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Indice

Unità di misuraModifica

Non andrebbero separate con uno spazio dal numero ? --Moroboshi 20:18, ott 21, 2005 (CEST)

Elicotteri nella I guerra mondiale?Modifica

Al punto 1.4 La Marina nella Grande Guerra ho letto che Furono infatti utilizzati (...) oltre agli aerei (...) anche idrovolanti (...) ed elicotteri, si tratta per caso di una svista? da quel che ne so io il primo vero elicottero di serie è stato prodotto nel 1936, in effetti trovo assai improbabile che la Regia Marina avesse a disposizione degli elicotteri nel 1918, e non ho trovato riscontro del dato da nessuna altra parte. --piero tasso 11:32, 13 dic 2005 (CET)

Probabilmente un refuso (gli elicotteri furono sicuramente utilizzati, ma più tardi). Nel dubbio ho comunque modificato la pagina. Grazie della segnalazione. -- Pap3rinik (..chiedi ad Archimede) 12:26, 13 dic 2005 (CET)
  • I primi a mettere elicotteri sulle navi sono stati i tedeschi durante la SECONDA guerra mondiale Utente:picard_bs


Una richiesta di precisazioneModifica

Nello spirito di wikipedia, cioè contribuire per quel che si conosce, al miglioramento di una voce, avevo apportato alcune correzioni di termini impropri. Vedo però che è stata ripristinata la versione precedente. Ora, non è mia abitudine polemizzare nè tantomeno ora andrò a modificare la modifica, ma vorrei solo far presente che:

- Se una Marina viene aggettivata "borbonica" si va evidentemente a focalizzare l'attenzione sulla Dinastia in quel momento regnante. Per omogeneità, dovremmo allora definire "sabauda" la marina sarda, "lorenese" quella toscana, "asburgica" quella veneta, non vi pare ?


- Lo Stato preunitario della Marina borbonica (per usare la terminologia qui adottata) si chiamava Due Sicilie, il Regno di Napoli è denominazione del Sud continentale antecedente il Congresso di Vienna dove peraltro fu ufficializzato un termine, "Due Sicilie", di antichissimo uso nei due regni uniti meridionali.


- La denominazione ufficiale di quella Marina, comprovata da atti, stampe, testi di uniformologia (fra tutti, lo Zezon "Tipi Militari de' differenti Corpi che compongono il Real Esercito e l'Armata di mare di S.M.il Re delle Due Sicilie", Napoli 1857, di cui esiste una splendida ristampa anastatica ed. Fausto Fiorentino in 1000 esemplari) è, per l'appunto Real Marina ma veniva usato prevalentemente l'altro termine, Armata di Mare, in quanto Real Marina era anche la denominazione del Reggimento di Fanteria di Marina.


Come notazione di colore, la nostra attuale Marina Militare, in quanto erede delle Marine preunitarie (e,conseguentemente, anche delle denominazioni ufficiali) ha ceduto l'uso del termine Armata di Mare a una casa di confezioni.

Naturalmente, immagino che chi ha corretto ripristinando il testo precedente, avrà la cortesia di illustrarmi le sue ragioni e lo ringrazio in anticipo. --Emmeauerre 19:08, 4 feb 2007 (CET)

Salve! non sono chi ha ripristinato il testo, ma sono uno dei wikipediani che "supervisiona" le voci di "marineria militare". Nel merito della voce, credo che il ripristino alla versione borbonica nel nome, dipenda dal fatto che il termine "armata di mare" sia stato ceduto a terzi, e di conseguenza sul sito della marina e su quello della difesa, si parli generalmente di "marina borbonica" o di "marina delle Due Sicilie", senza specificare sulla denominazione usate negli atti ufficiali dell'epoca.
Comunque wikipedia conta una voce Real Marina del Regno delle Due Sicilie, e penso che si possa utilizzare proprio questo titolo per i richiami alla voce, eventualmente specificando (Armata di Mare) tra parentesi. Nell'eventuale attesa di uno sviluppo di discussione, opero la modifica e faccio puntare il link alla voce.--Il palazzo ^Posta Aerea^ 10:56, 5 feb 2007 (CET)

Ah, non avevo visto il resto!Modifica

Soluzione di continuità ? Avevo interpretato il testo nel senso che, benchè la nuova Marina si richiamasse alle tradizioni delle Repubbliche Marinare in realtà c'era un'interruzione temporale di una certa rilevanza, alcuni secoli. Poichè "soluzione di continuità" vuol dire "interruzione", "discontinuità" (soluzione deriva dal latino "solvo", "solutus"...) dire "non c'era soluzione di continuità" equivale a dire che esisteva un collegamento diretto e continuo, non soluto, fra quelle marine e la marina italiana.

Infine, mi appello a wikipediani appassionati di uniformi: esistono immagini (ne ho anch'io) di marinai sardi e napoletani prima del 1860, per i sardi l'uniforme è addirittura quella del 1848, per i napoletani ho quelle del Zezon, siamo nel 1854, bene, in entrambi i casi, sono muniti di fiocco nero. Del resto, avendo prestato servizio militare come Ufficiale di complemento so bene che mentre è ragione di vanto per un qualsiasi Corpo armato il ricordo di eroi ed atti eroici, se del caso anche con particolarità dell'abbigliamento, non altrettanto si può dire per una sconfitta che - come le tristi conseguenze per il Persano dimostrano - fu recepita come particolarmente avvilente e umiliante. --Emmeauerre 19:35, 4 feb 2007 (CET)

Ringrazio anche per questa segnalazione, ne ho approfittato per espandere il paragrafo specificando che si tratta di una "tradizione fatta risalire a..." e approfittando per specificare che già nelle marine pre-unitarie era d'uso il fiocco nero. --Il palazzo ^Posta Aerea^ 11:42, 5 feb 2007 (CET)


Non posso che ringraziare per gli interventi effettuati, aggiungo solo che non mi sono riferito alla voce specifica Real Marina... perchè sarebbe stato un "citarmi addosso...". Circa l'uso del termine "Armata di Mare" non credo che la sua cessione a terzi come marchio commerciale possa precluderne l'uso come voce enciclopedica (che, a differenza di articoli presenti in siti anche specializzati, deve necessariamente essere tal quale è stata). Naturalmente, colpa anche dell'età, non mi meraviglio più di niente, leggi nate storpie non sono una rarità e non posso escludere che anche in materia di copyright.....
--Emmeauerre 13:35, 5 feb 2007 (CET)
Solo una precisazione relativa al termine "Armata di Mare" nel mio intervento precedente, che rileggendo mi accorgo possa dare adito a fraintendimenti. In realtà volevo soltanto limitarmi a dire, che essendo diventato un marchio di moda, l'uso del termine nel suo antico significato si è andato via via perdendosi, in particolare su internet. Motivo per cui su un'enclopedia come la nostra in cui spesso si fa riferimento ad internet per operazioni di controllo, possa aver portato a fraintedere una modifica in cui non era stato specificato l'oggetto.
Comunque alla fine la "cosa" si è rilevata un vantaggio avendo avuto occasione per meglio collegare alcune voci^^ Buon lavoro! --Il palazzo ^Posta Aerea^ 13:53, 5 feb 2007 (CET)

Regno di Sardegna e Piemonte sabaudoModifica

Laddove si parla delle origini della Regia Marina, ho sostituito "sarda" con "sabauda", collegando la provvisoriamente la pagina non più alla voce Regno di Sardegna ma a quella Storia del Piemonte. Il problema fondamentale è che la voce Regno di Sardegna è attualmente del tutto sviante: nella storiografia, così come nel senso comune per "Regno di Sardegna" si intende normalmente lo stato pre-unitario del Piemonte sabaudo. Certo, i Savoia si fregiavano del titolo di re proprio in quanto possedevano la Sardegna, ma di fatto quest'ultima nell'ambito dello stato sabaudo era poco più che una colonia. Mi sembra ovvio che chi clicca sul rimando "marina sarda" si aspetti di trovarsi in una dimensione che ha a che fare con Cavour e i Savoia piuttosto che con i Catalani e gli Aragonesi! Esiste del resto una continuità sostanziale dello stto sabaudo (dal ducato al regno) che ha un peso storico ben maggiore della continuità formale, se non meramente linguistica, del Regno di Sardegna". Dato che al momento non esiste una voce autonoma relativa al stato sabaudo, pertanto ho collegato provvisoriamente il link alla voce Storia del Piemonte. Daviboz 14:48, 24 gen 2008 (CET)

Problema definitivamente risolto grazie alla suddivisione della voce Regno di Sardegna in due voci distinte: quella dedicata all'antico Regno di Sardegna (Regno di Sardegna (1324-1720)) e quella dedicata al Regno di Sardegna sabaudo o Regno di Piemonte-Sardegna (Regno di Sardegna (1720-1861). --Daviboz 03:53, 12 feb 2008 (CET)

TitoloModifica

Ma quella italiana ( = del Regno d'Italia) fu l'unica "Regia Marina"?

Non sarebbe il caso di specificare "Regia marina italiana"? --Archiegoodwinit (msg) 23:43, 6 set 2009 (CEST)

RevisioneModifica

Allo stato attuale la voce è in parte cospicua un elenco di navi, senza cenni storici sufficienti e soprattutto senza note. Poichè sono state create due voci ancillari che listano le navi in servizio nelle due guerre mondiali, sarebbe utile aggiungere una parte storica e scoprorare definitivamente gli elenchi. --Pigr8 ...libertà é partecipazione! 12:39, 20 ott 2010 (CEST)

A propositoModifica

riporto qui una parte di testo che per ora non ha una collocazione ben precisa:--Riottoso? 22:17, 3 nov 2010 (CET)

Tra gli avvenimenti che coinvolsero la Regia Marina nelle due ultime decadi del XIX secolo, nonché negli anni che vanno dell'inizio del XX secolo fino allo scoppio della prima guerra mondiale, sono da ricordare in particolar modo:

  • Nel 1880 e nel 1882 l'entrata in servizio delle corazzate Duilio e Dandolo, progettate da Benedetto Brin, all'epoca tra le più potenti navi da battaglia del mondo;
  • La partecipazione, nel 1885 alla presa di Massaua ed alla fondazione della Colonia Eritrea;
  • Nel 1885 e nel 1887 l'entrata in servizio delle corazzate Italia e Lepanto, due veri gioielli dell'ingegneria navale, anche queste su progetto del Brin, le prime a sviluppare il concetto che porterà agli incrociatori da battaglia;
  • La circumnavigazione del globo effettuata da parte della "pirocorvetta" Magenta nel 1896;
  • Gli esperimenti compiuti, a partire dal 1897, da Guglielmo Marconi per lo sviluppo delle comunicazioni via radio svolti a bordo di navi della Regia Marina.
  • L'intervento a supporto delle truppe a difesa delle Legazioni occidentali a Pechino durante la rivolta dei Boxer del 1900 (uomini e navi italiane furono poi presenti in Cina sia presso la Concessione italiana di Tientsin come anche a Shanghai ed in altri porti, fino al 1947);
  • Nel 1903 il colonnello del Genio Navale Vittorio Cuniberti, autorizzato dalla Regia Marina, pubblica su Jane's Fighting Ships lo storico articolo An ideal Battleship for The British Navy che apre l'era delle corazzate monocalibro;
  • Il soccorso portato dalle navi della Marina alla popolazione di Messina e Reggio Calabria a seguito del terremoto (e del conseguente maremoto) del 1908;
  • L'ottenimento, da parte del tenente di vascello Mario Calderara nel 1909 del primo brevetto di "Pilota di Aeroplano" in Italia;
  • Le operazioni condotte dalla Regia Marina fra il 1911 ed il 1912 nell'ambito della guerra Italo-Turca con le prime vittorie navali riportate dalla Marina e l'utilizzo, da parte della stessa e per la prima volta al mondo, dell'aeroplano come arma da guerra.

"""POV"""Modifica

Ciao! Spiego meglio questa mia modifica, visto che lo spazio nell'oggetto non sarebbe bastato, per cui passo da qui, proprio per evitare incomprensioni ed essere il più chiaro possibile. Ho messo tra molte virgolette il termine POV proprio perché quella frase non è che rappresnetasse qualcosa di così sbagliato, è solo che, visto che stiamo parlando di una voce che aspira alla vetrina, a mio modo di vedere "conclusioni" di quel tipo andrebbero evitate, proprio perché non tocca a noi darle. Visto che non c'erano fonti, ho riformulato. Dome era Cirimbillo A disposizione! 19:01, 24 dic 2010 (CET)

Tranquillo, io l'avevo lasciata per non far diventare la voce troppo pigr8ttica, ma se altri la vedono troppo colorata, allora lo è. Grazie. --Pigr8 ...libertà é partecipazione! 23:37, 24 dic 2010 (CET)

Red linksModifica

e sono sicuro che me ne sono sfuggiti altri... --F l a n k e r (msg) 15:03, 29 dic 2010 (CET)

I link rossi non sono un handicap per una voce, nemmeno una voce in vetrina!--Riottoso? 15:07, 29 dic 2010 (CET)
No, di certo, ma comunque visto che di questa voce si occupa il progetto:Marina, creare voci marinare come queste rientra nei nostri compiti, con calma ma senza dimenticare che è storia che ci riguarda. Anzi, per le voci in vetrina sarebbe opportuno tenere una sezione di manutenzione permanente. --Pigr8 ...libertà é partecipazione! 16:12, 29 dic 2010 (CET)
Non ho trovato il link assedio di Ancona, ma magari si riferisce a questo Bombardamento navale di Ancona (1915)...--Riottoso? 16:31, 29 dic 2010 (CET)
Ma assolutamente no; é l'assedio fatto dai piemontesi ai pontifici nel 1860. --Pigr8 ...libertà é partecipazione! 16:45, 29 dic 2010 (CET)
Non è rosso perché l'ho collegato ad un paragrafo di storia di Ancona. E' nel paragrafo I problemi della neonata Marina, terzo punto dell'elenco. --F l a n k e r (msg) 23:07, 29 dic 2010 (CET)
PS: interessante la voce coefficiente di finezza Pigr8, domani me la leggo! 'notte, F l a n k e r (msg) 23:09, 29 dic 2010 (CET)

Trattato di Washington e classificazione unita'Modifica

Vorrei fare una precisazione sulla classificazione delle unita' e sul trattato di Washington, in quanto cio' che e' scritto sulla voce presenta qualche imprecisione o comunque e' scritto in modo tale da portare a pensare erroneamente riguardo a talune classificazioni. Per prima cosa, il trattato di Washington non cita nemmeno una eventuale distinzione tra incrociatori pesanti ed incrociatori leggeri: tale distinzione avvenne con il successivo Trattato di Londra che peraltro non fu sottoscritto dall'Italia. Quindi, la frase " il Trattato di Washington forniva le definizioni per le unità maggiori, quindi navi da battaglia, portaerei e incrociatori pesanti e leggeri, come trattato esaustivamente negli articoli dal V al XV" andrebbe "epurata" di "pesanti e leggeri". Come seconda cosa, espandendo "Classificazione del Naviglio da guerra della Regia Marina Italiana" si ottengono le definizioni delle varie tipologie di naviglio: qui e' utile rilevare che le definizioni proposte non sono quelle di nessuno dei due trattati di cui sopra. per esempio, si parla di corazzate quando nei trattati si parla solamente di "battleships", cioe' navi da battaglia. Erano si' navi da battaglia le corazzate, ma anche gli incrociatori da battaglia: il fatto che in Italia fossero in servizio solo corazzate e non icrociatori da battaglia fa si' che possa essere esatta la definizione per il caso specifico italiano, ma sicuramente non riferendosi specificatamente al Trattato di Washington. Soprattutto, almeno per il Trattato di Londra che e' l'unico che la cita, la suddivisione tra icrociatori pesanti e leggeri non riguardava affatto il dislocamento come viene invece descritto nella voce (da 3000 a 5000 tons= icrociatore leggero, da 5000 a 10000 tons= incrociatore pesante) bensi' l'armamento (cannoni tra 155 mm o 6 pollici e 203 mm o 8 pollici = icrociatore pesante, cannoni fino a 150 mm o 6 pollici compreso = incrociatore leggero, fermi restando i limiti di dislocamento per identificare un incrociatore, cioe' tra le 3000 e le 10000 tons). La stessa Regia Marina identificava infatti come incrociatori leggeri anche quelli da 7000 tons ed addirittura quelli da 10000 classe "Duca degli Abruzzi" in quanto armati con cannoni da 152. Teoricamente, se superati alcuni inconvenienti costruttivi, secondo i due trattati-guida riguardanti la classificazione delle unita' navali dell'epoca (Washington e Londra), una nazione avrebbe potuto costruire icrociatori da 10000 tons armati di cannoni da 130 mmm che sarebbero stati classificati come "leggeri" ed incrociatori da 3100 tons armati di cannoni da 203 che sarebbero stati classificati come pesanti.

Essendo voce in vetrina, penso che questa meriti di essere la piu' precisa possibile riguardo cio' che vi viene scritto, con una particolare attenzione anche alla forma, affinche' non vi sia possibilita' di fraintendimento di quanto viene esposto. Pertanto, tolgo solamente "pesanti e leggeri" dalla frase segnalata per evitare una vera e propria notizia errata: altre correzioni o modifiche sarebbero possibili all'interno dei singoli paragrafi descriventi le varie tipologie di naviglio, ma sarebbero sicuramente di maggiore entita', necessitando di essere riscritte (o quantomeno, largamente rielaborate). (non so perche', ma quando cerco di firmare l'intervento, la firma mi compare all'inizio del titolo dell'intervento genitore, per cui mi firmo "manualmente", dichiarando che il mio intervento e' firmato 151.13.145.114 ed e' del 26 marzo 2011 alle ore 15.37)

Guarda, concordo con la disamina anche se vorrei far notare che purtroppo a volte il cercare di dare un taglio divulgativo porta a fere errori. Se è per questo, anche la classe Brooklyn statunitense e la classe Mogami giapponese (inizialmente) erano incrociatori leggeri, pur stazzando ben oltre le 10000 t. Metteremo mano al più presto, grazie. Inutile dire che se voi partecipare stabilmente ai lavori sei ben accetto; fai riferimento alle Discussioni progetto:Marina, meglio noto come Quadrato Ufficiali. --Pigr8 ...libertà é partecipazione! 16:02, 26 mar 2011 (CET)
Ho giusto fatto qualche piccola modifica che non stravolge l'impianto complessivo ma che puntualizza piccoli particolari: mi sembra sufficiente per una piu' precisa informazione senza "scaravoltare" il tutto... (sono sempre 151.13.145.114, 26 marzo 2011 ore 16.17)
MA ti ringrazio senz'altro! Le voci non sono mai "arrivate" e neanche i loro autori. Qui siamo degli onesti dilettanti e vediamo di non dimenticarcelo, però la campagna acquisti è sempre aperta, quindi se ti vuoi unire a noi stabilmente, benvenuto. Per la voce, ora rileggo con calma il paragrafo e vedo il da farsi; tu continua pure a tuo piacimento. --Pigr8 ...libertà é partecipazione! 18:09, 26 mar 2011 (CET)
Ho messo mano e spero di aver chiarificato in modo soddisfacente. Devo darti atto di una notevole "curiosità" visto che le cose in questione erano in un cassetto; ora rimane solo un problema: la voce è ai limiti tecnici di dimensione, per cui eventuali ampliamenti consistenti in termini di dimensione andrebbero scorporati in voci ancillari (esistenti o da creare), per non penalizzare utenti con connessioni lente. Quindi ogni futuro intervento verrà pianificato in quest'ottica. Arrivederci, spero. --Pigr8 ...libertà é partecipazione! 18:15, 26 mar 2011 (CET)
Caro IP, le tue osservazioni mi portano a pensare che tu sia un utente molto attento e particolarmente interessato alla Regia Marina, perciò mi sento di incoraggiarti ad iscriverti a Wikipedia, che tanto è gratis e non si perde nulla. Per sapere come fare, vedi Aiuto:Come registrarsi. Una volta fatto, leggi perfavore questo box: (non fare caso alla scritta "Regia Marina" dopo il "Ciao" iniziale, fai conto invece che ci sia il tuo nome)
 
Ciao Regia Marina, ti invito a prendere parte al Progetto: Marina attualmente in fase di espansione. Partecipa alla discussione che, nel frattempo, si sta tenendo al Quadrato Ufficiali e non esitare a dire la tua in proposito. Se vuoi aderire al progetto, inoltre, non dimenticare di inserire la tua firma in fondo alla lista degli utenti interessati! Grazie per il tuo contributo!
 

Ti aspettiamo! --Bonty - tell me! 21:40, 26 mar 2011 (CET)

Ringrazio per l'invito: a dire il vero, ho gia' provveduto diverso tempo fa a registrarmi (infatti sono Regste), solo che, per pigrizia (ma non solo) non mi loggo quasi mai... Comunque, come si puo' vedere dall'elenco dei contributi, cerco di dare una mano lo stesso... Intanto: Buon lavoro! (sono sempre il 151.13.145.114, alle 20.22 del 28/03/2011)

Modifica di FlankerModifica

Flanker grazie di questa tua modifica. Però le note andrebbero formattate inserendo il numero di pagina in "p." e non "pag."... correggeresti perfavore? Grazie!

  Fatto--Nicola Romani (msg) 20:21, 4 giu 2011 (CEST)

Segnalo mia modificaModifica

Ho tolto questa fonte: ci deve essere un errore giacché il libro usato come fonte non parla della prima guerra mondiale. Avendo il libro, ho anche controllato e a p. 197 non c'è la circolare del min. della marina --Zero6 12:02, 5 apr 2013 (CEST)

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Motosiluranti tedescheModifica

Questo mio articolo può essere inserito tale e quale in una voce. Suggerirei il titolo “Le Motosiluranti tedesche S 54 e S 55 in Adriatico nei giorni dell’Armistizio”. Francesco Mattesini


8 - 11 SETTEMBRE 1943: L’INCREDIBILE MISSIONE DI GUERRA DI DUE MOTOSILURANTI TEDESCHE NELL’ADRIATICO

L’8 Settembre 1943, giorno dell’armistizio dell’Italia con gli Alleati, nella rada del Mar Piccolo di Taranto, ormeggiate a pacchetto alla banchina della Caserma Farinati, si trovavano due motosiluranti tedesche della 3a Flottiglia: la S 54, comandata dal sottotenente di vascello Klaus Degenhard-Schmit, e la S 61 con il capo nocchiere Friedel Blὅmker, che sostituiva il comandante titolare. Vi era poi la motozattera MFP 478 comandata anch’essa da un sottufficiale, la quale dopo aver sbarcato le sue ventidue mine tipo TMA/B al deposito di Buffoluto, si trovava nell’arsenale in attesa di iniziare un ciclo di lavori.

Degenhard-Schmit, che alle ore 21.28 aveva ricevuto dal Comandante della 3a Flottiglia Motosiluranti, tenente di vascello Friedrich Kermnade, l’ordine di lasciare al più presto il porto di Taranto, poco prima della mezzanotte chiese all’ammiraglio di Squadra Bruto Brivonesi, Comandante del Dipartimento Marittimo Jonio e Basso Adriatico, l’autorizzazione a far partire le tre navi in ore notturne per un porto della Grecia, motivandolo con il timone di trovare all’alba unità navali britanniche in prossimità della base. Richiesero anche il permesso di spostare le due motosiluranti dal Seno di Levante del Mar Piccolo, ove si trovavano decentrate, a “San Pietro per distruggere i congegni di accensione delle torpedini elettriche depositate in detta isola” dalla Marina germanica.

L’ammiraglio Brivonesi, ricevette dall’ufficiale tedesco “l’assicurazione” che le motosiluranti “non avrebbero compiuto atti ostili entro le acque territoriali italiane”. Allora Brivonesi, come ha scritto in una sua relazione, acconsentì alle richieste di Degenhard-Schmit, e per premunirsi da eventuali minacce dette ordine di far accompagnare le due motosiluranti nei loro spostamenti da motoscafi italiani.

Del clima di quella notte abbiamo la testimonianza di Franco Bargoni, che all’epoca, con il grado di guardiamarina, prestava servizio all’Ufficio Cifra della Segreteria del 4° Gruppo Sommergibili (Grupson). Poco dopo le ore 23.00 dell’8 settembre, egli fu inviato dal suo Comandante, capitano di fregata Giulio Chialamberto, alla centrale operativa sotterranea protetta del Comando in Capo del Dipartimento Navale di Taranto, perché al 4° Grupsom, per l’intasamento delle linee non interrotte dai bombardamenti aerei, non si riusciva ad avere comunicazione con il Ministero, presso il quale lo stesso Chialamberto era stato precedentemente convocato. Scrive Bargoni:

“Vi rimasi per molte ore; non riuscii ad avere la comunicazione con Roma, ma in compenso potei assistere alle scene indescrivibili che si verificarono quella notte. Telefoni che squillavano, telescriventi che sfornavano ordini e contr’ordini, ufficiali che andavano e venivano, discutevano concitatamente, ecc… In mezzo a quella confusione arrivò una telefonata dal deposito munizioni di Buffoluto, in cui si domandava come contenersi nei riguardi della motozattera germanica che con minacce pretendeva di reimbarcare le sue mine. Nessuno chiaramente li aveva avvisati del colloquio di Brivonesi con l’ufficiale tedesco. Il Capitano di Vascello di servizio, essendone evidentemente anche lui all’oscuro, chiamò qualcuno, chiaramente uno dei diretti superiori: o l’amm. Di divisione Fioravanzo, comandante della Base e quindi responsabile anche di Buffoluto, o l’ammiraglio Brivonesi capo del Dipartimento. Cosa gli abbiano risposto non lo so, ma il concetto era questo. E’ roba loro dategliele. Cosa ne abbiano fatto i tedeschi lo sappiamo”.

Alle 04.00 del 9 settembre, avendo la motozattera MFP 478 imbarcato ventiquattro mine magnetiche TMA/B alla banchina del deposito Buffoluto, invece che a San Pietro, le tre navi germaniche cominciarono a muovere disponendosi in linea di fila, e attraversarono le ostruzioni del Mar Grande alla velocità di nove nodi, che era la massima consentita dalla motozattera a causa dello stato dei suoi motori, alquanto cimentati da un intenso impiego.

Anche le due motosiluranti S-54 e S-51 non si trovavano in piena efficienza, potendo sviluppare una velocità massima di appena diciotto nodi, consentita dal funzionamento di due dei tre motori di cui esse erano dotate.

E difficile credere che l’ammiraglio Brivonesi abbia mandato motoscafi a sorvegliare i movimenti delle unità tedesche nei loro spostamenti. Se effettivamente erano presenti occorre dire che su quei natanti fu effettuata una scarsissima vigilanza, perché gli uomini a bordo non si accorsero degli atti ostili che le unità germaniche portarono a compimento nelle acque del Mar Grande.

Alle 01.15 del 9 settembre le unità tedesche avevano ricevuto, per radio, di rendere esecutivo l’ordine di operazione “Ernte” del piano “Achse”. Pertanto, dirigendo lungo il canale navigabile di uscita dalla rada verso la porta delle ostruzioni, la MFP 478 si dedico, in avvistata, a calare in mare ventidue mine magnetiche. Ciascuna di esse, con attivazione elettromagnetica e acustica, aveva una carica di 420 tonnellate di esplosivo, arma di grande efficacia normalmente impiegata in fondali fino a 30 metri.

L’operazione di posa mine, iniziata a poche centinaia di metri dall’imboccatura del canale navigabile, e proseguita nel Mar Grande con le navi che continuavano a procedere in linea di fila, anche per non fornire sospetti, si era svolta sotto la direzione del tenente di vascello Erns Winkler, del Comando Servizio Minamento della Marina Germanica, che aveva preso imbarco sulla motozattera; dopo di che le tre piccole unità tedesche, uscite dal Mar Grande nell’ordine S. 54, S 61 e MFP 478, diressero verso Gallipoli, nelle cui acque incontrarono al mattino due piccoli motovelieri italiani requisiti e in servizio di dragaggio, dei quali il Vulcania (R 240), di 90 tsl, fu raggiunto e affiancato dalla S.54. Dopo l’allontanamento dei dodici uomini dell’equipaggio su una imbarcazione di salvataggio, il Vulcania fu affondato da una squadra di marinai della S 54, con cariche esplosive piazzate nel locale motori e nella stiva. Il motoveliero affondò a un miglio e mezzo per 190° dal porticciolo di Santa Maria di Leuca, facendo scattare l’allarme a terra, con le batterie costiere italiane che spararono una trentina di colpi sulle motosiluranti che si stavano allontanando, senza colpirle.

La notizia che erano stati violati i patti concordati con il sottotenente Degenhard-Schmit arrivò a Brivonesi alle ore 13.00 del 9 settembre, e pertanto l’ammiraglio si preoccupò di quello che poteva succedere se le unità germaniche avessero incontrato la corvetta Baionetta, in rotta da Pescara per Brindisi con a bordo il Re Vittorio Emanuele III e i membri della corte e del Governo, in fuga da Roma e imbarcati ad Ortona, e verso la quale si stava dirigendo, per assumerne la scorta, l’incrociatore leggero Scipione Africano, comandato dal capitano di fregata Ernesto Pellegrini. Inizialmente Brivonesi pensò di ordinare l’uscita da Taranto delle due torpediniere Clio e Sirio, ma poi essendo lo Scipione già in navigazione per assumere la scorta alla Baionetta, si limitò a “fargli giungere l’ordine di agire offensivamente contro le motosiluranti qualora le avesse avvistate”.

In effetti, verso le ore 14.00 di quel giorno 9 , trovandosi a transitare al largo di Capo d’Otranto alla velocità di ventotto nodi, lo Scipione avvistò la S 54 e la S 61, le quali all’avvicinarsi dell’incrociatore, temendo fosse stato inviato al loro inseguimento, presero a bordo l’equipaggio della lenta motozattera MFP 478, che poi fu fatta saltare in aria con una carica esplosivo. Quindi le due motosiluranti si allontanarono alla velocità di diciotto nodi che, come abbiamo detto era la massima consentita dai loro motori, e manovrarono coprendosi con cortine di nebbia artificiale per disturbare la regolazione del tiro da parte dell’unità italiana, che però non mostrò di voler intraprendere alcuna azione offensiva. Dallo Scipione fu vista la motozattera esplodere, ma poiché le motosiluranti non mostravano di assumere atteggiamenti aggressivi verso la sua nave, e ansi manovravano per allontanarsi alla massima velocità consentita nascondendosi con una cortina di fumo, il comandante Pellegrini fece continuare la navigazione verso Pescara, senza deviare dalla rotta, dovendo assolvere in ben altro importante compito. Dobbiamo ricordare che lo Scipione, modernissima unità della classe “Capitani Romani”, nel caso di un inseguimento, sarebbe stato in grado di sviluppare una velocità vicina ai quaranta nodi.

Nel frattempo le mine magnetiche tedesche stavano per fare le loro vittime. Sulla base degli accordi seguiti alla firma dell’armistizio, e concordati dagli Alleati con il governo del maresciallo d’Italia Pietro Badoglio e con le autorità della Regia Marina, la sera dell’8 settembre ebbe inizio l’operazione britannica Slapstick che consisteva del trasporto a Taranto di un contingente di truppe britanniche della 1a Divisione aviotrasportata. Le truppe si erano imbarcate a Biserta su cinque unità della Royal Navy, gli incrociatori leggeri della 12a Divisione Aurora (commodoro William Gladstone Agnew), Penelope, Sirius e Dido e sul il posamine veloce Abdiel, a cui si aggiunse il grosso incrociatore statunitense Boise. Per la loro copertura fu destinato un nucleo navale comprendente le moderne corazzate da 35 000 tons Howe (vice ammiraglio Arthur Power) e King George V, salpate da Malta con la loro scorta di quattro cacciatorpediniere della 14a Flottiglia: Jervis; Panther; Pathfinder e Paladin.

Nello stesso tempo, in conformità con gli ordini impartiti con il famoso Promemoria Dick dal Comandante in Capo delle Forze Navali Alleate, ammiraglio Andrew Browne Cunningham, anche le navi italiane della 5a Divisione Navale (ammiraglio Da Zara), e costituite dalle corazzate Andrea Doria e Duilio, dagli incrociatori leggeri Luigi Cadorna e Pompeo Magno, e dal cacciatorpediniere Nicoloso Da Recco si misero in movimento da Taranto. Raggiunto l’indomani il porto di Malta, le cinque navi furono internate, assieme alle altre unità delle Forze Navali da Battaglia salpate da La Spezia e da Genova, e che nel trasferimento avevano perduto nel Golfo dell’Asinara, per attacco aereo tedesco, la corazzata Roma, il pomeriggio del 9 settembre.

Quello stesso giorno, ad iniziare dalle ore 17.00, gli incrociatori britannici cominciarono ad entrare nel Mar Grande e, mentre si portavano all’attracco nel porto mercantile per iniziare lo sbarco delle truppe, furono seguiti dalle corazzate che si ancorarono in rada.

Verso le ore 24.00, mentre l’operazione per mettere a terra soldati era in pieno svolgimento, il posamine veloce Abdiel (capitano di vascello David Orr-Ewing), che si era ancorato nel Mar Grande a circa 700 metri per sud-sudovest dal castello aragonese e quindi all’entrata del canale che porta al Mar Piccolo, ruotando sull’ancora finì su una delle mine magnetiche tedesche, posate nella notte precedente. In quel momento, erano le 00.15 del 10 settembre, l’Abdiel stava sbarcando i suoi 400 soldati del 6° Battaglione paracadutisti “Royal Welsh”. L’esplosione della mina TMA/B, fortissima, fu udita in ogni angolo del porto, ed il posamine, con le paratie dello scafo squarciate, si spezzò in due tronconi e affondò in soli due minuti in lat. 40°29’N, long. 17°15’E. Con l’Abdiel si persero 48 uomini dell’equipaggio, inclusi 6 ufficiali, e 101 soldati. I feriti furono 126, tra cui 6 marinai, e 150 le tonnellate di materiale perduto, sotto forma di armi ed equipaggiamenti per le truppe, incluse 8 Jeeps, 76 cannoni controcarro e munizioni. Le perdite umane potevano essere molte di più se gli uomini della nave non si fossero trovati in coperta a causa del caldo opprimente nei locali inferiori.

Subito dopo l’esplosione della mina, fu inviata in soccorso dell’Abdiel la nave ospedale italiana Marechiaro, che era adibita a soccorso dei naufraghi nelle acque territoriali di Taranto. Essa, uscita dal Mar Piccolo, recuperò parte dei superstiti del posamine, per poi trasferirli a terra dove ricevettero le prime cure e il ricovero negli ospedali della citta pugliese. Nel corso delle operazioni svolte per realizzare sbarramenti minati, l’Abdiel aveva posato 2209 mine, delle quali 1883 di tipo offensivo, che affondarono molte navi dell’Asse.

Gli ammiragli Brivonesi e Power, convennero che la causa dell’eplosione che aveva portato alla perdita dell’Abdiel fosse stata causata da una mina o da una bomba alleata a scoppio ritardato, ma è da ritenere che l’ufficiale italiano ne sospettasse il motivo, evidentemente taciuto per non fare brutta figura con i nuovi alleati.

Le perdite causate dalle mine magnetiche tedesche non furono limitate a quella del solo Abdiel, dal momento che alle ore 13.50 del 22 settembre, durante un normale spostamento all’interno del Mar Grande, si verificò un esplosione che determinò l’affondamento del rimorchiatore italiano Sperone (86 tsl), con perdita quasi totale del centocinquanta uomini circa che aveva a bordo per portarli in libera uscita dall’Isola di San Pietro a Taranto. Ciò avvenne mentre dragamine italiani e tedeschi stavano lavorando in un’opera di bonifica nel Mar Grande che, in una quindicina di giorni portò alla distruzione di ventuno mine.

I successi della S 54 e della S 61, nella loro navigazione di trasferimento verso l’Alto Adriatico erano continuati dopo l’affondamento del motoveliero Vulcania. Avendo attraversato il canale dì Otranto alla modesta velocità di nove nodi e diretto per Valona per rifornirsi di acqua per il sistema di raffreddamento dei motori surriscaldati, dove però il personale italiano dell’Isola di Sasemo, all’entrata della baia, rifiutò di farle entrare in porto. Allora diressero verso nord per raggiungere a Ragusa, finendo però sulle reti di uno sbarramento sottocosta, i cui galleggianti cilindrici di sostegno erano semisommersi, fortunatamente senza danneggiare le eliche e i timoni. Riuscirono a liberarsi con fatica al sopraggiungere della notte, con alcuni marinai dell’equipaggio che lavorarono sottacqua con seghetti e cesoie per tagliare i cavi d’acciaio che imprigionavano lo scafo inferiore delle due motosiluranti, che poi alle ore 21.00 cominciarono a muovere a bassissima velocità, per ricercare un ridosso sotto costa.

I due comandanti, Degenhard-Schmit e Blὅmker e il tenente di vascello Winkler si consultarono, e ponendo in secondo piano la questione dell’acqua di raffreddamento motori, decisero di rimandare questo problema al giorno dopo, essendovi la necessità di dare riposo agli uomini degli equipaggi che non dormivano da due giorni, ed erano sfiniti per il lungo lavoro. Consultando la carta nautica decisero di andare ad ancorarsi nella Baia di Scala Vjosa, a nord di Valona, entrandovi alle 22.00 dopo essersi assicurati che non vi erano altri ostacoli. Ripresero il mare alle prime luci del giorno 10 settembre, dirigendo a nord risalendo la costa dell’Albania e del Montenegro per poi raggiungere Ragusa nelle prime ore del pomeriggio, superando la base di Cattaro, ancora in mani italiane, con la S 61 in difficoltà per una perdita copiosa nel circuito di raffreddamento motori, che fu rapidamente riparato in porto.

Durante questa navigazione delle motosiluranti, la corvetta Baionetta, con il Re d’Italia, transito in rotta inversa lungo le coste della Puglia ad una distanza di sicurezza di circa 70 miglia, mentre più vicine, a sole 20 miglia, passarono sempre dirette a sud con destinazione Malta la corazzata Giulio Cesare e la nave trasporto aerei Miraglia, che avevano cambiato rotta, allontanandosi dalle coste della Dalmazia, dopo aver ricevuto la notizia che a Cattaro si svolgevano combattimenti tra italiani e tedeschi.

Effettuato il rifornimento d’acqua la S 54 e la S 61 ripresero il mare alle 17.00 del 10, e riprendendo la formazione in linea di fila diressero verso Ovest, per portarsi nell’Alto Adriatico, alla velocità di diciotto nodi che, lo ricordiamo, era la massima raggiungibile. Verso sera fu avvistata una mina in vicinanza, che rasentò lo scafo della S 54, per poi esplodere di poppa ad una ventina di metri dallo scafo senza procurare alla motosilurante alcun danno. La mina, che doveva aver strappato il suo cavo d’ancoraggio, doveva appartenere ad uno sbarramento minato difensivo italiano.

Dirigendo verso Ancora, lasciandosi alle spalle l’Isola di Lissa, le due piccole unità dettero un eccezionale esempio di combattività e di iniziativa nei confronti delle navi italiane incontrate lungo la rotta, dal momento che vi era un forte traffico diretto verso sud, per sfuggire ai tedeschi impegnati ad occupare i porti dell’Adriatico.

L’11 settembre, verso le ore 04.00, trovandosi a transitare nelle acque di Ancona, una vedetta della S 61 dette l’allarme, avendo avvistato ad una distanza di circa 2.000 metri a dritta della prora uno scafo oscurato, che inizialmente fu ritenuto dal comandante Degenhard-Schmit per quello di una corvetta e successivamente di una nave mercantile. Si trattava invece della grossa cannoniera Aurora (tenente di vascello Attilio Gamaleri), ex nave austriaca Nirvana di 950 tonnellate, che era partita da Pola, sotto il tiro di armi automatiche di un reparto motorizzato tedesco che aveva occupato le banchine. La sua destinazione era un porto della Puglia ancora sotto controllo italiano. La S 54, portatasi nei pressi dell’Aurora le ingiunse di fermarsi, ma non avendo la cannoniera ubbidito Degenhard-Schmit dette il fuori al siluro di dritta, ma per un guasto parti anche quello di sinistra, che però fallirono entrambi il bersaglio. Prima che la S 54 potesse ricaricare i tubi di lancio con i due siluri di riserva, intervenne senza indugio la S 61 del nocchiere Blomker, la quale da alcune centinaia di metri di distanza dalla cannoniera lancio un siluro che arrivò a segno, facendo esplodere le caldaie dell’Aurora che affondò nello spazio di pochi minuti, a poche miglia dalla costa marchigiana. Le due motosiluranti ne recuperarono i superstiti, in tutto sessantadue uomini dell’equipaggio sugli ottant’otto che si trovavano a bordo dell’unità italiana, e tra essi vi fu il comandante Gamaleri recuperato dalla S 61.

Proseguendo la rotta verso Venezia, le due piccole unità germaniche, navigando distanziate per avere la possibilità di individuare meglio le navi italiane che stavano lasciando l’Alto Adriatico, nella giornata dell’11 settembre catturarono quattro mercantili tutti diretti a Sud, ed affondarono un cacciatorpediniere.

La prima preda fu la modernissima motonave Leopardi (capitano 4.572 tsl), completata da pochi giorni e partita da Fiume con circa 700 civili, in gran parte famiglie di ufficiali italiani. Il Leopardi era comandato dal capitano Vittorio Barich, che però avvistate e riconosciute le motosiluranti per tedesche, essendo più grandi di quelle italiane, non reagì come avrebbe potuto fare, aumentando la velocità, cambiando rotta, e impiegando le numero armi di cui la sua nave era fornita nelle piazzole sopralevate. Anzi, all’ingiunzione di fermarsi dal comandante della S 54 con il lampeggiatore, la motonave fermò le macchini, dando modo a Degenhard-Schmit di avvicinarsi e di osservare che a bordo del Leopardi vi erano molti civili. Avendo constatato che si trattava di una nave moderna, e per non causare una strage tra i civili, l’ufficiale tedesco decise di catturarla, ingiungendo al comandante Barich di gettare in mare le armi per evitare l’affondamento, per poi mandare a bordo di quella importante preda il tenente di vascello Wankler con dieci marinai già facenti parte dell’equipaggio della affondata motozattera MFP 478. Il capitano Barich e alcuni ufficiali del Leopardi passarono invece come ostaggi sulla S 61, che alcune ore dopo fece anch’essa la sua preda fermando e catturando il piroscafo italiano Albatros (1.590 tsl), al cui comandante ingiunse di non effettuare alcuna manovras di fuga se non voleva essere affondato.

Fu quindi ripresa la rotta per Venezia, con le due motosiluranti disposte sui fianchi dei due mercantili, ma alquanto distanziate per non generare sospetti a eventuali aerei italiani. Nel transitare al largo della zona del Delta del Po, e già nelle vicinanze di Venezia, distante circa 30 miglia, fu avvistato in lontananza (a circa 25 miglia) un vecchio piroscafo diretto a sud, e mentre la S 54 si dirigeva verso di esso per attaccarlo, apparve la sagoma di un cacciatorpediniere, con due fumaioli e rotta di controbordo. Sapendo che quell’unità, ritenuta del tipo ex jugoslavo Sebenico, era fortemente armata e molto più veloce della sua piccola nave, il comandante Degenhard-Schmit, manovrò per nascondersi dietro lo scafo del piroscafo, che era il Pontinia, al quale fu ordinato con megafono di accostare di 90° gradi a dritta e di fermarsi. Quindi portando la S 54 sul fianco sinistro del piroscafo, Degenhard-Schmit, accompagnato da due suoi uomini armati, vi salì a bordo con la scala a gradini di legno, per osservare dalla posizione elevata del ponte di comando i movimenti del cacciatorpediniere.

Si trattava del Quintino Sella, una vecchia unità del 1922, comandata dal capitano di corvetta Corrado Cini, che era partita da Venezia per Taranto, e che a causa di un guasto alla caldaia n. 2 procedeva alla velocità ridotta a quattordici nodi. Degenhard-Schmit, ordinato al comandante del Pontinia di riprendere la navigazione a bassa velocità e con la medesima rotta, rientrò da solo velocemente a bordo della S 54, facendo appena in tempo. Subito dopo, con il Sella che stava sfilando dietro il Pontinia, partendo da dietro il piroscafo e passando di prora con le macchine a tutta forza, la motosilurante attaccò il cacciatorpediniere dalla distanza di 400 metri.

Il Sella, che oltre al Pontinia aveva visto più lontano il Leopardi, ma non le motosiluranti, vedendo sbucare da dietro il Pontinia la S 54, si accorse della minaccia, e mentre l’equipaggio faceva fuoco sulla motosilurante con qualche raffica delle mitragliere di sinistra, il comandante Cini tentò di manovrare accostando senza riuscirvi perché il timone non rispose, essendosi incastrato per il danno alla caldaia n. 2.

Colpito dai due siluri di riserva della S 54 sul fianco sinistro, all’altezza della plancia e del locale caldaia n. 1 che esplose, il Sella (1.279 tonnellate) si spezzò in due tronconi. La prua della nave affondò quasi immediatamente mentre la poppa, spinta dall’abbrivio, avanzò per circa 200 metri, per poi affondare rovesciandosi sul fianco sinistro. Erano le 17.45, e l’affondamento era avvenuto a circa 12 miglia dall’imboccatura del Passo di Lido, su un fondale di circa 25 metri. Con l‘anziano cacciatorpediniere, che nella sua attività di guerra aveva svolto centosedici missioni di scorta, quasi tutte in Egeo, andarono perduti ventisette uomini, inclusi quattro ufficiali. I superstiti, compreso il comandante Cini, cui fu poi amputata una gamba rimasta gravemente ferita, furono subito soccorsi e raccolti dalla S 54 e dal catturato piroscafo Pontinia, ed altri ancora più tardi da alcuni pescherecci italiani. In totale furono recuperati novantatre uomini.

All’affondamento del Sella assistette il nuovo sommergibile Nautilo, il quale, non essendo ancora pronto all’impiego, era appena salpato disarmato da Venezia (dove il giorno 9 si era trasferito da Monfalcone), con l’intenzione di sfuggire alla cattura dei tedeschi raggiungendo Taranto. Impresa che non riuscì per sopraggiunte avarie che lo costrinsero a rientrare.

Ma non era finita perché avvicinandosi a Venezia fu avvistato dalla S 61 il piccolo piroscafo italiano Quarnarolo a cui fu ordinato di seguire la motosilurante se non voleva essere affondato. In quel momento rimaneva un solo siluro, proprio sulla S 61.

Dopo gli esaltanti successi i comandanti delle due motosiluranti tedesche entrarono per rifornirsi indisturbati a Venezia, che pure era ancora sotto il controllo degli italiani, e vi erano ancora in porto alcune navi da guerra e mercantili. Non vi fu nessuna reazione. La S 54 andò per prima ad ancorarsi con la motonave Leopardi e il piroscafo Pontinia, la S 61 la seguì alcune ore dopo con i due piroscafi Albatros e Quarnarolo.

Ma la storia della missione non erano ancora finita, poiché delegato dal feldmaresciallo Albert Kesselring, Comandante in Capo del Sud (O.B.S.), il sottotenente di vascello Degenhard-Schmit contribuì a convincere il locale comandante del Dipartimento Navale dell’Alto Adriatico, ammiraglio di divisione Emilio Brenta, ad arrendersi con l’intera guarnigione di sedicimila uomini. Una ben triste sorte per l’uomo che era stato per quasi tre anni il Capo Reparto Operazioni di Supermarina, il Comando operativo della Regia Marina, e che era appena giunto da Roma per sostituire, all’ultimo momento, l’ammiraglio Ferdinando di Savoia Genova, chiamato ad accompagnare nel sud Italia il Re Vittorio Emanuele, e il cui bagaglio era stato imbarcato sul cacciatorpediniere Sella, e quindi andato perduto con quella nave.

Per il valore e lo spirito di iniziativa dimostrata nell’eccezionale missione, che aveva portato all’affondamento di quattro navi e alla cattura di altre quattro, il 22 dicembre 1943 Degenhard-Schmidt fu insignito da Hitler della Ritterkreuz, l’ambita onorificenza della Croce di Cavaliere dell’Ordine della Croce di Ferro.

Francesco Mattesini

Roma, 17 aprile 2013


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BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

C.J.C Molony e altri, The Mediterranean and Middle East, Her Majesty’s Stationery Office, Londra, 1973, p. 242-243.

F. Kemnade, Die Africa-Flottille. Der Einsatz del 3. Schnellbootflottille in Zwei Weltkrieg. Chronik und Bilanz, Stuttgardt, Motorbuch Verlag, 1978, p. 450-455.

A. Santoni-F. Mattesini, La partecipazione tedesca alla guerra aeronavale nel Mediterraneo (1940-1945), cit., p. 502-503.

Emilio Bagnasco e Fulvio Petronio, “Una incredibile crociera di guerra in Adriatico”, Storia Militare, gennaio 1994.

Franco Bargoni, “Per la Patria e per il Re”. Rivista Marittima, Giugno 2001, p. 136-137; riportato in Francesco Mattesini, “La Marina e l’armistizio”, Ufficio Storico della Marina Militare, Roma, 2002, p. 614-615.

Francesco Mattesini, “La Marina e l’armistizio”, Ufficio Storico della Marina Militare, Roma, 2002, p. 614-620.

Erminio Bagnasco, Corsari in Adriatico 8 – 13 Settembre 1943, Mursia, Milano, 2006.

Al Progetto Marina sembra esserci consenso verso la creazione della pagina su Klaus-Degenhard Schmidt, dove inseriremo le informazioni qui sopra: personaggio enciclopedico sia per l'azione che per la Croce di Cavaliere. Una voce sull'evento invece dovrebbe avere come titolo "Azione delle motosiluranti tedesche S 54 e S 61 durante l'armistizio dell'Italia con gli Alleati"... un po' cacofonico, tutto qua. --Zero6 07:50, 19 apr 2013 (CEST)
Invece no: meglio una voce sull'evento. Qui l'anteprima... com'è? Il testo comunque è una sua riformulazione, giusto? Non è stato copiato identico dai libri cioè. --Zero6 06:59, 20 apr 2013 (CEST)
News: ecco la voce Azione delle motosiluranti S 54 e S 61 --Zero6 19:57, 21 apr 2013 (CEST)

Inchiesta Franchetti (1903)Modifica

Manca del tutto un riferimento, anche minimo, all'inchiesta promossa dall'on. Leopoldo Franchetti, o mi sbaglio? Secondo me importante perché descrive i punti deboli e la situazione della Marina del periodo. --F l a n k e r (msg) 19:47, 14 gen 2014 (CET)

L'inchiesta alla quale ti riferisci è questa. Mi organizzo per aggiungere dei contenuti in merito, ma ovviamente chiunque, magari partendo dal materiale degli archivi della Camera, può mettere mano. --Pigr8 La Buca della Memoria 09:03, 15 gen 2014 (CET)
Aggiungo che una figura che forse dobbiamo far comparire nella voce è Giovanni Bettolo, nelle duplici vesti di ammiraglio e politico. --Pigr8 La Buca della Memoria 09:19, 15 gen 2014 (CET)

Introduzione alla voceModifica

Scusate si potrebbe spostare la frease:

La Regia Marina fu l'armata navale del Regno d'Italia fino al 1946, anno in cui con la proclamazione della Repubblica assunse la nuova denominazione Marina Militare.

All'inizio, sopra la TOC? Grazie. --Niculinux (msg) 12:24, 22 feb 2014 (CET)

Errore grossolanoModifica

Nella voce è presente la seguente frase: Ministero della Guerra intensificò gli stanziamenti alla Marina Questa frase lascia intendere che la marina fosse sottoposta al Ministero della guerra, quando in realtà essa aveva un proprio ministero i cui stanziamenti erano decisi dal governo e approvati dal parlamento, come per il Ministero della guerra che invece sovraintendeva all'esercito.

Situazione note webModifica

Come ho sempre sostenuto, e come a quanto pare è successo, l'uso di note web ci si ritorce contro dopo un pò di tempo. In Regia Marina (vetrina) molte note rimandano a pagine a cui oggi il contenuto è cambiato oppure non esistono semplicemente più. I link al sito della Marina Militare sono tutti cambiati (e sono molti), quindi da aggiornare. Le note 11-12-20-28-80-64-107 non funzionano e le note 110-104-99-57-8-49 non hanno un riferimento preciso alla pagina, e inoltre sono libri di difficile reperibilità per cui non saprei se chi ha inserito le note li ha effettivamente consultati. Come saprete io con le note sono puntiglioso, e riguardando questa voce a cui lavorai con Pigr8 per mandarla in vetrina, ho notato parecchi difetti che sono da sistemare per mantenere la voce in vetrina. Se qualche anima buona vuole aiutarmi a metterci mano...lo ringrazio :) --ЯiottosФ 10:35, 3 set 2015 (CEST)

Ho recuperato un paio di link (12 e 28) con la wayback machine, l'11 non è recuperabile, ma alcune delle note che segnali sul sito della marina a me funzionanto (la 64 per esempio). In ogni caso ho salvato anche il link di archivio per queste.--Moroboshi scrivimi 11:37, 3 set 2015 (CEST)

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