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Giovanni Maria Visconti
Giovanni Maria Visconti - Le vite de i dodeci visconti che signoreggiarono Milano (1645).jpg
Giovanni Maria Visconti
Duca di Milano
Stemma
In carica 1402 –
1412
Predecessore Gian Galeazzo Visconti
Successore Filippo Maria Visconti
Altri titoli Conte di Pavia
Nascita Abbiategrasso, 7 settembre 1388
Morte Milano, 16 maggio 1412
Casa reale Visconti
Padre Gian Galeazzo Visconti
Madre Caterina Visconti
Consorte Antonia Malatesta di Cesena
Religione Cattolica

Giovanni Maria Visconti (Abbiategrasso, 7 settembre 1388Milano, 16 maggio 1412) è stato il secondo Duca di Milano.

BiografiaModifica

Giovanni Maria Visconti nacque il 7 settembre 1388 ad Abbiategrasso, figlio primogenito di Gian Galeazzo Visconti e di Caterina Visconti, fratello maggiore di Filippo Maria che gli succedette nel titolo.

Il 3 settembre 1402 il duca Gian Galeazzo Visconti morì di peste nel castello di Melegnano. Grazie alla sua abilità politica la Signoria era divenuta Ducato e aveva raggiunto la massima espansione. Le sontuose e solenni esequie furono celebrate solo il 20 ottobre in una Milano gremita di gente. Il 29 novembre fu radunato il Consiglio Generale che incaricò quaranta illustri cittadini di effettuare il giuramento di fedeltà a Giovanni Maria Visconti che si tenne il 14 dicembre. Il nuovo duca aveva appena quattordici anni e per disposizione del defunto padre sarebbe rimasto sotto la tutela della madre sino al compimento dei vent'anni di età. Caterina Visconti fu assistita nella reggenza da Francesco Barbavara, primo segretario ducale. Quale prima risoluzione cercò di pacificare i fronti aperti con lo Stato Pontificio, la Repubblica di Firenze e la Signoria di Padova. Con i primi due non si riuscì ad arrivare ad un accordo mentre grazie all'azione diplomatica di Giovanni da Casate e Francesco della Croce il 7 dicembre si concluse una pace con Francesco II da Carrara. Secondo il Gatari Ducato di Milano avrebbe ceduto ai carraresi le città di Cividale, Feltre e Bassano, ripristinato il corso del Brenta e i padovani sarebbero rimasti alleati dell'imperatore Roberto di Germania; secondo il Corio invece non furono cedute le tre città.[1]

La lega anti-viscontea di Bonifacio IX attacca BolognaModifica

Bonifacio IX, intenzionato a recuperare le città che gli erano state sottratte da Gian Galeazzo Visconti, si alleò con i fiorentini, Niccolò III d'Este, Carlo I Malatesta e Alberico da Barbiano poi inviò un esercito sotto la guida del legato e cardinale Baldassarre Cossa ad occupare i castelli dell'Umbria.
I milanesi risposero inviando Jacopo Dal Verme in Toscana tuttavia una volta giunto a Bologna ritenne di dover recarsi a Brescia per timore di disordini e al suo posto fu inviato Ottone III con 500 lance che recuperò i castelli attorno a Perugia ed Assisi, per poi prepararsi allo scontro con i pontifici una volta raggiunto dai rinforzi di Pandolfo Malatesta (600 lance) e Giovanni Colonna (300 lance). Caterina inviò a Roma l'arcivescovo di Milano, il francescano Pietro da Candia, per indurre il pontefice alla pace senza però ottenere risultati. L'esercito della lega giunse a fine maggio sotto le mura di Bologna, difesa da Facino Cane, e vi pose l'assedio ma non riuscì a penetrarne le difese e dovette accontentarsi di scorrerie nel parmigiano su invito dei Rossi. Tentò poi di attraversare il Po per attaccare Casalmaggiore ma fu disperso dalle navi viscontee e costretto a ritirarsi a Mezzani. Il 25 agosto 1403 il consiglio ducale raggiunse una pace con la lega in virtù della quale il Ducato di Milano cedeva allo Stato Pontificio le città di Bologna, Perugia e Assisi insieme al loro contado.[2]

Disordini nel Ducato di MilanoModifica

Nel frattempo all'interno del Ducato cominciavano i disordini. Molti consiglieri e governatori coltivavano grandi ambizioni personali, non vedevano di buon occhio la reggenza di Caterina, erano invidiosi della carriera politica del Barbavara, che era diventato l'uomo più influente di quello stato partendo dal nulla oppure desideravano correre al riparo prevedendo l'imminente disgregazione del Ducato. Nei primi due mesi del 1403 Facino Cane si servì delle truppe ducali per darsi nel tortonese, pavese, piacentino e parmigiano, Alberico da Barbiano, corrotto dai fiorentini, a gennaio ritornò a Cuneo per poi allearsi con il papa mentre i Rossi di Parma si ribellarono.

A Milano si riunì un gruppo di congiurati ghibellini capitanato da Antonio Visconti, discendente di Uberto Visconti, fratello di Matteo I e di cui facevano parte Francesco, Giovanni, Galeazzo e Giavazzo Aliprandi, Galeazzo e Antonio Porro, Giovanni Andrea e Paolo da Baggio e Sasso de' Risi con l'intento di eliminare Francesco Barbavara che aveva simpatie guelfe. Fecero rientrare in città Francesco Visconti, fratello di Antonio, che vi era stato bandito da Gian Galeazzo Visconti, cercarono di ottenere per suo conto la riconciliazione con il nuovo duca e nel frattempo sobillarono i cittadini del sestiere di Porta Ticinese. Giovanni da Casate trattò la riconciliazione di Francesco ma il 29 agosto 1403 fu assassinato da Galeazzo Aliprandi in un vicolo dietro la chiesa di San Giorgio al Palazzo e questa fu la scintilla che fece scoppiare la guerra civile tra guelfi e ghibellini milanesi. Caterina Visconti per tre giorni cercò di sedare i tumulti sfilando in carrozza per le vie della città accompagnata dal nuovo duca e da molti nobili ma il terzo giorno Antonio Porro riuscì a radunare una folla di quindicimila persone reclamanti la testa dei fratelli Barbavara davanti al Castello di Porta Giovia in cui duca e reggente furono costretti a rinchiudersi. I Barbavara uscirono da Porta Vercellina scortati da un centinaio di uomini e si rifugiarono a Pavia ma il castellano non volle riceverli. I congiurati non riuscendo a mettere le mani sui Barbavara, iniziarono a uccidere i loro alleati. I disordini di Milano spinsero Ugo Cavalcabò ad impossessarsi di Cremona, Giorgio Benzone di Crema, Franchino Rusca di Como, i de Sacchi di Bellinzona, i lodigiani arsero i Vistarini ed elessero Giovanni da Vignate, le famiglie guelfe di Piacenza cacciarono gli Anguissola, Giovanni Rozzone a fare strage di ghibellini a Brescia, si salvarono solo quelli che riuscirono a rifugiarsi nel castello o che fuggirono dalla città. Si verificarono scontri tra guelfi e ghibellini anche ad Alessandria, Bergamo, a Vimercate, nella Martesana e in molti altri centri minori. In luglio Caterina cercò di conciliare le parti facendo entrare nel consiglio ducale i cittadini più insigni di entrambe ma nulla poté in quanto la città era ormai controllata da Francesco Visconti, dai Porro e dall'arcivescovo di Milano. Il consiglio ducale decise di inviare Jacopo Dal Verme per sedare le rivolte. Egli riuscì a riportare (talvolta solo nominalmente) sotto il governo ducale la Martesana e le città di Lodi e Cremona oltre stabilire una tregua a Como. Filippo Maria Visconti grazie ai suoi consiglieri riuscì a pacificare Pavia, Ottobuono de' Terzi a cacciare i Rossi da Parma. Facino Cane, ritiratosi da Bologna il 2 settembre, il 21 del mese riuscì a togliere Alessandria al Boucicaut, governatore di Genova, che l'aveva occupata su invito dei guelfi della città, fece poi tagliare una mano a tutti i francesi catturati in quanto precedentemente avevano promesso di non imbracciare mai più le armi contro il duca di Milano. Il 10 o 11 settembre Jacopo Dal Verme e Ottobuono de' Terzi cacciarono Francesco II da Carrara che, violando la pace con i milanesi, l'aveva occupata. In ottobre i fiorentini inviarono Alberico da Barbiano on 400 lance ad impossessarsi di Cremona mentre Pandolfo Malatesta per conto dei milanesi riuscì a cacciare i Rusca provocando facendo però strage dei cittadini. Gabriele Maria Visconti riuscì a tenere per qualche tempo Pisa mentre nel marzo del 1404 i senesi cacciarono Giorgio dal Carretto restaurando la Repubblica. Nel gennaio del 1404 Caterina aumentò la guarnigione del Castello di Porta Giovia e di Porta Vercellina, fece catturare quasi tutti i capi della congiura e li decapitò esponendone i corpi sotto la Loggia degli Osii, con l'eccezione di Antonio Visconti che per ragioni di parentela fu incarcerato mentre Francesco Visconti riuscì a fuggire. Il 21 gennaio Francesco Barbavara fu fatto rientrare in città mentre il fratello Manfredo fu imprigionato da Filippo Maria il quale poi riuscì a convincere il fratello a fare lo stesso con Francesco che però il 21 marzo, avvertito per tempo, riuscì a rifugiarsi ad Arona e poi in Valsesia. Il 16 marzo ci si illuse di ristabilire la pace tra guelfi e ghibellini milanesi ma al ritorno di Francesco Visconti scoppiarono nuovi tumulti in cui le proprietà di Francesco Barbavara furono saccheggiate insieme al monastero e alla basilica di Sant'Ambrogio il cui abate (Giovanni Lampugnani) fu fatto a pezzi. I ghibellini riuscirono persino a far atterrare la rocchetta di Porta Vercellina.[3]

La caduta di VeronaModifica

Nel gennaio del 1404 Brescia si ribellò di nuovo e Caterina Visconti inviò Facino Cane e Pandolfo Malatesta alla testa di 6.000 cavalieri per recuperarla. I due condottieri riuscirono a riprendere la città ed alcuni castelli del veronese oltre alle due bastìe costruite da Francesco II da Carrara il mese precedente. Giunti a Verona, il castellano Ugolotto Biancardo non li ricevette così il alatesta se ne tornò a Brescia mentre Facino Cane proseguì verso il padovano. Non riuscendo a sconfiggere Facino Cani con le armi, Francesco da Carrara lo corruppe e il 20 marzo questi si ritirò a Piacenza con la scusa di voler recuperare la città. Organizzò poi un esercito insieme a Guglielmo della Scala, Niccolò III d'Este e con Carlo ed Estorre Visconti, figli di Bernabò. La notte tra il 7 e l'8 aprile l'esercito dei Carraresi entrò a Verona costringendo il Biancardo a rifugiarsi nel castello. Gli ambasciatori milanesi a questo punto strinsero un accordo con la Repubblica di Venezia per il quale, in cambio di un'alleanza difensiva, il Ducato di Milano le avrebbe ceduto Feltre, Belluno, Bassano, Vicenza e Verona. Questo accordo fu la base per l'espansione sulla terraferma di Venezia. Il 18 aprile Guglielmo della Scala passò a miglior vita. Fu l'ultimo signore di Verona della sua famiglia. Tre giorni dopo il Biancardo cedette il castello. Secondo il Biglia fu avvelenato da Francesco II da Carrara che pensava di impossessarsi di Verona e Vicenza. Meno di un anno dopo invece, lui e la sua famiglia avrebbero perso per sempre lo stato a favore dei veneziani.[4]

Negli scontri fra le fazioni, guidate da capitani di ventura e mercenari, prevalse lo spregiudicato Facino Cane. Questi riuscì, facendo leva sul carattere cruento di Giovanni Maria a instillare in lui un atteggiamento di sospetto nei confronti della reggente. Caterina fu imprigionata a Monza dove morì (1404) poco dopo (forse avvelenata, forse di peste). Approfittando della debolezza del ducato, nel 1406 si rivoltò Poschiavo, che due anni dopo passò alla Lega della Casa di Dio.[5]

Nel 1408 sposò Antonia Malatesta, figlia di Andrea Malatesta, signore di Cesena; non ebbero figli.

Giovanni Maria fu celebre per la sua passione per la caccia e quando ormai era annoiato dall'uccidere bestie che comunque non potevano lamentarsi a sufficienza, per appagare il suo piacere sadico, allora fece addestrare i suoi cani mastini da certo Squarcia Giramo a inseguire e sbranare (squarciare) uomini vivi. Inizialmente si fece consegnare dai tribunali di Milano tutti i condannati per le sue battute di caccia umana, ed in seguito denunciando pure i suoi complici dei misfatti, per sopperire alla mancanza dei condannati per le proprie battute.
Finirono sbranati dai suoi mastini anche uomini illustri della città di Milano, tra cui parenti suoi. La stessa fine fece fare al castellano di Monza, Giovanni Pusterla, accusandolo della morte di sua madre Caterina[6].
Si dice che, allorquando nel maggio del 1409, mentre durava ancora la guerra, il popolo affamato invocò al suo passaggio la pace, egli scatenò su di esso le sue soldatesche; e dopo ciò proibì, vuole la leggenda, pena la forca, di pronunciare le parole "pace" e "guerra", e obbligasse perfino gli ecclesiastici di dire nella Messa dona nobis tranquillitatem, in luogo di pacem.

Alcuni congiurati, sostenitori degli eredi di Bernabò (Baggio, Pusterla, Trivulzio, Mantegazza, Aliprandi, Maino, ecc.), approfittarono del momento, in cui il più grande condottiero del duca, Facino Cane, giaceva gravemente infermo a Pavia e temendo che il Visconti, noto per la sua malvagità aumentasse ancora il proprio potere, una volta rimasto solo, si fecero coraggio e lo assassinarono davanti alla Chiesa di San Gottardo in Corte.

Il morente Facino fece giurare lo stesso giorno ai suoi ufficiali di sostenere l'erede Filippo Maria, ed egli stesso per di più propose che sua moglie, Beatrice di Tenda, si sposasse dopo la sua morte a quest'ultimo, ciò che infatti si sarebbe verificato poco dopo.

StemmaModifica

Image Stemma
Giovanni Maria Visconti
Duca di Milano

AscendenzaModifica

Albero genealogico di quattro generazioni di Giovanni Maria Visconti
Giovanni Maria Visconti Padre:
Gian Galeazzo Visconti
Nonno paterno:
Galeazzo II Visconti
Bisnonno paterno:
Stefano Visconti
Trisnonno paterno:
Matteo I Visconti
Trisnonna paterna:
Bonacossa Borri
Bisnonna paterna:
Valentina Doria
Trisnonno paterno:
Bernabò Doria
Trisnonna paterna:
Eliana Fieschi
Nonna paterna:
Bianca di Savoia
Bisnonno paterno:
Aimone il Pacifico di Savoia
Trisnonno paterno:
Amedeo V di Savoia
Trisnonna paterna:
Sibilla de Baugé
Bisnonna paterna:
Violante Paleologa
Trisnonno paterno:
Teodoro I del Monferrato
Trisnonna paterna:
Argentina Spinola
Madre:
Caterina Visconti
Nonno materno:
Bernabò Visconti
Bisnonno materno:
Stefano Visconti
Trisnonno materno:
Matteo I Visconti
Trisnonna materna:
Bonacossa Borri
Bisnonna materna:
Valentina Doria
Trisnonno materno:
Barnabò Doria
Trisnonna materna:
Eliana Fieschi
Nonna materna:
Regina della Scala
Bisnonno materno:
Mastino II della Scala
Trisnonno materno:
Alboino della Scala
Trisnonna materna:
Beatrice da Correggio
Bisnonna materna:
Taddea da Carrara
Trisnonno materno:
Jacopo I da Carrara
Trisnonna materna:
Anna Gradenigo

NoteModifica

  1. ^ G. Giulini, Memorie, Milano, 1856, vol. 6, pp. 67-69
  2. ^ G. Giulini, Memorie, Milano, 1856, vol. 6, pp. 69-71, 78-79
  3. ^ G. Giulini, Memorie, Milano, 1856, vol. 6, pp. 72-82
  4. ^ G. Giulini, Memorie, Milano, 1856, vol. 6, pp. 84-87
  5. ^ Poschiavo
  6. ^ Dino Messina, Milano, 1412: il giovane duca folle assassinato fuori dalla chiesa, in Corriere della Sera, 28 ottobre 2017.

BibliografiaModifica

  • Giovanni Campiglio, Storia di Milano, Milano, 1831.
  • Bernardino Corio, Storia di Milano, a cura di Egidio De Magri, Angelo Butti e Luigi Ferrario, vol. 2, Milano, Francesco Colombo, 1856, SBN IT\ICCU\LO1\0619498.
  • Paolo Giovio, Vite dei dodici Visconti, a cura di Lodovico Domenichi, Milano, Francesco Colombo, 1853.
  • Giorgio Giulini, Memorie spettanti alla storia, al governo, ed alla descrizione della Città e della campagna di Milano nei Secoli Bassi, a cura di Massimo Fabi, vol. 5, Milano, Francesco Colombo, 1856.

Voci correlateModifica

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