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Dio e il suo destino
AutoreVito Mancuso
1ª ed. originale2015
Generesaggio
Lingua originaleitaliano

Dio e il suo destino è un saggio di Vito Mancuso edito dalla Garzanti nel novembre del 2015 nella collana Saggi.

La tesi del libro è che bisogna sbarazzarsi del Dio della tradizione, che non è il vero Dio e non all'altezza della mentalità moderna, contrario al Dio-amore di Gesù. L'opera, che ha una parte destruens del concetto del Dio da eliminare ed una parte construens che delinea un'idea corretta di Dio, realizza la promessa fatta in Io e Dio. Una guida dei perplessi di un discorso su Dio di teologia fondamentale. Nella parte propedeutica sono presentati i personaggi di questa opera. Col termine Dio intende una "forza" di qualità elevata, indirizzata al bene, che si dipana nella creazione, ma è anche fuori. Deus è il modo tradizionale di pensare Dio, onnipotente che giudica e punisce. Deum è ciò che si definisce "fato", un qualcosa di impersonale che fa che le cose si realizzino in autonomia. Trinitas è il modo più corretto di pensare come Dio si relaziona col mondo, insieme creatore e guaritore ferito. Ci sono inoltre altri "personaggi" o argomenti: la Bibbia ebraica e il popolo di Israele, i pensatori cristiani eretici e i padri della Chiesa, gli imperatori romani e i primi concili ecumenici, la Chiesa cattolica e i suoi dogmi, la fede viva e l'esperienza spirituale, alcuni dati della ricerca scientifica, Michelangelo e la sua arte, la filosofia, Allah e il suo Corano, due grandi papi della nostra epoca, l'ateismo, Gesù e coloro che ci hanno trasmesso le sue parole e le sue azioni.

Guida all'idea di Dio (I-III)Modifica

Nella prima parte del questo saggio Mancuso guida il lettore a comprendere "l'effettiva realtà in gioco nel concetto di Dio", a cui l'uomo ricorre per spiegare il miracolo del mondo, che permette di dare un senso alla vita ed è una potente forza di unione. Questa idea va salvata dal suo nemico, il Deus, prodotto dal potere religioso, per impedire che la spiritualità e la religione si estinguano e il mondo sia privato del sostegno del divino, e per dare il via ad "un ripensamento radicale" del "fondamento dell'essere", che sia più soddisfacente e credibile. Lo stesso teologo afferma di avvertire il bisogno di un'immagine del Divino nuova e più liberante, di non credere nel Dio onnipotente della Bibbia e della dogmatica cattolica e di aderire allo stile di vita indicato da Gesù, all'insegna dell'amore e della giustizia. È la stessa esigenza manifestata da Carlo Maria Martini, Ernesto Balducci, Paolo De Benedetti, Raimon Panikkar, intuita sui fronti del Novecento dal teologo tedesco Paul Tillich e dal teologo francese Pierre Teilhard de Chardin, indicata da Dietrich Bonhoeffer e dal vescovo anglicano John A.T. Robinson, ed ospitata da una lunga schiera di credenti contemporanei, che esprimono un "cristianesimo inquieto", da tempo presente nel mondo, che rifiuta la modalità tradizionale di pensare Dio. È infatti impossibile vivere senza ascoltare la tensione che la vita contiene e senza la fiducia che essa non realizzi le promesse di senso e di giustizia suscitate.

Questo Dio deve essere un principio trascendente da cui tutto proviene e in cui tutto ritorna più ricco, deve essere giusto e amico della vita, libero, deve contenere in sè un principio personale femminile, Dea e uno impersonale, Deum, deve essere mosso da una dinamica trinitaria in cui Dio è "guaritore ferito", che vuole il bene delle sue creature, le aiuta a creare quella dimensione profonda dell'essere, non soggetta alla corruzione del tempo, a cui Gesù si riferiva con l'immagine del cielo. Mancuso è convinto che la spiritualità sia l'unico balsamo in grado di guarire la ferita che è la vita, che cura generando la luce del bene, che permette di abbandonare ogni forma egoistica e di aderire in modo generoso alla vita. Per cui può affermare:

Che in questo mondo vi sia il bene in quanto bontà dell'intelligenza è per me la consolazione più grande dell'esistenza, la meta più sublime per la quale vivere [1] e può dire che coloro che non avvertono lo scollamento tra l'aspirazione al bene e alla giustizia e il divenire, e sono certi nella propria fede, non sono fatti per la sua opera, che si rivolge a chi invece avverte la distanza tra la religione istituita e la propria religiosità interiore, e intende liberarsi di Deus per ritrovare il vero senso dell'esperienza di Dio.

Il teologo delinea l'immagine ufficiale della Divinità prodotta dalla nostra civiltà, Deus, formata dall'incontro di cinque entità teologiche tra loro incompatibili: il Dio ebraico, il Dio del Gesù storico, il Padre, lo Spirito Santo terza Persona della Trinità, e la stessa Trinità che ha suscitato sempre interrogativi e perplessità. Questo Dio deve essere licenziato e Mancuso lo fa con una lettera cordiale, leggermente ironica mettendolo di fronte alle sue responsabilità con le promesse rimaste inevase, con tutte le incongruenze dimostrate lungo la storia come quella di tenere insieme la bontà-giustizia con la onnipotenza, che ha causato l'ateismo proprio nell'Europa cristiana. Bisogna dar fiducia alla logica che governa il mondo, diversa da quella di dominio di Deus, espressione di una tendenza insita in ogni uomo, che eleva verso l'alto e che si chiama trascendenza, la quale agisce sull'immanenza del mondo, fino ai livelli più elementari della materia e costruisce organizzazione e complessità, attrae e modella la nostra energia, la guida e la fa salire, in un processo che crea il nuovo, superando ciò da cui era partito, proprio come ogni cosa che cresce e che costituisce un salto evolutivo nell'essere, che può fare solo la dimensione dello spirito. E Dio è spirito, è lo Spirito del mondo, che pone in armonia tutto, compresi i cuori degli uomini, attirandoli a sé e conferendo loro una direzione, costruendo ordine all'interno del disordine cosmico. E questo Spirito fa ciò patendo in se stesso il dolore del mondo, senza esserne fuori, in un lavoro incessante che è il farsi del mondo, e che ha prodotto la mente umana, che diventa libera e creativa, e il cuore che ama e si appassiona. Mancuso non sa cosa sia in sè questo Spirito, visto che siamo contenuti nella sua logica, sa solo che la dimensione dell'essere, che chiamiamo divinità, non può essere pensata alla maniera tradizionale per spiegare la vita e lo spirito che da essa procede e che c'è bisogno di un qualcosa di più, che non sia la somma del mondo e nello stesso tempo non sia da esso staccato. L'unica prospettiva per definire questo fenomeno è quella del panenteismo, che parla di un Principio che produce continuamente un mondo pieno di organizzazione e complessità, di vita e bellezza, ma è anche pieno di dolore e assurdità, che non è, come dice il teismo, supremo reggitore e neanche è nelle forze naturali della realtà come dice il panteismo. Questo principio è "il Dio del processo cosmico" e della vita di ogni vivente, a cui Mancuso non dà il nome, attendendo il "lungo cammino del tempo" per indicarne uno nuovo. Resta il problema di come configurarsi questo Dio, puro spirito, però, considerando il processo evolutivo che ha portato all'homo sapiens, si sa che esiste un di più di essere, da cui veniamo e in cui confluiremo, che ha attratto sempre gli uomini, per cui è plausibile affrontare la questione del divino. Essa vede due posizioni in opposizione, di chi crede in una dimensione trascendente e di chi no, c'è però un'altra modalità, armoniosa e duale, che afferma la trascendenza ma non disprezza la materia e che pensa ad una Realtà primaria al di là della sfera materiale senza squalificarla, a cui anzi riconosce la capacità produttiva, nel suo essere mater, come dice l'etimologia del termine materia.

La figura teologica di Deus. Pars destruens (IV-VIII)Modifica

Inizia la parte centrale del saggio che delinea la figura di Deus prodotto dal pensiero dell'uomo. Dall'Antico Testamento emergono sia lati luminosi, di un Deus che regna sul mondo all'insegna della giustizia e dell'amore, sia lati oscuri di una divinità incostante e violenta, con tratti somatici che marcano la differenza con il mondo umano, e con tratti psichici che lo presentano lontano dalla impassibilità attribuitagli dalla dottrina ecclesiastica, il cui agire è scegliere popoli e uomini e legiferare, in contrasto con la logica di universalità della creazione e con l'idea di imparzialità. Tra i vari nomi di questo Deus il tetragramma Yhwh, quello più usato, col suo significato incerto esprime un Deus che rifiuta di definire la sua essenza, rivelando non un nome, ma una forma verbale che indica i tre modi dell'esistere e che può significare anche "divenire", il che permette di considerare la possibilità che l'eterno entri nel tempo, secondo una logica però che vede la natura divina come totalmente altra. Questo Deus è separato dal male che viene legato a varie cause, un'infrazione, il rigore, la severità della giustizia retributiva, oppure presentato come necessaria conseguenza o con finalità pedagogiche, o infine come arbitrio.

Affrontando il NT, Mancuso, dimostra che l'immagine di Dio che aveva Gesù è quella di Deus, con la novità di un non ben preciso "regno di Dio", che vede Dio coinvolto nel mondo. Il Deus di Gesù ha aspetti positivi, l'amore per i nemici, la condivisione, la dedizione verso i malati e gli esclusi, che presentano il divino non più all'insegna dell'onnipotenza ma del bene, cosa che nei primi secoli permise di creare un nuovo volto di Dio, quello della dottrina trinitaria col primato della relazione. Anche negli scritti apostolici c'è un'immagine di Dio simile a quello delle Scritture ebraiche con la stessa ambiguità: un Dio capace di bontà, ma anche di severità, padre che perdona, ma anche padrone dispotico. Prevale però la dimensione della misericordia e della bontà che ne fanno una figura non negativa, ma il concetto di amore è vago e non permette al NT di pensare in modo coerente l'essenza divina. Un superamento di Deus si ha con la figura di Trinitas che ha un nuovo volto di Dio, ancora però con diverse ombre.

Le successive vicende della figura divina videro una sfida tra vari pensatori che giunsero a separare il Dio delle Scritture ebraiche dal Dio di Gesù, oggetto della grande eresia del II secolo, sciolta con l'affermazione della perfetta identità tra le due figure, ma non in modo adeguato tanto che la questione rimase viva lungo i secoli ed oggi è tornata alla luce, legata al fatto che la teodicea tradizionale non riesce a risolvere il problema del male. Il teologo analizza la difesa dell'ortodossia cristiana di Ireneo di Lione, che non risolse i problemi sia con la concezione del mondo derivato dalla razionalità di Dio, sia con l'idea di verità. Il limite di questa teologia, che è quella della ortodossia cattolica, è che in teoria sostiene la bontà della creazione e quindi della libertà, nella pratica no, manca lo spazio della libertà concreta, l'uomo, separato dalla natura considerata buona, è incapace di raggiungere il bene. Questa aporia, che ha portato al dogma del peccato originale, se diventa antinomia, se cioè viene considerata come scontro tra due leggi, entrambe legittime ed al governo del mondo, conduce alla verità. Bisogna infatti accettare che il cristianesimo contiene entrambe le prospettive con una dinamica duale e drammatica, che è antinomico, come è la vita, e quindi è vero. In questo senso il NT è un testo ispirato.

Le altre tre entità che confluiscono nella figura di Deus, Gesù il Cristo, lo Spirito Santo e la Trinità, furono il frutto di un lungo processo nel periodo in cui il cristianesimo divenne religione dell'Impero di Roma che non apportarono alcun miglioramento all'idea di Dio. Lo si continuò a pensare come Deus, giudice severo, che si impose nella formazione della teologia cristiana producendo anche una serie di figure di mediazione, Madonne e santi, che allontanarono l'idea diffusa da Gesù, di Padre che parla nell'intimo di ciascuno. La figura della Trinità ebbe un ruolo marginale e la dottrina trinitaria non rappresentò alcuna minaccia per la teologia politica dell'Impero, anzi il cristianesimo fu un formidabile alleato del potere imperiale e lo stesso papato acquisì la forma di una monarchia assoluta. Il Figlio fu percepito solo come mite agnello, che fin dall'inizio doveva morire, lo Spirito Santo vide ridotta la sua carica di libertà, ci fu infatti un rapporto travagliato tra la ricerca spirituale e il potere religioso, che colpì chi viveva l'esperienza spirituale, guardata con sospetto perché rende liberi. La dinamica trinitaria inficiava la comprensione di Dio, le cui proprietà ontologiche furono precisate nel Vaticano I, di un Dio distinto dal mondo, non diviso in due e neppure unitario, cosa che mostra che la Chiesa non fu capace di comprenderne a pieno il significato, proprio per l'immagine di Deus. Fu questa figura a non far accogliere la realtà di un Dio che ospita dentro di sé la passione del mondo, a non far essere al fianco di ogni persona per farla fiorire, come oggi è nel caso degli omosessuali, come in passato fu per le donne, per i lavoratori e per gli schiavi e in tanti altri casi e a far attribuire la morte in croce alla volontà di potenza di Deus. Se si fosse compreso che Dio, creando il mondo, creò anche la libertà e quindi venne meno alla sua onnipotenza, la croce avrebbe rivelato da subito il suo vero messaggio, quello secondo cui la libertà di cui gode il mondo spesso si traduce in malvagità e giunge anche a odiare il bene e la giustizia, uccidendo i buoni e i giusti, come è accaduto.

Intorno a questa categoria e al problema del male si sviluppa l'aporia del cristianesimo che divide il pensiero dei cristiani, secondo una diversa visione del rapporto Dio-mondo. Da una parte si vede Dio come il perfezionamento del nostro essere e del mondo in un grande progetto d'amore, e dall'altra come l'unica possibilità di uscire da questo mondo di ingiustizia e senza bene. Un esempio di questa aporia ci viene dal contrasto, sorto involontariamente, tra due papi, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, il primo che affermava che il male serve anche per avere un bene maggiore, il secondo che lo negava, che evidenzia l'incapacità del cristianesimo ufficiale di affrontare con coerenza il problema del male e la difficoltà di vedere nella storia la libertà, come anche dimostrano le contraddizioni in cui cade lo stesso Catechismo e tutti i sofismi logici e teologici di cui è ricco il cristianesimo e come dimostra il malessere della coscienza etica dell'umanità. Il cristianesimo in realtà contiene le due logiche in contrasto, che sono quelle di Deus, che è somma potenza ma anche somma bontà, e che sono contenute anche nella figura del Dio biblico, visto che è giustizia che condanna la violenza, ma anche l'ammette per imporre la propria potenza come nell'episodio di Abramo e come per altre posizioni che portano alla giustificazione della guerra santa e all'intolleranza religiosa ed etnica.

A conclusione di questa analisi Mancuso si rivolge di nuovo a Deus, indicandogli tutte le caratteristiche di potere, che emergono dalla Bibbia, non finalizzate al rispetto della vita, né all'ordine e alla disciplina e che non servirono neanche a difendere il suo popolo dallo sterminio. Questa immagine di Dio, espressione della cristianità medievale, che ha plasmato l'ethos e l'identità del cittadino europeo, deve essere abbandonata, per realizzare l'ecologia "integrale" di cui parla papa Francesco, che deve generare la pace tra gli esseri umani, creare un'autentica religio con il di più di essere da cui la vita di ciascuno proviene e in cui confluirà e deve coinvolgere la teologia perché pensi la Divinità all'insegna del primato della relazione, secondo la prospettiva della "Trinità radicale" e secondo il modello concettuale del panenteismo.

Trinitas: Il primato relazionale. Pars costruens (IX-X)Modifica

Inizia qui la parte costruens in cui Mancuso descrive la nuova immagine di Dio, che deve essere universale, trascendente ed immanente insieme, ineffabile, di cui la coscienza umana da sempre ha avvertito l'esigenza. "Realtà primaria o Essere", sorgente dell'informazione che sta alla base dell'universo, logica relazionale che plasma il caos dell'energia primordiale, somma Sapienza, senso e direzione della mente umana, potenza superiore che si rivela nell'armonia delle cose e nell'esperienza e che le religioni hanno presentato come "salvatore" o "redentore" o anche "guaritore ferito". Dio è il Bene, inteso come logica che fa fiorire l'essere, in un processo non concluso e in cui il Divino è implicato come trinitarietà con una dinamica che lo lega a tal punto alle anime che cercano il bene e la giustizia da trasmettersi interamente in loro e rendere queste capaci di accogliere e riesprimere la dedizione divina, rendendo fecondo il rapporto Dio-fenomeno umano. Tale figura è l'essenza divina che si rivela in Cristo, relativa al bene e all'amore del mondo, che, coincidendo con essa fa sì che questa sia pienamente coerente. La sua onnipotenza è regolata e guidata dall'amore, sa sempre cosa vuole e ne gode e si esprime come spirito, luce, amore; fin dall'inizio è relazione, prima ed ultima dimensione della realtà, quindi relazione radicale; ha bisogno del figlio perché ogni cosa vive delle relazioni con gli altri, tutto è interdipendente con tutto, tutto è aggregazione e sistema, come è la logica del mondo.

Nel modo di pensare questo Dio, uno e trino, bisogna liberarsi dal significato di "persona" come individuo ed accogliere quello etimologico di "modo di essere" dell'unico Dio, che assume vari ruoli in rapporto col mondo. Infatti dicendo che il Padre non è mai senza il Figlio e senza lo Spirito che li unisce, si vuol dire che la Realtà primaria si muove fin dall'inizio, è dinamicità e processo, è vita continua ed eterna, il Padre come sorgente del mondo, il Figlio-Logos come logica del mondo, lo Spirito Santo come luce del mondo che chiarifica la mente e il cuore, è cioè l'ispirazione. In questa visione la figura di Trinitas diventa chiara se si pensa Dio, non in se stesso, ma in relazione col mondo, il Dio "tutto in tutti". Per questo, la modalità filosofica per considerare tale rapporto è il panenteismo che permette di non rinunciare al di più di essere che la vita contiene e alla dimensione spirituale dell'essere quindi alla libertà, di pensare il Divino come trascendenza, ma anche personale e dotato di volontà etica; rende conto del fatto che Dio è presente nel mondo ma è anche più grande del mondo, che il mondo contiene Dio, ma non è Dio. Il panenteismo, diversamente dal panteismo, ha una mistica velata di malinconia e diversamente dal teismo ha una carica profetica non aggressiva nella denuncia delle ingiustizie del mondo, non pretende di risolvere il problema del rapporto Dio-Mondo, prende solo atto del fallimento dei due modelli, incapaci di affrontarne la contraddizione, custodisce però ciò che essi hanno di buono: la dimensione mistica del primo e quella profetica del secondo.

Il panenteismo attesta l'antinomia che attraversa l'esistenza umana, come dice Teilhard de Chardin, e per Mancuso dovrebbe avere anche l'idea del pan-exo-teismo, secondo il pensiero di Albert Schweitzer che dice che tutto è fuori da Dio, a eccezione della punta dell'anima che, entrando in comunione con Dio in una dimensione che trascende il mondo, torna a lavorare in questo mondo diffondendo bene, seguendo la dinamicità del reale, le sue relazioni e accogliendo la contraddizione. In tal modo si palesa l'importanza del pensiero che si muove tra le varie posizioni, ne assume ora l'una ora l'altra, cadendo anche in contraddizione logica, che però non lo allontana dalla vita, perché è la ragione stessa che ne riconosce l'antinomia, vede sia il polo negativo che quello positivo, senza privilegiare l'uno o all'altro, ma li conserva, istituendo il conflitto tra due leggi. Simone Weil intuì la presenza di queste due logiche antinomiche nel mondo, il primato della necessità che domina il reale, ma anche il primato della libertà con la distanza tra necessario e bene, affermando che il pensiero teologico deve averne la consapevolezza e considerare o l'identità del reale e del bene, con la via mistica, oppure accogliere la distanza tra il necessario e il bene propria della via profetica. Secondo Mancuso bisogna tenere presente entrambe le visioni, quindi esporsi alla contraddizione ed accettare l'antinomia. Il panenteismo lo fa, coerente con la visione della realtà che la filosofia della scienza contemporanea chiama emergentismo. Nella storia non si è saputa mantenere l'antinomia, ha prevalso la volontà di sistema utile al potere, questa invece si è mantenuta grazie alla Bibbia, che la presenta ampiamente in entrambi i corpi, ebraico e cristiano, e che emerge in modo chiaro se la si legge con consapevolezza.

Da ciò viene che Dio, proprio perché è vivente, non è perfetto, diviene e si perfeziona insieme con il mondo fino al conseguimento del suo regno quando tutto sarà in tutti. Come principio di tutte le cose è in tutte le cose, di queste è sofferenza e gioia, è l'anima e il cuore del mondo, si appassiona, lo fa evolvere, fa intessere relazioni sempre più complesse, fino a riprodurne concretamente la logica. In questo modo fa muovere il processo del mondo attraendone l'energia e lo fa standosene dentro, ma non completamente per permettere il processo evolutivo autonomo. E noi osservando questo abbiamo la consapevolezza che esiste un'altra realtà oltre a quella che vediamo e che ci forma, a cui la mente contemporanea si riferisce quando parla di "energia oscura". Dio come Volontà che vuole il bene e la giustizia, introduce energia positiva nei diversi sistemi, inserisce lavoro sotto forma di organizzazione e di maggiore stabilità del sistema, fa sì che la volontà diventi relazionale cioè si leghi all'umanità mediante la giustizia che implica la deposizione della sua onnipotenza. La creazione allora diventa alleanza stipulata all'inizio non tra pari, ma che poi rende pari i contraenti, entrambi vincolati dal patto. Ecco perché accanto a Dio può comparire un altro potere, Deum, logica impersonale e indeterminata, che è la condizione della nascita della libertà nel mondo ed ecco perché emergono due logiche: quella del bene, la logica di Dio e quella della necessità, la logica del mondo. La teologia ufficiale, che vuole tenere insieme i due punti di vista, ricorre allo stratagemma del mistero, che non funziona più, come appare dal confronto con la realtà del male. Invece compito di una teologia responsabile è di riscattare Dio da Deus, cosa possibile proprio chiamando in causa Deum, da cui derivano quasi tutti gli eventi che possono pure non succedere dando vita all'indeterminazione e all'imponderabilità della vita, e che è l'unico modo per spiegare l'esistenza del negativo senza ricondurlo a Dio.

Le due logiche dicono che esiste la forza del bene e che esiste la necessità, il logos e il caos, entrambe necessarie per il farsi del mondo, entrambe a plasmare le nostre esistenze, entrambe presenti nel mondo, l'una nella indeterminatezza dell'atomo e delle dinamiche evolutive, nella storia e nella psiche umane, l'altra nella mente e nel mondo che l'ha prodotta, nel cuore della materia con le costanti fisiche, nelle dinamiche evolutive che hanno portato alla mente e al progresso. Queste due dinamiche, che ci dicono che esiste la libertà che rende l'uomo responsabile, vanno composte perché fanno parte della vita, non a livello teoretico, dove esiste l'antinomia che va riconosciuta, ma a livello etico dove agisce l'uomo.

La teologia tradizionale mostra la sua insufficienza anche nella incapacità di comprendere la creazione alla luce dell'evoluzione, se pensa che l'essere del mondo viene direttamente da Dio quindi il mondo è razionale e non considera che nella vita c'è anche la necessità. Bisogna invece pensare che esiste uno spazio iniziale, inteso come caotico, in cui Dio fa un passo indietro. Egli, da Assoluto che esiste da sempre, crea qualcosa di diverso rispetto a se stesso, ritrae la presenza personale, produce uno spazio in cui c'è la presenza impersonale di Dio, c'è il mondo dove si generano le cose e c'è il caos dell'energia primigenia, prodotta dal ritrarsi di Dio. Questa energia divina, "esplode", cioè "anela" a ritrovare il suo principio e questo è il mondo che si fa. In seguito alla creazione l'Assoluto non è più tale, diviene relativo al mondo, di cui ora è il Dio, ma fa che il mondo si faccia, come dice Teilhard de Chardin, che ha aperto la strada alla nuova teologia della creazione, il che significa che Dio come creatore non va inteso come causa efficiente del mondo, ma come condizione originaria della presenza dell'essere, come origine del suo dinamismo teso ad una sempre maggiore organizzazione, come causa formale. L'Assoluto pensa solo un'unica idea, conforme al Logos eterno che sta davanti a Lui liberamente da sempre e che la Bibbia denomina sapienza, la Sophia greca, per cui la creazione è la posizione della libertà, che si realizza sotto forma di sapienza. La logica che ha presieduto e continua a presiedere l'universo trova coronamento nell'Uomo e l'incarnazione del Logos-Sophia nella carne di un uomo è il simbolo concreto della stessa logica.

Circa il problema del male Mancuso, in opposizione alla prospettiva panteista che nega la presenza del male nel mondo, ritiene che questo esiste e la sua origine è l'impasto originario di logos e caos, struttura duale che permette il darsi della libertà, di cui il male, lato oscuro del bene e dell'amore, è il prezzo. A noi tocca tenere presente che questa è l'essenza del mondo, prenderne atto e considerare che ci troviamo dinanzi a forze più grandi di noi.

Sulla questione del Dio "personale" si può attribuire il termine a Dio se con "personale" si indica, secondo l'etimologia, la capacità di relazione e visto anche che noi siamo persone in Dio. E noi possiamo relazionarci a Dio in modo personale e profondo senza spogliarci della nostra umanità ma potenziandola, nella forma della dedizione personale.

Sul problema di come agisce questo Dio, Mancuso afferma che la creazione va intesa come creatio continua, che da imperfetta tende a perfezionarsi, dando origine allo spirito, che anche la rivelazione è continua e si mostra negli eventi della vita, che la redenzione va intesa come adesione al bene e alla giustizia, che la provvidenza è garanzia di giustizia nella dimensione spirituale, dove una particolare "meccanica" permette a ogni azione fatta all'insegna del bene e della giustizia una corrispondente ascesa nel mondo dello spirito, che la preghiera va intesa come "essere preghiera", i miracoli come consapevolezza di una dimensione ulteriore che può manifestarsi in modo imponderabile, l'escatologia come immortalità dell'anima in una dimensione al di là del tempo e dello spazio a cui parteciperanno i giusti mentre per gli altri vi sarà una purificazione fino alla reintegrazione di tutti in Dio secondo il principio della apocatastasi.

Nella prospettiva di un Dio processo insieme al mondo nei riguardi del quale funziona da attrattore per l'evoluzione, credere in Dio significa dare senso al bene e alla giustizia, ritenere che il vero essere è la dimensione profonda detta spirito, che permette che la vita si compia e troverà compimento in quello che Gesù chiamava regno di Dio. Questa visione non elimina la percezione del mondo come dramma, che Mancuso chiama "ottimismo drammatico", perché la vita è orientata verso la crescita dell'organizzazione e perché richiede fatica e la morte, suppone il primato della spiritualità e della vita concreta e richiede una particolare teologia che vede Dio e l'uomo uniti nel processo della vita. A questo punto emerge tutta l'inefficacia della teologia tradizionale, che deve abbandonare il principio di autorità e dare il primato a quello di autenticità, cosa possibile se il Magistero della Chiesa ritorna alla funzione originaria di "servizio" verso qualcosa di più grande di sé, che è la verità di Dio. Per fare ciò bisogna accogliere il dubbio e il dolore del mondo e rivedere in base a essi le parti della dottrina che non vanno, con l'aiuto di una lettura libera e rinnovata della Bibbia.

In chiusura il teologo parla di un significativo incontro con don Gallo e cita una sua battuta, e cioè che a lui bastava che Dio fosse antifascista, che gli si rivelò una grande intuizione teologica solo in seguito.

"Presi a pensare cioè che credere in Dio ha effettivamente a che fare con l'antifascismo, perché sostanzialmente credere in Dio significa porre il primato del bene e della giustizia, ovvero della forza ordinata della relazione, contro la pretesa che il primato in questo mondo spetti invece alla forza bruta di chi è semplicemente più forte e che per questo si impone. Insomma, bene contro potenza. Buddha, Platone, Gesù e Kant esprimono ognuno a modo suo ìl rifiuto di riconoscere la forza del potere quale senso ultimo del mondo e della vita, il rifiuto del fascismo quale grammatica fondamentale dell'essere. A tal fine il primo ipotizzò l'ottuplice sentiero, il secondo il regno delle idee, il terzo il regno dei cieli, il quarto l'imperativo categorico e il regno dei fini, proiezioni ideali della loro libertà per custodire il primato del bene e della giustizia in questo mondo dove è continuamente minacciato, e talora oscurato, dalla logica della forza del potere, ovvero dal fascismo, anche quando non si chiami fascismo ma in altri modi. Non a caso Nietzsche, il filosofo preferito di Mussolini e di Hitler, accomunava Platone, Gesù e Kant sotto il medesimo epiteto di «idioti» e affermava che il Buddha si trovava ancora «sotto l'illusorio incantesimo della morale».

Se si crede autenticamente nel Dio di cui parla il cristianesimo, è proprio per rifiutare il fascismo quale senso ultimo del cosmo e della storia dei viventi. Don Gallo aveva ragione: l'essenziale non è che Dio sia trinitario, ma che sia antifascista. Lo statuto trinitario però, esaltando la logica della relazione, porta scritto già in se stesso l'antifascismo". [2] "E quanto mi dispiace", conclude in questo bel ricordo il teologo, "non aver avuto il tempo di dirglielo, perché l'ho capito dopo". Aveva capito che il cristianesimo autentico non è quello che dice "Me ne frego" ma quello che dice «I care», io mi prendo cura, come sottolineava don Milani e che il nuovo Dio, di cui il nostro tempo ha bisogno, è quello libero dal potere, che si "prende cura" della sua creazione.

NoteModifica

  1. ^ Opera citata, pag. 54
  2. ^ Opera citata, pag. 424-425

EdizioniModifica

  • Vito Mancuso, Dio e il suo destino, 2015, Garzanti