Discussione:Bagnacavallo

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Sull'ammiraglio Longanesi CattaniModifica

Mi sono permesso di aggiungere tra le personalità legate a bagnacavallo quella di mio nonno, Luigi Angelo Longanesi Cattani, è realmente un eroe di guerra e spero che possiate tenere questa mia piccola modifica.

Giuseppe Tarantini Questo commento senza la firma utente è stato inserito da 94.37.40.139 (discussioni · contributi) 02:47, 8 set 2009 (CEST).

Bene. Lo puoi dimostrare? Sentruper (msg) 01:48, 13 set 2009 (CEST)

Bagnacavallo nel RisorgimentoModifica

Un utente ha voluto festeggiare il 150° dell'Unità d'Italiaa modo suo. Lo ringrazio, ovviamente, ed inserisco il suo contributo in questa pagina per i necessari lavori di sistematizzazione. Sentruper (msg) 21:23, 2 dic 2011 (CET)

Il contributo della città al Risorgimento

Il 14 giugno 1859 i liberali posero fine al governo pontificio nella nostra città formando una Giunta Provvisoria che aveva per programma la partecipazione alla Seconda guerra d’indipendenza sotto la guida del re Vittorio Emanuele II per ottenere l’indipendenza e l’unità d’Italia. In quei giorni un simile avvenimento accadeva nelle altre città della Romagna, cominciando da Bologna. Come si era giunti a ciò? Buona parte della nobiltà, della borghesia e del ceto artigianale voleva riforme, voleva contare di più in uno stato retto ed amministrato dal clero. Considerato che il papa non voleva, o non poteva, attuare la minima riforma temendo che si ripetesse quello che era avvenuto dieci anni prima, questi liberali moderati, come gran parte dei repubblicani di Mazzini, guardavano al Piemonte di Cavour che rappresentava la modernità, il collegamento verso la parte più progredita dell’Europa, con le ferrovie, le fabbriche nate dalla recente rivoluzione industriale. Il Regno di Sardegna aveva anche lo Statuto albertino che, in un’Italia retta da sovrani assoluti, costituiva l’unica carta costituzionale che trasformava i sudditi in cittadini accogliendo, anche se l’applicazione era in forma parziale, i principi liberali. La strada per arrivare a contare qualcosa come cittadini era stata lunga e dolorosa. Sappiamo che a Bagnacavallo diversi erano gli affiliati alla carboneria (circa 40) nella seconda decade dell’800. Ricordiamo Battista Vaccolini: la polizia pontificia di lui scriveva che era Carbonaro e che nel 1815 aveva incontrato Gioacchino Murat, re di Napoli, per una misteriosa «missione di setta». Già nel 1831 i bagnacavallesi e gli altri romagnoli si erano battuti per la libertà ed i diritti costituzionali.. Tra gli altri il botanico Pietro Bubani e Giulio Graziani, che tenne i contatti col “Governo delle Province Unite italiane” che aveva sede a Bologna. Anche a Bagnacavalo si era costituita la Guardia civica armando i cittadini, sotto il comando di Tommaso Graziani, ex-ufficiale napoleonico. Purtroppo l’intervento dell’esercito austriaco riportò le cose allo stato precedente. L’anno seguente vi furono altre agitazioni per ottenere riforme: i comuni della Bassa Romagna, che erano governati da Ferrara, chiesero di passare sotto Ravenna, città più vicina e facilmente raggiungibile. L’intervento dell’Austria e dell’esercito papale pose fine a questa nuova sollevazione e molti liberali dovettero andare in esilio all’estero per evitare la galera. In seguito si diffonde in Romagna la “Giovine Italia” di Giuseppe Mazzini che ritiene che “il secolo sia dei nati nel secolo”, a Bagnacavallo troviamo una ventina di aderenti. Francesco Berti fu coi fratelli Bandiera nel 1844 nel tentativo di sollevare la Calabria. Già militare napoleonico, aveva perso un occhio nella battaglia di Lipsia nel 1813. I patrioti, tra i quali il lughese Giacomo Rocca, furono catturati nella Sila e fucilati nel Vallone di Rovito, presso Cosenza. A quanto si dice morirono gridando “Viva l’Italia”. Nel 1845 Luigi Carlo Farini scrisse una richiesta di riforme, riforme moderate, moderatissime, come l’amnistia per i condannati politici, codici civili e penali sul modello degli altri stati d’Europa, processi davanti ai tribunali ordinari per i reati politici e consigli municipali elettivi. Inoltre si chiedeva che gli impieghi statali fossero riservati ai laici, anche l’istruzione doveva essere sottratta al clero, al quale rimaneva l’educazione religiosa. Il Tribunale del Sant’Uffizio (l’Inquisizione) doveva aver competenza solo sugli ecclesiastici. Il programma fu fatto proprio da gruppi di congiurati a Rimini, Faenza e Bagnacavallo. Questi ultimi erano guidati da Pietro Beltrami, che aveva ai suoi ordini una sessantina di elementi, tra i quali 40 bagnacavallesi. La banda Beltrami, unitamente ai faentini guidati da Raffaele Pasi, si era battuta contro i papalini alle Balze di Scavignano, nei pressi di Modigliana, al confine con la Toscana, dove muore Paolo Camorani. I romagnoli erano riparati nel Granducato per poi andar esuli in Francia. Lo scontro delle Balze fu giudicato dallo stesso D'Azeglio “segno infallibile delle condizioni gravissime dello Stato e dell'intera nazione”, più tardi dall'Oriani “un tentativo” che pur rimanendo “povero nel risultato rivelò lo stato della coscienza. Dopo il moto vi fu a Roma un incontro tra due bagnacavallesi. Monsignor Lorenzo Randi scrive al padre (29 ottobre) di aver avuto un incontro con il cardinale Orioli, il quale: “mi parlò delle cose presenti; a quel che sembra egli era pienamente informato dell'accaduto e di ogni particolarità; si lagnava molto dell'indolenza del Governatore [che il Massaroli definisce ingenuo perché non si era reso conto della gravità dei fatti] ed insieme della cattiva condotta di tutte le autorità e specialmente del Folicaldi [Paolo Folicaldi, il gonfaloniere in carica]. Il certo si é che il Governatore ha ricevuto dal Secretario di Stato lettere molto risentite che riprendevano sulla sua condotta […]. Infine egli proferì queste parole: "Vedo che nel mio paese poche sono le persone che gradiscono e ben disposte verso il governo, togliete vostro padre e Bubani [Antonio, padre di Francesco e di Pietro, ambedue liberali] e tutti gli altri sono della medesima specie”. Solo l’anno seguente, in seguito all’amnistia concessa dal nuovo pontefice Pio IX poterono ritornare alle loro case. L’elezione di questo papa, che ben conosceva la situazione delle Romagna per esser stato vescovo di Imola, aveva portato forti speranze di rinnovamento. Le riforme non tardarono, come la costituzione della Guardia Civica, formata dai ceti urbani, per la tutela dell’ordine pubblico. Era chiaro a tutti che senza la cacciata dell’Austria dall’Italia non si potevano ottenere ampie riforme o l’indipendenza, concepita anche in forma federale con a capo lo stesso pontefice Pio IX. E’ quello che succede nel 1848. Dopo le Cinque giornate di Milano e la dichiarazione di guerra all’impero asburgico da parte del re Carlo Alberto, i volontari romagnoli passano il Po per combattere nel Veneto - non pochi i bagnacavallesi, inquadrati nel Battaglione del Senio - nonostante che il pontefice abbia dichiarato l’impossibilità di fare guerra ad una potenza cattolica. L’esito delle operazioni militari sarà infausto per l’esercito regio e per i volontari che al Monte Berico di Vicenza fronteggeranno l’esercito austriaco, in quel momento il migliore d’Europa. Nel corso della guerra perdono la vita Luigi Berardi in Lombardia, Guglielmo Pani a Mestre e Tommaso Marchetti nella battaglia di Curtatone. La delusione tra questi volontari, disordinatamente rifluiti in Romagna, è grande. A riaccendere gli animi ci pensa un bizzarro personaggio che negli ultimi mesi di quell’anno memorabile attraversa le nostre province diretto a Roma: è Giuseppe Garibaldi. Si presenta vestito in modo strano, con il poncio, un cappello piumato, ed attorniato da altri personaggi vestiti come lui, addirittura è accompagnato da un uomo di colore, tal Aguyar, detto il moro di Garibaldi. Quest’ultimo eccita la curiosità di chi lo vede, col colore scuro della pelle, i denti bianchissimi, l’alta statura e la lancia con una banderuola che tiene in mano. Garibaldi diviene un mito vivente per i giovani, che lo seguono a frotte, e non pochi da Bagnacavallo. Sono quelli nati tra il 1815 e il 1830, sono giovani orientati verso il repubblicanesimo, saranno con lui nella difesa di Roma, caduta la Repubblica romana alcuni lo seguiranno nel tentativo di giungere a Venezia che ancora resiste. Ritorniamo al novembre 1848: dopo la fuga del papa a Gaeta si costituiscono nelle città romagnole i circoli democratici che il mese seguente si riuniscono a Forlì, Bagnacavallo è rappresentata da Francesco Bubani, proponendo la costituzione di un governo provvisorio con lo scopo di indire le elezioni, a suffragio universale, della Costituente. Questa Costituente proclama il 9 febbraio 1849 la Repubblica Romana. Notevole il contributo dei bagnacavallesi: Pietro Beltrami è eletto alla Costituente, poi insieme a Giacomo Pescantini, lughese, anch’egli membro della Costituente, è incaricato di una missione diplomatica a Parigi. Oreste Biancoli e Francesco Bubani sono nominati presidi, l’equivalente del nostro prefetto, rispettivamente a Bologna e a Fermo. I volontari bagnacavallesi non furono secondi a nessuno alla difesa di Roma, attaccata dall’esercito francese del “parvenu” Luigi Napoleone, il futuro Napoleone III, od accorsero in soccorso a Bologna e ad Ancona, accerchiate dalle truppe austriache, che in Romagna si erano lasciate andare a violenze. Sotto le mura di Roma caddero i garibaldini Guglielmo Morelli, a Villa Corsini, Giacomo Savorini e Vincenzo Caletti, quest’ultimo di Traversara Risultano tra i combattenti anche Lodovico Longanesi, “sergente sotto Garibaldi” e Claudio Tamburini. La reazione austro-pontificia proseguì nell’anno successivo, non pochi i condannati a lunghe detenzioni, come Francesco Bubani, arrestato nel 1849 e graziato solo nel 1855. Altri dovettero partire per l’esilio all’estero o in Piemonte, unico stato italiano che non aveva abolito la carta costituzionale. Naturalmente non si parla più di riforme nello Stato pontificio, dove l’Austria mantiene presidi militari in tutti i centri abitati: i soldati croati seminano il terrore bastonando cittadini inermi ed i tribunali militari, il cosiddetto “giudizio statario”, mandano davanti al plotone d’esecuzione i sospetti di banditismo, ma anche i sospetti politici, i settari. Sono gli anni in cui Stefano Pelloni, il Passatore, con la sua banda infesta la Romagna tenendo in scacco due polizie, la pontificia e l’austriaca. Nei primi anni del decennio successivo i tribunali pontifici non sono da meno: quattro popolani Paolo Bedeschi, detto Iona, Marco Fabbri, Antonio Mirri ed Adamo Sisti furono condannati a morte, pena poi mutata nella “galera perpetua”. Fabbri fu graziato e liberato nel 1864, mentre Mirri, in un tentativo di fuga, messo in atto insieme al lughese Antonio Bedeschi, nel Forte di Paliano, carcere durissimo, fu ferito a morte. Il conte Filippo Folicaldi, bagnacavallese, Delegato apostolico di Ferrara, fu l’anima nera di questa reazione, nel 1853 in combutta con l’Austria fece fucilare tre mazziniani ferraresi. Il viaggio del papa nelle Legazioni romagnole nell’estate del 1857 non fu foriero di novità, né di riforme, anche se l’aspettativa nelle nostre città era notevole. Pio IX fu due volte a Bagnacavallo, ospite dei Folicaldi nel palazzo dell’attuale Via Mazzini. Ormai lo stato del papa era in fase calante, soprattutto nelle nostre contrade, la crisi del 1849 aveva mostrato tutta la debolezza di questo residuo del Medio Evo, incapace di badare alla propria stabilità interna e che necessitava di due stampelle per stare in piedi, l’Austria e la Francia, le quali impedivano al Santo padre di svolgere pienamente la propria alta funzione. I liberali, anche i più moderati, dopo l’ennesima delusione del 1857, forse la più sofferta, perché segno della cecità politica dell’uomo forte che stava dietro al papa, il cardinale Antonelli, si volgono verso il Piemonte. Lo stesso fanno, e nei medesimi momenti, diversi mazziniani, dopo il fallimento dei moti di quegli anni. Ormai l’Italia si può fare solo in una maniera, per mezzo di casa Savoia e con l’aiuto di quel Napoleone III. Nella primavera del 1859 molti romagnoli, indirizzati dalla Società nazionale, si recano in Piemonte passando attraverso la Toscana per militare sotto la bandiera tricolore nelle file dell’esercito regio o in quelle dei Cacciatori delle Alpi di Garibaldi. Dopo la sconfitta di Magenta (4 giugno) l’Austria deve richiamare le proprie truppe oltre il Po, cosicché i Legati pontifici si vedono costretti ad abbandonare le loro sedi, non avendo più l’appoggio delle armi straniere. I liberali alzano la bandiera tricolore e prendono il potere, il tutto pacificamente, senza spargimenti di sangue. Bologna il 12 giugno costituisce una Giunta Provvisoria di Governo, il 13 Ravenna e Lugo la imitano, il 14 è la volta di Bagnacavallo. L’Europa col fiato sospeso non può far altro che constatare che la calda Romagna, la terra delle vendette politiche, è pacifica e tranquilla e marcia spedita verso il proprio futuro. Il 24 giugno, nel corso della battaglia di S. Martino, alla Madonna della Scoperta, muore Giuseppe Martini, avvocato, arruolatosi nei Granatieri di Sardegna. “Colpito da una scheggia di mitraglia in pieno petto”, scrive il Tallandini. Dopo l’armistizio di Villafranca i volontari ritornano in Romagna, ma subito sono chiamati ad un altro compito: difendere la propria terra da un possibile ritorno delle truppe papaline. Si costituisce una lega militare tra ex Ducati, Romagna e Toscana con a capo dell’esercito Manfredo Fanti, vice comandante Garibaldi, che nel settembre passa per Bagnacavallo. Il giorno 23 settembre (e non il 22) Garibaldi lascia Ravenna e passando per Bagnacavallo, Lugo, Massa Lombarda e Medicina si reca a Bologna. In ogni paese vi furono discorsi dai balconi delle residenze comunali e rinfreschi. Speranza von Schwartz, al seguito di Garibaldi, scrive che vi fu “un susseguirsi di omaggi che toccò quasi il delirio. A Bagnacavallo, a Lugo, a Massa Lombarda e a Medicina queste dimostrazioni raggiunsero il loro apogeo”. Il quel periodo l’Eroe lancia un proclama agli italiani indicendo una sottoscrizione per acquistare un milione di fucili allo scopo di costituire la nazione armata, cioè un esercito di popolo: Garibaldi è contrario agli eserciti professionisti, di caserma. Bagnacavallo concorre attivamente, il comune offre lire 500. I volontari romagnoli sono concentrati a Cattolica per difendere il confine meridionale in previsione di un attacco dei pontifici, che hanno ripreso Perugia, commettendo massacri, ed Ancona. Garibaldi vorrebbe invadere le Marche, solo l’intervento di re Vittorio Emanuele evita l’azione che potrebbe avere conseguenze negative per le province romagnole, dando adito ad un intervento austriaco. Intanto in paese per soccorrere le famiglie degli uomini in armi si costituisce un’associazione, da questo sodalizio si svilupperà la Società di Mutuo Soccorso; il diritto di associazione è previsto dallo Statuto albertino, mentre lo Stato pontificio non permetteva queste libertà. Il 4 ottobre si insedia dopo libere elezioni la nuova Magistratura: è eletto gonfaloniere il conte Bernardino Zorli, anziani Agostino Capra, Francesco Deggiovanni, Giuseppe Ercolani e Girolamo Tallandini. L’anno seguente ventiquattro bagnacavallesi raggiungono Garibaldi in Sicilia: non sono con i Mille, in quanto in quei giorni sono ancora impegnati a difendere il confine con le Marche, ma fanno parte delle spedizioni successive, come quella di Medici, che danno man forte al generale e combattono a Milazzo o al Volturno. Da questo momento il mito del nizzardo non conosce limiti, Garibaldi diviene l’idolo dei giovani, convinti che quando egli si muove insieme al popolo tutto sia possibile, ed il fenomeno del garibaldinismo dilaga. Bagnacavallo – come il resto della Romagna – conosce una terza generazione di garibaldini, quella dei “nati troppo tardi” per fare l’Italia, ma pronti a completare l’unità nazionale. I volontari sono in Trentino indossando la camicia rossa nella Terza guerra d’Indipendenza, 1866, e l’anno seguente rispondono alla chiamata del loro Duce per dare Roma all’Italia. Roma purtroppo non si sollevò contro il papa anche per merito di un bagnacavallese, Mons. Lorenzo Randi, ministro di polizia e governatore dell’Urbe, che riuscì ad impedire qualsiasi tentativo insurrezionale. Ricordiamo tra questi volontari il diciottenne Vittore Lugaresi che in seguito volle eternare la sua fede garibaldina nella tomba nel Cimitero comunale. La delusione della guerra del 1866 e del tentativo di prendere Roma, conclusosi con la sconfitta di Mentana - dove cade Giovanni Sintoni - generano nei garibaldini un sentimento di rifiuto verso la classe dirigente che ha fatto il Risorgimento nazionale. Di conseguenza molti di questi reduci aderiranno al mazzinianesimo intransigente o al socialismo internazionalista. Costoro, pur avendo condiviso i valori del Risorgimento, si sentono in certo qual modo stranieri in patria, sono quelli che con Garibaldi dicono “ben altra Italia io sognavo”.

Sono tre anni dopo, nel 1870, Roma potrà divenire capitale d’Italia. Tra i caduti del 20 settembre, giorno della presa della città, vittime della resistenza “formale” pontificia, i bagnacavallesi Pio Marabini e Giuseppe Romagnoli, arruolati nell’esercito italiano.

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