Diritto medievale

dottrina giuridica utilizzata durante il Medioevo

Il diritto medievale è l'esperienza giuridica[1] vissuta in Europa dalle ultime fasi del diritto romano coincidenti con la disgregazione dell'impero romano d'occidente del V secolo, all'inizio dell'età moderna intorno al XV-XVI secolo, periodo che la storiografia tradizionale indica come medioevo. Gli storici del diritto hanno evidenziato come tale esperienza si contraddistinse per alcuni peculiari caratteri tanto che è stata definita come "una nuova mentalità giuridica incarantasi in un complesso armonico di comportamenti, regole, riflessioni, con un suo volto di intensa tipicità".[2]

Pagina del Digesto del Corpus iuris civilis di Giustiniano I con le relative glosse

Con l'assestamento dei regni romano-germanici si andò verso un'ordinamento caratterizzato dalla personalità del diritto: alle popolazioni latine assoggettate venne concesso di mantenere l'antico diritto romano mentre i rapporti interni alla comunità dei dominatori barbari erano regolati con il proprio. Sebbene il diritto germanico fosse perlopiù di tipo consuetudinario e trasmesso oralmente, non mancarono alcuni regnanti che vollero raccogliere la tradizione giuridica del proprio popolo per iscritto; tuttavia tali raccolte non avevano, né volevano avere, un carattere universale occupandosi prevalentemente di diritto penale e famigliare lasciando ampio spazio alle antiche consuetudini per gli argomenti non trattati. La mancanza di un potere centrale intenzionato ad avere il monopolio sulla produzione giuridica sarà uno degli aspetti che più influenzarono tutta al vita del diritto del medioevo. Tra le più importanti raccolte di diritto dell'alto medioevo si possono citare la Lex Burgundionum fatta redigere da Gundobado agli inizi del VI secolo, l'Edictum del re dei Goti Teodorico il Grande, l'Editto di Rotari promulgato dal re longobardo Rotari nel 643 e i vari capitolari emanati dai re franchi. Menzione a parte per le regole monastiche, una delle forme più caratteristiche della produzione giuridica alto-medievale.

Dopo l'anno mille l'Europa sperimentò una periodo di rinascita culturale ed economica. Le nuove esigenze di una società sempre più complessa resero inadatto il diritto vigente e per ovviare al problema si iniziò a riscoprire l'antico ma elaborato diritto romano grazie ai sopravvissuti testi del Corpus iuris civilis di Giustiniano ricostruiti studiati dalla scuola dei glossatori di Bologna iniziata da Irnerio intorno agli inizi del XII secolo. Da qui iniziò ad affermarsi sempre di più un ceto di dotti giuristi formatesi in scuole di diritto, che poi daranno origine alle università medievali, che elaborarono un nuovo sistema giuridico, detto diritto comune, che si diffuse in tutta Europa. Tra le figure più importanti del nuovo sistema vi fu il notaio e grazie al suo lavoro vennero messi a punto importanti istituti, talvolta importati dal diritto romano ma altre volte frutto di nuove elaborazioni, che permisero di regolare i molteplici aspetti che la vita pratica richiedeva: commerci, navigazione, organizzazione dei liberi comuni,... Vi furono giuristi che si occuparono anche di diritto canonico realizzando raccolte di fonti e glosse, tra cui il celebre Decretum Gratiani della metà del XII secolo. Il sistema di "diritto comune" si trovò a convivere, e talvolta a scontrarsi, con il diritto prodotto delle autorità lasciando, tuttavia, al giurista il compito di elaborare un impianto di fondo che desse una coerenza unitaria a tele molteplicità. Solo con l'età moderna e l'affermazione degli stati nazionali l'autorità centrale acquisterà il pieno controllo della produzione e amministrazione del diritto, ponendo fine all'esperienza del diritto medievale e dando inizio a quello moderno.

PeriodizzazioneModifica

Diritto romano cristiano tra IV e V secolo: le prime codificazioniModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Diritto romano, Diritto canonico e Codice teodosiano.
 
Le frontiere romane settentrionali e orientali al tempo di Costantino, con i territori acquisiti nel corso del trentennio di campagne militari (dal 306 al 337)

A partire dalla metà del III secolo, l'Impero romano si trovava in una situazione politica ed economica in deterioramento a causa del susseguirsi di guerre civili e delle continue invasioni dei popoli confinanti. In tale scenario, le tradizionali istituzioni della costituzione repubblicana cominciarono a trasformarsi nella monarchia assoluta del dominato. Contemporaneamente andò in crisi anche l'antico sistema di diritto romano classico con il progressivo abbandono delle molteplici fonti legislative che lo caratterizzava, come le aveva elencate Gaio nelle sue Istituzioni, e della scomparsa di quel ceto di giuristi che considerava il diritto come scienza, a favore di una sola fonte predominante costituita da decisioni del potere centrale nella forma di editti e rescritti.[3]

Ben presto, la moltitudine di tali editti e la vastità e complessità che l'impero aveva raggiunto avevano creato diversi problemi d'incertezza legislativa al suo interno e pertanto tra i giuristi dell'epoca iniziò a maturare la necessità di possedere un'unica raccolta razionale delle leggi. Così si arrivò alla compilazione di "Codici", che tuttavia non vanno accostati alla Codificazione illuministica nata nel XVIII secolo, giacché non si trattava di leggi scritte dal nuovo in un unico testo normativo, ma più che altro di raccolte di leggi vetuste, riadattate con interpolazioni, armonizzazioni e con l'aggiunta di poche novità.[4]

 
Testa di marmo del V secolo rappresentante l'imperatore romano d'Oriente Teodosio II. Egli promulgò il codice teodosiano, la prima raccolta ufficiale di leggi dell'Impero.

Un primo esempio in tal senso fu il Codice Gregoriano, una raccolta di costituzioni imperiali realizzata da privati intorno al 292-293 e dunque a cavallo dell'epoca degli imperatori Adriano e Diocleziano a cui seguì, pochi anni dopo, il Codice Ermogeniano composto soprattutto da rescritti.[5][4] Oltre un secolo più tardi, nel 438, l'imperatore Teodosio II promulgò, dopo quasi dieci anni di lavori, il Codice teodosiano, la prima raccolta ufficiale di leggi dell'Impero. Nell'imponente opera, composta di ben 16 libri, trovarono collocazione anche i tractatus dei giuristi del periodo classico e i responsa prudentium. Inizialmente era previsto che dovesse contenere anche norme non più in vigore per un intento didattico, ma a ciò non venne completato. Il Codice teodosiano fu un evento epocale dato che fu il primo voluto da un imperatore e come tale reso vigente in virtù di una novella. La sua portata fu tale che esercitò influenze sul diritto occidentale fino a dopo il mille.[6][7]

Parallelamente alla codificazione del diritto romano iniziò anche una raccolta sistematica delle regole che riguardavano la chiesa cristiana, portando alla costituzione di un diritto canonico. Già nel 313, gli imperatori Costantino I e Licinio, avevano sottoscritto un accordo in cui si riconosceva libertà di culto all'interno dell'Impero e si restituiva ai cristiani i luoghi, beni e possedimenti in precedenza acquistati, requisiti o tolti durante il lungo periodo delle persecuzioni. Tali disposizioni sono considerate il punto di partenza da cui si svilupperà l'inalienabilità dei beni della chiesa, che nei secoli a venire renderà "intoccabili" i possedimenti della chiesa. Divenuto Costantino I nel 324 unico imperatore, impresse ancora maggiormente la sua filo-cristianità sul diritto: ad esempio furono facilitate le manomissioni degli schiavi, posti limiti al divorzio, equiparati figli maschi e femmine in tema di successione mortis causa.[8]

Nel 380, con l'editto di Tessalonica il cristianesimo diventò l'unica e obbligatoria religione dello Stato, comportando non poche conseguenze di ordine giuridico. Già nel V secolo era iniziato un dibattito su chi, tra papa e imperatore, fosse la massima guida della popolazione cristiana, con papa Gelasio I che teorizzò, in una lettera indirizzata all'imperatore Anastasio I Dicoro, di come il mondo fosse governato da due supreme autorità, senza però rivendicare la superiorità papale al potere politico, cosa che avverrà solo durante l'XI secolo. Sotto la spinta di questi dibattiti, il pontificato di Gelasio fu caratterizzato da una felice prolificazione di compilazioni di diritto canonico, come la Collectio Quesnelliana o la Collectio Dionysiana scritta dal monaco Dionisio. In quest'ultima, che verrà utilizzata per secoli, vennero inseriti sia i vari canoni promulgati dai vari concili sia i decretali emanati dai pontefici. Nonostante questi tentativi di codificazione, la chiesa cristiana era tutt'altro che unita e nelle varie regioni erano nati codici autonomi. Il più importante di questi fu senza dubbio la Collecto Hispana che traeva fondamento dalla Dionysiana a cui erano stati aggiunte alcune deliberazioni di concili locali.[9]

Diritto nell'Alto MedioevoModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Alto medioevo.

Diritto nei regni romano-barbariciModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Regni romano-barbarici e Storia del diritto germanico.
 
I regni romano-germanici nel 476

Tradizionalmente si fa coincidere la si fa coincidere la deposizione dell'imperatore Romolo Augusto, avvenuta nel 476, con la caduta dell'Impero romano d'Occidente e l'instaurarsi nelle sue province dei regni romano-barbarici. Questi erano di fatto regni autonomi, tuttavia formalmente rimasero spesso dipendenti dall'Impero romano d'Oriente; i loro capi barbari erano al contempo reggenti per il monarca di Costantinopoli e sovrani dei loro rispettivi popoli. Riguardo al diritto, solitamente questi popoli adottarono la personalità della legge ossia alla popolazione romana a loro assoggettata veniva permesso di mantenere, nell'ambito dei rapporti privati, le proprie leggi mentre per gli appartenenti alla loro stirpe seguivano un proprio diritto. In questo modo coesistevano nello stesso ordinamento diversi diritti applicati ai diversi popoli esistenti.

I popoli germanici, originariamente, possedevano una forma di diritto che si basava soprattutto sulle consuetudini e che per lungo tempo era stato trasmesso solamente per via orale. Ogni popolo aveva il proprio, così che fosse parte integrante della propria identità; inoltre non vi erano formali autorità o istituzioni che lo imponessero al popoli, bensì il suo rispetto veniva soprattutto dalla tradizione. Quando le popolazioni germaniche migrarono nell'Impero, almeno inizialmente, rifiutarono di recepire il diritto romano, ma col tempo iniziò un processo di assimilazione che tuttavia ebbe risultati diversi tra un popolo e l'altro.[10]

 
Frammento del Codice visigoto promulgato dal re Chindasvindo, copia del XI secolo in lingua catalana medievale

I Visigoti, originari della Scizia e della Dacia, si stanziarono prima nella regione della Gallia e successivamente nell'attuale Spagna meridionale. Nel 506, per volere del re Alarico II, venne emanata la Lex Romana Visigothorum, una raccolta di leggi dedicate alla popolazione latina assoggettata e che andava ad affiancare il Codice di Eurico destinato invece a regolare i rapporti tra appartenenti al popolo visigoto, in accordo con il principio di personalità del diritto. Il rispetto dei Visigoti per il diritto romano è comunque ben testimoniato dal fatto che la Lex Romana Visigothorum era sostanzialmente un compendio del Codice teodosiano.[11] Il sistema dei due sistemi giuridici distinti rimase in vigore fino al regno di Chindasvindo che fece elaborare un codice che valesse per tutti i suoi sudditi (principio della territorialità del diritto) e che venne promulgato tra il 642 e il 643; il codice visigoto rimarrà in vigore fino alla conquista islamica della penisola iberica avvenuta nei primi anni dell'VIII secolo.[12]

Già nei primi anni del V secolo i Burgundi erano scesi nell'attuale Borgogna fondando l'omonimo regno. Come fu per i Visigoti, anche in questo caso vi furono due diritti differenti: la Lex Romana Burgundionum, consistente in principi di diritto romano rielaborati e semplificati, era applicata ai soli cittadini romani presenti nel regno; la Lex Burgundionum, un codice unitario composto da 46 libri, era destinato ai Burgundi con l'intenzione di facilitarli all'adozione delle norme scritte in quanto ancora abituati a seguire le antiche consuetudini. Entrambi i codici vennero emanati dal re Gundobado nei primi anni del VI secolo.[13]

 
Clodoveo I detta la legge salica circondato dalla sua corte di consiglieri militari

Tra i Franchi il diritto era ancora più frammentato in quanto a loro volta erano divisi in diverse etnie regolate da diverse leggi tramandate oralmente come consuetudini. Il loro re Clodoveo I si convertì, primo fra tutti i capi germanici, al cristianesimo nel 496, favorendo così l'integrazione tra Franchi e popolazione romana.[14] Grazie a lui venne emanata anche la legge salica, che introdusse pene pecuniarie per determinati reati di sangue al fine di evitare pericolose faide tra le famiglie. Nella nuova legislazione trovò posto anche l'antico istituto del trustis che successivamente evolverà nel vassallaggio. Clodoveo trasse ispirazione dal modello romano per quanto concerne l'organizzazione amministrativa del suo regno che venne diviso tra duchi e conti.[15]

Nel 493 Teodorico il Grande a capo degli Ostrogoti sconfisse Odoacre portando a termine la conquista della penisola italiana. Il suo governo fu incentrato su di un profondo dualismo tra il popolo ostrogoto e quello latino-romano: il comando militare passò totalmente in capo ai nuovi conquistatori, che rimasero di religione ariana e anche gli assetti sociali rimasero ben distinti. In tema di diritto non vi fu una sostanziale integrazione, con gli Ostrogoti che continuarono a osservare le proprie tradizioni giuridiche; tuttavia l'Edictum Theodorici Regis promulgato da Teodorico verso la fine del suo regno, trae certamente ispirazione dai principali istituti giuridici romani; veniva anche istituito preposto a dirimere le controversie tra loro e i Romani.[16]

L'opera legislativa di GiustinianoModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Corpus iuris civilis.

Nel 527 Giustiniano I salì al trono imperiale di Costantinopoli rafforzando il governo grazie a una politica centralistica in cui la figura dell'imperatore assumeva sempre più connotati teocratici e cesaropapisti.[17] Oltre alle sue imprese belliche di restauratio imperii e alle grandi opere architettoniche, Giustiniano è ricordato per aver promosso un'intensa attività legislativa che culminò con l'incarico dato ai giuristi di corte, guidati da Triboniano, di riorganizzare e rielaborare il diritto vigente dando vita, dopo cinque anni di lavoro (dal 529 al 534), a un'imponente opera unitaria nota successivamente come Corpus iuris civilis.[18][19] La commissione che si occupò della sua realizzazione fece un largo uso degli antichi testi e in particolare di quelli del diritto romano classico, sottoponendoli tuttavia a una modernizzazione e a un'interpolazione.[20]

 
Il codice giustinianeo (Codex) in un'edizione del 1592

Divenuto unica fonte del diritto nell'Impero, il Corpus iuris civilis era a sua volta costituito da quattro testi: le Istitutiones era opera didattica in quattro libri destinata a coloro che studiavano il diritto sul modello delle Istituzioni di Gaio; il Digesto (o Pandectae) costituiva una antologia in cinquanta libri (due, detti terribiles, dedicati al diritto penale) di frammenti estrapolati (non senza modifiche) dalle opere giuridiche dei più eminenti giuristi della storia di Roma; il Codex consisteva in una raccolta di costituzioni imperiali da Adriano allo stesso Giustiniano; infine, le Novellae Constitutiones raccoglieva le costituzioni emanate da Giustiniano dopo la pubblicazione del Codex, fino alla sua morte.[21][19]

Nell'opera traspare l'esistenza di un diritto civile, proprio di ogni singolo individuo, e di un diritto naturale comune a tutti gli uomini; quest'ultimo non era "statico" ma doveva essere continuamente scoperto e ricreato a seguito di riflessioni critiche basate anche sulla dottrina cristiana. Il diritto viene visto così, non solo come una serie di disposizioni date dall'autorità, ma un fenomeno in continua elaborazione, adattato alle varie esigenze della vita comune.[22]

Inizialmente pensato per essere utilizzato in Oriente, su richiesta di papa Vigilio Giustiniano fece estendere l'uso del Corpus anche in parte dell'Occidente, da poco riconquistato dopo una guerra contro i Goti, come aveva ordinato nella prammatica sanzione pro petitione Vigilii. Tuttavia, la successiva invasione dei Longobardi non permise una sostanziale diffusione del testo che andò in disuso, anche per via della sua complessità, con l'eccezione delle regioni italiane in cui i Bizantini riuscirono a resistere alle pressioni degli invasori germanici.[22] Riscoperta intorno alla seconda metà dell'XI secolo, l'opera legislativa promossa da Giustiniano, che aveva chiuso la millenaria storia del diritto romano, ha successivamente rappresentato per secoli la base del diritto comune europeo, sino agli inizi del XIX secolo quando venne considerato superato dal codice napoleonico.[19]

Le regulae monasticheModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Monachesimo cristiano, Regola monastica e Regola benedettina.
 
San Benedetto porge la sua Regola a san Mauro e ad altri monaci; manoscritto miniato del 1129

Fin dal III secolo alcuni cristiani, inizialmente in Egitto, scelsero di ritirarsi a vivere in completa solitudine (anacoreti) o in piccoli gruppi (cenobiti) allo scopo di condurre un'esistenza conforme a una rigida visione dell'ideale cristiano. Fin dal principio, le comunità di cenobiti (detti poi "monaci") si dettero delle "regole" funzionali a organizzare la loro vita secondo le proprie aspirazioni ascetiche. La regola benedettina, dettata nel 534 da Benedetto da Norcia, monaco fondatore dell'abbazia di Montecassino, fu certamente quella che ebbe maggior diffusione venendo adottata da moltissimi monasteri, soprattutto grazie al sostegno che ricevette da papa Gregorio Magno. Uno degli aspetti peculiari della regola di Benedetto fu una rigida impostazione della vita dei monaci e dell'importanza data al lavoro manuale che andava a coniugarsi con il tempo da dedicarsi alla preghiera, riassumibile dalla massima ora et labora (prega e lavora).[23][24] Con la riforma voluta da Ludovico il Pio, figlio di Carlo Magno, la regola benedettina divenne l'unica a cui dovevano uniformarsi tutte le case religiose dell'Impero carolingio. Della regola benedettina è stato detto che "è un documento straordinario, unico per longevità della sua vigenza ed è un concentrato di saggezza giuridico-istituzionale che conferma la vocazione occidentale per la scrittura della legge.[25]

Le comunità monastiche costituivano delle istituzioni indipendenti, spesso separate nettamente dal mondo secolare fuori da loro, tanto che in epoca carolingia (tra VIII e X secolo) erano al di fuori della giurisdizione laica. L'unica e indiscussa autorità del monasteri risiedeva nell'abate a cui i monaci facevano voto di totale obbedienza rinunciando così totalmente alla propria volontà. Per coloro che avessero trasgredito alla regola o agli ordini dell'abate erano previste punizioni corporali.[26] Era inoltre previsto che l'abate fosse eletto dai monaci in virtù delle sue qualità morali e non dell'anzianità.[24]

I monasteri erano, inoltre, spesso autosufficienti sia grazie al lavoro dei monaci sia alle donazioni, talvolta cospicue, dei fedeli. In taluni casi divennero delle vere e proprie aziende che presero parte attiva nel sistema della economia curtense. Negli ultimi secoli del primo millennio, si diffuse la pratica da parte dei ricchi laici di fondare un monastero conferendogli parte dei suoi possedimenti in cambio della possibilità di apportare modifiche alla regola in uso e in particolare a quanto concerneva le modalità di elezione dell'abate in modo che potesse essere di suo gradimento. Ciò contribuì al decadimento dell'istituzione monastica almeno per quanto riguarda gli aspetti etici; bisognerà aspettare la riforma iniziata nel X secolo nell'abbazia di Cluny perché riprendesse vigore l'antico modello di ascesi su cui traeva fondamento l'istituzione monastica.[27]

I Longobardi e l'editto di RotariModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Diritto longobardo ed Editto di Rotari.
 
Illustrazione in un manoscritto dell'editto di Rotari, la più importante compilazione giuridica dei Longobardi

Nel 568, la popolazione germanica dei Longobardi si stanziò in gran parte della penisola italiana portando a conclusione una lunga migrazione iniziata secoli prima. Una volta stabilitisi dettero vita a una solida struttura organizzativa che tuttavia, almeno inizialmente, non eliminò le istituzioni autoctone di tradizione romana sovrapponendosi, ma funzionando parallelamente.[28] Il regno era diviso in ducati ognuno dei quali guidato da un duca, che col tempo non fu più solo il capo di una fara ma divenne funzionario regio, depositario dei poteri pubblici e affiancato da funzionari minori (sculdasci e gastaldi). A capo del regno vi era il re che rispondeva a un'assemblea di guerrieri, la Gairethinx.[29][30] Nel primo secolo di dominazione, continuò a essere in vigore la personalità del diritto, con la popolazione latina che continuava ad avvalersi del diritto romano semplificato mentre tra i dominatori sopravviveva il diritto consuetudinario di origine germanica. Con l'abbandono da parte dei Longobardi dell'arianesimo a favore del cristianesimo del credo niceno iniziò anche un processo d'integrazione sociale, culturale e di diritto che portò a una sostanziale fusione giuridica tra le due etnie.[31]

La prima e più importante opera di diritto compilata dai Longobardi fu l'Edictum Rotharis Regis (editto del re Rotari) promulgato nel 643 e valida solo per il proprio popolo. Con questo vennero messe per iscritto e in lingua latina (con l'eccezione di qualche termine che rimase in lingua longobarda perché intraducibile) le antiche tradizioni giuridiche (cawarfidae) trasmesse fino a quel momento principalmente per via orale.[32]

Con l'editto venne istituzionalizzato il guidrigildo, ovvero un'indennità pecuniaria congrua a risarcire il danneggiato o i suoi parenti in caso di danni inferti e commisurata al valore sociale dell'offeso. Con tale rimedio si cercava di evitare il fenomeno della faida che minava la pace tra le famiglie del regno. Le norme processuali contenute nell'editto erano ancora sostanzialmente arcaiche, come dimostra il ricorso al duello ordalico, già abbandonato nel diritto romano.[33] Largo spazio era dato al diritto di famiglia e allo stato giuridico della donna a cui veniva attribuita capacità giuridica ma non capacità di agire in quanto la sua potestà era attribuita ai parenti maschi più stretti (istituto del mundio). Secondo l'editto di Rotari, nella successione a causa di morte le donne erano svantaggiate, ma il loro consenso era imprescindibile per contrarre un matrimonio.[34] Integrato e innovato dai regnanti longobardi successivi, come Grimoaldo, Liutprando e Astolfo, la fortuna dell'editto di Rotari non terminò con la caduta del regno ma la sua circolazione proseguì anche nel Basso Medioevo dove le consuetudini locali adottate nella penisola italiana gli saranno debitrici di una profonda influenza[35]; le leggi longobarde (integrate da editti e capitolari del Regno d'Italia) vennero raccolte nel Liber papiensis e poi nel Liber legis Langobardorum.[36][37]

Diritto nell'epoca carolingiaModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Carolingi e Capitolare.
 
Carlo Magno e Pipino d'Italia. Miniatura da un manoscritto, del 991, delle Leges Barbarorum, copia del manoscritto originale dell'830 circa

I Carolingi furono una stirpe di Franchi che regnò in Europa dal 750 al 987; con Carlo Magno diedero vita a un impero caratterizzato da una rinascita culturale che coinvolse anche il diritto. Le costituzioni emanate dai sovrani carolingi presero il nome di "capitolare" (capitulare in latino), un termine utilizzato solitamente per la legislazione ecclesiastica, una scelta che aveva l'obiettivo di assimilare il potere temporale con quello spirituale per accrescerne la legittimità. Un capitolare era una collezione di singoli capitoli raggruppati in un unico testo; vi erano poi capitolari specialia dedicati a particolari esigenze locali, capitolari generali di ordine universale, capitolari ecclesiastici per regolare faccende relative alla Chiesa o ai monasteri, capitolari munadana solo per questioni riguardanti il mondo temporale, capitolari missorum con cui s'impartivano ordini ai missi dominici, funzionari che l'imperatore inviava come suoi rappresentanti nelle varie parti dell'impero.[38]

L'imponente produzione legislativa di Carlo Magno e del figlio Ludovico il Pio venne raccolta nei quattro liber legiloquus tra l'826 e l'827 dall'abate Ansegiso di Fontenelle, due di questi erano dedicati a dirimere questioni inerenti al mondo laico, due per quello ecclesiastico. I capitolari in vigore nel Regnum Italiae vennero raccolti nel Capitulare Italicum successivamente parte del liber papiensis.[39]

Il liber papiensis fu prodotto dalla scuola giuridica di Pavia che fiorì, in particolare tra il X e l'XI secolo, all'interno del palazzo Reale, complesso che si strutturava su un vasto insieme di edifici, che non solo ospitava la corte del sovrano, ma anche l'amministrazione del regno e, in particolare, il suo principale tribunale.[36] Verosimilmente la scuola nacque quindi per formare i giudici regi. L'opera più importante della scuola pavese è l'Expositio ad librum papiensem, redatta intorno al 1070, nella quale viene commentata analiticamente tutta la legislazione fino all'imperatore Enrico II il Santo. L'opera riveste particolare importanza, innanzitutto perché testimonia che nella scuola lavorarono molti maestri, alcuni di essi definiti “antichissimi”, che, nel corso degli anni, hanno mutato le interpretazioni giuridiche riguardo a determinate norme. Vi è poi una nuova, e innovativa, modalità di studio del diritto, interpretando e mettendo in relazione le diverse norme grazie a principi e meccanismi tecnici, quali l'idea di legge generale e speciale o di successione di leggi nel tempo. Inoltre, nell'Expositio, vi è un certo recupero del diritto romano, definito Lex generalis omnium, e utilizzato come diritto sussidiario per ricavare principi per interpretare le leggi longobarde e franche e per colmare le loro lacune.[40]

I diversi popoli che vivevano nell'Impero carolingio obbligarono, ancora una volta, a ricorrere alla personalità del diritto, con tutte le conseguenze di difficoltà nell'omogeneità nelle cause che riguardavano persone di origine diversa e quindi soggette a diritti diversi. Per ovviare a ciò, come avveniva già in epoca longobarda, anche in epoca carolingia si usò esplicitare nei singoli atti notarili la legge a cui si avrebbe dovuto fare riferimento in caso di controversia.[41]

Almeno inizialmente, l'origine germanica dei Carolingi si rifletteva particolarmente nelle modalità di emanazione delle disposizioni legislative. Si usava, infatti, presentare le nuove leggi alle diete imperiali di primavera indette per preparare le campagne belliche e a cui partecipavano i più grandi notabili dell'impero senza che vi fosse la necessità di una formale approvazione da parte di un'assemblea come avverrà più tardi. Infatti, a partire dalla fine dell'VIII secolo le diete iniziarono a svolgere un ruolo di supervisione delle leggi e il loro consenso divenne fondamentale perché una norma divenisse imperativa.[42]

Feudalesimo e autonomieModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Feudalesimo.

Il feudalesimo fu un sistema politico, economico, giuridico e sociale basato sui rapporti di reciproca dipendenza e protezione tra uomini di diversa estrazione, come tra il re e i suoi più potenti sudditi. Benché di tale sistema si ebbero i primi accenni già a metà dell'VIII secolo, fu la progressiva frammentazione del potere che si riscontrò nell'Impero carolingio all'indomani della morte di Carlo Magno a darne l'impulso decisivo.[43] Alla base del rapporto feudale vi era l'omaggio feudale, un rito formale tramite il cui veniva siglato il patto di vassallaggio in cui un signore riconosceva la superiorità di un altro nobile (senior) promettendogli fedeltà e aiuto militare in caso di guerra in cambio di protezione e, talvolta, di un beneficium ovvero una proprietà fondiaria o immobiliare. Tale istituto ebbe un'origine consuetudinaria assumendo fin da subito una fondamentale importanza giuridica nell'ordinamento dell'epoca; il tradimento di tale patto, fellonia, era considerato un grave reato. Nell'Europa mediterranea il rito dell'omaggio assunse anche la forma di patto scritto.[44]

Il rapporto feudale inizialmente era di tipo esclusivamente personale ma ben presto iniziò a essere trasmesso per via ereditaria al primogenito maschio, prima per via consuetudinaria e poi per via istituzionale tramite l'Edictum de Beneficiis concesso da Corrado il Salico nel 1037. Proprio per questo, contemporaneamente era sorta la pratica di concedere il beneficio a vescovi o ad alti ecclesiastici in quanto privi di discendenza.[45]

A sua volta, chi aveva ricevuto il beneficio, poteva legare a sé altri nobili di rango inferiore conferendogli un omaggio, andando a costituire una rete di rapporti feudali che talvolta raggiunse fino a cinque livelli. Per dirimere le situazioni, non rare, nelle quali uno stesso soggetto si ritrovasse vassallo di due signori diversi s'introdusse, alla fine dell'XI secolo, il concetto di "omaggio ligio" che rappresentava un rapporto privilegiato. Il rapporto di vassallaggio rimaneva comunque diretto solamente tra signore e vassallo non estendendosi agli altri ranghi valendo la massima "il vassallo del mio vassallo non è mio vassallo"; in questo modo il re aveva il controllo solo su coloro che avessero prestato l'omaggio a lui, solo a partire dal XIII secolo nel Regno di Francia il re conquisterà il controllo diretto su tutti i feudatari del regno.[46]

Caratteri del diritto nell'Alto MedioevoModifica

La sempre maggior integrazione tra i vari popoli coabitanti nello stesso territorio fece si che il sistema basato sulla personalità del diritto andasse in crisi nella seconda parte dell'Alto Medioevo (IX e X secolo). Già agli inizi dell'VIII secolo il vescovo Agobardo di Lione lamentava il fatto che "cinque uomini siedano insieme e nessuno abbia in comune con gli altri la legge di questo mondo, mentre nelle cose perenni sono tutti legati dall'unica legge di Cristo".[47] Per ovviare a ciò inizialmente si prese l'abitudine di esplicitare su quale diritto si basasse ogni singolo negozio giuridico ma successivamente si ricorse sempre di più al diritto consuetudinario. Poco o nulla si sa di come nacquero tali usi e consuetudini, spesso locali tanto da arrivare a essere tipici di ogni villaggio o addirittura di ogni singola parcella di terra, ma tra il IX e l'XI secolo rappresentarono spesso la base del diritto in Europa.[48]

Sulla consuetudine si fondava anche la stratificazione sociale. Abbandonata oramai la condizione di schiavitù tipica dell'antichità e ben presente nel diritto romano, permaneva comunque lo stato servile. Il servo, tuttavia, a differenza dello schiavo, non era considerato una semplice "cosa" ma un soggetto di diritto, nonostante gli fosse negata la libertà di movimento, di compiere scelte famigliari e di godere di beni comuni. I liberi, in genere contadini, lavoravano su terre non proprie (pars massaricia) dovendone pagare un canone al proprietario (signore, ente ecclesiastico o monastero) e, talvolta, prestando la propria opera a suo favore nelle sue terre (pars dominica).[49]

Innegabile l'influenza del diritto canonico su tutti gli aspetti giuridici, e non solo, della società alto medioevo. L'assenza di uno Stato forte, come quello romano, venne parzialmente colmata da una Chiesa sempre più viva e capillare che non mancò di plasmare la morale e la vita del tempo.[50] La Chiesa romana appare "immersa nella temporalità e da queste inquinata che, esprimendosi in potere, individua nel diritto un cemento prezioso dello stesso potere".[51] La Chiesa si impegnò fin da subito a costruire un proprio diritto, fondato sul diritto romano, in cui vi era una concezione sacra della società. Tuttavia la sua realizzazione andò pari passo con le difficoltà affrontate dalla stessa Chiesa minacciata, al suo interno, dalla nascita di eresie e, dall'esterno, dalle profonde ingerenze laiche, spesso mascherate da forme di protezione, come avvenne nel caso di molti monachi carolingi.[52] Ma fu soprattutto verso la fine dell'XI secolo e l'inizio del basso medioevo che il diritto della Chiesa romana iniziò a strutturarsi e a concorrere, talvolta superandolo, quello laico.[53]

Diritto nel Basso MedioevoModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Basso medioevo.

Riforma ecclesiastica dell'XI secoloModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Riforma della Chiesa dell'XI secolo.

Il sistema cesaropapista perseguito dalla dinastia imperiale ottoniana aveva messo in crisi la missione pastorale della Chiesa; lo stesso clero aveva attraversato un periodo di decadimento morale. Tale situazione finì per scuotere molti fedeli e dal mondo monastico, in particolare dall'abbazia di Cluny, partì nella seconda metà del X secolo un movimento riformatore che chiedeva autonomia della Chiesa dai poteri temporali e un maggior rigore nella vita degli uomini consacrati.[54][55] Grazie al supporto dell'imperatore Enrico III di Franconia (1016 - 1056) la riforma ecclesiastica arrivò a Roma dove si susseguirono papi riformatori che cambiarono sostanzialmente la Chiesa dandole un nuovo aspetto religioso e giuridico.[56] Uno dei passi più importanti verso l'autonomia della Chiesa fu affrontato il 12 aprile 1059 con la promulgazione da parte di papa Niccolò II del cosiddetto Decretum in electione papae con cui si sottraeva l'elezione del papa all'aristocrazia romana e al potere imperiale, attribuendone al collegio cardinalizio l'esclusiva competenza.[57][58][59][60]

Ma l'apice del movimento riformatore si ebbe con il pontificato di papa Gregorio VII, iniziato nel 1073. Due anni più tardi, probabilmente, Gregorio scrisse il celebre Dictatus papae, una raccolta di natura ignota contenente 27 affermazioni, ciascuna delle quali enuncia uno specifico potere del pontefice romano, in cui si enunciava la visione del pontefice sui rapporti tra potere spirituale e temporale. Secondo il dictatus al papa, tra l'altro, era attribuito il potere di deporre gli imperatori, nominare i vescovi, presiedere i concili personalmente o tramite un legato. Alle drastiche prese di posizione di Gregorio seguì una dura schermaglia con l'imperatore Enrico IV di Franconia che passerà alla storia come "lotta per le investiture".[61][62][63][64]

La riforma ebbe molteplici conseguenze: venne definitivamente affermato il primato papale, venne data un'organizzazione più omogenea alla vita monastica, s'impose una svolta moralizzatrice al clero proibendo il concubinato e promuovendo il celibato, si ribadì la condanna della simonia. La chiesa assunse un'organizzazione di tipo verticistico, con il papa al di sopra, simile a una monarchia. L'intensa produzione di documenti scritti contribuì alla crisi del sistema giuridico basato sulle consuetudini che sfocerà più avanti nel consolidarsi di un diritto canonico basto su codici e raccolte. Il modello feudale iniziò a incrinarsi, la perdita di autorità del potere imperiale contribuì a dare origine a nuove forme politiche, al rafforzamento delle monarchie nazionali e alla nascita dei comuni medievali in Italia settentrionale.[65][66][67]

Riscoperta del diritto romanoModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Rinascita dell'anno Mille e Placito di Marturi.

Oltre che a un rinnovamento nella sfera religiosa, a partire dalla fine del X e l'inizio dell'XI secolo, l'Europa andò incontro anche a un periodo di rinascita nel campo economico, sociale e culturale con inevitabili ripercussioni anche sul diritto. Il sistema vigente, basato in larga parte sulle consuetudini, sui codici longobardi e sui capitolari carolingi, si dimostrò non più in grado di servire una società che diventava sempre più complessa. Già sui rogiti notarili dei primi anni del XII secolo si inizia a notare la comparsa di nuove formule che attestano una cultura giuridica più profonda ma il punto di svolta, tradizionalmente, si fa coincidere negli atti di un placito tenutosi a Marturi (nei pressi di Poggibonsi) del 1076 in cui per la prima volta dopo tanti secoli compariva una citazione testuale del Digesto, parte di quel Corpus iuris civilis fatto redigere da Giustiniano I nel VI secolo, segno della necessità di poter ricorrere a fonti di diritto più articolate come lo furono quelle antiche. L'ammissibilità dell'antico diritto giustinianeo come parte del diritto positivo vigente fu certamente aiutata dal fatto che gli imperatori del Sacro Romano Impero, la massima autorità secolare dell'XI secolo dell'Europa occidentale, si consideravano legittimi successori degli imperatori romani.[68]

Successivamente fu un lento ma costante crescendo dell'utilizzo nei processi giudiziari di citazioni e argomentazioni dotte provenienti dal diritto giustinianeo: chi le utilizzava guadagnava vantaggio nel procedimento e quindi anche gli avversari erano spronati a ricorrere a esse con un evidente "effetto moltiplicatore". Così il diritto romano con i suoi strumenti e i suoi istituti tornò a essere la base dell'ordinamento giuridico, ora si poneva la necessità di adattarlo alle necessità del tempo e di istruire un ceto di giuristi in grado di poterlo utilizzare.[69]

La scuola bolognese dei glossatoriModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Scuola bolognese dei glossatori e Glossa.
 
Pagina degli inizi del XVI secolo contenente parte del Digesto affiancato da glosse; l'uso di appuntare annotazioni esplicative a fianco del testo giuridico iniziò con Irnerio

Con la riscoperta del corpus iuris civilis si rese contemporaneamente necessario di interpretarlo correttamente così da renderlo utilizzabile per le necessità coeve.[70] Uno dei primi giuristi ad approcciarsi scientificamente al diritto giustinianeo fu un certo Pepo, probabilmente lo stesso Pepone legis doctore citato nel placito di Marturi, che iniziò a dare lezioni nella città di Bologna. Tuttavia, il fondatore di quella che passerà alla storia come la scuola bolognese dei glossatori è di ricercarsi nella figura del giurista e magister Irnerio. Irnerio, privo di strumenti interpretativi formali, iniziò a studiare il codice di Giustiniano nella sua forma originale e ad appuntare ai margine del testo alcuni appunti, detti "glosse", con cui dava una interpretazione al passo, poneva in relazione le varie norme contenute, risolveva ambiguità e ne estendeva l'applicabilità ad altre fattispecie simili.[71]

La pratica della glossa continuò con i suoi successori che, inizialmente, furono i suoi allievi, denominati i "quattro dottori": Bulgaro, Martino Gosia, Jacopo e Ugo. Essi fecero in modo che la scuola di Bologna non si riducesse a un episodio temporaneo ma legato alla vita di Irnerio che potesse essere un esempio di un nuovo modo di fare diritto. La loro fama fu tanta che lo stesso imperatore Federico I, detto "il Barbarossa", si avvalse nella dieta di Roncaglia del 1158 del loro parere per rivendicare la supremazia del potere imperiale. L'argomentazione adottata da quattro dottori coincise con quanto espresso nel Corpus iuris civilis, nel quale il volere dell'imperatore assumeva funzione di potere legislativo in analogia alla massima ulpianea Quod placuit principi, habet vigorem legis.[72][73]

Alla scuola di Bologna affluirono studenti da tutte le regioni d'Europa che a loro volta lo esportarono nei loro paesi di provenienza. Così, in breve tempo, sorsero nuove scuole a Padova, a Napoli, a Parigi, a Reims, in Normandia, in Inghilterra, in Irlanda, in Catalogna, in Germania. Le glosse realizzate dai maestri venivano utilizzate dagli allievi che a loro volta le integravano talvolta aggiungendo nuove conclusioni, così si formò velocemente una scienza giuridica basso medievale.[74]

Il Decretum Gratiani e il diritto canonicoModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Decretum Gratiani e Diritto canonico.
 
Decretale secondo glossa ordinaria di Bernardo da Parma 1300-1315 circa

La riscoperta del diritto romano ebbe ripercussioni anche sul diritto della Chiesa cattolica, già parzialmente influenzato dalla riforma dell'XI secolo. Intorno al 1140 Graziano, probabilmente un monaco originario dell'Umbria e operante anch'egli a Bologna, portò a termine una poderosa compilazione in cui riunì quasi 4 000 scritti che andavano dai testi dei padri della Chiesa, ai canoni dei grandi concili e sinodi locali, ai documenti prodotti dai vari pontefici. Largo spazio venne dato alla produzione di Sant'Agostino e di papa Gregorio Magno; vennero presi in considerazione anche passi tratti da testi di diritto romano secolari.[75]

Graziano non fu il primo a tentare una tale impresa, prima di lui Anselmo di Lucca aveva curato la redazione della Collectio canonum, una raccolta in tredici libri di fonti del diritto canonico attinte soprattutto dalle Regulae Ecclesiasticae di Burcardo di Worms, mentre Ivo di Chartres aveva realizzato un compendio di diritto canonico in tre libri; l'innovazione del lavoro di Graziano fu quella di aggiungere brevi commenti ai testi con l'obiettivo di chiarirne il significato e risolvere le contraddizioni; l'intento di Graziano è ben chiaro dal titolo originale dell'opera che fu Concordia discordantium canonum.[76]

Sebbene il decretum non fosse stato riconosciuto ufficialmente dalla Chiesa, esso contribuì enormemente alla redazione di nuovi testi giuridici, similmente a quello che avvenne con i glossatori di Bologna; grandi giuristi che contribuirono a questa "età classica del diritto canonico" furono, tra gli altri, Uguccione da Pisa e Giovanni Teutonico che realizzò una glossa al lavoro di Graziano che Bartolomeo da Brescia corresse e ampliò.[77]

Professioni giuridiche del Basso MedioevoModifica

 
Studenti di diritto raffigurati in un frammento dell'arca del giurista Giovanni da Legnano

Il bisogno di giuristi capaci di padroneggiare un diritto sempre più complesso dette l'impulso in Europa continentale alla nascita di centri di istruzioni sull'esperienza della scuola bolognese dei glossatori. Ben presto tali centri, costituiti da una comunità di allievi e professori, arriveranno a costituire una struttura giuridica ben definita che sarà il nucleo delle prime università medievali. Tali comunità, con un rettore al loro capo, riuscirono a garantirsi un'autonomia sempre maggiore che culminò in una giurisdizione autonoma sui propri appartenenti.[78] La didattica verteva sul Corpus iuris civilis che veniva affrontato in un corso di due anni che, tuttavia, per chi ambiva a un'istruzione superiore doveva essere ripetuto più volte. La durata complessiva non era prefissata, solitamente per una completa formazione in ambito di diritto civile lo studente doveva dedicare circa 7-8 anni, mentre per il diritto canonico erano sufficienti 6 anni. Alla fine del ciclo, il laureando faceva formale richiesta a un professore di sua scelta affinché potesse svolgere l'esame finale.[79] La lingua universale era il latino e ciò facilitava la migrazione tra sedi, anche molto distanti tra loro, di professori e studenti oltre a rendere più agevole la circolazione dei manoscritti su cui apprendere. Studenti e professori provenivano dalle più disparate classi sociali: accanto ai figli dei patrizi e della ricca borghesia, intraprendevano gli studi anche giovani provenienti da famiglie di modesta estrazione, certi che tali studi gli avrebbero consentito di raggiungere incarichi di prestigio magari al servizio di un comune o di un principe; gli studi giuridici rappresentarono, quindi, un valido strumento di mobilità sociale.[80]

 
Un atto notarile del 1390

Una delle professioni giuridiche più importanti del Basso Medioevo, soprattutto in Italia settentrionale, fu certamente quella del notaio.[81] Da circa la metà del XII secolo i rogiti notarili, in virtù della loro formalità e della sottoscrizione autografa del notaio, iniziarono ad avere valore probatorio offrendo piena prova di quanto asserito, soppiantando di fatto il ricorso alle dichiarazioni dei testimoni o alle ordalie. Solo l'impugnazione dell'atto per falso poteva metterlo in discussione.[82] Ciò rappresentò una svolta non di poco conto in quanto con l'atto scritto si sottraeva alla validità dei negozi privati i "rischi del tempo e le incertezze del procedimento probatorio" prolungandone la vita oltre quella dei notai e dei testimoni.[83] Inoltre i notai, chiamati a elaborare nuove soluzioni ai problemi che nascevano in una società sempre più votata al commercio, diedero vita a originali istituti giuridici che li resero protagonisti dello sviluppo economico del tempo.[84]

Se la figura del notaio ebbe un grande successo nei comuni italiani e della Francia meridionale, dove il potere centrale era maggiormente autoritario non venne concesso di lasciare a dei privati professionisti una tale prerogativa su funzioni pubbliche di tale portata e dunque se ne limitarono le funzioni. La Costituzioni di Melfi di Federico II di Svevia imponeva restrizioni nel numero e nei poteri dei notai; nel 1320 re Edoardo II d'Inghilterra arrivò a proibire del tutto il ruolo del notaio estromettendolo definitivamente dal sistema di common law.[85]

Sempre nell'Italia comunale, esistevano corporazioni, o meglio "collegi", che comprendevano giudici e avvocati. Le regole per farne parte erano descritte negli statuti cittadini in cui venivano definite anche le competenze tecniche necessarie e i metodi per accertarle. Anche il possesso della cittadinanza era un requisito, sempre più necessario, per entrare in tali collegi.[86]

Diritto nelle istituzioni temporaliModifica

 
Il Comune di Siena rappresentato come un sovrano assiso sul trono, nell'Allegoria del Buon Governo di Ambrogio Lorenzetti

Accanto ai codici giustinianei interpretati dai glossatori e alle nuove soluzioni elaborate dai giuristi, le profonde trasformazioni politiche che si realizzarono nei primi secoli del secondo millennio contaminarono enormemente lo sviluppo del diritto. Caso assai particolare riguardò l'Italia settentrionale dove, tra la fine dell'XI e gli inizi del XII secolo, nacque l'esperienza del comune medievale che poi si estese, seppur con forme diverse, anche in alcune regioni della Germania centro-meridionale, in Francia e nelle Fiandre. Ciò ebbe origine quando alcune città iniziarono a eleggere autonomamente i propri consoli, con mandato temporaneo, conferendogli alcuni poteri che erano prima in carico a conti, vescovi, giudici imperiali, come l'amministrazione della giustizia e la riscossione dei tributi. Dopo alcune lotte, nel 1183 con la pace di Costanza l'imperatore Federico Barbarossa concesse ai comuni italiani diverse autonomie, quali la giurisdizione sul loro territorio, la possibilità di battere moneta, di mantenere le proprie consuetudini, tuttavia senza riconoscere il potere legislativo mantenendo una, almeno teorica, subordinazione all'impero.[87]

La formazione, all'interno delle città, di fazioni in perenne lotta tra di loro, portò all'inizio del XIII secolo all'abbandono del sistema basato sui consoli a favore di un podestà chiamato dall'esterno nella speranza che una maggiore imparzialità facesse cessare i conflitti. Successivamente si arrivò a nominare anche un capitano del popolo per ottenere maggiori garanzie.[88] Nei comuni si viveva divisi nelle corporazioni delle arti e mestieri che riunivano i cittadini a secondo delle loro professioni; vi erano corporazioni di artigiani, di mercanti, ma anche di avvocati e notai. Le corporazioni svolgevano anche un'attività legislativa per regolare i propri appartenenti, spesso creando originali profili giuridici. Vi furono casi in cui alcune corporazioni arrivarono a ottenere il potere sulla città. Nel corso del XIV secolo l'ordinamento comunale andò in crisi venendo soppiantato dalle signorie, in cui il controllo sulla città non era più in mano a cariche temporanee ma a un unico potente locale con autorità legislativa estesa fino all'emendamento degli statuti cittadini.[89]

 
L'imperatore Federico II di Svevia accentrò il potere, un'esperienza giuridica diversa da quella vissuta dai comuni medievali dell'Italia settentrionale

Diversa fu l'esperienza in altre zone d'Europa dove invece iniziò il processo di formazione degli Stati nazionali. In Italia meridionale i Normanni, giunti poco dopo il 1000, importarono il sistema feudale ma garantendo una forte concentrazione del potere nella figura del re che arrivò a un dominio praticamente assoluto con il regno di Federico II di Svevia e l'emanazione delle Costituzioni di Melfi del 1231.[90] Nella penisola iberica il panorama giuridico-istituzionale appariva assai variegato per via dei diversi regni che la componevano. Da rilevare il fallito tentativo messo in atto da re Alfonso X di Castiglia verso la metà del 1200 di imporre delle leggi sui fueros locali.[91]

Grazie a Filippo Augusto nel Regno di Francia la dinastia capetingia andò ad assumere un potere che non aveva all'epoca uguali nell'Europa continentale. Qui si affermò il principio per il quale il re aveva l'autorità di emettere ordinanze che fossero valide sull'intero regno, senza la necessità che i vassalli dessero il proprio assenso, a patto che queste fossero conformi alle regole e votate al bene comune. Nella metà del Duecento nacque come tribunale di ultima istanza il parlamento di Parigi sulle cui sentenze non ci si poteva appellare nemmeno al re. La giustizia locale veniva amministrata da siniscalchi e balivi di nomina regia; dal XIV secolo iniziò a operare la corte dei conti con funzioni di controllo sulle finanze dello Stato. Le sempre maggiori competenze del potere centrale fecero sorgere strutture amministrative dedicate agli affari fiscali, monetari, giudiziari... e gli appartenenti dovevano essere in possesso di particolari competenze, dando così impulso agli studi giuridici come mezzo di promozione sociale.[92] Singolare il caso di alcune vallate della Svizzera in cui, con il patto eterno confederale del 1291, le popolazioni decisero di associarsi in una confederazione affinché non dovessero sottostare al dominio degli Asburgo.[93]

Alcuni diritti singolari tipiciModifica

 
Mercanti di stoffe in una miniatura del XV secolo. Mercanti e notai dettero vita a nuovi istituti giuridici volti a regolare il dinamico mondo commerciale medievale in cui la rigidità del diritto romano non appariva più efficace

Il sistema politico tipico del Medioevo fu quello feudale, regolato perlopiù da consuetudini diverse da luogo a luogo. Nel XII secolo, il giudice milanese Oberto Dall'Orto scrisse due lettere in cui illustrava alcuni fondamenti del diritto applicato ai feudi, riempiendo così una lacuna nella scienza giuridica del tempo, tanto che il suo lavoro iniziò a essere inserito nei libri del Corpus iuris civilis come appendice alle Novellae Constitutiones. La conseguente enorme circolazione fece diventare le consuetudines feudorum di Dall'Orto il testo base per lo studio del diritto feudale in Europa su cui molti giuristi, tra cui Pillio da Medicina, elaborarono glosse e commentari.[94]

Una delle caratteristiche del diritto medievale era di applicare diverse normative a seconda del ceto sociale del soggetto; vi erano inoltre specificità per alcune categorie come per le donne, per gli ebrei e per il clero regolare e secolare. Come ceto, quello degli schiavi apparteneva oramai all'antichità, ma la servitù della gleba era frequente sebbene fosse regolata da forme contrattuali che legavano il contraente, e talvolta gli eredi, a vita. Ma la figura giuridica più frequente fu il colono, un contadino libero che lavorava la terra altrui secondo un preciso contratto agrario che prevedeva obblighi e doveri. Solitamente il colono riceveva la terra per un periodo di ventinove anni ed era tenuto a versare al proprietario un canone in denaro o in prodotti. Particolare fu il contratto di mezzadria, sviluppatosi in Toscana e poi diffusosi in tutta Europa, prevedeva che la metà dei prodotti di un fondo spettassero al lavoratore e metà al proprietario. Per quanto riguarda i diritti sulle terre comuni (come prati, boschi, corsi d'acqua...) per lungo tempo ci si basò su antiche consuetudini; solo a partire dal XII secolo queste iniziarono a essere trascritte negli statuti cittadini.[95]

La dinamica vita economica e commerciale dei comuni dell'Italia dette vita a un nuovo diritto: il diritto commerciale. Istituti giuridici particolare e innovativi, come la lettera di cambio, la commenda, l'accomandita, l'assicurazione, il guarentigiato, furono il frutto di elaborazioni sviluppate da notai e commercianti per risolvere i problemi che si erano presentanti con lo sviluppo dell'attività commerciale e artigianale. Per venire incontro alle necessità di queste nuove attività, che necessitavano di rimedi semplici e veloci lontani dagli eccessivi formalismi del diritto romano, vennero definite procedure snellite basate spesso sul principio di equità. Inizialmente il diritto commerciale rimase circoscritto all'ambiente dove nacque ma dalla fine del XIV secolo iniziò a essere preso in considerazione anche dai giuristi accademici; celebre il primo trattato sistematico sulle assicurazioni, Tractatus de assecurationibus et sponsionibus mercatorum, pubblicato da Pedro de Santarém solamente agli inizi del XVI secolo. Ulteriore diritto frutto della società basso medievale fu quello della navigazione, sviluppato per regolare diverse situazioni come la disciplina a bordo delle navi, i poteri del capitano, le situazioni di naufragio o di avaria. Inizialmente consuetudinario, l'importanza che rivestiva per le repubbliche marinare fece si che ben presto venne messo per iscritto; tra i principali esempi le Tavole amalfitane dell'XI secolo, il Constitutum usus del 1160 emanato dalla Repubblica di Pisa, le disposizioni contenute nei Liber statutorum civitatis Ragusii e il Capitulare nauticum in uso nella Repubblica di Venezia a partire dal 1225. Una prima raccolta generale fu il Consolato del mare, redatto nel 1484, che, diffondendosi attraverso le rotte commerciali, soppiantò molte delle consuetudini locali imponendosi come fonte universale.[96][97]

Affermazione del diritto comuneModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Diritto comune e Scuola dei commentatori.

In Italia in particolare, a partire dal XII secolo, il diritto comune elaborato dai glossatori e dai professionisti formatisi nelle prime scuole di diritto iniziò a imporsi nella società senza, tra l'altro, che vi fossero state disposizioni ufficiali che lo recepivano. Ci si trovò, così, di fatto in una situazione in cui convivevano diversi diritti: ad esempio, nelle materie più complesse come obbligazioni, successioni e contratti si ricorreva agli elaborati istituti del diritto romano, mentre i rapporti famigliari erano ancora regolati dal più semplice diritto longobardo. Il diritto comune era comunque il diritto dotto, sia utilizzato per la formazione culturale dei giuristi, sia come criterio per l'interpretazione e la soluzione di eventuali lacune del diritto locale. Era anche un diritto scritto in un'epoca in cui le consuetudini erano ancora una fonte legislativa ampiamente utilizzata. Per la sua diffusione e sviluppo, il periodo che intercorre il 1100 e il 1250, è conosciuto per gli storici come l'età classica del diritto comune.[98][99]

Il periodo successivo, quello che va pressappoco da metà del XIII secolo al Trecento è invece quello in cui si afferma la presenza in Italia, e in parte anche in Europa, di un vero e proprio "sistema di diritto comune". Le glosse ai testi giuridici erano oramai diffusissime rappresentando un modello irrinunciabile per fare diritto; se nel Sud Italia il giurista Marino da Caramanico glossava il Liber Augustalis del Regno di Sicilia e Sebastiano Napodano faceva lo stesso riguardo alla consuetudini napoletane, nella Repubblica di Venezia il diritto comune regolava incontrastato i rapporti giuridici.[100] In questo periodo la figura professionale del giuristi conobbe un'affermazione che probabilmente ebbe uguali solo nell'antica Roma. I più celebri dottori di diritto erano "circondati da un alone di saggezza miticizzata", le loro elaborazioni dottrinali erano considerate una sorta di summa di sapienza e ragionevolezza, i loro servizi erano contesi dalle università e dalle autorità dei liberi comuni.[101]

 
Il celebrato giurista Bartolo da Sassoferrato, esponente della scuola giuridica dei commentatori (o postglossatori)

Il diritto comune, oramai diffuso e praticato dai giuristi più dotti, si trovò sempre più a dover competere e non a convivere con gli altri diritti territoriali emanati dal potere secolare. Solitamente gli statuti comunali prevedevano che le disposizioni ivi contenute venissero applicate letteralmente e che fossero la fonte primaria superiore alla consuetudine e al diritto comune; in taluni casi si imponeva a consoli e podestà di giurare sull'osservanza di tali testi. Nonostante ciò, sempre più spesso nella pratica i giuristi formatisi nelle università applicavano prioritariamente il diritto locale ma nella "forma che ledesse il meno possibile il patrimonio giuridico comune". Ciò portò anche a gravi contrasti che intercorrevano tra i professionisti del diritto che lamentavano la scarsa qualità della legislazione locale e i legislatori che invece accusavano i giuristi di "distruggere il diritto del luogo. Il politico Dino Compagni arrivò ad accusare i "maledetti giudici" colpevoli, a sua avviso, di interpretare a loro piacimento le leggi.[102][99]

Caso singolare si verificò a Venezia dove nel trecento il diritto comune, che nel secolo precedente aveva vissuto il periodo di maggior splendore, venne messo da parte in quanto considerato dalla mobilità mercantile troppo legato a Roma e al Sacro Romano Impero. I giudici della Serenissima Repubblica faranno, d'ora in avanti, affidamento prima alle leggi e alle consuetudini e, successivamente, all'equità e al prudente apprezzamento.[103]

Un analogo problema sorse nel rapporto tra diritto laico e diritto canonico. Nella teoria il tema era stato risolto da Accursio nella sua Magna glossa con il principio "né il papa nelle questioni secolari, né l’imperatore nelle questioni spirituali" (Ergo apparet quod nec papa intemporlaibus, nec imeprator in spirtualivis se debeat immiscere), ovvero che le questioni secolari e temporali dovevano essere regolate dal diritto laico, quelle spirituale dal diritto canonico. Tuttavia tale rigido e chiaro confine, che si rifaceva alla teoria di papa Gelasio I, nella pratica appariva più sfumato, soprattutto nel campo dei reati. Non pochi furono i giuristi, come Cino da Pistoia, che accusavano i canonisti di un'eccessiva dilatazione della loro giurisdizione indicando che alla Chiesa spettava solo il giudizio sui crimini che direttamente coinvolgevano la religione, come l'eresia, e non tutti gli altri sulla sola base che fossero la conseguenza di un peccato.[104]

L'amministrazione della giustiziaModifica

 
Miniatura del 1290-1310 con raffigurati tre uomini a processo

Agli inizi del Basso Medioevo, ovvero fino alla fine dell'XI secolo e oltre, l'amministrazione della giustizia appariva ancora attanagliata da incertezze procedurali, mancanza di istituzioni adeguate e persistenza di antiche consuetudini di cui si avvertiva la necessità di superarle, come il frequente ricorso all'ordalia e al duello giudiziario. Osservando un tale contesto non è difficile capire perché gli studiosi di diritto nutrissero un grande interesse verso le problematiche riguardanti il processo.[105] Nonostante gli sforzi di glossatori e giuristi, la riscoperta del diritto processuale romano avvenne con diffcioltà e lentezza; agli inizi del XII secolo i placiti con la partecipazione dell'autorità pubblica erano ancora rari mentre era ben più facile incorrere in una giustizia arbitraria amministrata da corti presiedute da vescovi e consoli. Tuttavia, a partire dagli anni 1240, quest'ultimi iniziarono a essere affiancati da giuristi dotti (sapientes) che fornivano un loro parere (consilium) non vincolante ma spesso tenuto in debita considerazione; dieci anni prima, a Venezia, già erano stati esclusi gli ecclesiastici dal processo, mentre nella Repubblica di Pisa iniziavano a essere predisposte leggi complesse che regolavano i procedimenti nei quali le testimonianze avevano maggior peso del duello giudiziario. Altrove, comunque, persistevano i processi tenuti sulla base del diritto longobardo-franco.[106]

Diversità sostanziali si riscontravano tra le corti di diritto canonico e quelle laiche. Nelle prime, il processo romano canonistico si diffuse più velocemente, aiutato dal vasto e uniforme apparato ecclesiastico europeo. A cavallo tra XI e XII secolo, il processo canonico si trasformò da pubblico e svolto in forma orale a scritto, fondato su prove documentali e testimoniali, e con la partecipazione di giuristi dotti formatisi nelle università. Nonostante ciò, ci volle parecchio tempo perché l'ordalia venisse abbandonata: se il canonico Stefano di Tournai alla fine del XII secolo le ammetteva solo per l'imputato che si dichiarasse innocente nel caso di un crimine manifesto, il suo contemporaneo Uguccione da Pisa si dichiarava apertamente contrario; nel 1215 il concilio Lateranense IV proibì definitivamente la partecipazione del clero alle ordalie e ai duelli giudiziari.[107] Soltanto la tortura come mezzo di prova, ben presente nel diritto romano, non si riuscì ad abbandonarla persistendo fino all'età moderna nonostante alcune voci contrarie che, tuttavia, riuscirono solo a imporre che fosse applicata solo quando non vi fossero altri elementi possibili di prova e senza lasciare segni permanenti sul corpo dell'indagato.[108]

 
Un combattimento giudiziario del 1409 ad Augusta

Il duello giudiziario persistette per molto tempo nelle corti laiche, arrivando in certi casi fino al Quattrocento. Tuttavia, la sempre maggior diffusione della figura del notaio, portò alla prevalenza del processo in forma scritta amministrato da giudici esperti. Nel comune medievale, infatti, era prassi che i podestà affidassero la giustizia a giudici formatisi nelle oramai diffuse università italiane e francesi di diritto.[109] Nel Trecento, nelle città più avanzate, la tecnica processuale era oramai alquanto raffinata, tanto che comparvero le prime perizie mediche a sostegno del dibattimento mentre i notai trascrivevano accuratamente tutte le fasi.[110]

Nonostante gli sforzi dei giuristi in senso contrario, il raffinamento del procedimento processuale ne aumentò anche la durata, rendendolo spesso inadeguato per le esigenze del ceto mercantile che abbisognava di soluzioni veloci lontane da rigidi formalismi tipici del processo comune. Pertanto nacquero soluzioni parallele come tribunali propri di alcune arti e corporazioni dove si escogitarono procedure per l'accertamento dei debiti e per la soddisfazione equa dei crediti in caso di fallimento, sia di privati sia di società.[111] A Venezia, a partire dal XIII secolo, si abbandonarono progressivamente i tribunali di diritto comune a favore del più flessibile Supremo Tribunale della Quarantia, un'assemblea di giudici non dotti che "risolvevano i casi con un occhio alla legge scritta e un altro alla saggezza consuetudinaria".[112] Il tribunale della Rota Romana, istituito nel 1331, è un altro tribunale particolare del tempo, l'unico medievale che soppravvive ancora al 2021, e che arrivò ineditamente a crearsi una propria giurisprudenza, cosa inaudita per il tempo.[113]

 
Corte di giustizia del 1409 presieduta da re Carlo VI di Francia

Riguardo all'esecuzione della pena, il patibolo e la mutilazione fisica erano le punizioni più comuni, in quanto si riteneva che fossero validi deterrenti, tuttavia quantità, talvolta ingenti, di denaro potevano spesso evitare anche le condanne più gravi, mentre ribannamenti e perdoni erano molto frequenti. Solamente in città si poteva ricorrere alla carcerazione in quanto vi erano le strutture e la possibilità di pagare i custodi mentre il sostentamento dei prigionieri era demandato alla pietà delle istituzioni caritatevoli.[114] Anche la messa al bando era una pena frequente con la quale il condannato, legalmente esposto ad atti di rappresaglia, era costretto a fuggire per trovare riparo altrove. Le frequenti faide tra famiglie consigliavano, sia nel processo penale sia in quello civile, di ricorrere alla stipula di tregue giurate e a paci giuridicamente vincolanti.[115] La mancanza di strutture e di forze di polizia in campagna fece si che si arrivasse a considerare tutta una comunità solidalmente e oggettivamente responsabile dei fatti commessi da un colpevole non conosciuto in modo da favorire la delazione. Un sindacus era obbligato a denunciare alle autorità cittadine i reati più gravi accaduti nel proprio circondario rurale, creando così un terreno fertile a gravi violazioni.[116]

Menzione a parte per la nascita all'inizio del Duecento del sistema inquisitorio in un mondo che prima di allora aveva conosciuto solo il sistema accusatorio che prevedeva un processo penale di confronto tra accusa e difesa in cui il giudice era solo un terzo che presiedeva la contesa. In occasione della repressione dei Catari venne infatti istituita l'inquisizione in cui all'autorità era data la possibilità di procedere contro il sospettato a prescindere dalla presenza di un'accusa formale da parte del danneggiato.[117]

Diritto nell'Inghilterra medievaleModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Inghilterra medievale.

Nel 1066 i Normanni guidati da Guglielmo I conquistarono l'Inghilterra ai danni degli Anglosassoni. I nuovi padroni dell'isola importarono il proprio diritto senza tuttavia cancellare del tutto quello già esistente; i due, entrambi di tipo consuetudinario e distanti dal diritto romano, si fusero insieme e dettero origine a un nuovo diritto oggi conosciuto come common law e che nei secoli influenzerà una buona parte dei sistemi giuridici del mondo. Pur avendo basi e principi diversi dal diritto continentale, detto di civil law, i due sistemi non mancheranno di interagire e influenzarsi a vicenda fino a oggi.[118]

Il sistema di Common lawModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Common law e Writ.
 
Miniatura raffigurante re Enrico II d'Inghilterra. Durante il regno di Enrico si assistette a un grande sviluppo del common law e del sistema dei writ grazie anche all'intervento del sovrano stesso

Agli esordi, il common law dei primi conquistatori normanni era basato soprattutto sul rapporto di vassallaggio tra il re, proprietario di tutte le terre, e i suoi sudditi, ai quali, in cambio della loro fedeltà, erano concessi i fondi e la loro tutela e sicurezza. Fondamentale fu la compilazione, ordinata da Guglielmo I, del Domesday Book nel 1086 circa, con il quale vennero censiti tutte le terre del Regno d'Inghilterra. La giustizia era amministrata in nome del re dagli sceriffi locali, nominati dallo stesso sovrano e sempre revocabili, ma nei casi in cui la controversia non veniva affrontata localmente o l'attore non ritenesse di aver avuto giustizia, questi poteva appellarsi a Londra alla curia regis, la corte del re. La costante crescita delle cause portate davanti alla curia regis dette vita a corti itineranti di giudici regi che si recavano nelle varie contee ad amministrare la giustizia senza che le parti dovessero recarsi nella capitale. La predominanza delle corti reali sulle corti locali di contea, dimostra una tendenza accentratrice verso la figura del re nel common law, al contrario dell'inclinazione centrifuga del sistema adottato nel feudalesimo continentale. Un'altra differenza con il civil law continentale è la rigida distinzione tra la giurisdizione regia e quella ecclesiastica, cosa che portò ai ben noti scontri tra Guglielmo e l'arcivescovo di Canterbury Anselmo d'Aosta.[119]

Il regno di Enrico II d'Inghilterra, sul trono dal 1154 sino al 1189, vide un grande sviluppo del diritto anche grazie al suo intervento personale. In primo luogo, si ebbe il rafforzamento del sistema dei writ, delle "azioni" che un litigante poteva ottenere dalla cancellerie reale nel caso non avesse avuto giustizia presso la corte del suo signore o dalla corte di contea amministrate dallo sceriffo. Il writ, rilasciato dietro pagamento, conteneva il rimedio alla contesa e la procedura che si doveva seguire.[120][121] Questo sistema contribuì sia ad accentrare sempre di più il potere nella corte regia e, quindi nel re, ma anche ad affermare il ruolo dei giudici che rilasciavano i wirit i quali, in breve tempo, dettero forma a una serie di decisioni che dalla fine del XII secolo alla metà di quello successivo arrivarono a costituire un complesso sistema giuridico. Il precoce e rapido sviluppo dei writ fece molto probabilmente in modo che in Inghilterra non arrivassero le influenze del diritto romano che si stava riscoprendo nelle università europee in quegli stessi anni, plasmando così l'ordinamento di common law basato sul ruolo eminente dei giudici e della loro creatività di decisioni e sentenze su casi specifici che andarono a cristallizzarsi in un complesso sistema di regole e principi. Il diritto di common law si sviluppò, quindi, come diritto giurisprudenziale di pratica, con un ruolo marginale della dottrina, dove non vi era distinzione tra pubblico e privato.[122]

 
La Court of King's Bench al lavoro, manoscritto miniato del 1460 circa

Con Enrico II si fecero anche "immensi passi avanti nella storia del diritto penale".[123] Innanzitutto, ricorrendo a una finzione giuridica si iniziò a ritenere che ogni atto criminale fosse da considerarsi come una "rottura della pace del re" e che di conseguenza fosse perseguibile davanti alla corte del re stesso.[124] Ciò darà origine, verso la metà del XIII secolo, al writ of trespass, una delle azioni più importanti dell'epoca; concesso inizialmente a chi avesse subito un abuso, presto i giudici iniziarono a utilizzarlo per offrire tutela per i danni causati da numerosi tipologie di illecito.[125]

La costante crescita della controversie presentate alla curia regis portò, durante il regno di Enrico II, alla sua ramificazione in tre corti con differenti compiti e prerogative: la Court of Common Pleas era chiamata a giudicare i casi tra privati che non riguardavano il re; la Court of Exchequer aveva giurisdizione su questioni fiscali, amministrative e finanziarie; la Court of King's Bench trattava i casi criminali, civili e feudali più rilevanti, spesso alla presenza del re. Inoltre, la Court of Exchequer (o corte del Cancelliere) iniziò ad occuparsi sempre di più di questioni di equity, un insieme di principi giuridici basati sul diritto naturale. Tale divisione in tre corti rimase invariata fino al Judicature Act del 1873 con il quale il Parlamento del Regno Unito riorganizzò il sistema giudiziale.[126][127]

Lo sviluppo del sistema del common law è noto grazie soprattutto al lascito di due importanti giuristi inglesi dell'epoca: Ranulf de Glanvill, gran giustiziere del regno, scrisse o supervisionò intorno al 1187 il Tractatus de legibus et consuetudinibus regni Angliae, un trattato pratico sulle forme di procedura della curia regis e sulla formazione dei primi writ che ben dimostra "i grandi passi compiuti nell'organizzazione di un sistema di diritto centralizzato nel corso del regno di Enrico II"; a Henry de Bracton si attribuisce il De legibus et consuetudinibus Angliae in cui si descrivono le fondamenta e i principi del common law oramai maturo, venne redatto intorno al 1250, derivandoli da un complesso di circa 500 decisioni giuridiche del tempo.[128][129]

Professionisti e giuratiModifica

La complessità del sistema giuridico che si stava formando e la necessità di seguire le cause presso le corti regie di Londra, rese necessaria la nascita di particolare figure di professionisti del diritto. In primo luogo gli attorneys, successivamente conosciuti come sollecitor, rappresentavano nel procedimento la parte attore, mentre la difesa del convenuto era affidata ai naratores (più avanti conosciuti anche come serjeants, almeno per una parte di loro) a cui era demandato anche il compito di illustrare la fattispecie all'inizio del dibattimento. Il dibattimento avveniva in francese giuridico ma il verbale veniva trascritto in lingua latina nei plea rolls. Una volta che i fatti venivano verbalizzati, la loro esposizione non era più modificabile a differenza di quanto avveniva durante il dibattimento. All'azione dell'attore, la parte convenuta aveva diverse possibilità: negare il fatto, negarne una parte, confermarlo ma aggiungendo particolari che ne modificavano il significato, confermarlo ma argomentare la sua conformità al diritto. Nell'ultimo caso, il giudice era chiamato a dirimere la questione ma nei primi tre era demandato soprattutto alla giuria il compito di decidere tra le due versioni.[130]

Nonostante vi siano alcuni esempi della metà del XII secolo di insegnamento del diritto romano all'università di Oxford da parte del giurista Vacario, nel sistema di common law la formazione giuridica fu molto diversa da quella adottata sul continente. Nel Regno d'Inghilterra, infatti, sollecitor e serjeants non si formavano presso le università ma con l'esperienza accumulata nella frequentazione delle corti centrali seguiti da lettori particolarmente esperti. Nel loro percorso di formazione, i praticanti svolgevano simulazioni dei processi in cui si addestravano al dibattimento e partecipavano ai giudizi prendendo appunti. Una volta che i narratores terminavano la propria formazione, entravano a far parte di una delle Inn of court quattro delle quali, Lincoln's Inn, Gray's Inn, Inner Temple e Middle Temple, sopravvivono ancora oggi agli inizi del XXI secolo. Tra i serjeants il sovrano, poi, sceglieva quelli che avrebbero poi svolto le funzioni di giudice delle corti centrali.[131][132]

Fin dal principio la giuria popolare rivestì un ruolo di protagonista nel sistema di common law. A partire dal XII secolo, per difendersi in una controversia immobiliare, al convenuto era data la facoltà di ricorrere, al posto delle tradizionali prove ordaliche, alla "grande assise", composta da dodici cavalieri, che giudicassero il suo caso. Nell'era di Enrico II d'Inghilterra i giudici potevano concedere un writ mediante il quale uno sceriffo era tenuto a convocare dodici uomini del luogo affinché attestassero la legittimità di uno spoglio fondiario nel caso di ricorso. Sempre con re Enrico venne concesso all'accusato di un delitto di potersi difendere con la testimonianza di dodici vicini invece che con il duello giudiziario; tale scelta divenne quella abituale dopo che con il Concilio Lateranense IV si vietò il duello. Per la sentenza non era, tuttavia, necessaria l'unanimità dei giurati, in quanto la decisione finale spettava al giudice.[133][134]

La Magna CartaModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Magna Carta.
 
Una delle sole quattro copie conformi della Magna Carta del testo del 1215 sopravvissute

Approfittando di una crisi nel potere regio, nel 1215 i baroni inglesi riuscirono a costringere l'impopolare re Giovanni d'Inghilterra (detto "Senzaterra") a rilasciare un documento, conosciuto come Magna Carta Libertatum (dal latino medievale, "Grande Carta delle libertà"), in cui venivano concessi una serie di poteri e diritti. La Magna Carta successivamente sarà modificata più volte fino alla redazione definitiva del 1225. Tra le diverse concessioni previste, si fa menzione della libertà della Chiesa inglese, della città di Londra, si riconobbero alcuni poteri, anche giudiziari, dei signori sugli abitanti dei loro territori. Inoltre, si stabilì che nessun uomo libero potesse essere imprigionato, esiliato o privato dei suoi possedimenti, senza che vi fosse un regolare giudizio da parte dei suoi pari.[135]

La Magna Carta non rappresentò certamente una novità, un quanto non fu l'unico documento di questo tipo redatto in Europa in quell'epoca ma, a differenza di molti altri simili concessi nel continente, questa si mantenne viva e costantemente citata nei secoli successivi, tanto che il grande giurista dell'età elisabettiana Edward Coke la qualificò come "la fonte di tutte le leggi fondamentali del Regno".[135]

NoteModifica

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BibliografiaModifica

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