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Emanuele Tesauro

drammaturgo, retore e letterato italiano
Frontespizio dell'edizione del 1670 del Cannocchiale aristotelico

Emanuele Tesauro (Torino, 28 gennaio 1592Torino, febbraio 1675) è stato un drammaturgo, retore, letterato e storico italiano, autore del celebre trattato Il cannocchiale aristotelico, considerato «una pietra miliare sul cammino della storia dell'estetica»[1]. In esso il Tesauro, movendo dal terzo libro della Retorica aristotelica, studiò la natura propria dell'arguzia e le figure del linguaggio, offrendo una trattazione sistematica del concettismo profonda e coerente, superiore a quella, pur celebrata, di Baltasar Gracián, che egli certamente conobbe. Essa contiene già come un abbozzo o presentimento di quello che doveva poi essere l'estetica moderna. Scrisse in prosa, oltre a una Filosofia morale (Torino 1670) tipicamente secentesca, che fu più volte ristampata e tradotta in varie lingue[2], opere di storia come i Campeggiamenti, o vero Istoria del Piemonte (1a ed. completa, Torino 1674, sulle guerre del Piemonte contro gli Spagnoli), Del regno d'Italia sotto i Barbari (ivi 1663), e una Historia della città di Torino (ivi 1679, continuata da Francesco Maria Ferrero, ivi 1712), e fu autore di poesie e tragedie.

BiografiaModifica

Discendente dall'illustre famiglia piemontese dei conti di Salmour, nacque a Torino il 28 gennaio 1592 dal conte Alessandro, fossanese.[3] Entrato ventenne nella Compagnia di Gesù ne uscì a 44 anni, nel 1635, rimanendo sacerdote secolare al servizio dei principi di Savoia-Carignano. Al periodo gesuitico risalgono i Panegirici sacri (1633), tra i quali spicca il discorso accademico Il giudicio, breve ma importante trattato sugli stili dell'oratoria sacra, riproposto all'attenzione degli studiosi da Ezio Raimondi nella storica antologia ricciardiana dei Trattatisti e narratori del Seicento (1960).[4] Dopo aver lasciato la Compagnia Tesauro fu al seguito del principe Tommaso Francesco di Savoia prima nelle Fiandre e poi in Piemonte (1635-42), e ne divenne lo storiografo ufficiale.[5] Durante il soggiorno nelle Fiandre Tesauro fu apprezzato predicatore a Bruxelles, alla corte del principe Tommaso (i Panegirici contengono L'Aurora, panegirico sacro sopra il giorno natale della beatissima Vergine detto nella cappella regale di Brusselles al regio infante cardinale ed al serenissimo principe Tomaso di Savoia l'anno 1635).[6] Nel 1642 rientrò in patria come precettore dei principi di Carignano [5] e del futuro duca Vittorio Amedeo II di Savoia e coordinò il monumentale progetto del Theatrum Statuum Sabaudiae (Amstelodami 1682).[7] Guadagnatosi una fama europea, operò alla corte sabauda per oltre tre decenni (da Carlo Emanuele I a Carlo Emanuele II, che lo colmò di onori e lo nominò Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro). Morì improvvisamente a Torino nel febbraio 1675, più che ottuagenario.[8]

OpereModifica

Il cannocchiale aristotelicoModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Il cannocchiale aristotelico.

Tesauro occupa un posto rilevante nel panorama culturale dell'Europa barocca per l'efficacia con cui, nel suo trattato Il Cannocchiale Aristotelico, porta in evidenza e definisce con chiarezza i rapporti che intercorrono tra le forme privilegiate dai letterati e le tendenze innovative che la trasformazione del mondo impone alla mentalità degli uomini del XVII secolo. Grazie alla sistemazione teorica compiuta da Tesauro, il Barocco cessò di essere una moda per proporsi come espressione della mentalità del tempo. «Autorevoli studiosi hanno dimostrato, dal Raimondi a Franco Croce, dal Praz all'Anceschi, dal Vasoli al Costanzo, al Buck, che ci troviamo di fronte alla più ampia e organica opera sull'estetica del barocco - segnatamente sotto il profilo della lingua e dello stile - non solo italiano ma europeo.»[9]

Come il modello geocentrico esce distrutto dalla sperimentazione che Galileo Galilei conduce con il suo cannocchiale, così i principi fondamentali del fare artistico sono modificati dall'opera di Tesauro, che alla rivoluzione galileiana rimanda fin dal titolo. Nel trattato, l'attenzione è rivolta soprattutto alla metafora che per Tesauro è la figura retorica per eccellenza, in quanto riesce a collegare fenomeni lontani attraverso l'analogia che sta alla base.[10]

Tesauro distingue tre ordini di figure retoriche: armoniche, patetiche e ingegnose, corrispondenti alle funzioni dell'anima, cioè senso, affetto e intelletto. La disposizione dei tre generi di figure è in ordine gerarchico: le figure ingegnose infatti sono le più lodate come «nobilissimo fiore dell'intelletto che non più nell'armonico suono e nelle patetiche figure ma nella significazione ingegnosa ripon la gloria dell'arte» (Cannocchiale, p. 145). Definita da Tesauro il “più alto colmo delle Figure Ingegnose”, la metafora è vista come argomentazione arguta ed ingegnosa da cui scaturiscono piacere e meraviglia. La rottura della convenzione che regola i rapporti tra significanti e significati ad opera dell'invenzione metaforica apre la strada al rinnovamento e all'arricchimento della potenzialità significativa dei singoli termini.

Tesauro è considerato, insieme allo spagnolo Baltasar Gracián (1601-1658), il «maggior rappresentante che ebbe mai la critica letteraria secentistica».[11] Pubblicato nel 1654 (Torino: Sinibaldo), il Cannocchiale aristotelico ebbe un enorme successo in Italia e in Europa per tutto il secolo. Ripubblicato da Tesauro in una seconda edizione ampliata (Venezia: Baglioni, 1665), fu riedito quattordici volte prima del 1702[12], e ne fu realizzata una traduzione latina, opera di Caspar Cörber, pubblicata nel 1698 e riedita nel 1714.[11][13][14] La pubblicazione della traduzione latina assicurò al Cannocchiale aristotelico un'ampia circolazione, come testimoniano i numerosi esemplari presenti nelle biblioteche di tutta Europa.[15] La fama del Tesauro era del resto già ben consolidata se un gesuita tedesco, Jakob Masen, nella sua Ars nova argutiarum, Colonia 1660, dedicata all'epigramma e alle iscrizioni argute, lo proponeva a modello, come «non inepte versatus» (p. 1). Più tardi, nel giugno del 1698, sugli Acta eruditorum di Lipsia, «la più autorevole fra le pubblicazioni scientifiche in lingua latina», tra Sei e Settecento, «il dotto relatore», annunciando la traduzione latina del Cannocchiale aristotelico, così scriveva: «Emanuel Thesaurus, non magis stemmatum gloria et comitis dignitate ac insignibus, quam eleganti eruditione illustris, eam sibi famam Inscriptionibus suis comparavit, ut unicus quasi, praestantissimus certe artifex in arguto hoc scribendi genere suspiciatur, ad cuius opera velut ad Polycleti regulam scripta sua exigere solent, qui in concinnandis huiusmodi ingenii foetibus elaborant» [16][17] Negli ultimi decenni sempre più studi sono stati dedicati al Cannocchiale aristotelico, in cui si è giustamente vista una delle introduzioni più complete agli aspetti formali della cultura barocca.[18][19] Il trattato inedito di Tesauro Idea delle perfette imprese, il nucleo del Cannocchiale aristotelico, è stato pubblicato nel 1975 da Maria Luisa Doglio[20] e tradotto in francese da Florence Vuilleumier.[21] Gli storici della letteratura, gli storici dell'arte e della cultura, i semiotici hanno sempre più frequentemente dimostrato interesse per l'opera di Tesauro.[18]

Opere storiche e politicheModifica

«Filologia e antiquaria in profusa dovizia fanno ritessere l’ordito della Historia dell’Augustissima Città di Torino, commessa al Tesauro dalla municipalità cittadina, sgrossata in otto libri fino all'anno Mille, interrotta, poi rimaneggiata e pubblicata postuma dal segretario Giroldi, ultimata da Francesco Ferrero di Lavriano nel 1712 nel fulgore del Regno di Vittorio Amedeo II[22] La storia iniziata da Tesauro esprimeva un forte sentimento di orgoglio civico; era in parte un panegirico, ma prevalentemente era una cronaca. Narrava il mito patriottico della fondazione di Torino, molti secoli prima di Roma, da parte del principe egiziano Eridano, e la sua rifondazione a opera di Cesare e di Augusto, per poi lanciarsi in un resoconto erudito dei trionfi della città e delle sue vicissitudini da quell'epoca in poi.[23]

In ambito storiografico Tesauro non si limitò alla storia del Piemonte, ma, riallacciandosi direttamente a Giordane, fu tra i primi a interessarsi della storia medievale dei popoli del Nord Europa, superando la stagione rinascimentale incentrata soprattutto sulle antichità greche e romane. Tesauro può essere a buon diritto considerato un «antesignano degli studi altomedievali, con la lussuosa edizione in folio, con rami a piena pagina, Del regno d'Italia sotto i barbari (1644), che precedeva di una decina di anni l'Historia Gothorum, Vandalorum et Langobardorum (1655) di Grozio[24] Adorno di un'antiporta allegorica, su disegno di Jan Miel inciso da J. J. Thourneysen, e di cinquantotto ritratti di sovrani su disegno dei due più accreditati pittori di corte, lo stesso Miel e Charles Dauphin[25], il volume è corredato di 782 "annotationi" opera di Valeriano Castiglione «volte all'ampliamento esplicativo del testo e ad irrobustirlo con citazioni e rinvii bibliografici e d'un certo interesse laddove, quasi a gara con le espressioni del Tesauro, il Castiglione parla di Arduino come di "voce" che "scoté il sonno d'Italia", la cui morte segnò la fine della "libertà" "gloria" e "pace" della penisola, oppure insiste sulla funzione pacificante ed unificante della "casa regale" di Savoia).»[26]

Nel Tesauro «barbari» ha valore solo generico; egli ci squaderna infatti una galleria di re, senza alcun riferimento culturale e civile, caratterizzati in modo letterario-drammatico tipicamente barocco: Alboino, Clefi, Autari, Agilulfo, Rotari, Liutprando, ecc., spiccano quali grandi personaggi, nel bene e nel male, superando il tradizionale concetto di barbarie. E così il giudizio finale sul regno longobardo: «Regno non men famoso per le malvagie attioni che per le buone: barbaro nel conquistare, et benigno nel conservare: autor delle leggi e distruggitore: insegnator della pietà, et della ferinità: pernicioso ugualmente, et profittevole alla Chiesa; alla quale molto rapì et molto donò; molto scemò di religione, et molto ne accrebbe . . .» (p. 219). In una più ampia prospettiva, provvidenzialistica, sotto l'Impero romano si iniziò la distruzione del paganesimo: sotto i Goti, benché ariani, quest'opera è portata a termine «hauendo intanto Iddio proveduto, che nel seguente Regno de' Longobardi, come più humano, ancor l'Arriana pestilenza fosse purgata» (p. 25 ).[27][28]

Tra le opere storiche di Tesauro rivestono una particolare importanza, inoltre, una piccola serie di cronache (Sant'Omero assediato dai Francesi e liberato, Campeggiamenti del Piemonte, Campeggiamenti di Fiandre), che narrano le vicende militari della storia recente del Ducato di Savoia. Queste opere nascono dalla viva esperienza del campo di guerra, ma anche dalla persuasione che non ci si può «fidare di penne forestiere che misurano i premi e non la verità, e spesse volte prendono il premio con la manca e scrivono con la diritta a modo loro» (lettera a Giambattista Bruschetti, 9 febbraio 1642). Dettagliati giornali di guerra stesi a caldo, sono una fonte preziosa per la ricostruzione della storia del '600, sebbene vibranti di partigianeria per il protettore di Tesauro, il principe Tommaso di Savoia.

Tesauro fu anche scrittore politico di sentenze: nel libello pubblicato anonimo nel 1646 La politica di Esopo Frigio raccolse, traducendoli in modo personale e originalissimo da Les fables d'Esope phrygien del francese Jean Baudoin (1631), alcuni aforismi politici di commento a una serie di favole.

Opere latine e drammiModifica

In giovinezza Tesauro mise insieme una raccolta di epigrammi latini, più volte ristampati, con alcune odi di sapore oraziano. Gli è attribuita una tragedia musicale, cioè una specie di melodramma, l'Alcesti o sia l'amor sincero (Torino 1665); al teatro diede tre tragedie vere e proprie: l'Hippolito e l'Edipo, che sono tratte, molto liberamente, da Seneca, e l'Ermenegildo (insieme pubblicate, Torino 1661). Quest'ultima, che non si attiene strettamente alla regole, è da annoverarsi fra le migliori opere drammatiche del Seicento.

OpereModifica

Traduzioni francesiModifica

NoteModifica

  1. ^ Wladyslaw Tatarkiewicz, History of Aesthetics, III, Warszawa 1970, pp. 488-491, (491 la citazione).
  2. ^ Denise Aricò (1982), p. 64.
    «Se la fortuna di un'opera si può misurare, oltre che dalle ristampe, anche dalle traduzioni che ne vennero fatte, si deve supporre che la Filosofia morale incontrò un consenso superiore persino a quello del Cannocchiale. Oltre a una traduzione francese approntata da P. Thomas Croset col titolo Introduction aux vertus morales et héroiques, edita a Bruxelles nel 1712, e ad una latina, adespota, edita a Wurzburg, Francoforte e Lipsia nel 1731, ne fu fatta, anni dopo, una in lingua russa per l'educazione del futuro zar Paolo I. Sono testimonianze preziose che in pieno XVIII secolo l'opera del Tesauro non solo era un classico adottato nei collegi della Compagnia per un'educazione globale e mondana dei convittori, ma era anche un prontuario di "prudenza" politica per futuri regnanti. Particolare importanza […] assume, peraltro, la traduzione spagnola di Don Gomez de la Rocha y Figueroa, edita per la prima volta a Lisbona nel 1682, la cui fortuna è testimoniata dalle numerose ristampe fattene fino al 1770.»
  3. ^ Andreina Griseri, Le metamorfosi del Barocco, Giulio Einaudi editore, 1967, p. 168.
  4. ^ Marziano Guglielminetti, Storia della civiltà letteraria italiana: Manierismo e barocco, a cura di Giorgio Barberi Squarotti, UTET, 1991, p. 59.
  5. ^ a b Alberto Asor Rosa, Letteratura italiana. Storia e geografia: Volume secondo. Età moderna, Giulio Einaudi editore, 1988, p. 825, ISBN 978-88-06-11380-3.
  6. ^ Pierantonio Frare (1998), p. 16.
  7. ^ Andrea Merlotti, Pietro Gioffredo, in Dizionario biografico degli italiani, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. URL consultato il 16 maggio 2019.
  8. ^ Carlo Ossola, Le antiche memorie del nulla, Edizioni di Storia e Letteratura, 2007, p. 225, ISBN 978-88-8498-382-4.
  9. ^ Tuscano (1977), p. 572.
  10. ^ «Ed eccoci alla fin pervenuti grado per grado al più alto colmo delle figure ingegnose, a paragon delle quali tutte le altre figure fin qui recitate perdono il pregio, essendo la metafora il più ingegnoso e acuto, il più pellegrino e mirabile, il più gioviale e giovevole, il più facondo e fecondo parto dell'umano intelletto. Ingegnosissimo veramente, però che, se l'ingegno consiste (come dicemmo) nel ligare insieme le remote e separate nozioni degli propositi obietti, questo apunto è l'officio della metafora, e non di alcun'altra figura: perciò che, traendo la mente, non men che la parola, da un genere all'altro, esprime un concetto per mezzo di un altro molto diverso, trovando in cose dissimiglianti la simiglianza.»
  11. ^ a b Benedetto Croce (1911),  p. 2.
  12. ^ (EN) Brendan Maurice Dooley (a cura di), Italy in the Baroque: Selected Readings, New York & London, Garland Publishing, Inc., 1995, p. 460.
    «Published in 1654 (Turin: Sinibaldo), the treatise was an immediate success, establishing Tesauro's authority in the field. Considerably expanded by Tesauro in his second edition (Venice: Baglioni, 1665), it went through fourteen reprintings before 1702».
  13. ^ (LA) Emanuele Tesauro, Idea argutæ et ingeniosæ dictionis, Francofurti et Lipsiae, Süstermann, 1698.
  14. ^ (LA) Emanuele Tesauro, Idea argutæ et ingeniosæ dictionis, 2ª ed., Coloniae, apud Thomam Fritsch, 1714.
  15. ^ Marco Maggi, introduzione a Vocabulario italiano: testo inedito di Emanuele Tesauro (Leo S. Olschki, 2008) p. XXVI.
  16. ^ cit. in Denise Aricò, Il Tesauro in Europa. Studi sulle traduzioni della «Filosofia morale», Bologna, CLUEB 1987, p. 153.
  17. ^ Cfr.: Recensione di: Emanuelis Thesauri Idea argutae et ingeniosae dictionis, in Acta eruditorum, Lipsia, giugno 1698, p. 255.
  18. ^ a b Mercedes Blanco (1992),  p. 345.
  19. ^ Rivestono una particolare importanza gli studi dedicati al Tesauro da Ezio Raimondi. Cfr. Andrea Battistini, Ezio Raimondi, in Dizionario biografico degli italiani, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. URL consultato il 7 ottobre 2019.
    «Di particolare rilevanza fu l’attenzione dedicata [dal Raimondi] a Emanuele Tesauro, rivelatosi in nulla inferiore a un Baltasar Gracián o ai massimi intellettuali europei del tempo, nel quale la tradizione retorica è restituita al ruolo di un’antropologia della cultura e a una moderna semiotica alla quale non sono estranee le scoperte della nuova ottica galileiana.».
  20. ^ Maria Luisa Doglio (1975).
  21. ^ Florence Vuilleumier (1992).
  22. ^ Maria Luisa Doglio, Letteratura e retorica da Tesauro a Gioffredo, in Giuseppe Ricuperati (a cura di), Storia di Torino, vol. 4, Giulio Einaudi Editore, 1997, p. 615.
  23. ^ Geoffrey Symcox. La reggenza della seconda madama reale (1675-1684), in Giuseppe Ricuperati (a cura di), Storia di Torino, vol. 4, Giulio Einaudi Editore, 1997, p. 213.
  24. ^ Sergio Bertelli, Dal post-Rinascimento al Risorgimento, in Treccani.it – Enciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 15 marzo 2011.
  25. ^ Maria Luisa Doglio, Letteratura e retorica da Tesauro a Gioffredo,, in Giuseppe Ricuperati (a cura di), Storia di Torino, vol. 4, Giulio Einaudi Editore, 1997, p. 616, ISBN 9788806162115.
  26. ^ Gino Benzoni, Valeriano Castiglione, in Dizionario biografico degli italiani, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana.
  27. ^ Alessandro Bevilacqua, L. A. Muratori e l'arte gotica, in L. A. Muratori storiografo: Atti del Convegno Internazionale di Studi Muratoriani, Modena, 1972, p. 185.
  28. ^ Sul giudizio di Tesauro sui barbari cfr. anche: Gustavo Costa, Le antichità germaniche nella cultura italiana da Machiavelli a Vico, Bibliopolis, 1977, p. 215.
    «Il quadro della dominazione longobarda, dipinto da Tesauro con la consueta esuberanza di figure retoriche, non appare completamente negativo. Se Clefi fu un vero e proprio mostro, che «nella stessa Reggia, officina di crudeltà, tanto spargea di sangue quanto di vino», Autari, che assunse il nome di Flavio in omaggio alla romanità, e sposò la virtuosa Teodolinda, figlia di Garibaldo, duca di Baviera, fu un eccellente monarca, capace di assicurare la felicità ai propri sudditi, come sottolinea Tesauro, ricorrendo al topos encomiastico del ritorno dell'età dell'oro: «a' popoli fortunati parea ritornato in Italia con Flavio il Savio e Teodelinda la Santa il Regno di Saturno e di Astrea». Tesauro non manca di riconoscere l'importanza della legislazione rotariana, additando nel suo promotore «il Solone de' Longobardi che, ricogliendo i precetti della vita Civile in una frale membrana, li fece eterni», e di celebrare, sulle orme di Sigonio, il regno di Ariperto I: «Barbaro anch'esso di natione, ma non di attione; fedele agli stranieri, provido a' suoi; da niun buono temuto, e di niun cattivo temendo, senza infierir nella guerra, né infeminir nella pace, godé et lasciò altrui godere il dolce frutto delle palme di Rotario».».

BibliografiaModifica

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