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Fiori d'arancio (film 1944)

film del 1944 diretto da Dino Hobbes Cecchini
Fiori d'arancio
Titolo originaleFiori d'arancio
Paese di produzioneItalia
Anno1944
Durata74 minuti
66 minuti (versione trasmessa in TV)
Dati tecnicibianco e nero
Generecommedia
RegiaHobbes Dino Cecchini
SoggettoAndrè Birabeau, George Dolley
SceneggiaturaHobbes Dino Cecchini
ProduttoreMax Calandri
Produttore esecutivoGiuseppe Barattolo
Casa di produzioneScalera Film
Distribuzione in italianoScalera Film
FotografiaGiuseppe Caracciolo
ScenografiaOttavio Scotti
Interpreti e personaggi
Doppiatori originali

Fiori d'arancio è un film di genere commedia del 1944 diretto da Hobbes Dino Cecchini. Si tratta della riduzione cinematografica dell'omonima commedia teatrale (in francese La Fleur d'Oranger) di André Birabeau e George Dolley, già portata sullo schermo nel 1932 per la regia di Henry Roussel. Considerata dispersa per moltissimo tempo, come quasi tutte quelle del periodo della Repubblica Sociale Italiana, la pellicola è stata proiettata a sorpresa in televisione nel settembre 2011[1]

Indice

TramaModifica

L'ingegner Raimondo Alberti, sposato da sei mesi con Maddalena (che ha conosciuto esattamente tre anni prima), mentre si prepara a cenare col suocero Amedeo, riceve la visita inaspettata della madre Amalia e poco dopo del padre Ippolito, un sostituto procuratore dal carattere severo, che non sa nulla del matrimonio del figlio e che ha portato con sé Renata, un'amica d'infanzia di Raimondo, ora interessata a sposarlo con l'aiuto della zia Dora.

In attesa che le cose si chiariscano, Maddalena si finge la dattilografa di Raimondo, mentre si susseguono equivoci e situazioni imbarazzanti. Ippolito crede che Maddalena e Olga, la vera dattilografa, conducano relazioni illecite col figlio, mentre Maddalena s'ingelosisce per le intenzioni di Renata nei confronti di Raimondo.

CommentoModifica

Il film venne girato nel Cinevillaggio di Venezia tra il dicembre del 1944 e il febbraio del 1945. Iscritto al P.R.C. con il n. 517, venne presentato alla Commissione di Revisione Cinematografica il 21 luglio 1947 (quindi ben tre anni dopo la sua realizzazione) sotto la presidenza di Vincenzo Calvino e ottenne il visto di censura n. 2.863 del 26 luglio 1947 con una lunghezza accertata della pellicola di 1.930 metri[2]. Il film venne visto da pochi spettatori all'epoca e in seguito svanì nel nulla. Quasi sessant'anni dopo, è stato proiettato in televisione su Rai 3 il 16 settembre 2011[3] con una versione di 66 minuti, ed è perciò la quinta pellicola del periodo della Repubblica Sociale Italiana che risulta essere proiettata sul piccolo schermo; le altre furono La vita semplice di Francesco De Robertis, il dittico Senza famiglia e Ritorno al nido di Giorgio Ferroni e Ogni giorno è domenica di Mario Baffico[4]. Luigi Tosi, qui il protagonista del film, viene accreditato con il nome Luigi Bardi.

Citazioni e riferimentiModifica

I versi che zia Dora legge in una scena del film (Non amo che le rose che non colsi) sono di Guido Gozzano. Nel finale, Maddalena recita invece, dopo che gliel'ha ricordato Raimondo, un antico detto persiano: «Un mesto sorriso le scopre i denti luminosi. Non aver fretta di prendere la sua bocca: non vedresti più quel sorriso».

NoteModifica

  1. ^ Si veda, a tal proposito, un estratto del film tratto dal sito Youtube.
  2. ^ Come è possibile evincere da Fiori d'arancio, in Archivio del cinema italiano, ANICA.
  3. ^ Si veda la scheda del film tratta dal sito della rivista FilmTv.
  4. ^ Si veda Roberto Chiti ed Enrico Lancia, Dizionario del cinema italiano. I film dal 1930 al 1944 vol. 1, Gremese Editore, 2005, seconda edizione aggiornata, pag. 422.

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Collegamenti esterniModifica

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