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Federica Saraceni (Roma, 22 dicembre 1969) è una terrorista italiana, componente dell'organizzazione armata di sinistra denominata Nuove Brigate Rosse.

Arrestata il 24 ottobre 2003, venne rinviata a giudizio e poi condannata, in via definitiva, a 21 anni e sei mesi di reclusione nel processo per l'omicidio del docente universitario e dirigente pubblico Massimo D'Antona.

Il padreModifica

Maestra d'asilo e madre di una bambina, Federica è figlia di Luigi Saraceni, già presidente della quinta sezione penale del Tribunale di Roma e tra i fondatori di Magistratura Democratica che, smessa la toga diviene prima deputato della Repubblica nelle file dei Democratici di Sinistra e dei Verdi, per poi continuare ad occuparsi di giustizia vestendo i panni dell'avvocato.[1]

Nella vicenda processuale che interesserà la figlia, la sua battaglia (in collaborazione con l'avvocato Misiani) nella lotta per provare la sua innocenza lo vedrà più volte incrociare, dalla parte opposta della barricata, nei panni dell'accusa, diversi ex colleghi ed amici come Franco Ionta e Pietro Saviotti, i due Pm che ordinarono l'arresto della brigatista, o come il Gip Carmelina Russo, che si pronuncerà sulla convalida dello stesso.[2]

L'arresto e le accuseModifica

Federica viene arrestata il 24 ottobre 2003 nel corso di un blitz delle forze dell'ordine che, fra Roma e la Toscana, traggono in arresto sette presunti brigatisti: Laura Proietti, Cinzia Banelli, Paolo Broccatelli, Roberto Morandi, Marco Mezzasalma, Alessandro Costa e appunto la Saraceni, tutti accusati di partecipazione a banda armata, nell'ambito dell'inchiesta per l'omicidio di Massimo D'Antona.[3]

Nell'ordinanza di custodia cautelare, emessa dal Gip Franco Ionta, carico della Saraceni si fa riferimento soprattutto all'utilizzo di un'utenza telefonica cosiddetta di organizzazione, ritenuta nella disponibilità anche delle brigatiste Laura Proietti e Lioce, su cui sarebbero state ricevute delle telefonate proprio nei giorni immediatamente prima l'omicidio D'Antona, provenienti dalla zona di via Salaria, luogo dell'agguato mortale. Quello stesso numero era stato utilizzato anche per contattare l'uomo che affittò alla Saraceni, da gennaio a ottobre del 1999, un appartamento a Cerveteri che, secondo gli inquirenti, sarebbe servito come base logistica dell'Organizzazione nel periodo di preparazione dell'omicidio del giuslavorista.

Altre prove a suo carico vennero raccolta durante la perquisizione che, a seguito del suo arresto, venne operata nel suo appartamento di via Spencer, nel quartiere Collatino a Roma, dove personale della Digos rinvenne un floppy disk, successivamente analizzato dall'agente Andrea Mandarino, esperto informatico, il quale riuscì a recuperare, nonostante il floppy fosse stato più volte formattato, un documento riguardante una presunta inchiesta, svolta dalla donna per conto dell'Organizzazione, su dei possibili obbiettivi di attentati a delle sedi sindacali Cgil e Cisl e della Commissione di Garanzia per lo Sciopero: 80 pagine nei quali erano indicati i percorsi e le modalità delle azioni che, negli intenti dei brigatisti, sarebbero dovute avvenire nel mese di gennaio del 1999 e con l'utilizzo di materiale esplosivo in assenza di veicoli, pedoni e di forze dell'ordine, ma senza escludere un possibile scontro armato, in caso di intervento di polizia o carabinieri.[4]

Alla donna venne altresì contestato anche il ritrovamento di una foto del brigatista Mario Galesi, ritagliata da un giornale e attaccata ad una parete del suo appartamento. Il suo rapporto d'amicizia con quest'ultimo, nato secondo la donna da una comune frequentazione del centro sociale Blitz di Roma a metà degli anni ottanta, ma interrotta nel 1997, fu elemento di dibattimento al processo che ne seguì.

"Ho iniziato a frequentarlo (Galesi, ndr) nel 1986, a 16 anni, un asilo in disuso già occupato da qualche mese" racconta la Saraceni "Per me era bellissimo quello che lì dentro costruivamo. Volevamo offrire un'alternativa all'eroina e all'alienazione, riempiendo e riempiendoci la vita con tutto ciò che troppo spesso veniva negato o garantito solo a pochi [...] Anche la casa è un diritto di tutti e non un privilegio di pochi, perciò nel 92-93 sono entrata a far parte del Coordinamento cittadino; alle occupazioni di stabili in disuso si alternavano manifestazioni sotto il Campidoglio e scontri in Consiglio comunale, sgomberi della polizia."[5]

Nel tentativo di provare la loro scelta di condivisione della lotta armata, i pubblici ministeri, portarono a conoscenza dall'accusa anche una lettera (firmata Marina) che la Saraceni inviò a un giornale in memoria del brigatista, ucciso il 2 marzo 2003 in un conflitto a fuoco con le forze dell'ordine sul treno Roma-Firenze: "Non eri solo neppure nella tua scelta che in tanti abbiamo ritenuto coraggiosa e coerente. Hai dato la vita per sconfiggere l'ingiustizia di questo mondo. Grazie dolce Mario e onore a te".[6]

Il processo D'AntonaModifica

Nel processo per l'omicidio del professor Massimo D'Antona, assassinato a Roma il 20 maggio 1999, le fu contestato il reato di partecipazione a banda armata e concorso in omicidio.[1]

L'8 luglio del 2005, nel processo di primo grado, la seconda Corte d'assise di Roma la assolve dalle accuse di concorso in omicidio e la condanna solo per banda armata a 4 anni e otto mesi.

Ma il 4 aprile 2008, la seconda Corte d'assise d'appello di Roma ribalta la sentenza di primo grado condannandola, in via definitiva, a 21 anni e sei mesi di reclusione per l'omicidio, confermati in Cassazione. A nulla serve la presa di distanza dal delitto e la lettera di dissociazione letta in aula[7]

Nel febbraio 2009, in virtù dei cinque anni e mezzo scontati tra carcere e arresti domiciliari dal 2005[8] (sul totale di 25 anni e 4 mesi), della sua dissociazione dal terrorismo, dei benefici di legge e della sua situazione famigliare, viene posta in detenzione domiciliare su richiesta della procura di Roma, dove tuttora sconta la pena.[9]

NoteModifica

Voci correlateModifica

Collegamenti esterniModifica

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