Apri il menu principale
Esercito mitridatico
Antichambre de la reine-IPSICRATE SUIVANT SON MARI MITHRIDATE A LA GUERRE.jpg
Mitridate VI va in guerra contro i Romani
Descrizione generale
AttivaII - I secolo a.C.
NazionePontici
Tipoforze armate di fanteria, cavalleria e navali
Comandanti
Degni di notaMitridate VI
Neottolemo[1]
Archelao[1]
Dorialo[1] o Dorilao[2][3]
Metrofane[4]
Tassile[5]
Mitrobarzane[6]
Voci su unità militari presenti su Wikipedia

Per esercito mitridatico si intende l'insieme delle forze che componevano l'armata di Mitridate VI re del Ponto, comprendenti l'organizzazione delle loro unità, la loro gerarchia interna di comando, la tattica, l'armamento e la strategia, durante il periodo delle guerre mitridatiche, durate quasi trent'anni contro la Repubblica romana.

Indice

Contesto storicoModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Regno del Ponto e guerre mitridatiche.

Nel 111 a.C. salì al trono del regno del Ponto, Mitridate VI. Il nuovo sovrano mise subito in atto (fin dal 110 a.C.[7]) una politica espansionistica nell'area del Mar Nero.[7][8] Il giovane re volse, quindi, il suo interesse verso la penisola anatolica. Alleatosi nel 104 a.C. con il re di Bitinia Nicomede III, partecipò alla spartizione della Paflagonia (regione che si trovava tra i due regni),[7] ma pochi anni più tardi, le crescenti mire espansionistiche portarono a scontrarsi con il nuovo alleato per il controllo del regno di Cappadocia (100 a.C. circa[7]). Mitridate, seppure fosse riuscito a sconfiggere Nicomede in alcune decisive battaglie, costrinse il sovrano della Bitinia a richiedere l'intervento dell'"alleato" romano, in almeno tre circostanze:

  1. la prima volta nel 98 a.C., sotto l'alta guida del vincitore dei Cimbri e dei Teutoni, Gaio Mario;[9]
  2. la seconda volta nel 96 a.C., quando una missione del princeps del Senato, Marco Emilio Scauro nel 96 a.C., intimò al sovrano pontico di togliere l'assedio a Nicomedia, evacuare la Paflagonia e la Cappadocia, lasciando che quest'ultima regione potesse scegliersi un re senza l'interferenza di Mitridate;[9][10][11]
  3. la terza (nel 96 a.C.), quando ad intervenire fu il pretore della Cilicia, Lucio Cornelio Silla, con il compito sia di porre sul trono di Cappadocia il nuovo sovrano Ariobarzane I (che era stato nuovamente cacciato),[12][13] sia di contenere l'espansionismo di Mitridate VI e del suo alleato Tigrane II d'Armenia (quest'ultimo sconfitto e costretto a ritirarsi ad est dell'Eufrate), venendo in contatto per la prima volta, con un satrapo del re dei Parti (sembra presso Melitene?).[9][14][15]
 
Mitridate raffigurato in una statua romana del I secolo, oggi al museo del Louvre.

Contemporaneamente sul "fronte" romano, il malcontento dei popoli italici aveva portato ad una loro sollevazione generale nel 91 a.C., degenerata in guerra aperta al potere centrale romano (dal 91 all'88 a.C.). Già dal tempo dei Gracchi, gli Italici avevano avanzato proposte d'estensione del diritto di cittadinanza anche a loro, fino ad allora federati, ma senza successo. La situazione si avviò al punto di rottura quando, nel 95 a.C., Lucio Licinio Crasso e Quinto Muzio Scevola proposero una legge che istituiva un tribunale giudicante per chi avesse ottenuto la cittadinanza romana in modo abusivo (Lex Licinia Mucia). Questa legge non fece altro che accrescere il malcontento soprattutto verso i ceti italici più abbienti, che miravano alla partecipazione diretta del governo repubblicano. Fu così che Marco Livio Druso, si schierò a favore della causa italica avanzando proposte di legge che ne estendessero la cittadinanza. La proposta, però, poco gradita sia ai senatori che ai cavalieri romani, trovò nel console Lucio Marcio Filippo, il più tenace oppositore, il quale la fece dichiarare illegale, tanto da non essere neppure votata. Nel novembre del 91 a.C., seguaci estremisti di Marcio Filippo mandarono un sicario ad assassinare Druso. Questa fu la scintilla che degenerò in "guerra civile". In un clima tanto avvelenato a Roma, Mitridate non poté che approfittarne, pronto ad intervenire sul fronte orientale, lontano dai torbidi dell'Urbs, tanto più che le armate romane erano per la maggior parte concentrate in Italia, impegnate a sopprimere a fatica, la grande rivolta delle genti italiche.

La prima guerra mitridatica iniziò a causa dell'espansionismo da parte di Mitridate (verso la fine dell'89 a.C.). Le ostilità si aprirono con l'occupazione della Bitinia, di Nicomede IV, e poi dell'intera penisola anatolica, a partire dalla Frigia, Misia, poi fu la volta della provoncia romana d'Asia, della Licia, Panfilia e della Ionia.[16] Si racconta che lo stesso proconsole Quinto Oppio fu catturato[16][17] e che, non molto tempo dopo, Mitridate riuscì a catturare anche Manio Aquilio, che egli riteneva il principale responsabile di questa guerra e lo uccise barbaramente.[18][19]

Sembra che a questo punto, la maggior parte delle città della Asia si arresero al conquistatore pontico, accogliendolo come un liberatore dalle popolazioni locali, stanche del malgoverno romano, identificato da molti nella ristretta cerchia dei pubblicani. Rodi, invece, rimase fedele a Roma.

Non appena queste notizie giunsero a Roma, il Senato emise una solenne dichiarazione di guerra contro il re del Ponto, seppure nell'Urbe vi fossero gravi dissensi tra le due principali fazioni interne alla Res publica (degli Optimates e dei Populares) ed una guerra sociale non fosse stata del tutto condotta a termine. Si procedette, quindi, a decretare a quale dei due consoli, sarebbe spettato il governo della provincia d'Asia, e questa toccò in sorte a Lucio Cornelio Silla.[20]

Struttura unitàModifica

L'esercito mitridatico poteva contare su una tipologia di truppe molto vasta: dalla fanteria fanteria falangitica di stampo ellenistico, alla cavalleria "leggera" di arcieri armeniaco-partico, a quella "pesante" catafratta, oltre ad unità di carri falcati, sempre di tipo orientale, fino a flotte (anche di pirati) composte per lo più da pentecontere e biremi.

FanteriaModifica

 
Un'illustrazione raffigurante una formazione a falange di tipo ellenistico, munita di lunghe aste.

Sappiamo da Plutarco che nel corso della battaglia di Cheronea, la fanteria mitridatica comprendeva anche la famosa falange di stampo ellenistico:

«[A scontro già iniziato], intervenne quindi la fanteria romana. I barbari [Pontici] protesero in avanti le loro lunghe aste, e tentarono di serrare i loro scudi insieme, per mantenere la loro linea di battaglia unita e compatta, mentre i Romani lanciarono i giavellotti, e quindi impugnarono le spade, cercando di colpire le aste nemiche lateralmente, per poter venire ad un "corpo a corpo" il più velocemente possibile, nello stato di furore in cui si trovavano.»

(Plutarco, Vita di Silla, 18, 3-4.)

A questa formazione si aggiungevano lungo la prima linea dello schiermaneto mitridatico, ben 15.000 schiavi, a cui i generali avevano concesso la libertà, distribuendoli tra gli opliti.[21]

CavalleriaModifica

La cavalleria costituì spesso una grossa ed importante componente tattica dell'intero esercito mitridatico, come accadde ad esempio nella battaglia di Orcomeno, dove Archelao fu molto incoraggiato dalla natura del terreno, adatto a lanciare la propria cavalleria in una carica contro il nemico romano.[22] Essa era suddivisa in due principali formazioni:

Cavalleria "pesante" (soprattutto lancieri)Modifica

Si trattava dei tipici cavalieri catafratti, equipaggiati con lunghe lance (come quelli provenienti dall'Iberia caucasica[23]), atti a sfondare le linee nemiche, come pure dotati di archi e frecce. Plutarco dice di loro:

«Ora l'unica risorsa dei cavalieri pesanti dalla maglie di ferro è la loro lunga lancia, e sono privi di qualsivoglia natura, sia per difendersi o attaccare i loro nemici, a causa del peso e della rigidità della loro armatura, in questo sono, come così dire, rigidi.»

(Plutarco, Vita di Lucullo, 28.3.)

Ecco invece come ci descrive una loro azione Appiano:

«Archelao a questo punto decise di lanciare una "carica" di cavalleria contro l'armata romana, che riuscì ad incunearsi tra la stessa, spezzando così lo schieramento romano in due ore, e circondandoli completamente, anche per il numero ridotto dei Romani.»

(Appiano, Guerre mitridatiche, 43.)

Cavalleria "leggera" (arcieri)Modifica

In questo caso era, per lo più, costituita da arcieri a cavallo (come quelli provenienti dalla Mardia[23]). Essi indossavano una semplice tunica e pantaloni, similmente alle truppe partiche. Usavano quindi un arco composto, ed erano estremamente abili nel lanciare le loro frecce sia cavalcando sia anche quando si ritiravano. Questa era un tecnica tutta particolare, che diede non pochi problemi tattici alle fanterie avversarie, comprese quelle dei Romani. Qui sotto un esempio di tale tecnica e della tipologia di frecce utilizzate:

«In questo scontro la cavalleria barbara [degli Armeni] mise in difficoltà quella dei Romani. Non assalì [direttamente] la fanteria romana, dandosi alla fuga tutte le volte che i legionari di Lucullo accorrevano in aiuto ai cavalieri. I barbari [Mardi] non subirono nessuna perdita, al contrario, lanciando frecce all'indietro contro gli assalitori, ne uccisero molti subito e moltissimi ne ferirono. Le ferite [per i Romani] erano dolorose e di difficile guarigione. [Gli Armeni] usavano frecce a doppia punta, in modo tale da procurare una morte immediata, sia che rimanessero conficcate nelle carni, sia che venissero estratte: infatti la seconda punta, essendo di ferro e non fornendo alcun appiglio all'estrazione, rimaneva conficcata.»

(Cassio Dione Cocceiano, Storia romana, XXXVI, 5.1-2.)

Carri falcatiModifica

 
Una carica di carri falcati tipica dell'epoca delle guerre mitridatiche.
 Lo stesso argomento in dettaglio: Carro falcato.

Riguardo ai carri falcati utilizzati dalle truppe mitridatiche, la loro azione era accomunabile a quella degli elefanti da guerra, molto efficace in battaglia su terreni pianeggianti. Il loro utilizzo serviva a sfondare frontalmente lo schieramento nemico, cosa che però si rivelò poco utile di fronte alle formazioni coortali delle legioni romane.[24] Al contrario contro altre formazioni militari, come quelle rel regno di Bitinia di Nicomede IV, nel corso del battaglia del fiume Amnia, si rivelarono assai efficaci come ci racconta Appiano:

«Quando Nicomede ed i generali di Mitridate giunsero alla vista, uno dell'altro, in una vasta pianura delimitata dal fiume Amnias, essi elaborarono il piano di battaglia per le loro forze. Nicomede aveva con sé tutto l'esercito; Neottolemo e Archelao disponevano solo della fanteria leggera e della cavalleria di Arcathias [circa 10.000 uomini], oltre a pochi carri da guerra con falci, mentre la falange non li aveva ancora raggiunti. [...] Archelao [...] [fece avanzare] i carri falcati che si scagliarono sulle truppe dei Bitini, tagliando alcuni di loro in due, e facendone altri a pezzi. L'esercito di Nicomede fu terrorizzato nel vedere gli uomini tagliati a metà, mentre ancora respiravano, o storpiati in brandelli e le loro membra appese alle falci. La paura si impossessò delle loro file, dove era più difficile superare l'orrore di quello spettacolo, piuttosto che da perdita della battaglia. E mentre si trovavano quindi in quello stato confusionale, Archelao li attaccò di fronte, mentre Neottolemo e Arcathias, che li avevano aggirati, li assalirono alle spalle.»

(Appiano, Guerre mitridatiche, 18.)

MercenariModifica

L'utilizzo di questo genere di truppe lo troviamo spesso durante il periodo delle guerre mitridatiche, quando ad esempio viene menzionato dopo la terribile sconfitta di Tigranocerta patita dalle truppe di Tigrane nel 69 a.C.[25] Mancheo, a guardia della capitale del re, preferì disarmare i suoi mercenari greci (che Dione dice invece essere Cilici[26]), poiché temeva lo avrebbero tradito.

Nel 66 a.C. si racconta che Mitridate, dopo l'ennesima sconfitta subita dalle truppe di Gneo Pompeo Magno,[27] fu costretto ad attraversare un territorio impervio e roccioso con poche truppe ad assisterlo. Si trattava di un limitato gruppo di cavalieri mercenari e di circa 3.000 fanti, i quali lo accompagnarono fino alla fortezza di Simorex, dove il re vi aveva depositato un'ingente somma di denaro. Qui distribuì a tutti un ricco premio pari ad un anno di paga. Prese poi i restanti 6.000 talenti e si affrettò a marciare verso le sorgenti del fiume Eufrate, con l'intenzione di raggiungere la Colchide.[28]

FlottaModifica

La flotta, per lo più composta da pentecontere e biremi[1] (oltre all'ammiraglia quinquereme[29]), fu spesso affiancata anche da unità dei pirati cilici. Basterebbe ricordare un episodio delle terza guerra mitridatica, quando il re del Ponto, fuggito dall'assedio di Cizico via mare, colto da una terribile tempesta, che distrusse molte delle sue navi,[30] fu salvato grazie all'accorrere di una nave dei pirati suoi alleati.[31]

Organizzazione e gerarchia internaModifica

A capo dell'intero esercito vi era il re del Ponto, Mitridate, da cui dipendevano tutta una serie di generali, ciascuno a capo di singoli reparti di fanteria o cavalleria, oppure di intere armate a seconda dell'importanza e dell'esperienza militare che gli stessi avevano. Poco si conosce invece dell'organizzazione militare dei singoli reparti, seppure in alcuni racconti delle guerre mitridatiche, gli scrittori greci e latini dell'epoca suggeriscono che Mitidate copiò l'organizzazione militare sia dai Romani, organizzando le armate in coorti, sia dai Greci organizzandole in falangi di stampo ellenistico.[32]

Tattica ed armamentoModifica

ArmamentoModifica

Un passo di Plutarco prima dello scontro tra le legioni di Silla e quelle di Mitridate a Cheronea, ci fornisce la descrizione di come apparivano equipaggiate alcune delle truppe del re del Ponto:

«[...] il fasto e l'ostentazione delle proprie armature costose [delle truppe mitridatiche], non era priva di effetto ed uso [sui Romani] nel generare un eccitante terrore, anzi, il lampeggiante della loro armatura, che era magnificamente impreziosita con oro e argento ed i ricchi colori delle vesti dei Medi e degli Sciti, mescolati con bronzo ed acciaio lampeggiante, si presentava in modo fiammeggiante alla vista, in modo che i Romani timorosi e ammucchiati dietro le loro trincee [dell'accampamento], insieme a Silla, erano incapaci di qualsiasi motivazione che ne rimuovesse la paura, tanto che [Silla] non voleva costringerli in una battaglia da cui volevano fuggire, e dovette rimanere fermo e resistere come meglio poteva, sotto lo sguardo dei barbari che lo insultavano con spacconate e risate.»

(Plutarco, Vita di Silla, 16, 2-3.)

Schieramento in battagliaModifica

 
Mappa dei movimenti delle armate pontiche e romane, prima e durante la battaglia combattuta presso Cheronea.

Normalmente il centro della formazione mitridatica prevedeva, in prima linea i carri falcati, spesso lanciati contro il nemico per creare disordine e sfondarne il centro, subito dopo vi era la falange di stampo ellenistico, come viene tramandato da Appiano e da Plutarco.[24] Spesso capitò, però, che le truppe mitridatiche, in alcune situazione di stallo della guerra, si trovassero nel gran disordine della loro moltitudine e del numero dei comandi, dimostrandosi poco obbedienti ai loro generali.[33] E proprio nella battaglia di Cheronea, l'eccessivo numero di armati, il disordine degli stessi, l'attacco improvviso di Silla su un fianco delle truppe mitridatiche, l'aver scelto un terreno poco adatto alla battaglia (oltre che per l'accampamento), costrinsero il generale pontico Archelao a "lanciare" la carica dei carri falcati (al centro della formazione) contro l'armata romana, ma come a Zama con Annibale, i Romani "si aprirono" evitando lo sfondamento frontale delle legioni:

«Archelao che non immaginava di combattere in quel momento, ragione per cui era stato negligente nella scelta del luogo del suo accampamento. Ora che i Romani stavano avanzando, si accorse tristemente e troppo tardi della sua posizione estremamente negativa, e mandò avanti un distaccamento di cavalleria per impedire il movimento [romano]. Il distaccamento fu però messo in fuga e distrutto tra le rocce. Egli quindi mandò 60 carri falcati, sperando di spezzare la formazione delle legioni romane e farle a pezzi per l'urto [del suo attacco]. I Romani aprirono i loro ranghi ed i carri si incunearono tra le file con il loro slancio fino alla parte posteriore [dello schieramento], ma prima che potessero tornare indietro, furono circondati e distrutti dai giavellotti della retroguardia.»

(Appiano, Guerre mitridatiche, 42.)

Plutarco aggiunge:

«[Silla] colmò velocemente l'intervallo che divideva i due schieramenti ed in tal modo tolse efficacia alla carica dei carri falcati, che raggiungono la loro massima forza d'urto solo dopo una lunga "carica", dando loro velocità e impeto necessario alla rottura attraverso la linea avversaria. Se la carica inizia da breve distanza risultano inefficaci e deboli [...]. I primi carri partirono così debolmente e lentamente, che i Romani li respinsero, per poi batter loro le mani, scoppiando a ridere e chiedendo un "bis", come sono soliti fare alle corse nel circo. Intervennero quindi le forze di fanteria. I barbari protesero in avanti le loro lunghe aste, e tentarono di serrare i loro scudi insieme, per mantenere la loro linea di battaglia unita e compatta, mentre i Romani lanciarono i giavellotti, e quindi impugnarono le spade, cercando di colpire le aste nemiche lateralmente, per poter venire ad un "corpo a corpo" il più velocemente possibile, nello stato di furore in cui si trovavano.»

(Plutarco, Vita di Silla, 18, 2-4.)

Durante la battaglia di Tigranocerta, dove Mitridate, seppure alleato del re d'Armenia, Tigrane II, fu un mero spettatore dello scontro che vide ancora una volta prevalere il generale romano, Lucio Licinio Lucullo, si racconta che Tigrane aveva disposto la sua armata in ordine di battaglia, occupando egli stesso il centro, mentre all'ala sinistra aveva posto il re degli Adiabeni, ed a quella destra il re dei Medi con la maggior parte della cavalleria pesante.[34]

Tecniche d'assedioModifica

Riguardo alle tecniche di assedio (sia in fase difensiva della città, sia di assalto alla città), le truppe di Mitridate si ispiravano a quelle di stampo ellenistico.

Per l'assaltoModifica

In occasione dell'assedio di Rodi dell'88 a.C., dove Mitridate preparò le sue truppe sia per una battaglia navale, sia per prendere d'assalto la città al tempo stesso, Appiano di Alessandria ci racconta che:[35]

«Mitridate costruì una sambuca, un'immensa macchina da guerra per scalare le mura con una scala, montata su due navi. [...] [tanto che] i Rodii risultarono più che altro sorpresi da questa macchian da guerra, che fu spostata contro la parte di mura dove si trova il tempio di Iside. [Mitridate] operava con varie armi, sia arieti sia proiettili. I soldati erano tutti intorno in cerchio, sopra numerose piccole imbarcazioni, con scale, pronti a scalare le mura grazie a queste. Tuttavia i Rodii resistettero all'attacco con fermezza. Infine, la sambuca crollò a causa del proprio peso, e l'apparizione di Iside fu vista scagliare una grande quantità di fuoco su di essa. Mitridate disperando della sua impresa, si ritirò da Rodi.»

(Appiano, Guerre mitridatiche, 26-27.)

Nel 74-73 a.C., durante l'assedio di Cizico, Mitridate, poiché disponeva di moltissimi soldati, li spinse all'assalto in ogni modo possibile. Per prima cosa bloccò il porto di mare con un doppio muro-marino, poi tracciò una linea di circonvallazione intorno al resto della città. Alzò rampe, costruì macchine, torri, arieti e testuggini. Costruì poi una macchina d'assedio alta ben 50 metri, sulla quale innalzò a sua volta una torre, da cui venivano scaricate attraverso alcune catapulte, pietre e proiettili di ogni tipo. Su due quinqueremi unite tra loro, veniva infine montata un'altra torre per l'assedio del porto, da cui veniva calato un ponte levatoio mobile attraverso un dispositivo meccanico, una volta vicina alle mura.[36]

Mitridate fece avanzare questa macchina d'assedio montata sulle due navi affiancate, facendo calare con grande rapidità il ponte levatoio sulle mura della vicina città, mentre quattro suoi soldati lo attraversarono di corsa. I Ciziceni rimasero, in un primo momento, a bocca aperta per la novità del dispositivo, ma in seguito si fecero coraggio e riuscirono a respingere il primo assalto dei quattro soldati giù dalle mura. Poco dopo disposero di versare pece infuocata sulle due navi lì sotto, costringendo il nemico ad allontanarsi. In questo modo i Ciziceni riuscirono a battere gli invasori dal mare.[37] Ma Mitridate non si diede per vinto e per tre volte in uno stesso giorno, ammassò tutte le macchine d'assedio di terra e portò un assalto continuo alle mura della città di Cizico, dove ruppero alcuni tratti di mura con gli arieti, sebbene gli abitanti cercassero di deviarne i lanci anche attutendo i colpi con ceste di lana. Furono poi spenti i dardi incendiari lanciati dalle truppe mitridatiche con acqua e aceto, in altri casi si cercò di attutire la forza distruttiva delle pietre lanciate dalle macchine d'assedio, frapponendo tra loro indumenti sospesi o panni di lino davanti alle abitazioni cittadine.[37] E sebbene gli assalti non sembrava cessassero quel giorno, gli abitanti di Cizico non smisero di faticare anche nella ricostruzione di una parte del muro, che era stata indebolita da un incendio, tanto che la notte fu utilizzata per innalzarne un altro intorno alla parte crollata. Vi è da aggiungere che un vento tremendo diede una mano ai Ciziceni, distruggendo buona parte delle armi d'assedio del re.[37]

Non contento di quanto aveva già fatto, Mitridate decise di occupare la zona montuose a nord della città, verso il vicino monte Dindymus che sovrastava la città, e costruito un terrapieno da esso verso le mura della città, cominciò a costruirvi delle torri e una serie di gallerie per minare le mura cittadine.[38]

Per la difesa della cittàModifica

 
Le fasi finali dell'assedio di Atene.

Durante l'assedio di Atene dell'87 a.C. da parte del generale romano Lucio Cornelio Silla, le truppe mitridatiche resistettero per diversi mesi, risultando assai abili anche nel respingere la temibilissima macchina da guerra romana. Si racconta, infatti, che mentre le opere di assedio romano procedevano a ritmo serrato:

«Quando le rampe cominciarono a crescere, Archelao eresse delle torri a quelle contrapposte, e pose la maggior quantità possibile di artiglieria su di loro. Mandò a chiamare dei rinforzi a Calcide e verso altre isole, armò i suoi rematori, perché egli stesso si sentiva in pericolo estremo. E se il suo esercito era stato fin dall'inizio superiore nel numero a quello di Silla, ora lo era diventato molto di più, grazie a questi rinforzi. Poi lanciò un attacco nel bel mezzo della notte con [l'aiuto di sole] torce e riuscì a distruggere con il fuoco una delle testuggini ed un'altra macchine d'assedio a fianco di essa, ma Silla riuscì a ricostruirli in soli dieci giorni, rimettendoli al posto di quelli precedenti. Contro queste nuove macchine, Archelao pose una torre a protezione di quel tratto di mura

(Appiano, Guerre mitridatiche, 31.)

E ancora sempre riguardo all'assedio di Atene si ricorda che durante un altro attacco romano alle mura:

«Archelao, costruita un'altra grande torre sulla parete di fronte alla torre romana, lanciò [i suoi] all'assalto l'una verso l'altra, scaricando ogni tipo di proiettile continuamente, fino a quando Silla, grazie alle proprie catapulte, ognuna delle quali poteva lanciare una ventina delle più grosse palle di piombo, uccise un grande numero di nemici e scosse la torre di Archelao così tanto che quest'ultimo fu costretto per la paura che venisse distrutta, a precipitarsi giù dalla torre.»

(Appiano, Guerre mitridatiche, 34.)

Una delle controffensive nemiche fu anche quella di scavare tunnel sotterranei:

«E mentre Silla stava creando la sua rampa d'assedio alla giusta altezza presso il Pireo, cominciò a piazzarvi sopra tutta una serie di macchine d'assedio. Ma Archelao cominciò a demolire la rampa portando via la terra [da sotto], i Romani per lungo tempo non avevano sospettato nulla. Improvvisamente la rampa crollò. Intuito rapidamente lo stato delle cose, i Romani ritirarono le loro macchine e riempirono di terra la rampa e, seguendo l'esempio del nemico, iniziarono loro stessi a scavare sotto le mura avversarie. Gli uomini, scavando sotto terra, si incontrarono tra gli opposti schieramenti e combatterono con spade e lance, sebbene al buio.»

(Appiano, Guerre mitridatiche, 36.)

Logistica ed approvvigionamentiModifica

Vi è da rilevare che le armate di Mitridate, così numerose sia come armati sia come animali da soma e da combattimento, crearono al re non poche difficoltà di approvvigionamenti. Basterebbe ricordare che durante l'assedio di Cizico, quando giunse l'inverno del 74-73 a.C., l'esercito di Mitridate, privato dei suoi approvvigionamenti via mare, si trovò a dover soffrire la fame, tanto che alcuni soldati perirono poiché troppo indeboliti. Appiano di Alessandria racconta che alcuni di loro arrivarono persino a cibarsi delle interiora, secondo un costume barbaro. Altri, cibandosi di sole erbe, erano in condizioni di salute pietosa, mentre molti cadaveri, che non erano stati sepolti, ma al contrario gettati senza cura nelle vicinanze, portarono una pestilenza che si aggiunse alla carestia già in atto. Ma dopo una nuova serie di assalti alla città, rivelatisi ancora una volta inutili, sapendo quante e quali erano le gravi difficoltà in cui versava il suo esercito per la mancanza di cibo, Mitridate cominciò a pensare di abbandonare l'assedio.[30]

StrategiaModifica

 
La politica espansionistica di Mitridate VI, re del Ponto, dal 110 all'88 a.C..
 Lo stesso argomento in dettaglio: Guerre mitridatiche.

Nel 111 a.C. salì al trono del regno del Ponto, Mitridate VI. Il nuovo sovrano mise subito in atto (fin dal 110 a.C.[7]) una politica espansionistica nell'area del Mar Nero, conquistando tutte le regioni da Sinope alle foci del Danubio,[8] compresa la Colchide, il Chersoneso Taurico e la Cimmeria (attuale Crimea), e poi sottomettendo le vicine popolazioni scitiche e dei sarmati Roxolani.[7] Il giovane re volse, quindi, il suo interesse verso la penisola anatolica, dove la potenza romana era, però, in costante crescita. Sapeva che uno scontro con quest'ultima sarebbe risultato mortale per una delle due parti.

Alleatosi nel 104 a.C. con il re di Bitinia Nicomede III, partecipò alla spartizione della Paflagonia (regione che si trovava tra i due regni),[7] ma pochi anni più tardi, le crescenti mire espansionistiche portarono a scontrarsi con il nuovo alleato per il controllo del regno di Cappadocia (100 a.C. circa[7]). Con l'89 a.C. iniziò poi la prima guerra contro i Roma, le cui ostilità si aprirono con due vittorie del sovrano del Ponto sulle forze alleate dei Romani, prima del re di Bitinia, Nicomede IV e poi dello stesso inviato romano Manio Aquilio, a capo di una delegazione in Asia Minore. L'anno successivo Mitridate decise di continuare nel suo progetto di occupazione dell'intera penisola anatolica, ripartendo dalla Frigia. La sua avanzata proseguì, passando dalla Frigia alla Misia, e toccando quelle parti di Asia che erano state recentemente acquisite dai Romani. Poi mandò i suoi ufficiali per le province adiacenti, sottomettendo la Licia, la Panfilia, ed il resto della Ionia.[16]

Mitridate, preso possesso della maggior parte dell'Asia Minore, dispose che tutti coloro, liberi o meno, che parlavano una lingua italica, fossero barbaramente trucidati. 80.000 tra cittadini romani e non, furono massacrati nelle due ex-province romane d'Asia e Cilicia (episodio noto come Vespri asiatici).[17][20][39]

La situazione precipitò ulteriormente, quando a seguito delle ribellioni nella provincia asiatica, insorse anche l'Acaia. Il governo della stessa Atene, fu rovesciato da un certo Aristione, che poi si dimostrò a favore di Mitridate, meritandosi dallo stesso il titolo di amico.[40] Il re del Ponto appariva ai loro occhi come un liberatore della grecità, quasi fosse un nuovo Alessandro Magno, ed il suo Impero ora si estendeva dal Mare Caspio (ad Oriente) fino al Mare Adriatico (ad Occidente). Roma doveva intervenire, altrimenti si sarebbe trovata di nuovo con un'invasione alle porte come era accaduto 150 prima con Annibale.

Dimensione dei suoi esercitiModifica

Sappiamo che all'inizio della prima campagna dell'89 a.C., Mitriadte mise in capo un'armata gigantesca,[41] composta da circa 300.000 armati.[41][42] Tra le sue file vi erano opliti greci, cavalieri armeni, Sciti,[41] Traci,[41] Bastarni[43] e Sarmati[43] delle steppe meridionali, a nord del Caucaso e della Crimea.[40] È ancora una volta Appiano di Alessandria a descriverci l'armata mitridatica:

«Mitridate disponeva di 250.000 fanti e 40.000 cavalieri, 300 navi con ponti, 100 con doppio ordine di remi ed il restante apparato bellico in proporzione. Aveva per generali un certo Neottolemo ed Archelao, due fratelli. Il re aveva con sé il grosso del numero degli armati. Delle forze alleate, Arcatia, figlio di Mitridate, conduceva 10.000 cavalieri dall'Armenia minore, mentre Dorialo comandava la falange. Cratero aveva con sé 130 carri da guerra.»

(Appiano, Guerre mitridatiche, 17.)
Dimensione delle armate pontiche, durante le guerre mitridatiche
D A T A N. TOTALE
ARMATI
FANTERIA CAVALLERIA CARRI FALCATI NAVI
DA GUERRA
MERCENARI O
ALLEATI
89 a.C. 300.000 armati[41] 250.000 fanti[1] 40.000 cavalieri[1] 130 carri[1] 300 navi con ponte,[1]
100 biremi[1]
opliti greci,[41] cavalieri armeni,[41] Sciti,[41] Traci,[41] Bastarni[43] e Sarmati[43]
86 a.C. => due eserciti:
1) a Cheronea;
2) a Orcomeno
1) 120.000 armati[44][45]
2) 80.000 armati[2][46][47] + 10.000 (sopravvissuti a Cheronea[45][46][48])
1) 100.000 fanti[49] 1) 10.000 cavalieri[49] 1) 90 carri[49] 1) Sciti,[50] Medi[50]
74 a.C. 300.000 armati[51] 140.000 fanti (a Cizico)[52] 16.000 cavalieri (a Cizico)[52] Chalybes,[52] Armeni,[52] Sciti,[52] Tauriani,[52] Achei delle colonie greche del Ponto Eusino,[52] Heniochi,[52] Leucosiri,[52] tribù sarmatiche di Basilidi e Iazigi,[52] Coralli,[52]Traci,[52] Bastarni[52]
72 a.C. 44.000 armati[53] 40.000 fanti[53] 4.000 cavalieri[53] 8.000 Cilici (ad Amiso)[54]
69 a.C.
(Tigranocerta)
250.000 armati[55][56] (di cui 35.000 addetti a costruzione di ponti, strade, ecc.[32]) 150.000 fanti "pesanti"[32]
20.000 arcieri/frombolieri[32]
50.000[56]/55.000 cavalieri (17.000 dei quali catafratti)[32] Armeni, Gordieni, Medi, Adiabeni, Arabi, Albani ed Iberi[55][56]
68 a.C.
(Artaxata)
105.000 armati[57] 70.000 fanti[57] 35.000 cavalieri[57] Mardi (arcieri a cavallo);[23] Iberi (lancieri)[23]
66 a.C. 33.000 armati[58] 30.000 fanti[58] 3.000 cavalieri[58]

NoteModifica

  1. ^ a b c d e f g h i Appiano, Guerre mitridatiche, 17.
  2. ^ a b Plutarco, Vita di Silla, 20.2.
  3. ^ Plutarco, Vita di Lucullo, 17.3.
  4. ^ Appiano, Guerre mitridatiche, 29.
  5. ^ Appiano, Guerre mitridatiche, 70.
  6. ^ Appiano, Guerre mitridatiche, 84.
  7. ^ a b c d e f g h André Piganiol, Le conquiste dei Romani, Milano 1989, p. 297.
  8. ^ a b Giovanni Brizzi, Storia di Roma. 1.Dalle origini ad Azio, Bologna 1997, p. 318.
  9. ^ a b c André Piganiol, Le conquiste dei Romani, Milano 1989, p. 298.
  10. ^ André Piganiol, Le conquiste dei Romani, Milano 1989, p. 296.
  11. ^ Strabone, Geografia, XII, 2, 11.
  12. ^ Sheldon 2018, p. 52.
  13. ^ Livio, Periochae ab Urbe condita libri, 70.6-7.
  14. ^ Plutarco, Vita di Silla, 5; Appiano, Guerre mitridatiche, 10; Appiano, Guerra civile, I, IX, 77.
  15. ^ Giovanni Brizzi, Storia di Roma. 1.Dalle origini ad Azio, Bologna 1997, p. 319.
  16. ^ a b c Appiano, Guerre mitridatiche, 20.
  17. ^ a b Livio, Periochae ab Urbe condita libri, 78.1.
  18. ^ Livio, Periochae ab Urbe condita libri, 77.9.
  19. ^ Appiano, Guerre mitridatiche, 21.
  20. ^ a b Appiano, Guerre mitridatiche, 22.
  21. ^ Plutarco, Vita di Silla, 18, 6.
  22. ^ Plutarco, Vita di Silla, 20.3.
  23. ^ a b c d Plutarco, Vita di Lucullo, 31.5.
  24. ^ a b Appiano, Guerre mitridatiche, 42; Plutarco, Vita di Silla, 18, 2-4.
  25. ^ Plutarco, Vita di Lucullo, 29.1-2.
  26. ^ Cassio Dione Cocceiano, Storia romana, XXXVI, 2.3.
  27. ^ Livio, Periochae ab Urbe condita libri, 101.1.
  28. ^ Appiano di Alessandria, Guerre mitridatiche, 101.
  29. ^ Appiano, Guerre mitridatiche, 24.
  30. ^ a b Appiano, Guerre mitridatiche, 76.
  31. ^ Plutarco, Vite parallele, Lucullo 11,8.
  32. ^ a b c d e Plutarco, Vita di Lucullo, 26.6.
  33. ^ Plutarco, Vita di Silla, 16, 4.
  34. ^ Plutarco, Vita di Lucullo, 27.6.
  35. ^ Appiano, Guerre mitridatiche, 26-27.
  36. ^ Appiano, Guerre mitridatiche, 73.
  37. ^ a b c Appiano, Guerre mitridatiche, 74.
  38. ^ Appiano, Guerre mitridatiche, 75.
  39. ^ Appiano, Guerre mitridatiche, 23.
  40. ^ a b André Piganiol, Le conquiste dei Romani, Milano 1989, p. 393.
  41. ^ a b c d e f g h i Appiano, Guerre mitridatiche, 13.
  42. ^ Appiano, Guerre mitridatiche, 119.
  43. ^ a b c d Appiano, Guerre mitridatiche, 15.
  44. ^ Appiano, Guerre mitridatiche, 41.
  45. ^ a b Appiano, Guerre mitridatiche, 45.
  46. ^ a b Appiano, Guerre mitridatiche, 49.
  47. ^ Livio, Periochae ab Urbe condita libri, 82.2.
  48. ^ Plutarco, Vita di Silla, 19.4.
  49. ^ a b c Plutarco, Vita di Silla, 15.1.
  50. ^ a b Plutarco, Vita di Silla, 16, 2-3.
  51. ^ Appiano, Guerre mitridatiche, 72.
  52. ^ a b c d e f g h i j k l m Appiano, Guerre mitridatiche, 69.
  53. ^ a b c Plutarco, Vite parallele, Lucullo, 15.1.
  54. ^ Plutarco, Vite parallele, Lucullo, 23.3.
  55. ^ a b Plutarco, Vite parallele, Lucullo, 26.4.
  56. ^ a b c Appiano, Guerre mitridatiche, 85.
  57. ^ a b c Appiano, Guerre mitridatiche, 87.
  58. ^ a b c Appiano, Guerre mitridatiche, 97.

BibliografiaModifica

Fonti antiche
Fonti storiografiche moderne
  • G. Antonelli, Mitridate, il nemico mortale di Roma, in Il Giornale - Biblioteca storica, n.49, Milano 1992.
  • G. Brizzi, Storia di Roma. 1. Dalle origini ad Azio, Bologna 1997.
  • A. Piganiol, Le conquiste dei Romani, Milano 1989.
  • (IT) Rose Mary Sheldon, Le guerre di Roma contro i Parti, Gorizia, LEG edizioni, 2019, ISBN 9788861024656.

Voci correlateModifica

Altri progettiModifica