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Giovanni Borgi, detto Tata Giovanni (Roma, 18 febbraio 1732Roma, 28 giugno 1798), è stato un uomo di carità ed un artigiano italiano.

Immagine di Giovanni Borgi detto Tata Giovanni

VitaModifica

Giovanni Borgi nacque a Roma di umili origini il 18 febbraio 1732, figlio di Pierantonio Borgi (originario di Zagarolo) e di Dorotea Mondei. Si sposò con una donna di nome Vacchier ed ebbe una figlia, Anna Rufina, morta diciottenne in fama di santità.

Svolse l'attività di mastro muratore e contribuì all'edificazione della Sagrestia Vaticana sotto il pontificato di Papa Pio VI; fu persona analfabeta, di carattere schietto e spontaneo, di modi burberi e popolari, con una forte devozione religiosa.

Morì a Roma il 28 giugno 1798 e fu sepolto nella chiesa di S. Nicola degli Incoronati, dove successivamente fu posta una lapide a suo ricordo ad opera di mons. Morichini[1].

Il suo nome è legato all'Ospizio di Tata Giovanni da lui fondato; tale istituto aveva lo scopo di raccogliere i ragazzi orfani ed abbandonati di Roma, procurando loro un alloggio ed avviandoli all'esercizio di un'attività artigiana.

L'Ospizio di Tata GiovanniModifica

«A far bene agli uomini non sempre si richiede altezza d’intendimento, vastità di cognizioni, potere e ricchezza: basta aver cuore. Sul cader del secolo passato quando certi tali che avevano grido di filosofi ed amatori dell’ Umanità, non isforniti d’ingegno ma corrottissimi di cuore preparavano quell’universale sconvolgimento di cose, che ci fa ancora fremere a ripensarlo; in Roma un povero artigiano, ormai vecchio, senza lettere, senza fortune, senza amici, senza protezione apriva un asilo ai fanciulli orfani e derelitti tanto utile alla Società, alla Religione, allo Stato.»

(C.L. Morichini, Di Giovanni Borgi... op.cit, 1830.)

L'Ospizio di Tata Giovanni nacque quando Giovanni Borgi iniziò ad ospitare (1784) nella propria casa in via de' Cartari i ragazzi che vedeva dormire abbandonati sulle panche e sui gradini del Pantheon di ritorno dalla processione serale (cui usava partecipare) organizzata dall'Oratorio del Caravita; oltre a fornire loro vitto e alloggio (con l'aiuto della sorella Domenica), egli iniziò a mandarli a lavorare presso suoi amici artigiani affinché imparassero un mestiere che potesse poi sostentarli nella vita. Avvalendosi della collaborazione di volontari laici e sacerdoti cercava inoltre di procurare loro un'istruzione scolastica e religiosa.

Poiché egli trattava tali ragazzi come dei figli, questi presero a chiamarlo affettuosamente Tata che in dialetto romano significava "papà"; di qui il suo soprannome e la denominazione presa dall'Ospizio. Allo stesso tempo, poiché era di modi rudi e cercava di soccorrere quanti più ragazzi possibili, tra alcuni di essi si diceva anche: «Fuggi, fuggi, ecco Tata Giovanni!»

Con il tempo la sua opera s'ingrandì e attrasse l'interesse di diversi personaggi (come mons. Pinchetti e mons. Di Pietro) che la sostennero con donazioni e rendite; successivamente Papa Pio VI comprò per l'Ospizio il palazzo Ruggia a via Giulia (dove nel frattempo l'istituto si era trasferito in affitto, arrivando a ospitare fino a 40 orfani).

Con l'avvento della Repubblica Romana (e la morte di Tata Giovanni nel 1798) l'attività dell'Ospizio rischiò di cessare; nonostante varie tribolazioni esso continuò a operare (riunito ad altri istituti minori, tra cui quello del venerabile fra' Bonifacio da Sezze) grazie all'opera dell'avv. Belisario Cristaldi che trasportò l'Ospizio presso la chiesa di S. Nicola da Tolentino; successivamente, nel periodo napoleonico, l'istituto ebbe sede presso S. Silvestro al Quirinale, Borgo S. Agata ai Monti e il Palazzo Ravenna all'Esquilino.

Nel 1816, ritornato Pio VII a Roma, l'Ospizio di Tata Giovanni trovò finalmente una dimora stabile presso la chiesa di S. Anna dei Falegnami sotto la guida del canonico Storace. In questo periodo l'attività dell'Ospizio si ingrandì (arrivando a ospitare fino a 120 ragazzi) e s'istituzionalizzò, con l'adozione di norme e regolamenti.

All'attività dell'Ospizio, che aveva mantenuto lo spirito originario del fondatore, collaboravano molti laici e giovani ecclesiastici del tempo: tra questi si ricordano su tutti il futuro Papa e Beato Pio IX[2], oltre a mons. Morichini[3], mons. Vespignani e diversi altri.

Nel 1869 l'Ospizio di Tata Giovanni fu uno dei luoghi più significativi delle manifestazioni per il cinquantesimo anniversario dell'ordinazione sacerdotale di Pio IX; il 12 aprile del 1869 il Papa tornò all'Ospizio di Tata Giovanni (in ricordo della prima Messa celebrata qui l'11 aprile 1819), dopo aver distribuito personalmente la comunione agli orfani del Tata Giovanni il giorno precedente in San Pietro.

Tra gli ex-allievi del Tata Giovanni si ricordano il Servo di Dio Federico Cionchi e il monaco Colombano Longoria; San Giovanni Bosco, in occasione di un suo viaggio a Roma, ebbe modo di visitare l'Ospizio di Tata Giovanni e di scorgere in esso molte somiglianze con quanto aveva fondato a Torino.

Nel 1887 l'Ospizio - insieme con la chiesa di S. Anna dei Falegnami - fu abbattuto per l'apertura di via Arenula[4] e trasferito in Piazza del Biscione nel palazzo Righetti (già Orsini e Pio di Savoia), dove rimase fino al 1926; da qui passò nell'attuale sede di viale di porta Ardeatina.

NoteModifica

  1. ^ Sulla lapide era scritto: "Qui dorme in pace il padre degli orfani Giovanni Borgi romano detto Tata Giovanni, nato il 18 feb. 1732 morto il 28 givgno 1798: i suoi figliuoli p.q.m. nel XXXIII anniversario".
  2. ^ Nell'adolescenza del futuro Pio IX l'Ospizio di Tata Giovanni rappresentò un importante punto di riferimento e contribuì alla sua vocazione religiosa. Qui l'11 aprile 1819 celebrò la sua prima Messa, e negli anni successivi fu condirettore dell'Ospizio insieme al canonico Storace.
  3. ^ Egli fu il principale biografo di Giovanni Borgi, di cui nel 1830 scrisse una significativa memoria dal titolo: "Di Giovanni Borgi, mastro muratore, detto Tata Giovanni, e del suo Ospizio per gli orfani abbandonati"; tale opera confluì poi nelle diverse edizioni del suo libro sugli istituti di carità di Roma. Egli fornisce un'immagine dell'attività dell'Ospizio nel seguente racconto: “Un giorno recandomi a diporto con tal mio amico d'animo candidissimo e di soavissimi costumi […] venne egli a dirmi di cotesto luogo di carità, e quanto bene vi si operasse a pro' dè poveri fanciulli, e da ultimo esortavami andarvi, certo, che me ne sarei innamorato. Di fatto nel dì medesimo, poiché fu vespro, mi vi condusse, e restai preso da tenera meraviglia veggendo tutti in una sala con bell'ordine disposti per diversi tavolieri ben cento giovinetti, intesi ad apprendere quali il leggere, quali lo scrivere, altri calligrafia, altri aritmetica; ed una lietissima corona di venti fanciulli di forse sett'anni intorno a un buon sacerdote che istruivagli, nel catechismo. Erano nel mezzo ragionando fra loro il can. D. Cesare Storace, uomo zelante, disinteressato, infaticabile, il Conte Gianmaria Mastai, la persona più amabile che m'abbia fin qui conosciuta ed il conte Giuseppe Vespignani, canonico della Lateranense, uno dè miei più cari amici. Essi veggendomi, cortesemente m'accolsero ed invitarono con gentili maniere a cooperare comecché fosse a così bell'opera. Io ero commosso fino all'anima, accettai l'invito e mi tolsi a istruire una classe de' maggiori fra gli orfani” cfr F. GENTILI, Un giovane amico di Pio IX, in Rassegna Nazionale del 1º giugno 1916, pp. 214-215.
  4. ^ In ricordo del luogo dove sorgeva l'Ospizio fu intitolata a Giovanni Borgi la strada che da Piazza Cairoli conduce a via di Sant'Anna.

BibliografiaModifica

  • Carlo Luigi Morichini. “Di Giovanni Borgi, mastro muratore, detto Tata Giovanni, e del suo Ospizio per gli orfani abbandonati”, Roma, Tip. Marini, 1830.
  • Carlo Luigi Morichini, "Degli Istituti di carità per la sussistenza e l'educazione dei poveri e dei prigionieri", Roma, Stabilimento Tipografico Camerale, edizione novissima, 1870.
  • Fernanda Gentili. “Un giovane amico di Pio IX” in Rassegna Nazionale del 1º giugno 1916.
  • Carlo Falconi. “Il giovane Mastai. Il futuro Pio IX dall'infanzia a Senigallia alla Roma della Restaurazione (1792-1827), Milano, Rusconi, 1981.

Collegamenti esterniModifica

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