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Elezioni parlamentari in Iraq del 2018
Stato Iraq Iraq
Data 12 maggio
Moqtada Sadr (01).jpg Hadi Al-Amiri.jpg Haider al-Abadi January 2015.jpg
Leader Muqtada al-Sadr Hadi Al-Amiri Haider al-Abadi
Seggi
54
48 42
Iraq_2018_election.svg
Primo ministro
Adil Abdul-Mahdi
Left arrow.svg 2014 2022 Right arrow.svg

Le elezioni parlamentari in Iraq del 2018 si sono svolte il 12 maggio. Esse sono state le seconde elezioni dal ritiro delle truppe americane dal Paese nel 2011. L'affluenza è stata inferiore al 50%.

Indice

ContestoModifica

Le elezioni erano inizialmente previste per settembre 2017, ma furono rimandate per via del protrarsi della guerra civile contro lo Stato Islamico nelle regioni settentrionali del Paese. La guerra fu dichiarata conclusa ufficialmente il 9 dicembre 2017, consentendo la ripresa del processo elettorale e lo svolgimento delle elezioni il 12 maggio[1].

Sistema elettoraleModifica

Il Parlamento iracheno consta di una camera bassa, il Consiglio dei Rappresentanti, e di una camera alta, il Consiglio della Federazione, tuttavia quest'ultimo non si è mai costituito pur essendo previsto dalla Costituzione. L'elezione dei 329 rappresentanti del Consiglio deve avvenire ogni 4 anni, in base a un sistema proporzionale plurinominale, in 18 circoscrizioni corrispondenti ai governatorati del Paese. I seggi sono ripartiti in proporzione ai voti con una quota del 25 % di seggi riservati alle donne (rispettata nelle precedenti elezioni del 2014)[2].Dei 329 seggi, tuttavia, 9 sono riservati alle minoranze religiose o etniche, di cui 5 per i cristiani ed uno ciascuno per mandei, yazidi, shabak e curdi feyli (quest'ultima minoranza aggiunta dal Consiglio nel febbraio 2018)[2].

Il diritto di voto si acquisisce a 18 anni. Possono essere elette le persone di almeno 30 anni in possesso di un diploma di istruzione superiore. Non possono candidarsi i membri attivi delle forze armate, così come le persone condannate per appropriazione di fondi pubblici o per crimini d'onore e gli ex quadri del partito Ba'th[2].

CandidatiModifica

Tra i nuovi candidati vi è il giornalista Muntazar al-Zaydi, noto per aver lanciato le sue scarpe contro l'ex presidente americano George W. Bush nel dicembre 2008[3], candidatosi nella lista dell'Alleanza dei rivoluzionari riformisti di Muqtada al-Sadr e del Partito Comunista Iracheno, da lui descritta come una lista indipendente che vuole superare il confessionalismo[3].

Il 7 maggio 2018 il gruppo terroristico dello Stato Islamico ha rivendicato l'assassinio del candidato sunnita Faruq Zarzur al-Juburi[4].

RisultatiModifica

Formazione del governoModifica

I risultati elettorali hanno visto al primo posto il Partito sadrista, suscitando la contestazione degli altri partiti e la richiesta del riconteggio dei voti[5]: il 6 giugno 2018, il Parlamento uscente del Primo ministro Haydar al-'Abadi chiese ufficialmente il riconteggio dei voti[6]. Il 10 giugno si verificò un incendio doloso in un edificio in cui erano conservate le schede elettorali[7]. Il 21 giugno la Corte suprema ordinò il ricontggio totale delle schede, ma il 24 giugno i nuovi giudici della commissione elettorale annunciarono che il riconteggio sarebbe stato soltanto parziale[8]. Il riconteggio terminò nell'agosto 2018, modificando l'attribuzione di un solo seggio, a vantaggio dell'Alleanza Fatah.

La coalizione sadrista Saarun venne riconfermata al primo posto, con 54 seggi su 329, e Muqtada al-Sadr venne incaricato di formare un governo di coalizione[9]. L'Iran e gli Stati Uniti sono intervenuti ciascuno per la propria parte nelle trattative affinché si formi un governo a loro favorevole. La Costituzione stabilisce un tempo massimo di tre mesi per formare un nuovo governo[10].

Il 12 giugno la corrente sadrista e l'Alleanza Fatah di Hadi al-Ameri, vicino all'Iran, annunciarono un accordo di coalizione, che si aggiungeva a quelli con l'Alleanza della saggezza nazionale di Ammar al-Hakim e con il partito Al-Wataniya di Iyad Allawi, arrivando così ad un totale di 141 seggi su 329[11]. Il 23 giugno l'alleanza del Primo ministro uscente si aggiunse alla coalizione[12].

L'8 settembre la corrente sadrista e la coalizione Fatah invocarono le dimissioni di Abadi dopo delle rivolte a Bassora[13].

NoteModifica

  1. ^ Législatives en Irak : « C’est l’une des plus importantes élections depuis longtemps », in La Croix, 10 aprile 2018, ISSN 0242-6056 (WC · ACNP). URL consultato il 19 maggio 2018..
  2. ^ a b c IPU PARLINE database: IRAQ (Council of Representatives of Iraq), testo integrale, in archive.ipu.org. URL consultato il 25 maggio 2018..
  3. ^ a b Irak : le lanceur de chaussures contre George W. Bush candidat aux élections, in Le Monde, 5 maggio 2018. URL consultato il 6 maggio2018..
  4. ^ Irak: l'EI revendique pour la première fois l'assassinat d'un candidat aux législatives, in RFI, 7 maggio 2018. URL consultato il 7 maggio 2018 (archiviato dall'url originale il 7 maggio 2018)..
  5. ^ L'Irak ordonne un réexamen des législatives après un test de piratage positif, in L'Orient-Le Jour, 24 maggio 2018. URL consultato il 25 maggio 2018..
  6. ^ Le Parlement irakien ordonne un nouveau décompte des voix après les législatives, in L'Orient-Le Jour, 6 giugno 2018. URL consultato il 6 giugno 2018..
  7. ^ Irak: à Bagdad, l'incendie du dépôt des bulletins de vote est criminel, in RFI, 11 giugno 2018. URL consultato l'11 giugno 2018..
  8. ^ Elections en Irak: nouveau coup de théâtre, le décompte des voix sera partiel, in RFI, 24 giugno 2018. URL consultato il 1º luglio 2018..
  9. ^ Législatives en Irak : la victoire de Moqtada Al-Sadr confirmée par les résultats définitifs, in le Monde, 19 maggio 2018..
  10. ^ Début de tractations compliquées en Irak, in Les Échos, 15 maggio 2018..
  11. ^ Alliance gouvernementale surprise entre Moqtada Sadr et une liste proche de l'Iran, in L'Orient-Le Jour, 13 giugno 2018. URL consultato il 12 giugno 2018..
  12. ^ Irak : coalition entre le premier ministre Abadi et le religieux chiite Sadr, su Radio-Canada.ca, 23 giugno 2018. URL consultato il 1º luglio 2018..
  13. ^ Irak: les deux principales listes au Parlement réclament la démission du Premier ministre, in L'Orient-Le Jour. URL consultato il 9 settembre 2018..

Voci correlateModifica

Altri progettiModifica