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Una foto di Djamila Bouhired tratta da un giornale dell'epoca

Djamila Bouhired (in arabo: جميلة بوحيرد,; Algeri, c.a. 1935) è un'attivista algerina che si oppose al dominio coloniale francese[1]. Cresciuta in una famiglia benestante da madre tunisina e padre algerino[2], ha frequentato una scuola francese in Algeria. Ha partecipato al Fronte Nazionale della Liberazione (FNL) algerino mentre era una studentessa. Lavorò come addetta alle pubbliche relazioni e assistente personale del comandante Yacef Saadi del Fronte di Liberazione Nazionale (FNL) in Algeri[3].

BiografiaModifica

 
Donne della resistenza Algerina

Djamila Bouhired nacque in una famiglia benestante della colonia francese algerina. Quando era ancora una studentessa scoprì il suo spirito rivoluzionario. Tutti gli studenti Algerini ripetevano ogni mattina La Francia è la nostra madre, mentre Bouhired soleva alzarsi e urlare L'Algeria è la nostra madre!. Fu punita per questo dal preside. Da quel momento, Bouhired si avvicinò alla causa rivoluzionaria. I suoi fratelli avevano già partecipato alla lotta clandestina e Bouhired, in poco tempo, riuscì a unirsi a loro e la sua reputazione crebbe velocemente. Durante la rivoluzione lavorò come addetta alle pubbliche relazioni per il comandante Yacef Saadi.

Nell'aprile 1957, prima di una grande dimostrazione organizzata a Casbah, fu rapita dai Francesi e dichiarò poi di essere stata torturata per ottenere informazioni su quella dimostrazione. Djamila non divulgò nessuna informazione sebbene sotto tortura e avrebbe ripetuto continuamente L'Algeria è la nostra madre! mentre veniva torturata (questa notizia è basata sul suo resoconto e non è stata verificata). Nonostante la tortura estrema, Bouhired non confessò alcun reato e non rivelò alcuna informazione riservata sul Fronte Nazionale di Liberazione (FNL). Secondo Bouhired, la tortura andò avanti per un totale di 17 giorni.

Nel luglio del 1957, secondo quanto si dice, Djamila Bouazza, diciannovenne, fu processata per l'attentato compiuto piazzando una bomba in un bar insieme a un'altra combattente per la libertà Algerina[3]. La bomba uccise 11 cittadini che si trovavano all'interno. Un avvocato francese di nome Jacques Vergès, comprendendo la causa delle nazionaliste algerine, dopo aver sentito il loro caso, decise di difenderla. In quello che fu un processo storico, Vergès accusò il governo di aver commesso i fatti di cui la donna era stata accusata e di aver finanziato una campagna diffamatoria. Nonostante gli sforzi del suo difensore, Bouhired fu condannata a morte con la pena della ghigliottina.

Vergès scrisse una pubblica dichiarazione sostenendo che Bouhired non avrebbe dovuto subire la pena di morte. In tutta l'Algeria e all'estero si formarono molti gruppi per cercare di convincere il governo a non giustiziarla. In particolare, la principessa Laila Ayesha del Marocco contattò l'allora Presidente francese René Coty chiedendo che venisse commutata la sentenza di pena di morte. La richiesta venne accolta e Bouhired scontò la sua pena di reclusione nel carcere di Reims fino al 1962[2] Verso la fine della guerra, venne rilasciata insieme a molti altri prigionieri algerini.

L'avvocato Vergès dichiarò di essere poi diventato un bersaglio del governo coloniale francese, il quale, presumibilmente, tentò invano di assassinarlo diverse volte, anche piazzando una bomba nel suo appartamento e un'altra dentro la sua macchina. Bouhired e Vergès si sposarono l'anno seguente alla conquista dell'indipendenza Algerina, dopo che Jacques si convertì all'islam, prendendo il nome di Mansoor. La coppia ebbe due figli: Meriem e Liess Vergès. Djamila si separò da Vergès nel 1970, dopo aver condiviso con lui sette anni di vita e la nascita di due figli.[4] Bouhired diventò presidente dell'Associazione delle Donne Algerine e fu in costante disaccordo con il futuro presidente Algerino Ahmed Ben Bella.

Djamila Bouhired fu una delle molte donne che lottarono per l'emancipazione e l'uguaglianza femminile nell'Algeria da poco divenuta indipendente. Tuttavia, un crollo economico e una crescita demografica esponenziali causarono, con il diffuso malcontento delle masse, l'avvento di governi estremisti islamici, mentre le nuove leggi permettevano un sistema politico multipartitico, così alla fine l'Algeria piombò nella guerra civile. Tuttavia, Djamila Bouhired sarà sempre conosciuta non solo per le sue azioni a favore dell'indipendenza Algerina, ma anche per le battaglie per i diritti delle donne in Algeria e in Medio Oriente.[2]

La prigioniaModifica

Ci sono arrivati pochi dettagli riguardo gli eventi avvenuti durante la sua prigionia che possano essere confermati. Le uniche informazioni disponibili provengono da ciò che Djamila Bouhired e fonti a lei collegate hanno affermato in seguito. Dichiarò che fu sottoposta a torture durante la sua prigionia e che le torture non erano limitate solo a lei, ma anche ai suoi fratelli, uno dei quali, secondo le sue dichiarazioni, fu torturato davanti alla loro madre.

Ai giorni d'oggiModifica

Djamila Bouhired risiede nella capitale algerina, Algeri, e continua a essere un'attivista in favore di varie cause, che sostiene con proteste e marce.

Nella cultura di massaModifica

Nel film La Battaglia di Algeri (1966) Djamila Bouhired viene rappresentata nel trio di donne dinamitarde del Fronte di Liberazione Nazionale algerino (FNL).[5] Inoltre, figura tra i personaggi del film Jamila l'Algerina(1958), diretto dal regista egiziano Youssef Chahine, e in L'avvocato del Terrore, un film-documentario su Jacques Vergès.

NoteModifica

  1. ^ Kuhlman, Erika A., 1961-, A to Z of women in world history, Facts On File, 2002, ISBN 0816043345, OCLC 48144495. URL consultato il 23 febbraio 2019.
  2. ^ a b c Bouhired, Djamila (1937—) | Encyclopedia.com, su www.encyclopedia.com. URL consultato il 23 febbraio 2019.
  3. ^ Horne, Alistair., A savage war of peace: Algeria, 1954-1962, New York Review Books, 2006, ISBN 1590172183, OCLC 63297836. URL consultato il 23 febbraio 2019.
  4. ^ Un couple mythique: Jacques Vergès et Djamila Bouhired, su chouf-chouf.com. URL consultato il 23 febbraio 2019 (archiviato dall'url originale il 9 aprile 2018).
  5. ^ Roberto Cocchis, 4 Donne per una Foto che (non) divenne un'Icona del XX Secolo, su vanillamagazine.it, 30 marzo 2018. URL consultato il 23 febbraio 2019.

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