Esarcato d'Italia

suddivisione amministrativa dell'Impero romano d'oriente, esistente dal 584 al 751
Esarcato d'Italia
Informazioni generali
Nome ufficiale Exharcatus Italiae
Nome completo Esarcato d'Italia
Capoluogo Ravenna
Suddiviso in Esarcato e ducati:
Roma
Venezia
Napoli
Calabria
Amministrazione
Esarchi elenco
Evoluzione storica
Inizio 584?
Fine 751
Preceduto da Succeduto da
Flag of the Greek Orthodox Church.svg Prefettura d'Italia Corona ferrea monza (heraldry).svg Regno longobardo[N 1]
Flag of Republic of Venice (1659-1675).svg Ducato di Venezia
bandiera Stato Pontificio
Double-headed eagle of the Greek Orthodox Church.svg Ducato di Napoli
Flag of the Greek Orthodox Church.svg Ducato di Calabria
Cartografia
Mappa italia bizantina e longobarda.jpg

L'Esarcato d'Italia (conosciuto anche come Esarcato di Ravenna) è stato una circoscrizione amministrativa dell'Impero bizantino comprendente, tra il VI e l'VIII secolo, la maggior parte dei territori bizantini d'Italia. La sede era Ravenna e il termine Esarcato passò poi a descrivere in particolare il territorio attorno alla capitale, compresa la Pentapoli formata da Ravenna, Forlì, Forlimpopoli, Classe e Cesarea.

StoriaModifica

La prefettura d'Italia da Onorio alla riconquista giustinianeaModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Prefettura del pretorio d'Italia.
 
L'Italia giustinianea, eretta nel 584 a esarcato (Sardegna e Corsica formeranno invece parte di quello d'Africa, assieme alle Baleari e alle coste del Nordafrica).

Nel 395 Teodosio I lasciò in eredità il trono dell'Impero romano ai due figli: Arcadio fu imperatore d'Oriente; Onorio divenne imperatore romano d'Occidente. In seguito l'impero romano non sarebbe mai più ritornato sotto un unico sovrano.

La Prefettura d'Italia subì nel V secolo l'invasione dei popoli barbari: il primo ad attraversare le Alpi fu Alarico, re dei Visigoti. Giunse ad Aquileia nel 401 e da qui si diresse su Milano, che cinse d'assedio (402). Onorio, non sentendosi più al sicuro, si trasferì a Ravenna e vi stabilì la nuova capitale dell'Impero d'Occidente.

Nel 476 Ravenna cadde per un colpo di Stato militare del generale Odoacre che, a capo di una milizia di mercenari eruli, sciri, rugi e turcilingi (cioè della componente germanica delle truppe imperiali), spodestò Romolo Augusto e si impadronì della città. Il regno di Odoacre, il primo regno romano-barbarico esistente in Italia, si estese su tutta la Prefettura ma ebbe vita breve: nel 493 Odoacre fu sconfitto dal re degli Ostrogoti, Teodorico, che divenne il nuovo signore d'Italia. Il nuovo regno ostrogoto instaurato da Teodorico continuò a mantenere, come già in precedenza, l'organizzazione provinciale e statale romana.

Attorno alla metà del VI secolo l'imperatore Giustiniano I avviò un'imponente serie di campagne per la riconquista dell'Occidente e in particolare dell'Italia. Nella penisola l'imperatore diede inizio alla lunga e sanguinosa guerra contro gli Ostrogoti. Nel 539 venne riconquistata Ravenna, capitale dei Goti e sede prefettizia, e i Bizantini presero a nominarvi propri prefetti. La lunga campagna ebbe termine solamente nel 552-553 con la spedizione risolutiva del generale Narsete.

Il 13 agosto 554, con la promulgazione a Costantinopoli da parte di Giustiniano di una pragmatica sanctio pro petitione Vigilii (Prammatica sanzione sulle richieste di papa Vigilio), la Prefettura d'Italia rientrava, sebbene non ancora del tutto pacificata, nel dominio romano.[1]

Narsete rimase ancora in Italia con poteri straordinari e riorganizzò anche l'apparato difensivo, amministrativo e fiscale. A difesa della prefettura furono stanziati quattro comandi militari, uno a Forum Iulii, uno a Trento, uno sulla regione dei Laghi maggiore e di Como e infine uno presso le Alpi Cozie e Graie.[2]

Invasione longobardaModifica

 
L'Italia dopo l'invasione dei Longobardi nel 568.

Nel 568 Giustino II, in seguito alle proteste dei Romani,[N 2] rimosse dall'incarico di governatore Narsete, sostituendolo con Longino. Il fatto che Longino sia indicato nelle fonti primarie[3] come prefetto indica che governasse l'Italia in qualità di prefetto del pretorio, anche se non si può escludere che fosse anche il generale supremo delle forze italo-bizantine.[4]

Proprio nel 568, però, l'Italia venne invasa dai Longobardi di re Alboino; le reali ed esatte motivazioni dell'invasione non sono chiare. Secondo una leggenda, i Longobardi furono invitati per ripicca da Narsete, adirato con l'Imperatore e l'Imperatrice.[3] Tale narrazione viene tuttavia ritenuta inattendibile dalla storiografia moderna.[5] Gli storici moderni ritengono più probabile che i Longobardi abbiano invaso l'Italia piuttosto perché incalzati dall'espansionismo degli Avari.[6] Altri studiosi invece, nel tentativo di rendere più credibile la diceria dell'invito di Narsete, hanno congetturato che i Longobardi potrebbero essere stati invitati in Italia dal governo bizantino con l'intenzione di utilizzarli come foederati per contenere eventuali attacchi franchi, ma le loro asserzioni non sono verificabili e universalmente condivise.[7] Secondo la versione riportata da Paolo Diacono, il giorno di Pasqua del 568 Alboino entrò in Italia. La popolazione barbarica, entrata attraverso le Alpi Giulie, conquistò dapprima Forum Iulii, costringendo il presidio militare bizantino, in numero esiguo rispetto agli invasori, a ripiegare prima su Grado, poi in successione, passando per la Via Postumia, su Treviso, Vicenza e Verona. Nel settembre 569 i Longobardi arrivano a Milano. Sono state avanzate varie ipotesi sui motivi per cui Bisanzio non ebbe la forza di reagire all'invasione:[7]

  • la scarsità delle truppe italo-bizantine
  • la mancanza di un abile stratega dopo la destituzione di Narsete
  • il probabile tradimento dei Goti presenti nelle guarnigioni che, secondo alcune ipotesi, avrebbero aperto le porte ai Longobardi
  • l'avversione delle genti locali per la politica religiosa di Bisanzio (Scisma tricapitolino)
  • la possibilità che siano stati i Bizantini stessi a invitare i Longobardi nel Nord Italia per utilizzarli come foederati
  • una pestilenza seguita da una carestia aveva indebolito l'esercito italo-bizantino
  • la prudenza dell'esercito bizantino che in genere, invece di affrontare subito gli invasori con il rischio di patire gravi perdite nell'organico, attendeva che i nemici si ritirassero con il loro bottino, e solo in caso di necessità interveniva.

Così negli anni settanta del secolo i Longobardi posero la loro capitale a Pavia conquistando tutto il Nord della Penisola tranne le coste della Liguria e del Veneto. Al Centro e al Sud si formarono invece i ducati longobardi di Spoleto e Benevento, i cui duchi fondatori (Zottone a Benevento e Faroaldo a Spoleto) non sembrerebbero essere venuti in Italia con Alboino, ma secondo alcune congetture - ora divenute maggioritarie - sarebbero arrivati in Italia già prima del 568, come foederati al servizio dell'Impero rimasti in Italia dopo la guerra gotica; solo nel 576, dopo il fallimento della spedizione contro i Longobardi del generale bizantino Baduario,[8] i foederati Longobardi di Spoleto e Benevento si sarebbero rivoltati a Bisanzio, formando questi due ducati autonomi.[9] Dopo la nascita dei due ducati longobardi meridionali, ora Roma era apertamente minacciata e nel 579 fu essa stessa assediata; il senato romano inviò richieste di aiuto all'Imperatore Tiberio II, ma questi - essendo impegnato sul fronte orientale - non poté far altro che consigliare al senato di corrompere col denaro i duchi longobardi per spingerli a passare dalla parte dell'Impero e combattere in Oriente al servizio di Bisanzio contro la Persia, oppure di comprare un'alleanza con i Franchi contro i Longobardi.[10]

 
Cartina dell'Italia suddivisa in eparchie nel 580, basata sulla ricostruzione di PM Conti, secondo Giorgio Ciprio.

In seguito alle conquiste dei Longobardi i territori italici rimasti in mano bizantina subirono una riorganizzazione amministrativa. La Descriptio orbis romani di Giorgio Ciprio, opera geografica redatta all'inizio del VII secolo, suddivideva in cinque province o eparchie l'Italia bizantina:

  • Urbicaria, comprendente i possedimenti bizantini in Liguria, Toscana, Sabina, Piceno, e Lazio litoraneo (tra cui Roma);
  • Annonaria, comprendente i possedimenti bizantini nella Venezia e Istria, in Aemilia, nell'Appennino settentrionale e nella Flaminia;
  • Aemilia, comprendente i possedimenti bizantini nella parte centrale dell'Aemilia, a cui si aggiungono l'estremità sud-occidentale della Venezia (Cremona e zone limitrofe) e l'estremità sud-orientale della Liguria (con Lodi Vecchio);
  • Campania, comprendente i possedimenti bizantini nella Campania litoranea, nel Sannio e nel Nord dell'Apulia;
  • Calabria, comprendente i possedimenti bizantini nel Cilento, in Lucania e nel resto dell'Apulia.

Alcuni studiosi, ritenendo attendibile la Descriptio orbis romani di Giorgio Ciprio, hanno supposto che la suddivisione dell'Italia in cinque eparchie sarebbe stata il frutto di una presunta riforma amministrativa dell'Italia attuata intorno al 580 dall'Imperatore Tiberio II, che avrebbe anticipato per certi aspetti la fondazione dell'esarcato, realizzata alcuni anni dopo. Secondo questi studiosi, come il Bavant, con la suddivisione dell'Italia in cinque eparchie e la conseguente introduzione dei «tratti limitanei», si sarebbe tentato di migliorare le difese dei residui territori rimasti in mano imperiale in modo da renderli in grado di respingere gli assalti dei Longobardi, essendo fallito ogni tentativo (compresa la spedizione di Baduario) di espellerli dall'Italia.[11] Altri studiosi (come il Cosentino), invece, hanno messo in dubbio l'esistenza di questa presunta riforma amministrativa, giudicando inattendibile la sezione relativa all'Italia dell'opera di Giorgio Ciprio, il quale, essendo molto probabilmente armeno, era verosimilmente poco informato sull'Italia e potrebbe aver preso o dedotto la suddivisione dell'Italia in cinque eparchie da fonti disorganiche non direttamente provenienti dalla cancelleria imperiale, risultando in una generale inattendibilità di quella sezione; d'altronde, tale suddivisione dell'Italia in cinque eparchie, a dire del Cosentino, risulterebbe anche andare in contrasto con quanto riferito da fonti coeve italiche, come l'epistolario di papa Gregorio I e le epigrafi.[12]

La riforma mauriziana: la nascita dell'EsarcatoModifica

L'invasione longobarda accelerò la tendenza, già in atto sotto il regno di Giustiniano I, di accentrare autorità civile e militare nelle mani di un'unica persona, superando la divisione dei poteri tra prefetto del pretorio e magister militum introdotta da Diocleziano e Costantino. Già sotto il regno di Giustiniano le cariche di prefetto del pretorio d'Africa e di magister militum Africae in più occasioni furono ricoperte contemporaneamente dalla stessa persona, che diventava di fatto la massima autorità sia civile che militare della prefettura del pretorio d'Africa.[13] In Italia, invece, Giustiniano mantenne la divisione dei poteri civili e militari in due persone distinte, ma in ogni caso il generalissimo (strategos autokrator), che l'imperatore aveva inviato in Italia per condurre le operazioni belliche contro gli Ostrogoti, aveva una preminenza sul prefetto del pretorio.[N 3] Anche sotto i successori di Giustiniano questa tendenza proseguì. Probabilmente il prefetto del pretorio d'Italia Longino era stato nominato anche generalissimo delle forze armate di stanza nella penisola; si può supporre, inoltre, che Baduario, al suo arrivo in Italia nel 576 per combattere i Longobardi, avesse ricevuto la carica di strategos autokrator.[14]

A partire dal 584, come attestano le fonti concordemente, la massima autorità militare nell'Italia bizantina reca il titolo di esarca.[N 4] La prima menzione dell'Esarca d'Italia si trova in una lettera di papa Pelagio del 4 ottobre 584. La lettera nomina, in un punto, il patrizio Decio; in un'altra parte parla dell'esarca, senza chiarire se si stesse effettivamente parlando della stessa persona.[15] Diversi studiosi indicano Decio come primo esarca conosciuto.[16] Altri sono invece più prudenti sostenendo che Decio fosse un senatore romano inviato in ambasceria presso l'esarca.[17] Nella medesima lettera si comprende come Ravenna fosse in pericolo poiché viene affermato che l'Exarchus non poté offrire aiuto a Roma contro i Longobardi in quanto già a stento riusciva a difendere la propria città.

In passato, studiosi come l'Ostrogorsky avevano supposto che la creazione dell'esarcato fosse dovuta a una precisa riforma attribuibile all'imperatore Maurizio (582-602) volta ad arginare l'invasione longobarda rendendo i residui territori in Occidente in grado di autodifendersi. Per volere dell'Imperatore «l'amministrazione sia militare che politica fu affidata agli esarchi», inaugurando «il periodo della militarizzazione dell'amministrazione bizantina» e precorrendo «il sistema dei temi».[18] Più recentemente questa tesi storiografica è stata contestata da altri autori, come ad esempio Ravegnani e Borri, secondo i quali la presunta "riforma" sarebbe consistita semplicemente nel cambiamento di denominazione della massima autorità militare dell'Italia bizantina in esarca, i cui poteri non differivano da quelli del generalissimo (strategos autokrator) di età giustinianea.[19] Le autorità civili in effetti non scomparvero immediatamente, come attesta l'epistolario di papa Gregorio I.[20] Esse di fatto erano subordinate all'autorità militare, «un fenomeno d'altronde già in atto durante l'epoca giustinianea e inevitabile conseguenza della preminenza delle necessità militari in una regione come l'Italia, soggetta a uno stato di guerra pressoché permanente».[21] Si può concludere dunque che non vi fu alcuna riforma di Maurizio atta ad abolire la separazione dei poteri civili e militari, e che la preminenza delle autorità militari su quelle civili non ebbe niente di nuovo, essendo in vigore nella penisola fin dai tempi di Giustiniano a causa dei continui conflitti prima con gli Ostrogoti e poi con i Longobardi.[22]

 
Le città dell'Esarcato e della Pentapoli.

Lo scompaginamento dovuto alle conquiste longobarde comportò necessariamente una riorganizzazione dell'Italia bizantina in ducati, un processo che cominciò alla fine del VI secolo ma che poté dirsi concluso solo nella seconda metà del VII secolo; si trattò tuttavia non di una riforma coordinata dal governo centrale, bensì dell'esito di una prassi amministrativa empirica attuata dai comandi locali.[23] Entro il VII secolo l'Italia bizantina (chiamata convenzionalmente "esarcato" dalla storiografia moderna, anche se i documenti ufficiali continuarono a far uso della denominazione Provincia Italiae)[N 5] venne suddivisa nelle seguenti circoscrizioni militari:[24][25]

  1. l'Esarcato propriamente detto, corrispondente grossomodo all'odierna Emilia-Romagna, delimitato a nord dai fiumi Po, Tartaro e Adige, a ovest dal Panaro e a sud dagli Appennini;
  2. le due Pentapoli, quella marittima (Rimini, Pesaro, Ancona, Senigallia e Fano) e quella annonaria (Gubbio, Cagli, Urbino, Fossombrone e Jesi);
  3. il corridoio bizantino o ducato di Perugia, costituito da una serie di fortezze lungo la Via Amerina il cui possesso era fondamentale per garantire i collegamenti tra Roma e Ravenna;
  4. il Ducato romano;
  5. la Liguria (chiamata nella Cosmografia ravennate del VII secolo Provincia Maritima Italorum);
  6. la Venezia e l'Istria;
  7. il Ducato di Napoli (comprendente le coste della Campania dal Volturno alla penisola amalfitana);
  8. il Ducato di Calabria (comprendente parte del Bruzio e la parte meridionale dell'Apulia).

Essendo impegnato in altri fronti contro nemici temibili come Avari e Sasanidi, Maurizio non poteva inviare consistenti rinforzi in Italia e decise di arginare l'espansione longobarda o corrompendo alcuni duchi al fine di portarli dalla propria parte o stipulando un'alleanza con i Franchi, i quali avrebbero dovuto invadere il regno longobardo in cooperazione con le esigue truppe bizantine. Il re dei Franchi Childeberto II invase una prima volta il territorio longobardo nel 584, ma i Longobardi riuscirono ad ottenere il suo ritiro pagando un tributo.[26] Fu proprio a causa di questa incursione che i Longobardi si risolsero a eleggere un nuovo re in Autari dopo dieci anni di interregno e di anarchia («periodo dei Duchi»). Una seconda invasione franca, avvenuta l'anno successivo, non diede frutti a causa della disunione dell'esercito invasore.[27] Nel frattempo Autari espugnò Brescello; il castrum era difeso da Droctulfo, un duca longobardo passato al servizio dell'Impero, che intorno al 585 riuscì a recuperare per Bisanzio Civitas Classis, il porto di Ravenna.[28] Nello stesso anno l'esarca Smaragdo, messo in difficoltà dalla sconfitta dei Franchi e dall'offensiva longobarda, firmò una prima tregua, di durata triennale, con i Longobardi.[29] Tre anni dopo i Franchi invasero una terza volta il regno longobardo venendo però sonoramente sconfitti dall'esercito di Autari, che nello stesso anno attaccò anche i possedimenti imperiali espugnando l'enclave bizantina dell'Isola Comacina.[30]

Intanto, in materia religiosa, si consumava proprio in quegli anni una profonda crisi nota come Scisma dei tre capitoli. Il contrasto era causato dalla condanna, in occasione del Quinto concilio ecumenico, nel 551 da parte dell'Imperatore Giustiniano I, degli scritti di tre teologi orientali, accusati di essere vicini al nestorianesimo. Roma si era adeguata al volere imperiale, ma in Italia gli arcivescovi di Milano e di Aquileia si rifiutarono di obbedire e non si considerarono più in comunione con i vescovi che avevano accettato la decisione imperiale. Milano ritornò, poco dopo, sui suoi passi, ma Aquileia restò ferma nei suoi propositi, proclamandosi Patriarcato e i Longobardi ne approfittarono appoggiando il patriarca aquileiense. Nel 587 la questione esplose quando il Patriarca di Aquileia venne fatto arrestare a Grado, dove aveva la propria sede, insieme ad alcuni vescovi istriani, per ordine dell'esarca Smaragdo, e poi imprigionato a Ravenna per circa un anno, dove fu costretto a ritornare all'ubbidienza.[31] Una volta liberato e rientrato a Grado, egli tornò però a ribellarsi, fomentando le contestazioni dei vescovi dipendenti del Patriarcato di Aquileia per l'atteggiamento di Smaragdo e l'esarca venne richiamato a Costantinopoli.[31]

Al suo posto si insediò Giuliano che, molto probabilmente, restò in carica per pochi mesi.[31]

Il pontificato di Gregorio IModifica

 
I territori bizantini agli inizi del VII secolo, dopo le conquiste del sovrano longobardo Agilulfo.

Dopo Giuliano, la carica di esarca venne assunta da Romano, il quale riprese le operazioni belliche contro i Longobardi. Nel 590 fu stretta un'alleanza con i Franchi di Childeberto II, allo scopo di annientare i Longobardi. Il re franco inviò in Italia un esercito, di cui una parte si diresse verso Verona, mentre i Bizantini, guidati dall'esarca, attaccavano i Longobardi conquistando Altino, Modena e Mantova e ottenendo la sottomissione dei duchi longobardi di Parma, Reggio e Piacenza. Dopo gli iniziali successi, però, proprio quando i Longobardi erano sul punto di cedere, all'improvviso i Franchi rientrarono in patria, per poi non tornare più sul campo di guerra.[32] I Bizantini non furono più in grado di condurre la guerra, così per Bisanzio sfumò l'ultima occasione per scacciare i Longobardi e ricostituire l'unità della penisola. L'esarcato recuperò un po' di terreno, ma dopo questa campagna le condizioni socio-economiche nella penisola erano ulteriormente deteriorate.

Nel 591, inoltre, il duca di Spoleto, Ariulfo, appena asceso al ducato, iniziò a condurre una politica espansionistica a danni dei Bizantini, conquistando le città del corridoio umbro che collegava Roma con Ravenna e assediando la Città Eterna stessa, da cui si ritirò solo dopo aver estorto alla città attaccata un tributo; nel frattempo anche Napoli era minacciata dai Longobardi di Benevento. L'esarca non intervenne in aiuto di Roma, nonostante le richieste di aiuto di papa Gregorio, il quale, dopo l'assedio, scrisse all'arcivescovo di Ravenna, Giovanni, lamentandosi per il comportamento dell'esarca, che «rifiuta di combattere i nostri nemici e vieta a noi di concludere la pace».[33] Papa Gregorio, infatti, vista la latitanza del potere imperiale, cercò di negoziare la pace con i Longobardi, in modo da alleviare le sofferenze alla popolazione romana: iniziava così l'attività politica e temporale della chiesa di Roma.

 
Papa Gregorio I fu uno degli oppositori alla politica dell'esarca Romano.

Nel 592 Romano, venuto a conoscenza che papa Gregorio era in trattative con il Ducato di Spoleto per una pace separata, si mosse per rompere le trattative, un po' perché non tollerava l'insubordinazione del Pontefice, che stava trattando con il nemico senza alcuna autorizzazione imperiale, un po' perché concludere la pace in quel momento avrebbe riconosciuto il corridoio umbro in mani longobarde, cosa che l'esarca non intendeva che accadesse. Nel luglio 592, quindi, l'esarca, partendo da Ravenna, raggiunse via mare Roma e dalla Città Eterna partì alla riconquista delle città del Corridoio umbro: dopo una breve campagna, riuscì a liberarle.[34] Questa iniziativa, come previsto, ruppe le trattative di pace che papa Gregorio aveva avviato con i Longobardi, provocando un ulteriore peggioramento dei rapporti con il pontefice, che si lamentò in seguito del comportamento dell'esarca, che aveva impedito che si giungesse a una tregua «senza alcun costo per l'Impero» con i Longobardi. La campagna di Romano non generò però solo lo sdegno del pontefice, ma anche la reazione di re Agilulfo, che da Pavia marciò in direzione di Perugia, dove giustiziò il duca longobardo traditore Maurisione, reo di aver consegnato la città all'Impero, e poi assediò Roma (593), da cui si ritirò solo dopo aver estorto un tributo di 5 000 libbre d'oro.[35]

Papa Gregorio continuò ad insistere per una pace, cercando di convincere Severo, uno dei funzionari (con la carica di scolastico) di Romano, a persuadere l'esarca a firmare una tregua con i Longobardi,[36] ma senza alcun risultato apprezzabile; anzi, i suoi tentativi subirono la disapprovazione dell'Imperatore Maurizio.[37] Le trattative di pace non andarono avanti, perché sempre ostacolate dall'esarca Romano, «la cui malizia è persino peggiore delle spade dei Longobardi, tanto che i nemici che ci massacrano sembrano miti in comparazione con i giudici della Repubblica che ci consumano con la rapina»[38] (così scrisse Gregorio al vescovo di Sirmio nella prima metà del 596), e nel 596 fu affisso su una colonna a Ravenna uno scritto satirico insultante il Pontefice e la sua politica per il raggiungimento della pace; gli autori del gesto vennero poi scomunicati.

Dopo la morte di Romano (596), divenne esarca Callinico, il quale si mostrò molto più malleabile del predecessore. Con lui, grazie alla mediazione di papa Gregorio, si arrivò nel 598 a una tregua, seppur "armata", di durata biennale, con il re longobardo Agilulfo.[39] Nel 601, tuttavia, l'esarca approfittò della ribellione dei duchi longobardi del Friuli e di Trento, catturando la figlia del re insieme ad altri familiari. I Longobardi reagirono prontamente e conquistarono Mantova, Cremona, Padova e Monselice.[40]

Nel 603 Smaragdo ritornò al governo di Ravenna e appoggiò nuovamente il Papa nella lotta contro gli scismatici tricapitolini. Il nuovo esarca, non potendosi attendere aiuti da Oriente, non poté far altro che stringere una tregua contro i Longobardi che venne rinnovata di anno in anno fino alla fine del regno di Agilulfo.[41] Nel frattempo, nel 604, morì papa Gregorio.

Regni di Foca e di EraclioModifica

 
La colonna di Foca, sulla cui sommità un tempo si trovava una statua dell'imperatore.

Nel 605, scaduta la tregua biennale, i Longobardi occuparono Bagnoregio e Orvieto, dopodiché la tregua fu rinnovata per un anno e, scaduta questa, per altri tre anni.[42]

Nel 606, attraverso l'intervento di Smaragdo, fu eletto a Grado un nuovo Patriarca, favorevole a Roma: questo evento provocò un ulteriore frattura nella Chiesa, con l'elezione ad Aquileia di un altro patriarca che sposava ancora le tesi scismatiche, spalleggiato dai Longobardi. Benché lo scisma fosse ricomposto verso la fine del VII secolo, infatti, la separazione tra i due patriarcati delle Venezie sarebbe stata destinata a durare per molti secoli.[43]

Smaragdo rimase in carica fino ad almeno al 608, quando è attestato per l'ultima volta nelle fonti (epigrafe CIL VI, 1200, riguardante la dedica di una statua in onore di Foca a Roma); si ritiene che fu sostituito, sotto Foca o sotto Eraclio, da un certo Fozio, di cui non si sa nulla, a parte che fu esarca.[43] Nel frattempo a Bisanzio Eraclio I, deposto Foca, divenne Imperatore romano. Questi avviò una serie di riforme che cambiarono in modo notevole la fisionomia dello Stato romano-orientale, tanto che nel 629 la stessa titolatura imperiale mutò da Imperator Caesar Augustus - Aυτοκράτωρ Kαîσαρ Aΰγουστος (Imperatore Cesare Augusto) a Bασιλεύς (Re).[44] A Ravenna, sotto il regno di Eraclio, divennero esarchi, in successione, Giovanni I Lemigio, Eleuterio e Isacio.

L'esarca Giovanni (chiamato Lemigio da una fonte molto tarda) continuò a rinnovare la pace con i Longobardi. Il mancato pagamento del soldo generò tuttavia una seria sedizione dell'esercito a Ravenna nel 616, a cui dovette forse prendere parte anche la popolazione, inasprita dall'eccessivo fiscalismo, che cagionò l'assassinio dell'esarca Giovanni.[45] Il ruolo rivestito dai iudices rei publicae nella rivolta resta incerto, essendo il Liber Pontificalis sibillino a proposito: secondo alcune fonti moderne essi sarebbero stati uccisi dai rivoltosi insieme all'esarca Giovanni, mentre secondo altre essi sarebbero stati nominati dai ribelli dopo l'uccisione dell'esarca, e poi giustiziati per ordine dell'esarca Eleuterio.[N 6] Quasi contemporaneamente anche Napoli si rivoltava, eleggendo un sovrano autonomo da Bisanzio, Giovanni Consino. L'Imperatore Eraclio reagì immediatamente: inviò il suo cubiculario Eleuterio, nominato esarca, con un esiguo esercito per soffocare le sedizioni in Italia. Repressa con estrema durezza la rivolta di Ravenna, giustiziando i facinorosi,[46] l'esarca si mosse con l'esercito in direzione di Napoli e, dopo aver effettuato una sosta a Roma, dove fu ricevuto calorosamente da papa Adeodato I, stroncò anche la rivolta napoletana di Giovanni Consino, giustiziato, insieme ai suoi seguaci, per ordine di Eleuterio.[46]

Ritornato a Ravenna, pagò ai soldati la roga, ovvero il soldo arretrato, e, secondo il biografo di papa Adeodato, ciò determinò il ritorno della pace in Italia, segno che le rivolte erano dovute a un ritardo nelle paghe.[46] Dopo aver represso le rivolte interne, Eleuterio passò all'offensiva contro i Longobardi, ma venne sconfitto ripetutamente dal duca Sundrarit e costretto a pagare un tributo di 500 libbre d'oro. Nel 619, poco prima dell'ordinazione del nuovo pontefice Bonifacio V, Eleuterio decise di usurpare la porpora, proclamandosi Imperatore romano d'Occidente: secondo lo studioso Bertolini, l'intento dell'esarca ribelle era quello di «ridare all'Italia un impero indipendente, pari di rango all'impero in Oriente»,[47] anche se non si può escludere, come sostiene T.S. Brown, che «le sue ambizioni contemplassero soltanto l'instaurazione, nell'Italia bizantina, di un governo autonomo».[45] Poco tempo dopo aver assunto la porpora, Eleuterio si recò dall'arcivescovo di Ravenna Giovanni IV, con ogni probabilità per farsi da lui incoronare (all'epoca era prassi che un nuovo imperatore fosse incoronato da un ecclesiastico)[48]; l'arcivescovo, tuttavia, evitò di prendersi questa responsabilità, forse temendo l'ira di Eraclio nel caso l'usurpazione fosse stata repressa; consigliò,[49] piuttosto, Eleuterio di recarsi a Roma per farsi incoronare nell'antica Caput Mundi,[49] o dal papa (secondo Ravegnani)[48] o dal senato romano (secondo Bertolini).[47] Eleuterio, reputando valido il consiglio, iniziò i preparativi per il viaggio.[50] Secondo lo studioso Classen, si trattava della «prima marcia di incoronazione a Roma della storia del mondo».[51] Giunto nei pressi di Castrum Luceolis (fortezza posta tra Gubbio e Cagli) con un esiguo seguito, l'esarca ribelle fu ucciso da soldati fedeli a Eraclio.[49]

 
L'esarcato alla metà del VII secolo, dopo le conquiste del longobardo Rotari.

Dopo un breve periodo dal 619 al 625 in cui fu forse esarca il "patrizio Gregorio" che secondo Paolo Diacono si rese reo dell'uccisione proditoria dei duchi del Friuli Tasone e Caco,[52] nel 625 giunse a Ravenna un nuovo esarca, Isacio, di stirpe armena, probabilmente appartenente alla casata dei Kamsarakan.[53] Appena arrivato, l'esarca ricevette un'epistola da papa Onorio I, che gli chiedeva di aiutare il re longobardo Adaloaldo a recuperare il trono usurpatogli da Arioaldo, ma l'esarca decise di rimanere neutrale, favorendo Arioaldo, che così poté mantenere il trono.[52] Secondo una notizia di dubbia attendibilità del cronista dei Franchi Fredegario, intorno al 630 Arioaldo contattò Isacio, chiedendogli di uccidere proditoriamente il duca ribelle di Tuscia Tasone, offrendogli in cambio la riduzione del tributo che l'esarcato doveva versare ai Longobardi da tre a due centenaria.[54] Isacio, allora, contattò Tasone, convincendolo a recarsi a Ravenna disarmato per stringere con lui un'alleanza; quando, però, Tasone entrò nella capitale dell'esarcato, fu assalito all'improvviso dai soldati dell'esarca, che lo uccisero; Arioaldo, soddisfatto del risultato, mantenne la promessa della riduzione del tributo.[54] Il racconto di Fredegario, tuttavia, è ritenuto sospetto in quanto molto simile, seppur con delle differenze,[55] con l'episodio dell'uccisione dei duchi del Friuli Tasone e Caco ordita a Oderzo (nel Veneto) dal patrizio Gregorio tra il 619 e il 625 narrato da Paolo Diacono.[52]

Sotto Isacio si ebbe un nuovo inasprimento delle tensioni con la Chiesa romana: Eraclio, in quegli anni, aveva infatti promulgato l'Ekthesis, cioè un editto con cui l'imperatore interveniva nelle dispute cristologiche sancendo la duplice natura umana e divina del Cristo, ma l'unicità della sua volontà, il Monotelismo. Il provvedimento aveva incontrato gravi resistenze in Occidente e Isacio reagì in materia brutale. Nel 640, sfruttando il malcontento dei soldati per i forti ritardi della paga, il chartularius Maurizio istigò i militari a fare rappresaglia contro il Pontefice, accusato di aver sottratto il compenso dovuto, e quindi, dopo tre giorni di assedio, fu sequestrato il tesoro della Chiesa romana custodito nel Laterano.[56] Poco dopo arrivò a Roma anche Isacio, che bandì alcuni ecclesiastici, fece l'inventario del tesoro sequestrato e lo inviò in parte a Costantinopoli ad Eraclio e parte lo tenne per sé.[57] In seguito (intorno al 642), Isacio dovette fronteggiare la rivolta a Roma dello stesso Maurizio, che ottenne l'appoggio dei soldati nelle fortezze circostanti accusando l'esarca di avere l'intenzione di usurpare la porpora.[58] Isacio inviò il sacellario e magister militum Dono nella Città Eterna per sedare la rivolta,[58] missione coronata dal successo: Maurizio, abbandonato dai suoi stessi uomini, fu catturato in una chiesa di Roma detta Ab Praesepe[58] e, per ordine dell'esarca, decapitato a Cervia e la sua testa esposta al circo di Ravenna.[59] Gli altri prigionieri, messi in carcere in attesa di conoscere la loro pena, si salvarono grazie all'improvvisa morte dell'esarca (avvenuta, secondo la testimonianza ostile del Liber Pontificalis, per intervento divino), che determinò la loro liberazione.[59] È possibile che Isacio sia stato ucciso dai Longobardi durante la battaglia dello Scultenna nel 643 (si veda più sotto).[60]

Nel frattempo, con l'ascesa al trono di re Rotari, avvenuta nel 636, a settentrione cresceva la pressione longobarda. Rotari attaccò ed espugnò nel 639 Oderzo e Altino, le ultime città nell'entroterra veneto ancora in mano bizantina, costringendo gli abitanti di Oderzo a trasferirsi a Eraclea, mentre quelli di Altino a Torcello.[61] Nel 643 Rotari attaccò l'esarcato e, secondo Paolo Diacono, inflisse nella battaglia dello Scultenna una grave sconfitta all'esercito bizantino (probabilmente anche l'esarca stesso perì nel corso dello scontro), anche se la vittoria longobarda va ridimensionata poiché Rotari non riuscì a conquistare Ravenna né i suoi dintorni, segno che, pur perdendo, i Bizantini erano riusciti a fermare l'avanzata del re longobardo.[60] Il vuoto di potere creatosi nell'Italia bizantina in seguito alla battaglia (e alla probabile morte dell'esarca) permise comunque a Rotari di occupare la Liguria bizantina negli ultimi mesi del 643.[62]

Il regno di Costante IIModifica

 
Papa Martino I, per essersi opposto alla politica religiosa dell'Imperatore Costante II, fu processato per alto tradimento e condannato all'esilio a Cherson.

Morti Eraclio e i suoi immediati successori e diventato imperatore Costante II, questi emanò in materia religiosa il Typos, con il quale aboliva l'editto eracliano, ma allo stesso tempo vietava le discussioni cristologiche.[60] La Chiesa romana si oppose e, in occasione del Concilio svoltosi dal 5 al 31 ottobre 649 nella Basilica lateranense, papa Martino I condannò il Monotelismo e i due editti imperiali. Costante reagì inviando l'esarca Olimpio in Italia con l'incarico di arrestare il papa o addirittura di assassinarlo: tuttavia l'esarca non riuscì nel suo intento, verosimilmente a causa del mancato appoggio dell'esercito di stanza in Italia. Dopo essersi riappacificato con il pontefice, Olimpio si rivoltò staccando l'Italia dal resto dell'Impero, approfittando del clima di dissenso diffusosi nella penisola nei confronti della politica religiosa imperiale favorevole al monotelismo.[63] Tuttavia nel 652, secondo quanto narra il Liber Pontificalis, Olimpio morì a causa di una pestilenza mentre si apprestava ad affrontare gli Arabi in Sicilia; tuttavia alcuni studiosi, come Stratos, hanno messo in dubbio la versione tramandata dal Liber Pontificalis sostenendo che la Sicilia era fuori dalla giurisdizione dell'esarca e che la presunta incursione araba nell'isola del 652 non è attestata da altre fonti.[64] Dopo la morte di Olimpio, l'imperatore Costante inviò l'esarca Teodoro Calliope, il quale marciò su Roma e riuscì ad arrestare il Papa e portarlo a Costantinopoli nel 654.[65] Martino, dopo essere stato incarcerato e aver subito pesanti umiliazioni, venne accusato di alto tradimento dal Senato e fu condannato a morte. La condanna fu però sospesa da Costante II e la pena di morte commutata in esilio perpetuo a Cherson. Salì sul Soglio pontificio papa Eugenio I, gradito a Costante.

Nel 663 lo stesso Costante sbarcò con un esercito a Taranto per muovere guerra contro i longobardi invadendo il ducato di Benevento: dopo aver preso e raso al suolo Lucera e un tentativo fallito di espugnare Acerenzia, assediò la città di Benevento.[66] Intervenne il re longobardo Grimoaldo, che costrinse Costante a levare l'assedio e a ripiegare verso Napoli; da qui il Basileus compì un ultimo tentativo di prendere il ducato beneventano inviando il generale Saburro contro il duca di Benevento Romualdo, che riuscì però a infliggere una decisiva sconfitta ai Bizantini a Forino, in seguito alla quale le velleitarie aspirazioni di riconquista di Costante tramontarono.[67] Da Napoli, l'imperatore si diresse quindi verso Roma, dove fu accolto dal nuovo Papa e dai romani - era la prima volta dalla caduta dell'Impero d'Occidente che un Imperatore romano rimetteva piede nell'antica capitale -, fermandovisi una dozzina di giorni prima di tornare a Napoli e infine muovere verso Siracusa, dove pose la sua residenza, con lo scopo di controllare meglio i movimenti degli arabi.[68]

A Siracusa Costante II continuò a perseguire una politica ostile alla Chiesa Romana: l'incrementata pressione fiscale colpì molto duramente le estese proprietà terriere del Papato, e inoltre nel 666 l'Imperatore emanò un diploma a favore dell'arcivescovo di Ravenna Mauro in cui veniva concessa alla Chiesa Ravennate l'autocefalia (cioè la separazione dalla giurisdizione della Sede apostolica).[69] Per il suo governo autoritario e per l'aumento eccessivo delle tasse, oltre ovviamente per la sua politica religiosa e fiscale ostile alla Chiesa Romana, Costante si rese impopolare e nel 668 venne organizzata una congiura che lo assassinò. I cospiratori elessero imperatore l'usurpatore Mecezio; tuttavia fu rapidamente rovesciato e giustiziato dalle truppe rimaste fedeli al figlio e legittimo successore di Costante, Costantino IV, che secondo le fonti greche avrebbe condotto di persona la spedizione in Sicilia per deporre l'usurpatore.[70] Tuttavia fonti latine quasi contemporanee come il Liber Pontificalis non fanno la minima menzione alla partecipazione diretta dell'Imperatore alla spedizione siciliana e sostengono che Mecezio venne detronizzato da truppe provenienti dall'Italia, dalla Sardegna e dall'Africa. Sulla base delle fonti latine, gli storici moderni ritengono che la rivolta di Mecezio sia stata sedata dall'esarca e non da Costantino IV.[71]

L'inizio della crisiModifica

 
Mosaico di Sant'Apollinare in Classe a Ravenna, rappresentante l'imperatore Costantino IV (centro), il figlio e i fratelli. Da sinistra a destra: Giustiniano II, i due fratelli, Costantino IV, due arcivescovi di Ravenna e tre diaconi.

Sotto il successore Costantino IV l'Impero bizantino si trovò in una lotta mortale contro gli Arabi e i Bulgari. Nel frattempo i rapporti tra la Chiesa Romana e Costantinopoli, deterioratisi durante il regno di Costante, migliorarono: l'Imperatore infatti revocò tra il 676 e il 678 l'autocefalia, concessa alla Chiesa Ravennate da Costante nel 666 nel tentativo di togliere poteri al Papato, e nel 680 con il Sesto Concilio Ecumenico convocato dall'Imperatore venne condannato il monotelismo.[72] Sempre nel 680 venne sottoscritto un trattato di pace con il regno longobardo con il quale per la prima volta i Bizantini riconoscevano ai Longobardi il possesso dei territori da essi occupati in Italia.[73]

La pace del 680 tuttavia non impedì ai Longobardi di Benevento di espandersi a danno dei Bizantini: nel 687 un esercito longobardo condotto dal duca di Benevento Romualdo I valicò il fiume Bradano, zona di confine tra i due stati, invadendo il ducato di Calabria; nel corso dell'offensiva fu sottomessa gran parte della Puglia bizantina, comprese le città di Brindisi e Taranto, lasciando in mano bizantina le sole città di Otranto e Gallipoli nonché il Bruzio meridionale.[73]

Poco è noto degli esarchi in carica sotto Costantino IV e anche le date dei loro mandati sono ipotetiche. Si può presumere che Gregorio, l'esarca menzionato nel diploma del 666 con cui Costante II aveva concesso l'autocefalia alla Chiesa Ravennate, fosse rimasto in carica nei primi anni di regno di Costantino IV, succeduto forse intorno al 678 da Teodoro; quest'ultimo rimase in carica fino al 687.[74]

Con Giustiniano II, salito al potere nel 685, i rapporti con il Pontefice romano tornarono a deteriorarsi. Nel 687 il nuovo esarca Giovanni Platyn rimase coinvolto nelle lotte per l'elezione del Papa, tentando di manipolare il conclave in modo che la scelta del nuovo pontefice ricadesse su Pasquale, che gli aveva promesso in cambio 100 libbre d’oro. I suoi tentativi di influire sull'elezione non funzionarono: essendosi divisi gli elettori tra due candidati (Pasquale e Teodoro), fu eletto Papa un altro candidato, Sergio. Su richiesta di Pasquale, l'esarca giunse a Roma ma non poté cambiare la decisione: non volendo però rinunciare alle 100 libbre d'oro promesse, costrinse Sergio a pagare la somma promessa da Pasquale in cambio del riconoscimento.[75]

Il contrasto tra Giustiniano II e il Papato divenne evidente a seguito delle decisioni adottate dal Concilio Trullano in antitesi con il culto occidentale, riguardanti il matrimonio del clero e il digiuno del sabato. Dopo l'opposizione di papa Sergio I, l'imperatore inviò il protospatario Zaccaria per catturarlo e portarlo a Costantinopoli, similmente a quanto successo a Martino I alcuni decenni prima.[76] Alla notizia, gli eserciti esarcali si opposero e lo stesso Zaccaria finì per chiedere protezione al Pontefice, nascondendosi addirittura sotto il suo letto.[76]

Nel 701 divenne esarca Teofilatto, contro cui si rivoltarono gli eserciti italiani, forse per motivazioni di natura economica.[77] In difesa dell'esarca, in quel momento a Roma, si schierò papa Giovanni VI, che riuscì a calmare i ribelli, permettendo a Teofilatto di raggiungere Ravenna.[77] Nel frattempo, nel 702, ebbe luogo un'offensiva da parte dei Longobardi del duca beneventano Gisulfo che conquistò tre città del Lazio (Sora, Arpino e Arce), minacciando la stessa Roma; il Papa riuscì a spingerlo al ritiro, ma le tre città conquistate rimasero in mano longobarda.[77]

Nel frattempo, il nuovo arcivescovo di Ravenna, Felice, si recò a Roma (aprile 709) per ricevervi la consacrazione del pontefice, rifiutandosi tuttavia di sottoscrivere la cautio e la indiculum iuramenti. Questo episodio è da ricollegare alla disputa tra le chiese romana e ravennate dovuta alla volontà della seconda di sottrarsi alla giurisdizione della prima. Secondo il Liber Pontificalis, l'arcivescovo ravennate subì «per giudizio divino e per sentenza del principe degli Apostoli Pietro» la giusta punizione per la superbia e l'insubordinazione mostrate in quell'occasione nei confronti del Pontefice, venendo deportato a Costantinopoli e poi accecato, nel corso della repressione spietata contro i Ravennati ordinata dall'Imperatore Giustiniano II.[78]

Non c'è un consenso unanime sulle motivazioni che spinsero Giustiniano II a ordinare la repressione contro Ravenna. Il Liber Pontificalis, nel seguito della narrazione, riporta che l'esarca Giovanni Rizocopo, dopo aver incontrato papa Costantino (708-715) a Napoli nell'ottobre 710 e aver ucciso a Roma quattro dignitari ecclesiastici per punire la Chiesa Romana per l'insubordinazione alla politica religiosa imperiale in seguito al Concilio Quinisesto, una volta ritornato a Ravenna, pagò per «giudizio divino» le iniquità da poco commesse andando incontro a una «turpissima morte»;[79] probabilmente fu linciato nel corso di una rivolta popolare a Ravenna.[80] Alcuni studiosi collocano la spedizione punitiva dopo l'assassinio di Rizocopo, e ritengono che la motivazione fosse quella di punire la popolazione per aver linciato l'esarca.[81] Altri studiosi invece collocano l'assassinio di Giovanni Rizocopo dopo la spedizione punitiva, connettendola alla rivolta di Giorgio, e motivano la repressione spietata con la volontà di punire la Chiesa di Ravenna per l'insubordinazione alla politica religiosa imperiale: Giustiniano II, intendendo mantenere l'appoggio papale, avrebbe voluto punire i Ravennati sia per la pretesa all'autocefalia, sia per l'insubordinazione mostrata all'epoca di Zaccaria, allorquando si schierarono dalla parte del Pontefice, impedendo l'arresto e la deportazione in Oriente di papa Sergio I.[82]

Qualunque fossero state le motivazioni, l'Imperatore ordinò a Teodoro, stratego della Sicilia, di raggiungere Ravenna con la flotta, appoggiata anche da navi venetiche e illiriche, per compiere la spedizione punitiva.[81] Costui, una volta approdato, invitò numerosi aristocratici locali in un banchetto in senso di amicizia, ma questi, attirati con l'inganno nelle navi, furono qui arrestati e portati a Costantinopoli, dove vennero tutti uccisi meno l'Arcivescovo, quest'ultimo accecato.[81] Ravenna, si narra, fu saccheggiata dalle milizie bizantine. Subito dopo la partenza della flotta bizantina, nel 711 la popolazione ravennate insorse condotta da un certo Giorgio, e la rivolta si estese rapidamente alle città di Forlì, Forlimpopoli, Cervia e altre città limitrofe. Non è noto come ebbe termine la rivolta, ma Ravenna era già tornata all'obbedienza alcuni mesi dopo, quando la testa dell'Imperatore Giustiniano II, detronizzato e fatto giustiziare dal nuovo imperatore Filippico Bardane, fu fatta sfilare per le strade della capitale dell'esarcato.[81]

Nel 711/713 fu invece la popolazione di Roma a insorgere, a causa dell'appoggio al monotelismo da parte del nuovo imperatore Filippico: alla rivolta aderì persino il dux bizantino di Roma, Cristoforo, per cui Filippico fu costretto ad inviare un nuovo duca, Pietro, nel tentativo di sopprimere la rivolta.[83] L'esercito e il popolo romano, condotto dal duca ribelle Cristoforo, riuscì però a sconfiggere in battaglia Pietro e le milizie rimaste fedeli all'Imperatore.[83] Quando nel 713 Filippico fu detronizzato a causa di una rivolta, il nuovo imperatore Anastasio II abolì il monotelismo e inviò a Roma un nuovo esarca, Scolastico, il quale riuscì a porre fine all'insurrezione promettendo che nel caso la rivolta fosse cessata gli abitanti di Roma non sarebbero stati puniti per l'insubordinazione; Scolastico, inoltre, nominò duca di Roma il Pietro già citato in precedenza.[83]

Questi continui episodi di rivolta dimostrano come a partire dalla seconda metà del VII secolo, le tendenze autonomistiche delle aristocrazie locali e il sempre maggior ruolo politico temporale della Chiesa di Roma avessero portato ad un progressivo indebolimento dell'autorità imperiale in Italia.[84]

La caduta dell'EsarcatoModifica

 
I possedimenti italici nel 744.

Durante il regno dell'Imperatore Leone III, asceso nel 717, la crisi si aggravò. Da un lato nel 712 era asceso al trono longobardo Liutprando, che si prefissò l'obiettivo di unificare l'Italia sotto il suo dominio scacciandone i Bizantini e sottomettendo i ducati autonomi della Langobardia Minor; dall'altro l'autorità e il prestigio dell'esarca si stavano gradualmente indebolendo, perdendo l'effettivo controllo degli eserciti e del territorio.[85] L'Italia bizantina si era ormai frammentata in una serie di ducati autonomi fuori dal controllo effettivo dell'esarca. Contrasti di natura fiscale e religiosa tra Papato e Bisanzio accelerarono il disfacimento dell'esarcato. Le armate, reclutate tra la popolazione locale, tendevano a prendere le difese del pontefice, e non esitarono a rivoltarsi all'esarca qualora questi tramasse un complotto ai danni del Papato.[84] Il pontefice approfittò di questa confusa situazione per aumentare la sua influenza politica, ergendosi a protettore dell'esarcato dai Longobardi e ponendo le basi per la nascita del potere temporale della Chiesa.[85]

Nel 717, mentre l'assedio arabo di Costantinopoli (poi fallito) era in corso, il nuovo re longobardo Liutprando invase l'esarcato saccheggiando Classe e assediando per breve tempo Ravenna. Contemporaneamente, il Duca di Spoleto occupò Narni mentre il Duca di Benevento si impadronì di Cuma. I colpi di mano portarono all'interruzione dei contatti tra Roma e gli altri possedimenti bizantini in Italia, ma gli esiti furono di breve durata: presto Liutprando si ritirò a nord con molti prigionieri, mentre il duca bizantino di Napoli Giovanni I, sollecitato dal pontefice, riconquistò Cuma.[86]

Nel 725 Leone III entrò in forte conflitto con papa Gregorio II per ragioni di natura fiscale: l'imperatore aveva aumentato notevolmente le tasse, colpendo in particolare la Chiesa Romana che possedeva vastissime proprietà terriere. In seguito al rifiuto del pontefice di pagare le tasse, l'imperatore ordinò al duca di Roma e ai suoi sottoposti di complottare il suo assassinio. Il piano tuttavia fallì e l'esercito del ducato romano insorse in difesa del pontefice: dopo essersi alleati con i Longobardi di Tuscia e Spoleto, riuscirono poi a sconfiggere le truppe dell'esarca Paolo nei pressi del ponte Salario.[87]

Nel 726 l'Imperatore Leone III proibì il culto delle immagini sacre, ma questo provvedimento incontrò una dura opposizione in Italia e, già in fermento per l'aumento delle tasse, gli eserciti della Venezia marittima, della Pentapoli e dell'Esarcato si ribellarono ed elessero loro capi.[88] I ribelli intendevano proclamare un antimperatore e inviare una flotta a Costantinopoli per deporre Leone III e sostituirlo con il loro candidato, ma papa Gregorio II riuscì a farli desistere; forse il pontefice disperava del successo della possibile spedizione su Costantinopoli (considerato anche il fallimento di un analogo tentativo dei soldati del thema di Hellas l'anno prima) e non intendeva compromettere del tutto i rapporti con Bisanzio, conscio di averne bisogno per difendersi contro la minaccia longobarda.[88] Le truppe bizantine fedeli all'Imperatore tentarono di deporre il Papa e di assassinarlo, ma non vi riuscirono a causa dell'opposizione delle truppe romane, rimaste fedeli al Papa.[88] Scoppiò una rivolta anche a Ravenna, nel corso della quale venne ucciso l'esarca Paolo: con l'intento di punire la popolazione per l'assassinio dell'esarca, Leone III inviò a Ravenna una flotta condotta dallo stratego di Sicilia Teodoro; tuttavia i Bizantini, sbarcati a Classe, subirono una completa disfatta dall'esercito ravennate.[89]

Nel 727 sbarcò a Napoli il nuovo esarca Eutichio, il quale però, a causa del mancato appoggio dell'esercito, non poté instaurare l'iconoclastia in Italia e fallì anche nel tentativo di assassinare il Papa.[85] Nel frattempo, approfittando delle dispute religiose tra Impero e Chiesa, la pressione dei Longobardi sui territori dell'esarcato aumentò notevolmente. Liutprando attraversò il fiume Po ed invase l'Esarcato occupando Bologna e minacciando Ravenna. Tra il 727 e il 728 si sottomisero a Liutprando diverse località fortificate dell'Emilia (Frignano, Monteveglio, Busseto, Persiceto) nonché Osimo, nella Pentapoli. Nel 728, nel quadro della sua campagna espansionista ai danni dei domini bizantini, occupò per circa cinque mesi le fortificazioni di Sutri, nella parte settentrionale del ducato romano. In seguito alle pressanti insistenze del papa Gregorio II, il re longobardo donò il borgo e alcuni castelli "agli apostoli Pietro e Paolo". Questo evento passò alla storia come Donazione di Sutri e pose le prime fondamenta per il potere temporale dei papi e la nascita dello Stato Pontificio.[90]

Nel 729 Eutichio si alleò con il re longobardo Liutprando, dal quale strappò la promessa di un appoggio contro Gregorio II, in cambio del sostegno militare bizantino nella sottomissione dei ducati di Spoleto e di Benevento all'autorità del re. Liutprando ottenne la sottomissione dei duchi di Spoleto e di Benevento, per poi portarsi sotto le mura di Roma insieme alle truppe esarcali. Tuttavia Liutprando non mantenne del tutto i patti, impedendo a Eutichio di conseguire una vittoria completa su Gregorio II; piuttosto, il re longobardo fece da paciere tra il papa e l'esarca, permettendo così a Eutichio di riappacificarsi con il pontefice e di entrare a Roma, ma non dalla posizione di forza desiderata.[91] Dopo aver represso con l'aiuto papale la rivolta nella Tuscia romana dell'usurpatore Tiberio Petasio, l'esarca si stabilì a Ravenna.[91]

Con l'editto del 730 Leone ordinò la distruzione di tutte le icone religiose. Il decreto venne ancora una volta respinto dalla Chiesa di Roma e il nuovo papa Gregorio III nel novembre 731 riunì un sinodo apposito per condannarne il comportamento. Il Concilio, cui parteciparono 93 vescovi, stabilì la scomunica per chi avesse osato distruggere le icone.[92] Il Papa tentò di inviare gli atti del Concilio a Leone III ma i suoi messi non riuscirono nemmeno a raggiungere Costantinopoli perché vennero arrestati.[92] Come contromossa l'imperatore bizantino decise dapprima di inviare una flotta in Italia per reprimere ogni resistenza nella penisola, ma questa affondò;[93] successivamente, per danneggiare gli interessi della Chiesa di Roma, ne confiscò le proprietà terriere in Sicilia e Calabria per causarle un danno economico;[93] decise inoltre di portare la Grecia ed il sud dell'Italia sotto l'egida del Patriarca di Costantinopoli.[94] Al contrario l'esarca, conscio che senza l'appoggio degli eserciti non era in grado di imporre alcunché, decise di perseguire una politica conciliante con il Pontefice, evitando di applicare il decreto iconoclasta in Italia.[94]

Nel frattempo continuavano le campagne di conquista dei Longobardi. In un anno imprecisato, forse nel 732,[94] la stessa Ravenna venne conquistata per la prima volta da Ildeprando, nipote di Liutprando, e da Peredeo, duca di Vicenza. L'esarca Eutichio riparò nella laguna veneta e, aiutato dalla flotta del veneziano duca Orso, riuscì a rientrare a Ravenna. Ildeprando venne catturato e Peredeo ucciso.[94] Incoraggiato dal successo, il duca bizantino di Perugia tentò di riconquistare Bologna, ma l'attacco fallì.

Nel 739 papa Gregorio III appoggiò i duchi di Spoleto e Benevento contro Liutprando; per tutta risposta il re longobardo invase il centro Italia: l'esarcato e il ducato di Roma ne furono devastati, e Liutprando occupò il corridoio umbro, restituito solo tre anni dopo in seguito a negoziazioni con il pontefice.[95] Nel 743, mentre a Roma saliva al soglio pontificio papa Zaccaria, re Liutprando progettava di riconquistare Ravenna, e attaccò l'esarcato impossessandosi di Cesena. L'esarca Eutichio, sentendosi direttamente minacciato, chiese aiuto al Papa, il quale si recò di persona a Pavia per convincere il sovrano a restituire all'esarca i territori conquistati, riuscendo nel suo intento.[96]

 
I territori bizantini in Italia dopo la caduta dell'esarcato, nel 751, ad opera di Astolfo.

Liutprando morì nel 744: gli succedettero prima Ildeprando e poi Rachis. Quest'ultimo sospese le campagne di conquista dei suoi predecessori e firmò una pace con l'esarcato.[97] Tuttavia nel 749, cedendo alle pressioni della fazione longobarda contraria alla pace con Bisanzio, invase la Pentapoli e assediò Perugia. Convinto a ritirarsi dal Papa, al suo ritorno a Pavia venne deposto dai suoi oppositori, che elessero re Astolfo.[97] Questi, riorganizzato e rafforzato l'esercito,[98] passò immediatamente all'offensiva contro i territori italiani ancora soggetti (anche se più di nome che di fatto) all'Impero bizantino. Nel 750 invase da nord l'Esarcato occupando Comacchio e Ferrara; nell'estate del 751 riuscì a conquistare l'Istria e poi la stessa Ravenna, capitale e simbolo del potere bizantino in Italia.[97][N 7] Si insediò nel palazzo dell'esarca, che venne parificato al palazzo regio di Pavia come centro del regno longobardo.[99] Astolfo in una legge datata marzo 750 si autodefinì «re dei Langobardi cui Dio affidò il popolo dei Romani» (rex gentis Langobardorum, traditium nobis a Domino populum Romanorum).[100]

 
La donazione effettuata da Pipino il Breve delle terre dell'Esarcato di Ravenna al papa Stefano II: questo momento è considerato la nascita dello Stato della Chiesa.

L'Imperatore Costantino V tentò di recuperare l'esarcato con la forza della diplomazia inviando ambasciatori presso Astolfo nel tentativo di spingerlo a restituire i territori conquistati all'Impero. Ma l'ambizioso re longobardo non era disposto a rinunciare alle sue conquiste e ambiva a conquistare anche Roma, minacciando apertamente il papa Stefano II, da cui pretendeva che il Ducato romano pagasse un tributo quantificato in tanti soldi d'oro quanti erano gli abitanti del ducato. Quando nel 753 il re longobardo occupò la fortezza di Ceccano, in territorio romano, il Pontefice, visto il fallimento di ogni negoziazione e constatato che l'Impero d'Oriente non poteva fornirgli concreti aiuti militari, decise di rivolgersi ai Franchi, all'epoca governati da Pipino il Breve.[101] Nel gennaio del 754 il Papa si recò in Francia, incontrandosi con Pipino a Ponthion. Questi accettò la richiesta di aiuto del pontefice e s'impegnò a convincere la nobiltà franca.

Ottenuto l'assenso alla spedizione da parte dei nobili franchi nel corso di una dieta a Quierzy (Carisium in latino) il 14 aprile del 754 (giorno di Pasqua), nell'agosto dello stesso anno Pipino discese una prima volta in Italia, sconfiggendo Astolfo nei pressi di Susa ed obbligandolo a cedere Ravenna cum diversis civitatibus.[102] Astolfo, tuttavia, non recedette dai suoi piani bellicosi e nel 756 invase di nuovo il ducato romano, espugnando Narni e assediando Roma: papa Stefano II sollecitò di nuovo l'aiuto di Pipino, che discese in Italia nello stesso anno, sconfisse di nuovo i Longobardi e costrinse Astolfo a cedere Esarcato e Pentapoli al Papa invece che all'Impero (Promissio Carisiaca).[103] I Bizantini ovviamente protestarono e, tramite due messi inviati presso il re franco, pretesero la restituzione dell'Esarcato al legittimo padrone, ovvero l'Impero d'Oriente, offrendo anche una rilevante somma di denaro. Pipino, congedando i due ambasciatori, rispose all'imperatore che egli aveva agito per reverenza verso San Pietro e nulla gli avrebbe fatto rinnegare le sue promesse.[104] Nacque così uno Stato della Chiesa indipendente da Bisanzio e protetto dai Franchi.

Tra il 773 e il 774 il successore di Pipino sul trono di Francia, Carlo Magno, scese in Italia in seguito alla richiesta di aiuto del papa Adriano I contro il re Desiderio e conquistò la capitale del regno longobardo, Pavia. Carlo si fece chiamare da allora "Re dei Franchi e dei Longobardi per Grazia di Dio" (Gratia Dei rex Francorum et Langobardorum), realizzando un'unione personale dei due regni. Il sovrano mantenne le Leges Langobardorum ma riorganizzò il regno sul modello franco, con conti al posto dei duchi.[105]

Per quanto riguarda l'Italia meridionale, la Puglia, la Lucania e la Calabria restarono ancorate in mano imperiale per ancora tre secoli; altri territori, come Napoli e Gaeta, si sganciarono, a poco a poco, dalla dominazione di Costantinopoli mentre la Sicilia fu conquistata dagli Arabi.[106]

Nell'876 i Bizantini, sconfitti definitivamente i Saraceni, ristabilirono il proprio dominio su Bari. Costituito come Thema di Longobardia, questo territorio fu governato per mezzo di un funzionario a cui venne attribuito inizialmente il titolo di strategos o patrizio, dal 970-976 lo strategos fu posto alle dipendenze di un Catapano (o Catepano, traducibile come "sovrintendente", dal termine greco katapános è derivato poi quello di "capitano") a cui rispondevano anche gli strateghi di Calabria e di Lucania: l'insieme dei territori controllati da questo funzionario divenne dunque noto come Catepanato d'Italia.

Cronotassi degli esarchi d'ItaliaModifica

Dal Al Esarca[107] Imperatore di Bisanzio Descrizione
584? Decio? Maurizio Patrizio attestato in una lettera di papa Pelagio II datata 584; diversi studiosi l'hanno identificato con l'innominato esarca menzionato nella medesima lettera, mentre per altri autori si trattava di un senatore romano inviato in ambasceria presso l'esarca (probabilmente Smaragdo).[108]
585 588/589 Smaragdo Maurizio Si rese noto per la sua durezza nei confronti degli scismatici tricapitolini della Venezia, a causa della quale fu richiamato a Costantinopoli.[109]
588? 589/590 Giuliano Maurizio Attestato in un'iscrizione il 31 marzo 589, null'altro si sa di lui; il suo mandato durò comunque pochi mesi.[110]
589/590 595/597 Romano Maurizio Tentò, in alleanza con i Franchi, di sottomettere i Longobardi. Ebbe contrasti di natura dottrinale e politica con papa Gregorio I (590-604).[111]
596/597 602/603 Callinico Maurizio Persuaso da papa Gregorio, firmò una tregua biennale con i Longobardi (598). Nel 601/602 fece prigionieri a Parma parenti di re Agilulfo, provocando una guerra con i Longobardi con numerose sconfitte per i Bizantini. Richiamato a Costantinopoli per le numerose sconfitte.[112]
603 608 Smaragdo Foca Al suo secondo mandato, firmò una tregua con i Longobardi, che venne rinnovata di anno in anno. L'ultima volta che viene attestato come esarca è il 608, quando edificò una colonna in onore di Foca. Si ignora quando ebbe termine il suo mandato.[113]
608? 613? Fozio? Foca/Eraclio L'agiografia di San Teodoro di Sykeon narra che il santo ricevette la visita di Fozio, futuro "esarco di Roma", e ne battezzò il figlio Gregorio. Pur avendo il termine "esarca" altri significati,[N 8] gli studiosi ritengono probabile che effettivamente possa essere stato esarca d'Italia tra la fine del regno di Foca e l'inizio del regno di Eraclio. Nulla si sa di lui.[114]
615? 615? Giovanni I Eraclio Ucciso nel 616 da una rivolta (probabilmente dell'esercito) scoppiata a Ravenna.[115]
616 619 Eleuterio Eraclio Sedò con durezza le rivolte scoppiate a Ravenna e a Napoli. Combatté con insuccesso i Longobardi condotti dal duca Sundrarit. Usurpò la porpora e tentò di marciare su Roma per farsi incoronare Imperatore d'Occidente dal Papa, ma fu ucciso presso Castrum Luceolis da soldati fedeli a Eraclio (619/620).[116]
619 625 Gregorio? Eraclio Paolo Diacono narra di un patrizio Gregorio che uccise a tradimento i duchi del Friuli Caco e Tasone. Dato che gli esarchi detenevano di norma il titolo di patrizio, è possibile che tale Gregorio fosse stato un esarca.[117]
625 643 Isacio Eraclio Trattò con estrema durezza il papato, punendolo per essersi opposto alla politica religiosa imperiale sequestrando il tesoro papale custodito nel Laterano (640). Tentò di opporsi invano alla politica espansionistica di Re Rotari, venendo probabilmente ucciso nella Battaglia dello Scultenna (643).[118]
643 645? Teodoro I Costante II Inviato dall'Imperatore in Italia dopo la morte di Isacio. Sostituito nel 645 da Platone.[119]
645? 648? Platone Costante II Poco si sa del suo mandato. Richiamato a Costantinopoli nel 649.[120]
649 652 Olimpio Costante II Su ordini dell'Imperatore, tentò di assassinare il Pontefice, ma fallì. Subito dopo si rivoltò all'Imperatore separando l'Italia dall'Impero. La rivolta finì nel 652 quando l'esarca ribelle, recatosi in Sicilia per combattere gli Arabi, perì per via di un'epidemia.[121]
653 666? Teodoro I Costante II Al suo secondo mandato, arrestò papa Martino I e lo deportò a Costantinopoli per farlo processare per tradimento. Si ignora quando terminò il suo mandato ma esso ebbe termine poco prima il 666, quando è attestato come esarca Gregorio.[122]
666 678 Gregorio I (o II?) Costante II/Costantino IV Ricevette dall'Imperatore un diploma che concedeva alla Chiesa Ravennate l'autocefalia (666).[123]
678 686/687 Teodoro II Costantino IV Durante il suo mandato, ebbe termine l'autocefalia e l'Impero si riconciliò con il papato, condannando il monotelismo come eresia (680).[124]
687 701? Giovanni II Giustiniano II Era esarca nel 687 quando tentò di imporre come papa Pasquale, che gli aveva promesso 100 libbre d'oro. Null'altro si sa di lui, a parte gli avvenimenti del 687.[125]
701 705? Teofilatto Giustiniano II Nel 702, recandosi a Roma dalla Sicilia, rischiò di essere ucciso dall'esercito esarcale in rivolta ma fu salvato dal Papa che riuscì a calmare i rivoltosi.[126]
705? 710? Giovanni III Giustiniano II Resosi reo di aver ucciso alcuni ecclesiastici, venne ucciso in una rivolta scoppiata a Ravenna.[127]
710? 713? Eutichio Filippico Il primo mandato di Eutichio è dubbio.[N 9]
713? ? Scolastico Leone III In carica dal 713 al 726 circa.[128]
725? 726/727? Paolo Leone III Tentò di ordire l'assassinio di papa Gregorio II, reo di essersi opposto all'iconoclastia. Ucciso da una rivolta scoppiata a Ravenna.[129]
727? 751 Eutichio Leone III/Costantino V Fu l'ultimo esarca. Sotto il suo mandato, sotto la spinta espansionistica dei re longobardi Liutprando e Astolfo, l'esarcato cadde in mano longobarda (751).[130]

Nota: le date sono in molti casi approssimate, non sapendo per alcuni esarchi quando il loro mandato iniziò o finì con esattezza. Tra l'altro si ignora tuttora l'esatto numero degli esarchi che governarono l'Italia dal 584 al 751 (potrebbero essere stati ventiquattro) e di due di essi (Anastasio e Stefano) si ignora addirittura l'epoca del loro mandato, essendo noti unicamente da due sigilli.[131]

OrdinamentoModifica

L'esarca e i suoi sottoposti militariModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Esarca.
 
Il palazzo di Teodorico divenne residenza degli esarchi.

A capo dell'esarcato vi era un esarca, che risiedeva a Ravenna nel palazzo sacro di Teodorico, mentre quando si recava a Roma alloggiava nella sua residenza sul colle Palatino.[84] Nominato direttamente dall'Imperatore, la sua giurisdizione copriva tutta l'Italia (ad regendam omnem Italiam).[132] L'esarca era scelto nel ristretto novero di coloro che possedevano la carica di patricius (patrizio).[20] Egli era posto a capo degli eserciti, dell'amministrazione della giustizia e delle finanze, si occupava dei lavori pubblici, nonché della conclusione di accordi diplomatici, come gli armistizi, anche se non poteva concludere paci o alleanze, prerogative esclusive dell'Imperatore.[133] Aveva anche il potere di nominare tutti i funzionari a lui sottoposti, tranne quelli inviati in Italia dall'Imperatore o sottoposti all'autorità del prefetto del pretorio d'Italia.[133] Dal 685 gli spettò anche il potere di approvazione dell'elezione del papa.[134]

Gli imperatori adottarono diverse misure per tentare di controbilanciare gli ampi poteri goduti dagli esarchi.[133] Prima di tutto, la nomina dell'esarca da inviare in Italia spettava all'Imperatore, che faceva sì inoltre che il mandato fosse tendenzialmente breve, per impedirgli di accumulare un potere eccessivo.[133] Inoltre, le sentenze dell'esarca potevano essere annullate in un qualunque momento dal tribunale dell'Imperatore.[133] Altre forme di controllo sull'esarca erano rappresentate dall'invio di commissari speciali da Costantinopoli per indagare sul suo operato e dall'obbligo da parte dell'esarca di inviare periodicamente rapporti a Costantinopoli per informare l'Imperatore della situazione in corso.[133] Inoltre, su temi delicati, come quello religioso, gli esarchi non avevano completa libertà di iniziativa, ma erano tenuti a seguire le disposizioni dell'Imperatore.[133] Questo sistema di controllo risultò efficace nella maggioranza dei casi, ma in due di essi, quelli di Eleuterio e di Olimpio, l'esarca si rivoltò all'Imperatore e proclamò la propria indipendenza.[84] In ogni caso, nonostante dal punto di vista teorico i suoi poteri fossero così ampi, a partire dalla fine del VII secolo il rafforzarsi del potere del Papato e l'opposizione delle aristocrazie locali, a cui si aggiunse l'insubordinazione degli eserciti, costituiti soprattutto da Italici reclutati localmente, limitarono in misura sempre maggiore l'effettiva autorità dell'esarca, confinandola di fatto alla sola zona di Ravenna (l'esarcato in senso stretto).[84]

L'Italia bizantina fu suddivisa in vari ducati, retti da duces o magistri militum: la Pentapoli, l'Istria, il Ducato di Napoli, il Ducato di Roma, Perugia e forse, anche se sono congetture non confermate da fonti dell'epoca, la Liguria e le regioni del Sud Italia.[135] I ducati sostituirono le province in maniera progressiva, probabilmente dopo la scomparsa delle residue autorità civili a metà del VII secolo. Secondo il Chronicon ducatum et principum Beneventi, Salerni et Capuae et ducum Neapolis, redatto nel X secolo, il primo duca di Napoli sarebbe stato Basilio, eletto nel 661. Tuttavia l'epistolario gregoriano attesta un dux a Napoli già alla fine del VI secolo. Nel tentativo di conciliare le due testimonianze, si è supposto che Basilio fosse stato il primo duca di Napoli eletto direttamente dall'Imperatore (all'epoca Costante II) e non dall'esarca.[136] Il primo duca (o doge) di Venezia, Paoluccio Anafesto, fu eletto tra il 697 e il 714 secondo le cronache venetiche, anche se differenti ricostruzioni posticiperebbero la nascita di un ducato veneziano al 726. Il ducato di Calabria probabilmente fu istituito nella seconda metà del VII secolo, sotto il regno di Costante II, ed era dipendente non dall'esarca ma dallo strategos di Sikelia.[75] In origine il toponimo "Calabria" indicava la Puglia meridionale, ma in seguito passò a indicare il Bruzio, probabilmente perché, in seguito alle perdite territoriali subite in Puglia, il centro del ducato si era spostato nell'odierna Calabria.[75] Tra il 713 e il 726, come sembrerebbe deducibile dal Liber Pontificalis, il duca di Roma fu eletto direttamente dall'Imperatore e non più dall'esarca.

Nei castelli più importanti e nelle singole città vi erano presidi cittadini retti da tribuni e comites, che avevano ovviamente la funzione di difenderle dai Longobardi e che, insieme ai vescovi, finirono per amministrarle anche in ambito civile.[135] La popolazione locale fu tenuta a concorrere alla difesa del territorio, affiancando i soldati di professione.[137] Veniva così a formarsi un'efficiente macchina difensiva, principalmente nei territori costieri dove potevano farsi sentire maggiormente il potere imperiale e la flotta bizantina. L'esercito bizantino era organizzato in numeri (reggimenti di 500 soldati), ognuno stanziato nelle principali città: alcuni avevano origine orientale e si erano trasferiti in Italia durante la guerra gotica (come ad esempio i Persoiustiniani e Cadisiani di Grado) mentre altri, come i Tarvisiani, Veronenses e Mediolanenses, vennero creati in Italia.[138]

Le autorità civiliModifica

 
Mosaico della Basilica di Sant'Apollinare Nuovo a Ravenna raffigurante il porto di Classe, sede del prefetto del pretorio d'Italia.

La concentrazione di autorità civile e militare da parte dei militari non determinò immediatamente la scomparsa delle autorità civili, segno che la formazione dell'esarcato fu un processo graduale, non un cambiamento brusco.[139] Fino alla metà del VII secolo la carica di prefetto del pretorio continuò a sopravvivere, sebbene come subordinato dell'esarca, il quale, tuttavia, secondo Cosentino, «non subentrò affatto, almeno nell'immediato, alle loro tradizionali funzioni».[140] Residente a Classe (il porto di Ravenna), il prefetto d'Italia si occupava principalmente della gestione delle finanze.[141] L'officium del prefetto d'Italia era composto da funzionari pubblici detti praefectiani.[142] L'epistolario di papa Gregorio I attesta che durante il regno di Maurizio in due occasioni furono inviati in Italia funzionari da Costantinopoli per controllare l'operato in ambito finanziario del prefetto del pretorio in carica. Secondo il Cosentino, ciò sarebbe sintomo di una diminuita libertà di azione dei prefetti del pretorio e di una crescente tendenza alla centralizzazione che avrebbe successivamente caratterizzato il periodo mediobizantino.[143]

È dubbio se la prefettura del pretorio d'Italia fosse ancora suddivisa in due vicariati in epoca bizantina; in ogni caso, sotto il regno ostrogoto, l'autorità dei due vicarii italici era enormemente diminuita rispetto al V secolo; secondo la testimonianza di Cassiodoro, nel VI secolo il vicarius urbis Romae non controllava più le dieci province dell'Italia Suburbicaria ma solo i territori compresi entro un raggio di quaranta miglia dall'Urbe.[144] Dopo il 557, le fonti non attestano più la presenza di vicarii in Italia, ma nell'Epistolario gregoriano sono citati due agentes vices del prefetto del pretorio d'Italia, l'uno avente sede a Genova e l'altro a Roma, che si occupavano della gestione delle finanze; si può supporre che, dopo la conquista longobarda del 569, il vicario avente sede a Milano fosse riparato a Genova.[145] Di certo il cambiamento di denominazione da vicarii in agentes vices significò un'ulteriore perdita di potere per questi funzionari, non più considerati titolari di diocesi, bensì vicari di un'autorità superiore (il prefetto del pretorio d'Italia); i due agentes vices italici non sono più attestati dalle fonti dopo la prima metà del VII secolo.[146]

Al governo delle province vi erano ancora, fino almeno alla metà del VII secolo, dei governatori civili (Iudices Provinciarum), ma, anche in questi casi, la loro autorità venne minata dalla crescente importanza rivestita dai duces militari al comando degli eserciti regionali. Certo, la carica di Iudex Provinciae, come si evince dall'Epistolario Gregoriano, aveva ancora un certo prestigio, come confermano evidenze di versamenti di suffragia (una sorta di "tangente") da parte di alcuni aspiranti governatori per ottenere la carica, segno di quanto fosse importante per loro.[147] Inoltre, sempre nell'Epistolario Gregoriano, vi sono evidenze di governatori civili con autorità finanziaria (si occupavano di riscuotere le tasse) e/o militare/giudiziaria (possedevano ancora l'autorità di punire rivolte militari), segno che la loro autorità non fosse insignificante.[147] Tuttavia testimonianze coeve (sempre l'epistolario di papa Gregorio) mostrano come i duces in determinate circostanze si arrogassero prerogative degli Iudices provinciarum e quindi avessero anche una certa autorità civile: ad esempio il dux Sardiniae Teodoro nel 591 impose esose tasse da pagare alla popolazione isolana, suscitando le proteste di papa Gregorio I.[148] La crescente importanza dei militari portò, alla fine, alla scomparsa degli Iudices Provinciarum verso la metà del VII secolo: questi sono per l'ultima volta attestati con certezza dalle epistole di papa Onorio I (625-638).[149]

A Roma la carica di praefectus urbi è attestata con certezza fino alla fine del VI secolo (anni 597-599). Egli giudicava le cause d'appello intra centesimum (entro centro miglia dalla città), supervisionava i lavori pubblici nell'Urbe ed era caput senatus (presidente del senato romano). Un sigillo datato VIII secolo attesta un Giorgio hypatos kai eparchos Rhomes (console e prefetto di Roma), che tuttavia non è da escludere fosse prefetto di Costantinopoli (la "Nuova Roma").[150]

NoteModifica

Esplicative
  1. ^ Dal 776 sotto il controllo dell'Impero carolingio.
  2. ^ I Romani chiesero all'Imperatore di rimuovere Narsete dal governo dell'Italia asserendo di preferire, al punto addirittura da rimpiangerla, la dominazione dei Goti al suo governo, minacciando di consegnare l'Italia e Roma ai barbari. Cfr. Paolo Diacono, II, 5 e Ravegnani 2004, p. 69.
  3. ^ Il termine strategos autokrator ricorre nelle opere di Procopio di Cesarea. Secondo Procopio (De bello vandalico, I, 11.20), Giustiniano, nel nominare Belisario strategos autokrator, «gli aveva rilasciato autorizzazione scritta a compiere qualunque cosa gli sembrasse più opportuno fare: ogni sua decisione avrebbe avuto autorità assoluta, come se l'avesse presa lo stesso imperatore». Non risulta che Giustiniano avesse istituito un magister militum Italiae ma sembrerebbe che si fosse limitato ad affidare il governo militare dell'Italia a Narsete con pieni poteri (come strategos autokrator). Una cronaca del VII secolo (Auctarii Hauniensis Extrema, 1-2 (p. 337)) menziona un Asbado nominato da Giustiniano magister militiae Italiae che avrebbe riconquistato molte città agli Ostrogoti ma tale testimonianza viene ritenuta inattendibile per problematiche di carattere cronologico (colloca erroneamente le gesta militari di tale generale tra il 526 e il 528, quando la guerra gotica non era ancora cominciata, e anche la proposta di emendare Giustiniano con Giustino II, spostando le sue gesta nel biennio 565-566, presenta dei problemi, essendo in contraddizione con il fatto che la massima autorità militare nella penisola era allora Narsete). Cfr. Ravegnani 2011, pp. 34-35.
  4. ^ Tenendo presente che il termine "esarca" per indicare la massima autorità bizantina in Italia e in Africa compare solo nelle fonti italiche (a parte il riferimento vago e dubbio a un Fozio «esarco di Roma» nell'agiografia di San Teodoro di Sykeon) e che nel greco popolare exarchos significava "generale", non è da escludere che inizialmente fosse un termine ufficioso diffusosi tra il popolo che solo in seguito sarebbe diventato ufficiale. Cfr. Ravegnani 2011, pp. 33-37 e Borri, pp. 3-5.
  5. ^ Il termine exharcatus viene usato solo nelle fonti posteriori al 751 per indicare quella parte dell'odierna Emilia-Romagna sotto il diretto controllo dell'esarca, mentre il termine usato nei documenti ufficiali per indicare l'Italia bizantina era Provincia Italiae. Cfr. Cosentino, p. 137 e Ravegnani 2011, p. 47.
  6. ^ Il ruolo svolto dai iudices rei publicae nella rivolta è incerto, in quanto il Liber Pontificalis non è molto chiaro a proposito e si presta a due possibili interpretazioni. Il passo in questione è «Huius temporibus/Eodem tempore veniens Eleutherius patricius et cubicularius Ravenna et occidit omnes qui in nece Iohanni exarchi et iudicibus rei publicae fuerant mixti.» ("Ai suoi tempi [di Papa Adeodato]/A quei tempi, il patrizio e cubiculario Eleuterio venne a Ravenna e uccise tutti coloro che erano coinvolti nell'assassinio dell'esarca Giovanni e con i giudici della Repubblica"), cfr. Liber Pontificalis, 70. Secondo alcuni studiosi (cfr. ad esempio Eleuterio, in Dizionario biografico degli italiani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana.), il Liber Pontificalis intendeva dire che i giudici della Repubblica furono assassinati dai ribelli insieme all'esarca Giovanni, interpretazione che si ritrova anche nella Chronica Pontificum Romanorum dell'erudito austriaco Thomas Ebendorfer, il quale, parafrasando il Liber Pontificalis, emendò l'ablativo iudicibus nel genitivo iudicium: «[Eleutherius] occidit omnes, qui in nece Johannis Esarchi hac dignitate pollentis et iudicium rei publicae mixti fuerunt.» ("[Eleuterio] uccise tutti coloro che erano coinvolti nell'assassinio del potente, per dignità, esarca Giovanni e dei giudici della Repubblica"), cfr. Thomas Ebendorfer, Vita di Deusdedit, in Chronica Pontificum Romanorum. Secondo altri studiosi, tuttavia, il Liber Pontificalis intendeva dire che i giudici della Repubblica furono giustiziati dall'esarca Eleuterio insieme ai rivoltosi che avevano linciato l'esarca Giovanni, presumibilmente perché compromessesi con essi (cfr. ad esempio Cosentino, p. 131).
  7. ^ A confermare che Ravenna fu conquistata dai Longobardi entro l'estate 751 è un diploma emesso da Astolfo il 4 luglio 751 a Ravenna nel palazzo dell'esarca. Cfr. Ravegnani 2011, p. 96.
  8. ^ Il termine "esarca", in origine, indicava il comandante di una formazione di sei cavalieri; inoltre, era frequentemente usato nel linguaggio popolare per indicare i generali dell'esercito (ad esempio nelle cronache di Giovanni Malala e di Teofane Confessore il titolo di exarchos viene attribuito a diversi duces e magistri militum bizantini, nonché ad alcuni generali nemici, e anche lo stesso Narsete, nella narrazione della vittoria su Totila, viene definito "esarca dei Romani" dalle suddette fonti). Cfr. Ravegnani 2011, pp. 33-37 e Borri, pp. 3-5.
  9. ^ L'ipotesi si basa su un passo ambiguo del Liber Pontificalis, che afferma che Eutichio "dudum exarchus fuerat". Alcuni studiosi hanno tradotto "dudum" con "in precedenza", interpretando il testo come una conferma di un possibile primo mandato di Eutichio da datare intorno al 711-713. Altri studiosi hanno fatto notare invece che "dudum" può significare anche "per lungo tempo", e che quindi il passo del Liber Pontificalis in questione non prova l'ipotesi che Eutichio nel 727 fosse al suo secondo mandato. Cfr. Ravegnani 2011, p. 84 e Eutichio, in Dizionario biografico degli italiani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana.
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BibliografiaModifica

Fonti primarie

Studi moderni

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