y. Maleuvre, La mort de Virgile d'après Horace et Ovide, 1993;
  • L. Mangiacapre, Didone non è morta, 1990;
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  • O. Meltzer, Geschichte der Karthager, 1879;
  • A. Michel, Virgile et la politique impériale: un courtisan ou un philosophe?, 1971;
  • (a cura di) Sabatino Moscati, I Fenici, Bompiani, Milano, 1988 e successive rist.
  • Sabatino Moscati, Chi furono i Fenici. Identità storica e culturale di un popolo protagonista dell'antico mondo mediterraneo, 1992;
  • R. Neuse, Book VI as Conclusion to The Faerie Queene, 1968;
  • F. Nolfo, Epigr. Bob. 45 Sp. (= Ps. Auson. 2 pp. 420 s. Peip.): la palinodia di Didone negli Epigrammata Bobiensia e la sua rappresentazione iconica, «Sileno» 41/1-2, 277-304;
  • F. Nolfo, Su alcuni aspetti del ‘movimento elegiaco’ di un epigramma tardoantico: la Dido Bobiensis, «Vichiana» 55/2, 2018, 71-90;
  • A. Parry, The Two Voices of Virgil's Aeneid, 1963;
  • G.K. Paster, Montaigne, Dido and The Tempest: "How Came That Widow In?", 1984;
  • B. Schmitz, Ovide, In Ibin: un oiseau impérial, 2003;
  • E. Stampini, Alcune osservazioni sulla leggenda di Enea e Didone nella letteratura romana, 1893;
  • A. Ziosi, Didone regina di Cartagine di Christopher Marlowe. Metamorfosi virgiliane nel Cinquecento, 2015;
  • A. Ziosi, Didone. La tragedia dell'abbandono. Variazioni sul mito (Virgilio, Ovidio, Boccaccio, Marlowe, Metastasio, Ungaretti, Brodskij), 2017.

Musica e LetteraturaModifica

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