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Giornale arcadico di scienze, lettere ed arti

| Roma. | Natural History Museum Library, London View Book
Giornale arcadico di scienze, lettere ed arti
StatoStato Pontificio Stato Pontificio
Italia Italia
LinguaItaliano
Genereculturale, scientifico e letterario
FondatoreSalvatore Betti, Luigi Biondi, Bartolomeo Borghesi, Pietro Carpi, Antonio Nibby, Pietro Odescalchi, Giulio Perticari, Giuseppe Tambroni
Fondazione1819
SedeRoma
DirettorePietro Odescalchi
 

Il Giornale arcadico di scienze, lettere ed arti è stato un periodico culturale italiano, fondato a Roma nel 1819. Apprezzato dalle autorità dello Stato Pontificio, difese la cultura classicheggiante in polemica con i nuovi movimenti culturali che si andavano affermando negli altri paesi europei e, in particolare, fu avverso al romanticismo.[1] Il Giornale arcadico pubblicava articoli di vario argomento: letterario e filosofico, scienze naturali e medicina, archeologia e antiquaria.[1]

La periodicità era trimestrale per il singolo tomo, formato di tre volumi o fascicoli mensili, a numerazione continua delle pagine.

Nel corso della sua storia, il periodico mutò varie volte il proprio nome: fu pubblicato con il nome originale fino al 1868. Dal 1869 al 1889 divenne Nuovo giornale arcadico di scienze, lettere ed arti. Per un breve periodo, dal 1889 al 1897, fu pubblicato come L'Arcadia. Periodico mensile di scienze lettere ed arti; dal 1898 al 1916 divenne: Giornale arcadico. Rivista mensile di lettere scienze ed arti; dal 1917 al 1926: L'Arcadia e infine, dal 1927 al 1941: Atti dell'Accademia degli Arcadi e scritti dei soci.[2]

Indice

Fondatori e collaboratoriModifica

 
Salvatore Betti, uno dei fondatori del Giornale arcadico

Il periodico fu fondato da un gruppo di intellettuali di diversa formazione: il letterato e docente Salvatore Betti, lo scrittore marchese Luigi Biondi presidente della Pontificia accademia di archeologia e arcade con il nome di Filauto Erimanteo, il numismatico ed epigrafista Bartolomeo Borghesi, Pietro Carpi professore di mineralogia e accademico dei Lincei, lo storico e archeologo Antonio Nibby studioso di topografia, il principe Pietro Odescalchi letterato, erudito e membro del collegio filologico della Sapienza, che finanziò il periodico e lo diresse per trentasei anni, il poeta e scrittore Giulio Perticari arcade con il nome di Alceo Compitano, l'archeologo e critico d'arte Giuseppe Tambroni[1].

Il Nibby due anni dopo, nel 1821, si distaccò dal gruppo per fondare un nuovo periodico: Effemeridi letterarie di Roma.[3] Le Effemeridi, stampate nella stessa tipografia del Giornale arcadico, la Stamperia De Romanis,[4] solo due anni più tardi, nel dicembre 1823, cesseranno le pubblicazioni.[5]

Tra i molti che collaborarono con il Giornale arcadico possiamo ricordare, oltre ai fondatori, il filologo ed epigrafista Girolamo Amati, il medico e botanico Ettore Rolli che pubblicò scritti sulla flora romana,[6] il cardinale Angelo Mai, prefetto della Biblioteca Vaticana, reso celebre da una canzone del Leopardi composta nel 1820.[7]

Pure Giacomo Leopardi fu invitato nel 1820 a collaborare con il periodico. La richiesta, fatta dal segretario il principe Odescalchi, non fu accolta. Il poeta di Recanati preferì piuttosto collaborare poi con le Effemeridi del Nibby.[8]

Il primo articoloModifica

 
Giulio Perticari, autore dell'articolo di esordio del Giornale arcadico

Il Giornale arcadico, nel suo primo tomo trimestrale del gennaio-marzo 1819, stampato a Roma nella stamperia De Romanis, esordisce con un articolo programmatico intitolato: Intorno un antico poema tribuito a Giovanni Boccacci. Nota del conte Giulio Perticari,[9] il cui incipit ben riassume l'orientamento classicheggiante del periodico, con espressioni quali "candida e purgata favella", "classiche opere scritte nel buon tempo della nostra lingua", "amore degli antichi esempii", e la sua diffidenza per gl'influssi d'oltralpe, "il soverchio affetto delle cose straniere":

«I. Perché la candida e purgata favella d'ogni popolo si guasta e mutasi col girare degli umani casi e del tempo, è solenne officio degli scrittori il fare ch'ella si ajuti e restauri: richiamando le menti allo studio e all'amore degli antichi esemplari. [...] Si conviene adunque a' prudenti artefici spesse volte seguire quella sentenza de' Politici: la quale insegna: che a voler conservare gli stati sia necessario il ritrarli sovente verso i loro principii. Consiglio nobile, e pieno di sapienza: che noi stimiamo di dover prendere, trattando la materia gravissima delle lettere; e il seguiremo secondo il modo della nostra possibilità: producendo di continuo in queste carte quelle classiche opere scritte nel buon tempo della nostra lingua, le quali o si giacciono dimenticate nelle pubbliche, e dimestiche librerie, o vanno incorrette, e lacere per le stampe. E così forse più accenderemo nell'amore degli antichi esempii coloro che amano di uscire dalla schiera del volgo; né mancherà da noi che non si ajuti la fortissima opera da molti già cominciata per le più splendide città d'Italia: di sanare cioè il linguaggio e lo stile da que' mali, a cui lo ridussero la prepotenza dell'età: il soverchio affetto delle cose straniere: e la niuna cura delle nostre.»

(Giulio Perticari, Intorno un antico poema tribuito a Giovanni Boccacci. Nota, in: Giornale arcadico di scienze, lettere ed arti, tom. I (1819), pp. 1-2)

L'ironia del BelliModifica

 
Il poeta Belli, ironizzo sugli arcàdichi e gli argòlighi

Giuseppe Gioachino Belli, il grande poeta romano, si espresse in modo sarcastico nei confronti degli intellettuali che gravitavano intorno al Giornale arcadico.[1] In un suo sonetto dell'aprile 1834, La Compaggnia de Santi-petti,[10][11] così si esprime nei confronti degli arcadi (gli arcàdichi) e degli archeologi (gli argòlighi) che celebrano la ricorrenza della fondazione di Roma in un chiassoso banchetto:

«"Mattia! chi bbestie sciai nell’Osteria
che sse senteno urlà ccome li cani?"
"Sciò l’Arcàdichi e Argòlighi romani,
che un po’ ppiaggneno e un po’ ffanno alegria".»

(Giuseppe Gioachino Belli, Sonetti romaneschi)

NoteModifica

  1. ^ a b c d Mario Scotti, «BETTI, Salvatore» in Dizionario Biografico degli Italiani, Volume 9, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 1967.
  2. ^ Catalogo italiano dei periodici ACNP. Riferimenti e link in Collegamenti esterni.
  3. ^ Adriano Ruggeri, «NIBBY, Antonio» in Dizionario Biografico degli Italiani, Volume 78, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 2013.
  4. ^ Marina Formica, «DE ROMANIS, Filippo Antonio» in Dizionario Biografico degli Italiani, Volume 39, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 1991.
  5. ^ Marco Severini, «MELCHIORRI, Giuseppe» in Dizionario Biografico degli Italiani, Volume 29, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 2009.
  6. ^ Fabrizio Cortesi, «ROLLI, Ettore» in Enciclopedia Italiana, Volume 29, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 1936.
  7. ^ Ad Angelo Mai quand'ebbe trovato i libri di Cicerone «Della Repubblica»
  8. ^ Marco Manfredi, «ODESCALCHI, Pietro» in Dizionario Biografico degli Italiani, Volume 79, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 2013.
  9. ^ BiASA Periodici italiani digitalizzati. Volume 1, 1819. Riferimenti e link in Collegamenti esterni.
  10. ^ «È qui satireggiato il gruppo più in vista del "Giornale arcadico", Luigi Biondi, presidente della Pontificia Accademia d'Archeologia, Giulio Perticari, Girolamo Amati, Salvatore Betti, segretario dell'Accademia di S. Luca; quest'ultimo sembra applicasse a sé e agli amici l'epiteto di santo petto che Dante dà, nel Purgatorio, a Catone.» Nota di Maria Teresa Lanza, curatrice de I sonetti, editore Feltrinelli, seconda edizione 1976, volume III, sonetto 1235, p. 1305.
  11. ^ «ma son del cerchio ove son li occhi casti / di Marzia tua, che 'n vista ancor ti priega, / o santo petto, che per tua la tegni: / per lo suo amore adunque a noi ti piega.» Dante, Purgatorio, Canto I, vv 78-81.

Voci correlateModifica

Collegamenti esterniModifica

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