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Eccidio di via Ghega
Strage
Trieste - Conservatorio Tartini .jpg
Palazzo Rittmeyer
Data23 aprile 1944
LuogoPalazzo Rittmeyer
(via Carlo Ghega, 12)
StatoItalia Italia
ProvinciaTrieste Trieste
ComuneTrieste
Motivazionerappresaglia
Causaattentato dinamitardo
Conseguenze
Morti51

L'eccidio di via Ghega è stata una strage nazista compiuta il 23 aprile 1944 presso il palazzo Rittmeyer, sito in via Carlo Ghega n. 12 a Trieste[1] e oggi sede del Conservatorio Giuseppe Tartini.[2]

A seguito dell'attentato dinamitardo alla mensa della "Casa del soldato" in cui erano morti quattro militari, il comando tedesco ordinò un'immediata rappresaglia per dare una lezione alla popolazione di Trieste: i nazisti prelevarono dalle carceri della città 51 prigionieri (tra cui sei donne e diversi ragazzi di 16-17 anni)[3] e, dopo averli portati sul luogo dell'attentato, li impiccarono in ogni angolo e finestra del palazzo Rittmeyer, lasciando poi i cadaveri esposti alla pubblica vista per cinque giorni.

Indice

ContestoModifica

Il territorio di Trieste si trovava occupato dall'esercito tedesco, che governava la cosiddetta Zona d'operazioni del Litorale adriatico (Operationszone Adriatisches Küstenland, abbreviata in OZAK). Dopo l'8 settembe 1943 la guerra tra nazifascisti e slavi si era inasprita giorno dopo giorno, trasformandosi in guerriglia con azioni sempre più violente a cui seguirono continue rappresaglie da entrambi i fronti. Il comando militare tedesco considerava che l'OZAK fosse piena di partigiani (Banditen) e continuamente minacciata dalle bande della Resistenza, tranne le grandi città (Trieste, Gorizia e Udine), dove si concentravano in maggior numero i soldati d'occupazione. In questa situazione di guerriglia, i partigiani decisero di attaccare i nazisti in maniera sfrontata, proprio nei luoghi considerati più sicuri e inaspettati (ad esempio, luoghi di riposo o svago), al fine di aumentare la tensione psicologica dei tedeschi, in modo da non concedere loro neanche un momento di tregua, oltre che ricercare la massima visibilità dell'azione antinazista per risvegliare le coscienze della popolazione triestina.[1]

Il 24 febbraio 1944 generale Ludwig Kübler emanò disposizioni draconiane:[4]

(DE)

«Da gibt es nur Eines: Terror gegen Terror, Auge um Auge, Zahn um Zahn! […] Im Kampf ist alles richtig und notwendig, was zum Erfolg führt. Ich werde jede Maßnahme decken, die diesem Grundsatz entspricht.»

(IT)

«C'è solo una cosa: terrore contro terrore, occhio per occhio, dente per dente! Nella lotta è giusto e necessario tutto ciò che conduce al successo. Coprirò personalmente ogni misura che sarà conforme a questo principio.»

(Korpsbefehl Nr. 9 vom 24. Februar 1944)

Il 2 aprile 1944 venne fatta scoppiare una bomba ad orologeria in un cinema di Opicina in cui era in proiezione il film La conquista dell'Europa, in cui morirono sette soldati tedeschi. Il giorno successivo vennero fucilati per rappresaglia 71 detenuti delle carceri triestine, i cui corpi furono poi utilizzati per collaudare il nuovo forno crematorio costruito alla Risiera di San Sabba, che da allora e fino alla data della liberazione venne adoperato per bruciare i cadaveri di oltre 3500 prigionieri.[1]

Attentato a palazzo RettmeyerModifica

 
Scalone di Palazzo Rittmeyer

Il palazzo Rittmeyer, situato in via Carlo Ghega nel centro di Trieste a pochi passi dalla stazione centrale, era stato occupato dai tedeschi e trasformato in un circolo militare denominato "Casa del Soldato tedesco" (Deutsches Soldatenheim), con annessa mensa per i soldati.

Sabato 22 aprile 1944, Mirdaməd Seyidov (conosciuto col nome di battaglia di "Ivan Ruskj")[5] e Mehdi Hüseynzadə ("Mihajlo")[6], soldati sovietici di origine azera ed ex prigionieri arruolati nella Wehrmacht da cui erano fuggiti per passare nel IX Korpus dell'Esercito Popolare di Liberazione della Jugoslavia, vennero incaricati di collocare una mina esplosiva da 5 kg nella caserma dei Belogardisto (Domobranci). All'ultimo momento, non furono in grado di portare a termine la missione, cosicché i due sovietici, vestiti con le divise tedesche, decisero allora di entrare a palazzo Rettmeyer: si diressero verso la mensa degli ufficiali, da cui però vennero allontanati (in quanto Ivan Ruski indossava una divisa da sottoufficiale) non prima di aver lasciato sotto ad un tavolo una valigetta contenente una bomba ad orologeria, che scoppiò alle 13:25. L'onda d'urto fu così forte che la facciata del palazzo venne squarciata e varie stanze interne vennero danneggiate; vennero investite 27 persone (21 militari tedeschi, 1 donna tedesca e 5 civili, di 2 uomini e 3 donne), con l'uccisione di 4 soldati e una donna triestina di nome Gina Valente[1] (morta in ospedale il 25 aprile a seguito delle ferite).

A seguito dell'attentato, vi furono contrasti all'interno del Comitato di liberazione nazionale italiano, in particolare tra i partigiani comunisti e quelli dei partiti moderati. Durante un incontro organizzato la sera stessa, il comunista Luigi Frausin «si era felicitato dicendo che così veniva scosso il torpore dei triestini», ritenendo che «se era stato alzato il tiro dell'atto terroristico, questo doveva trovare un adeguato allineamento da parte italiana», mentre il democristiano don Edoardo Marzari manifestò la preoccupazione che l'inasprimento della lotta avrebbe potuto condurre ad una "spirale di morte contro la popolazione, ostaggio delle continue rappresaglie tedesche".[1]

RappresagliaModifica

 
Le arcate dello scalone interno del palazzo Rittmeyer, piene di persone impiccate

Il comando tedesco iniziò ad indagare subito sull'attentato di via Ghega, con grande riservatezza ed escludendo le autorità italiane. Già da subito si manifestò però l'impossibilità di individuare i colpevoli dell'attentato in tempi brevi: per questo, il comando tedesco decise di rispondere all'attentato in maniera istantanea e feroce, per non lasciarlo impunito e ristabilire l'ordine nella popolazione triestina tramite una rapida azione caratterizzata da violenza e terrore, che fosse di lezione sia per i civili sia per i partigiani.

La sera stessa dell'attentato, venne compilato in fretta un elenco di 51 prigionieri politici italiani, sloveni e croati già detenuti nel carcere del Coroneo o arrestati per strada perché trovati sprovvisti di documenti,[7] che vennero giudicati complici dell'attentato alla mensa e condannati a morte immediata dalla corte marziale:

«Ieri, sabato, elementi comunisti hanno compiuto un attentato dinamitardo alla Deutsches Soldatenheim a Trieste che è costato la vita ad alcuni soldati tedeschi e ad alcuni civili italiani. Sono state arrestate in gran numero persone della cerchia più vicina agli attentatori. La Corte marziale ne ha condannate a morte cinquantuno. La sentenza è stata eseguita immediatamente.»

(Il Piccolo, 24 aprile 1944.[8])

La mattina seguente i prigionieri vennero prelevati, caricati su camion militari e condotti al luogo dell'attentato. Trascinati a gruppi di cinque persone per volta, vennero impiccati alla balaustra di marmo dello scalone interno del palazzo e gettati nel vuoto. Quando le arcate dello scalone furono tutte piene di corpi penzolanti, i nazisti iniziarono ad impiccare le vittime in ogni angolo del palazzo: alle finestre della facciata, ai lampadari delle stanze e dei corridoi, finanche ai mobili.

I cadaveri degli impiccati vennero lasciati appesi per cinque giorni, sorvegliati giorno e notte dai vigili della Guardia civica, al fine di incutere il terrore nella popolazione civile di Trieste. Davanti al palazzo transitava infatti l'affolato tram n. 6 che collegava la stazione ferroviaria alla riviera di Barcola: passando davanti al palazzo, il tranviere aveva l'ordine di rallentare per far osservare meglio la scena.[9]

Dopo cinque giorni fu inviato al palazzo un gruppo di SS, che con le baionette tagliarono i cappi degli impiccati, facendo cadere al pianterreno i corpi.[10]

Le vittime furono poi seppellite in una fossa comune al cimitero di Sant'Anna.

VittimeModifica

 
Elenco delle vittime

Elenco delle vittime impiccate a Palazzo Rettmeyer:[11][12]

  1. Ivan Banov
  2. Franc Blažek
  3. Anton Bizjak
  4. Roža Bizjak
  5. Janez Blažič
  6. Just Blažina
  7. Miroslav Bogatec
  8. Ivan Bole
  9. Ivan Bulič
  10. Edoardo Cavallaro
  11. Srečko Cijan
  12. Josip Dekeva
  13. Giulio Della Gala (MBVM)[13]
  14. Marco Eftimiadi
  15. Bruno Esposito
  16. Alberto Falischia
  17. Francesco Falischia
  18. Irma Geat
  19. Stanko Grgič
  20. Angel Grmek
  21. Zora Grmek
  22. Rudolf Hrvatič
  23. Stanko Husu
  24. Franc Jurman
  25. Hilarij Kariš
  26. Stanko Kočevar
  27. Alojz Križaj
  28. Drago Križaj
  29. Ivan Križaj
  30. Jurij Križaj
  31. Eugenio Madalozzo
  32. Angel Makorič
  33. Carlo Millo
  34. Franc Paulin
  35. Danilo Pelicon
  36. Rudof Peric
  37. Karel Petelin
  38. Laura Petracco Negrelli[14]
  39. Franc Premu
  40. Salvatore Seminaro
  41. Ivan Serblin
  42. Luciano Soldat
  43. Anton Stegel
  44. Alojz Šabec
  45. Gilberto Tognolli
  46. Franc Turk
  47. Josip Turk
  48. Marija Turk
  49. Stanislav Turk
  50. Angelo Ulivelli
  51. Venčeslav Zenko
  52. Anton Zović

RicordoModifica

 
Lapide sulla facciata del palazzo Rettmeyer
 
Monumento al cimitero di Sant'Anna

Nel 1947, in occasione del terzo anniversario dell'eccidio, il comune di Trieste appose una lapide sulla facciata del palazzo Rettmeyer:

«Alle finestre e lungo le scale di questo palazzo il XXIII Aprile MCMXLIV cinquanta pendenti salme di martiri mostrarono alla città inorridita la ferocia dell'irato germanico tiranno ciecamente sfogata su uomini di liberi sensi inermi prigionieri in sue mani. A perpetuo ricordo dei sacrificati pose il Comune – XXIII Aprile MCMXLVII»

(Lapide di Palazzo Rettmeyer)

Nel 1952 l'Università di Trieste deliberò la concessione postuma ad honorem della laurea in economia e commercio allo studente brindisino di origine albanese Marco Eftimiadi.[10][15]

Le vittime, riesumate dalla fossa comune nel 1965,[7] sono oggi tumulate nella "cripta dei partigiani impiccati in via Ghega" al campo XX del cimitero monumentale di Sant'Anna.[16]

Nella cultura di massaModifica

 
Fracobollo commemorativo azerbaigiano in memoria di Mehdi Huseynzade "Mihaylo", eroe dell'Unione Sovietica

Le memorie autobiografiche dei partigiani "Mihajlo" e "Ivan Ruskj", contenenti i dettagli dell'attentato al palazzo Rettmeyer, furono raccontate nei romanzi propagandistici Su lontane rive (in russo: На дальних берегах?, traslitterato: Na dal'nich beregach) scritto da Imram Kasimov e Husein Seidbelij nel 1954 (sceneggiato nell'omonimo film del 1958 dal regista Tofig Taghizade) e Mübahisəli şəhər (in russo: Триглав, Триглав?, traslitterato: Triglav, Triglav) di Süleyman Vəliyev del 1966, stampato a Leningrado a cura del Ministero della difesa sovietico.

NoteModifica

  1. ^ a b c d e Via Ghega Trieste 23-4-1944 (Trieste - Friuli-Venezia Giulia), su Atlante delle stragi naziste e fasciste in Italia. URL consultato il 3 maggio 2019.
  2. ^ Rossi, p. 61.
  3. ^ anno2010 Raoul Pupo, Trieste '45, Bari, Laterza, p. 9, ISBN 9788858113691.
  4. ^ Raoul Pupo, Fiume città di passione, Bari, Laterza, 2018, ISBN 9788858134528.
  5. ^ Silvio Maranzana, L'azero Ivan Rusky: "Io ho fatto saltar per aria i Nazisti a Trieste", in Il Piccolo, 3 marzo 2001, p. 11.
    «Nel 1944 ho messo le bombe al cinema per soldati tedeschi di Opicina (7 morti ufficiali, ma lui dice 80), al Soldatenheim di via Ghega (5 morti), in una casa sul Carso per punire un collaborazionista. Ho fallito un attentato al gauleiter Rainer. Ho anche progettato, senza portare a termine, altre esplosioni alla stazione di Opicina, in un altro cinema per tedeschi a Sesana, oltre a sabotaggi di linee elettriche". Ruskj ricorda che ai due attentati seguirono "due delle più tremende rappresaglie fatte dai nazisti in Italia: 72 fucilati a Opicina e 51 impiccati sulle scale dell'attuale Conservatorio Tartini".».
  6. ^ Pietro Spirito, Così Mikhajlo, partigiano russo mise la bomba in via Ghega, 15 dicembre 2014.
  7. ^ a b «Vent'anni dopo, in una fossa comune, ritrovai i resti di Edoardo», in Il Piccolo, 23 aprile 2004.
  8. ^ Marco Gasparini e Claudio Razeto, 1944: Diario dell'anno che divise l'Italia, LIT edizioni, 2014, p. 316, ISBN 9788868265847.
  9. ^ Boris Pahor e Tatjana Rojc, Così ho vissuto: Biografia di un secolo, Giunti, ISBN 9788858765067.
  10. ^ a b Paolo Geri, Scampoli di storia: Marco Eftimadi e Zora Perello, due nomi sconosciuti nella storia di Trieste, su La Bora, 24 dicembre 2012.
  11. ^ Žrtve okupatorjeve represalije v Ulici Ghega v Trstu v noči med 22. in 23. aprilom 1944, in Primorski dnevnik, 20 aprile 2014.
  12. ^ Seznam 52 talcev, su Kamra - eredità culturale delle regioni slovene, Ministero della cutura della Repubblica di Slovenia.
  13. ^ Decorati della Venezia Giulia e Dalmazia nella guerra di liberazione 1943-1945 - 27apr15, su Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia. URL consultato il 3 maggio 2019.
  14. ^ Laura Negrelli Petracco, su Donne e Uomini della Resistenza, ANPI.
  15. ^ Eftimiadi, Marco partigiano martire a Trieste, su ANPI Brindisi.
  16. ^ Roberto Curci e Camillo Boito, I cimiteri di Trieste: un aldilà multietnico, MGS Press, 2006, p. 47, ISBN 9788889219249.

BibliografiaModifica

  • Silvio Maranzana, Le armi per Trieste italiana, Trieste, 2003, pp. 213-244.
  • (ITSL) Marina Rossi, Gli impiccati di via Ghega (PDF), in Un percorso tra le violenze del Novecento nella provincia di Trieste/Po poteh nasilja v 20. stoletju v Tržaški pokrajini, Trieste, Istituto regionale per la storia del movimento di liberazione nel Friuli Venezia Giulia - Provincia di Trieste, 2006, pp. 57-62, ISBN 88-95170-02-4.
  • Marina Rossi, Soldati sovietici nelle formazioni partigiane del Friuli-Venezia Giulia, in Angelo Ventura (a cura di), La società veneta dalla Resistenza alla Repubblica – Atti del Convegno di Studi, Padova, 9-11 maggio 1996.

Voci correlateModifica