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Giovanni Andrea Doria Landi Pamphili, IX principe di Melfi

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Giovanni Andrea Doria Landi Pamphili, IX principe di Melfi
Giovanni Andrea IV Doria Pamphilj Landi.jpg
Principe di Melfi
Stemma
In carica 1764 –
1820
Predecessore Giovanni Andrea Doria Landi, VIII principe di Melfi
Successore Luigi Giovanni Doria Landi Pamphili, X principe di Melfi
Trattamento Sua Grazia
Nascita Roma, 1606
Morte Roma, 1658
Dinastia Doria Landi Pamphili
Padre Giovanni Andrea Doria Landi, VIII principe di Melfi
Madre Eleonora Carafa della Stadera
Consorte Leopoldina di Savoia
Religione cattolicesimo

Giovanni Andrea Doria Landi Pamphili, IX principe di Melfi, detto anche Giovanni Andrea IV (Genova, 30 ottobre 1747Roma, 20 marzo 1820), è stato un principe italiano.

BiografiaModifica

I primi anniModifica

Nato a Genova il 30 ottobre 1747, Giovanni Andrea era figlio del principe principe Giovanni Andrea Doria Landi e di sua moglie, la nobildonna genovese Eleonora Carafa della Stadera, figlia del duca d'Andria. Ebbe un'educazione privata e crebbe nei suoi primi anni di vita a Fassolo, nei possedimenti della sua casata. Un fatto curioso relativo alla sua giovinezza avvenne nel 1759 quando ricevette la cresima: su richiesta di suo padre, infatti, il vescovo di Tortona mons. Giuseppe Ludovico Andujar, gli mutò il nome di battesimo da Giorgio in Andrea, per commemorare la morte improvvisa del figlio maggiore avvenuta alcuni anni prima e per mantenere la tradizione di famiglia.

Il trasferimento a Roma della casata dei DoriaModifica

Giovanni Andrea fu il primo dei Doria Landi inoltre a trasferirsi a Roma a seguito di una spartizione d'eredità: nel 1760, infatti, era morto l'ultimo discendente dei Pamphili Landi, Girolamo, fatto che aveva aperta una controversia tra i Colonna, i Borghese ed i Doria che ne erano tutti eredi in qualche misura. I Doria ricevettero il palazzo romano della famiglia e decisero dunque di trasferirsi a Roma dove Giovanni Andrea poté proseguire i propri studi, coltivando in particolar modo la passione per la musica (nello studio del clavicembalo) ed il canto. L'improvvisa morte del padre nel 1764, gli pose sulle spalle il titolo della sua casata unitamente al mantenimento agli studi dei due fratelli minori, Antonio e Giuseppe, che saranno poi entrambi cardinali.

Carlo III di Spagna gli concesse nel 1766 il titolo di grande di Spagna di prima classe per il suo ruolo avuto nell'espulsione della Compagnia di Gesù dai territori spagnoli. Questa sua parte in questa azione non mancò di sollevare qualche problematica anche a Roma, non solo perché Giovanni Andrea era stato educato dagli stessi gesuiti, ma perché si accanì particolarmente contro di loro con zelo nell'applicazione delle direttive del re di Spagna.

Un matrimonio prestigiosoModifica

 
La principessa Leopoldina di Savoia in un ritratto negli anni della maturità

Il 17 maggio 1767 a Torino sposò Leopoldina di Savoia, figlia secondogenita del principe Luigi Vittorio. Le trattative per il fidanzamento tra i due erano state lunghe e condotte prevalentemente per corrispondenza, attraverso Camillo Doria (intermediario per i Doria) e Vittorio Amedeo delle Lanze (per i Savoia-Carignano). Alla fine la dote della principessa venne fissata in 150.000 lire (pari a 30.000 scudi romani dell'epoca), oltre ad un corredo di 15.000 lire ulteriori. In cambio, il Doria le offrì dei gioielli per il valore di 15.000 lire assicurandole inoltre, in caso di vedovanza, l'uso perpetuo dell'abitazione, la servitù, le carrozze, oltre a una rendita annua di 30.000 lire.

Dal 20 giugno 1767 la coppia si trasferì dunque a Roma, a palazzo Pamphili al Corso, dove intrattennero un'attività culturale e mondana di notevole importanza nella Roma dell'epoca, con feste, banchetti e ricevimenti di notevole rilievo, come quello celebrato il 2 aprile 1769 in occasione della visita del granduca Pietro Leopoldo di Toscana. Per quest'occasione, infatti, Giovanni Andrea si servì del genio dell'architetto Francesco Nicoletti il quale provvedette a trasformare il cortile interno del palazzo in un'enorme sala posticcia in legno.

L'avvento di NapoleoneModifica

Con l'avvento della Rivoluzione francese e lo scoppio dei primi moti anche a Roma, il Doria si mantenne defilato dalla scena politica, mantenendo una certa ambiguità politica, al punto che quando il primo ministro napoletano John Acton gli chiese di conferire con lui a Napoli per la gestione dei suoi feudi a seguito dei moti rivoluzionari, temendo di venire coinvolto in atti di repressione, il Doria ottenne di rimanere a Roma. Quando ad ogni modo i napoleonici iniziarono ad invadere lo Stato Pontificio, come altre importanti casate romane, si vide costretto a contribuire alle esigenze dello stato per penuria di materie prime per la creazione di monete. Dopo l'assedio e la conquista di Bologna mise a disposizione lui solo la somma di 500.000 scudi romani ed in seguito, come garanzia, offrì l'ipoteca di tutte le sue proprietà in Liguria al fine di ottenere il prestito di 1.200.000 scudi che la Santa Sede utilizzò per saldare i contributi fissati dal trattato di Tolentino. La sua attenzione alla causa del papato era dovuta anche al fatto che suo fratello Giuseppe era segretario di stato e fu su consiglio di quest'ultimo in particolare che Giovanni Andrea acconsentì all'apertura dei magazzini d'olio della famiglia per alleviare la penuria di cibo sulla popolazione romana.

Quando infine Roma venne occupata dai francesi, il palazzo Doria Pamphili divenne il quartier generale del comandante Jean-Baptiste Cervoni, il quale, in segno di gratitudine nei confronti dell'ormai "ex principe Doria", gli fece dono di zucchero e caffè in notevole quantità, impegnandosi personalmente per la salvaguardia della sua proprietà, sigillando accuratamente l'appartamento del principe perché nulla potesse essere toccato. Malgrado questi buoni rapporti con gli occupanti, nel 1798 venne costretto come molti altri nobili romani al pagamento di ingenti tasse che lo spinsero, per evitare ulteriori privazioni, di spedire per sicurezza alla cognata Gabriella von Lobkowitz a Vienna la somma di 2000 zecchini d'oro e tutti i gioielli di famiglia. A Roma, infatti, era da poco stato privato del celebre ostensorio di Sant'Agnese, opera preziosissima conservata presso l'omonima chiesa di Piazza Navona. Nel 1798 perse inoltre tutti i suoi titoli sull'onda delle disposizioni rivoluzionarie, venendo dapprima costretto a prestare servizio nella guardia nazionale e poi venendo chiamato al ministero della guerra per la gestione degli ospedali militari di Roma e per gestire l'approvvigionamento della città.

Nel 1808, col ritorno dei francesi dopo la breve esperienza di restaurazione pontificia, venne nominato capo del tribunale agricolo di Roma e poi designato a membro del senato romano. In questi anni si dimostrò particolarmente disponibile nei confronti di Gioacchino Murat, dal quale venne insignito dell'ordine reale delle Due Sicilie (28 gennaio 1814).

Con la restaurazione pontificia, venne reintegrato perfettamente nella propria posizione, nei propri titoli e nei propri possedimenti, morendo poi a Roma il 20 marzo 1820.

Mecenate e musicistaModifica

Particolarmente attento alle manifestazioni culturali della città di Roma, il Doria fu membro dell'Accademia dell'Arcadia col nome di Idaro Tessalico e dell'Accademia di San Luca, occupandosi prevalentemente di poesia e letteratura oltre che di musica che per tutta la sua vita fu la sua principale passione.

Ebbe a tal proposito una vasta biblioteca musicale con copisti specializzati nel ricopiare famosi spartiti che fiorì sino al 1776 quando venne costretto a ridimensionare le proprie spese in ambito musicale, in parte dovuto forse ad esigenze economiche della famiglia ed in parte alla profonda spiritualità e religiosità della moglie Leopoldina che lo spinse ad abbandonare sempre più la vita mondana.

Attento all'arte del proprio periodo, patrocinò gli architetti Giovanni Antinori, Francesco Nicoletti e Melchiorre Passalacqua a cui diede commissione di restaurare il palazzo romano ricevuto in eredità oltre alla preziosa pinacoteca.

OnorificenzeModifica

Albero genealogicoModifica

Giovanni Andrea Doria Landi Pamphili, IX principe di Melfi Padre:
Giovanni Andrea Doria Landi, VIII principe di Melfi
Nonno paterno:
Andrea Doria Landi, marchese di Torriglia
Bisnonno paterno:
Giovanni Andrea Doria Landi, VII principe di Melfi
Trisnonno paterno:
Andrea Doria Landi, VI principe di Melfi
Trisnonna paterna:
Violante Lomellini
Bisnonna paterna:
Anna Pamphili
Trisnonno paterno:
Camillo Francesco Maria Pamphili, I principe di San Martino al Cimino e Valmontone
Trisnonna paterna:
Olimpia Aldobrandini
Nonna paterna:
Livia Centurione
Bisnonno paterno:
Giorgio Centurione
Trisnonno paterno:
Giovanni Battista Centurione, doge di Genova
Trisnonna paterna:
Livia Cattaneo
Bisnonna paterna:
?
Trisnonno paterno:
?
Trisnonna paterna:
?
Madre:
Eleonora Carafa della Stadera
Nonno materno:
Ettore Carafa della Stadera, XI duca di Andria
Bisnonno materno:
Fabrizio Carafa della Stadera, X duca di Andria
Trisnonno materno:
Ettore Carafa della Stadera, IX duca di Andria
Trisnonna materna:
Margherita de' Sangro
Bisnonna materna:
Aurelia Imperiali
Trisnonno materno:
Andrea Imperiali, II principe di Francavilla
Trisnonna materna:
Maria Pellina Ippolita Grimaldi
Nonna materna:
Francesca de Guevara
Bisnonno materno:
Inigo II de Guevara, VII duca di Bovino
Trisnonno materno:
Giovanni III de Guevara, VI duca di Bovino
Trisnonna materna:
Vittoria Caracciolo
Bisnonna materna:
Eleonora de Cardenas
Trisnonno materno:
Carlo de Cardenas, VII conte di Acerra
Trisnonna materna:
Francesca Spinelli

NoteModifica


BibliografiaModifica

  • L. Madelin, La Rome de Napoléon, Parigi 1906
  • C. Bandini, Roma e la nobiltà romana nel tramonto del secolo XVIII, Città di Castello 1914
  • O. F. Tencajoli, Principesse sabaude in Roma, Roma 1939
  • G. Carandente, Il palazzo Doria Pamphili, Roma 1975
  • C. Annibaldi, L'archivio musicale Doria Pamphili; saggio sulla cultura aristocratica a Roma fra XVI e XIX secolo, in Studi musicali, XI (1982)
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