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Diritto di resistenza

diritto costituzionale
La distruzione della Bastiglia (Parigi), olio su tela di Hubert Robert

Il diritto di ribellione (o diritto alla ribellione), noto anche anche come diritto alla resistenza,[1] (o diritto di resistenza) è la prerogativa concessa a un popolo dalla sua costituzione di opporsi all'ingiusto esercizio del potere o al potere illegittimo.

StoriaModifica

Il ius resistentiae trova le sue origini in epoche precedenti all'affermazione del Cristianesimo.

Nel Medioevo ne inizia sia la teorizzazione[2], sia la concessione in documenti ottriati dal sovrano[3]; tuttavia fu solo nella Germania medioevale che iniziò ad assumere valore giuridico, come strumento dei ceti contro le imposizioni del Principe: questo diritto compare nel Sachsenspiegel in una norma riportata agli inizi del XIII secolo[4]. Questa norma recita «L'uomo può resistere al proprio re e al proprio giudice quando questo agisce contro il diritto, e financo aiutare a fargli guerra. […] Con ciò egli viola il giuramento di fedeltà»[4]. Del resto, furono proprio i privilegi medievali, primo fra tutti la Joyeuse Entrée, a fornire ai rivoltosi delle Province Unite "la principale fonte di legittimazione della resistenza contro Madrid"[5].

Nel suo L’antico regime e la rivoluzione, perciò, Tocqueville esprimeva "la convinzione intorno al ruolo nevralgico svolto dalle forze della «resistenza» alle tendenze dispotiche dei monarchi (aristocrazia in primis) quali levatrici del liberalismo: senza privilegi corporati di antico regime, niente libertà individuale moderna"[6].

Il diritto di resistenza viene spesso assimilato al concetto di disobbedienza civile e i metodi non violenti di opposizione sono stati legittimati dalla storia politica del XX secolo e riconosciuti come accettabili e compatibili l'impianto costituzionale liberal-democratico .[1]

Anche l’istituto giuridico dello sciopero, oggi quasi universalmente riconosciuto come mezzo perfettamente lecito per rappresentare il dissenso, nel passato è stato visto come estrema ratio del popolo, di alcune classi sociali o dei lavoratori, per opporsi a comportamenti reazionari da parte della classe dirigente o del governo.[1]

Studi specifici[7] hanno messo in relazione l’introduzione del diritto alla ribellione negli ordinamenti nazionali con recenti rivoluzioni (ad esempio la Rivoluzione Francese) o la sconfitta di regimi totalitari (ad esempio, in Germania, la sconfitta del nazismo) o eventi particolarmente drammatici: il diritto alla rivolta, ad esempio, venne inserito nella Costituzione ruandese dopo il genocidio del 1994. Anche l'esperienza maturata a seguito di colpi di stato ha favorito la diffusione di norme costituzionali a garanzia della democrazia che potessero favorire l'esercizio del diritto alla rivolta: è questo il caso, in particolare, del Sudamerica e del Centromerica.[8]

TeorizzazioneModifica

Questo diritto è contemplato:

  1. Nella dottrina politica di San Tommaso, in cui si prevede il tirannicidio per il Principe che abbia violato l'ordine divino;
  2. Nella prima età moderna si consolida nella polemica che si oppone all'assolutismo in materia religiosa. Anche la disobbedienza di M. K. Gandhi può essere considerata come esercizio del "Diritto di resistenza";
  3. Nello Stato moderno. In alcune costituzioni odierne (in particolare quella tedesca) possiamo ancora trovare il diritto di resistenza, anche se nello Stato di diritto il diritto alla resistenza è stato formalmente escluso[9].

Il diritto di resistenza discende anche dal contrattualismo e dalla teoria politica di John Locke, fondata sui diritti irrinunciabili dell'individuo[10]: in quest'ottica, se i governanti calpestano i diritti naturali, vengono meno i fondamenti del patto e si configura il diritto del popolo ad opporre resistenza al sovrano.

In opposizione ad Achenwall, uno dei più importanti studiosi di diritto naturale del tempo, Kant nega invece che attraverso i diritti innati dell'uomo si possa "legittimare un diritto di resistenza al sovrano. A fondamento di questa presa di posizione netta contro il diritto del singolo individuo di opporsi al potere statale non vi sono solo considerazioni giuridiche in senso stretto, bensì filosofiche dalle quali si evince che il popolo ha sì dei diritti nei confronti dello Stato, ma non di tipo coattivo, ovvero non vincolanti"[11].

Il diritto nel mondoModifica

Il diritto alla ribellione è previsto dalle Costituzioni di 37 paesi in tutto il mondo, la maggior parte dei quali situati in America centrale, in Sudamerica e in Europa occidentale. Anche in Africa alcune costituzioni garantiscono questo diritto ai loro cittadini, ad esempio il Benin, il Ghana, Capo Verde e il Ruanda; in quest'ultimo Stato la norma costituzionale è stata introdotta dopo il genocidio del 1994. In Asia la sola nazione in cui questa prerogativa può essere legittimamente esercitata è la Thailandia e tale diritto è invocato dalle varie fazioni coinvolte nella querelle seguita alla crisi politica del 2008.[8]

Per quanto riguarda Cuba il ricorso al diritto alla ribellione è peculiare: fu introdotto nella Costituzione da Fulgencio Batista nel 1940 dopo aver rovesciato il governo di Carlos Prío Socarrás, per giustificare la sua dittatura ma fu il suo stesso rivale, Fidel Castro, ad avvantaggiarsi di tale norma costituzionale nel 1953 dopo essere stato arrestato per un fallito tentativo di rivoluzione. Anche grazie a tale preesistente norma, l'allora giovane Fidel Castro strappò al termine del processo una pena relativamente lieve.[8]

Nella Costituzione francese il diritto alla ribellione è sancito come il diritto di di "resistere all’oppressione", mentre la Grundgesetz tedesca riconosce ai suoi cittadini il diritto di resistere contro i tentativi di abolizione della carta costituzionale.[8]

Per quanto riguarda l'Italia una delle prime bozze della Costituzione della Repubblica Italiana, sottoposta al vaglio dell'Assemblea Costituente, nell'articolo 50 (che poi sarebbe diventato l'attuale articolo 54) riportava nel secondo comma:[8]

«Quando i poteri pubblici violino le libertà fondamentali ed i diritti garantiti dalla Costituzione, la resistenza all’oppressione è diritto e dovere del cittadino»

L'Assemblea dibatté a lungo sulla necessità di introdurre nella Costituzione uno specifico passaggio che ribadisse tale prerogativa in caso di abuso da parte delle istituzioni; nella seduta del 5 dicembre 1946 tuttavia, per il volere, soprattutto, della Democrazia Cristiana. Il deputato Costantino Mortati, principale oppositore all'introduzione del diritto di resistenza nella Costituzione repubblicana, sottolineando l'oggettiva difficoltà nel riuscire a distinguere la legittima ribellione da quella illegittima, convinse l'Assemblea a espungere tale comma dal testo.[1]

NoteModifica

  1. ^ a b c d Antonello Ciervo, Diritto di resistenza, in Diritto on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 2012-2015.
  2. ^ Claudio Belloni, Obbedienza religiosa e resistenza politica, Rivista di storia della filosofia. Fascicolo 2, 2007 (Firenze : [poi] Milano : La Nuova Italia ; Franco Angeli).
  3. ^ "Il riconoscimento formale del diritto di resistenza ricorre alcune volte – forse già negli anni di Ferdinando I – nei privilegi con i quali i re si impegnavano solennemente a mantenere un terra aggregata al demanio": E. Igor Mineo, Communautés et pouvoirs en Italie et dans le Maghreb aux époques médiévales et modernes - Come leggere le comunità locali nella Sicilia del tardo medioevo: alcune note sulla prima metà del Quattrocento, MEFRM: Mélanges de l'École française de Rome: Moyen Âge : 115, 1, 2003 p. 607 (Roma: École française de Rome, 2003).
  4. ^ a b Giuseppe Albertoni, Vassalli, feudi, feudalesimo, p. 54, ISBN 978-88-430-7670-3.
  5. ^ C. Secretan, Les privilèges berceau de la liberté. La Révolte des Pays-Bas: aux sources de la pensée politique moderne (1566-1619), Paris, Vrin, 1990.
  6. ^ Meriggi Marco [rec.], Assolutismo ieri e oggi - Meriggi legge Cosandey-Descimon, Storica : rivista quadrimestrale : IX, 25-26, 2003 , p. 325 (Roma : Viella).
  7. ^ Studio di ricercatori delle Università di Chicago e della Virginia del 2012: (EN) Tom Ginsburg, Daniel Lansberg-Rodriguez e Mila Versteeg, When to Overthrow Your Government: The Right to Resist in the World's Constitutions.
  8. ^ a b c d e Il diritto a ribellarsi, su ilpost.it, 7 giugno 2014. URL consultato il 26 agosto 2019.
  9. ^ Durante i lavori dell’Assemblea costituente, fu respinto l'emendamento di Giuseppe Dossetti, volto ad introdurre nella Costituzione un articolo secondo cui «la resistenza individuale e collettiva» nei confronti dei pubblici poteri che vìolino le libertà fondamentali, rappresenta «un diritto e dovere di ogni cittadino».
  10. ^ "Il diritto di resistenza ha sempre rivendicato il suo essere diritto, giuridicamente fondato, sostenuto dalla giuridicità naturale, implicito nei vincoli contrattuali o nella struttura convenzionale della giuridicità positiva": Teresa Serra, La disobbedienza civile : un fenomeno in evoluzione, Partecipazione e conflitto: 2, 2013 p. 34 (Milano: Franco Angeli, 2013).
  11. ^ Alessio Calabrese, A proposito del saggio di Giuliano Marini. La filosofia cosmopolitica di Kant, Archivio di storia della cultura: XXIII, 2010 , p. 255 (Napoli: Liguori, 2010).

BibliografiaModifica

  • Giovanni Tonella, Il problema del diritto di resistenza. Saggio sullo Staatsrecht tedesco della fine Settecento, Editoriale Scientifica, Napoli 2007
  • Ermanno Vitale, Difendersi dal potere. Per una resistenza costituzionale, Laterza, Roma-Bari, 2010

Voci correlateModifica

Collegamenti esterniModifica

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