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Giovanni Papini

scrittore, poeta e aforista italiano
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Giovanni Papini

Giovanni Papini (Firenze, 9 gennaio 1881Firenze, 8 luglio 1956) è stato uno scrittore, poeta, saggista e terziario francescano italiano.

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Intellettuale controverso e discusso, ma anche ammirato per il suo stile di scrittura, fu studioso di filosofia, di religione, critico letterario e acceso polemista, narratore e poeta, divulgatore del pragmatismo e delle avanguardie storiche come il futurismo e il post-decadentismo.

Passò da una posizione all'altra su più fronti, sempre insoddisfatto e inquieto: si convertì dall'anticlericalismo e dall'ateismo accesi al cattolicesimo; passò dal maledettismo e dall'interventismo convinto (prima del 1915) all'avversione verso la guerra. Negli anni trenta, dopo essere passato dall'individualismo al conservatorismo, aderisce infine al fascismo, mantenendo comunque un'avversione verso il nazismo.[1]

Pressoché rimosso dalla grande letteratura dopo la scomparsa principalmente per le sue scelte ideologiche[2], fu apprezzato e rivalutato in seguito; nel 1975, lo scrittore argentino Jorge Luis Borges lo definì un autore "immeritatamente dimenticato".[3]

BiografiaModifica

I primi anniModifica

 
La casa di Giovanni Papini a Firenze

Nacque il 9 gennaio 1881 in una famiglia artigiana da Luigi Papini, ex garibaldino e repubblicano ateo e anticlericale, ed Erminia Cardini, che lo fece battezzare all'insaputa del padre. Siccome i genitori non erano sposati, per un periodo ebbe il cognome Tabarri e trascorse i primi mesi di vita presso l'Istituto degli Innocenti; il 10 agosto 1882 venne riconosciuto dalla madre, che gli diede il suo cognome e lo portò in famiglia; il 14 maggio 1888, giorno delle nozze dei genitori, fu legittimato con il cognome Papini. Nel 1887 e nel 1889 nacquero i fratelli Mario e Sofia.[4]

Ebbe un'infanzia e un'adolescenza prevalentemente solitarie. Attirato dalla letteratura, passò molto del suo tempo libero a leggere i libri della biblioteca del nonno prima e di quella pubblica poi (la Biblioteca Nazionale di Firenze). Frequentò la scuola elementare "Dante Alighieri", poi la scuola tecnica San Carlo, poi passò a quella di via Parione. Compì gli studi secondari di secondo grado alla scuola normale di via San Gallo. In questo periodo strinse delle amicizie durature: nel 1897 Domenico Giuliotti (anch'egli diverrà scrittore) e l'anno dopo Luigi Morselli, Giuseppe Prezzolini e Alfredo Mori.

Si diplomò maestro nel 1899. L'anno seguente aveva già un'occupazione: insegnante di lingua italiana all'Istituto Inglese di Firenze. Successivamente diventò bibliotecario del Museo d'antropologia di Firenze. Nel 1903 morì il padre Luigi.

Il LeonardoModifica

Nel 1903 Papini fondò, assieme a Giuseppe Prezzolini e a un gruppo di artisti, la rivista Leonardo[5]. Rivista tenacemente combattiva, si pose in contrasto con il positivismo filosofico, e letterario, all'epoca imperante[1].

I fondatori proclamavano "guerra a tutte le accademie fra i muri di un'accademia". Inoltre perseguivano un "feroce individualismo contro la frenesia solidarista e socialista che allora ammortiva gli spiriti della gioventù"[6]. La sede della rivista fu ricavata all'interno di Palazzo Davanzati. Papini firmò i suoi articoli con lo pseudonimo "Gianfalco". Alla fine dell'anno fu chiamato da Enrico Corradini a collaborare alla redazione del periodico Il Regno, su cui Papini scrisse i suoi interventi più squisitamente politici. Pieno di interessi, imparò tutto quello che c'era da sapere sulla corrente filosofica detta Pragmatismo. Nel 1904 partecipò al Congresso Internazionale di Filosofia di Ginevra. In quell'occasione conobbe il filosofo francese Henri Bergson[7].

 
Estratto della prima pagina della «Stampa» di Torino del 18 maggio 1907.

Nel 1906 pubblicò il saggio Il crepuscolo dei filosofi, ispirato al Crepuscolo degli idoli e alla morte di Dio di Nietzsche, nel quale criticò duramente il pensiero filosofico di Immanuel Kant, Friedrich Hegel, Arthur Schopenhauer, Auguste Comte, Herbert Spencer e dello stesso Friedrich Nietzsche, dichiarando infine la morte della filosofia stessa.

Nello stesso anno, uscì Il tragico quotidiano che sancì, assieme a Il pilota cieco (1907), la nascita delle cosiddette "novelle metafisiche", raccolta di opere che innovarono profondamente il genere novellistico.

Il 18 maggio 1907 Papini pubblicò sulla prima pagina della «Stampa» di Torino l'articolo La filosofia del cinematografo, considerato uno dei primi articoli di critica cinematografica apparsi su un quotidiano nazionale italiano[8][9][10].

Il distacco progressivo da Prezzolini, più incline a seguire Benedetto Croce, e i disaccordi con gli altri collaboratori segnarono la chiusura del Leonardo nel 1907. Nel 1909 Papini cominciò a curare per l'editore Rocco Carabba di Lanciano la collana Cultura dell'anima (dedicata ad opere di filosofia antica e moderna) che, insieme a quella intitolata Scrittori nostri, avrebbe diretto fino al 1920 (non senza contrasti con Carabba, nel corso del suo progressivo allontanamento dalla casa editrice abruzzese).

Intanto nel 1907 Papini aveva sposato Giacinta Giovagnoli, nativa di Bulciano, una frazione di Pieve Santo Stefano, in provincia di Arezzo. Lasciò la casa dei genitori e andò a vivere in via dei Bardi. Il 7 settembre 1908 nacque la prima figlia, Viola. Nel 1910 ebbe una seconda figlia, Gioconda.

La VoceModifica

Nel 1908 sempre con Prezzolini fondò La Voce, destinata a essere una delle più importanti riviste culturali del Novecento, e che attraverso diverse fasi continuò le pubblicazioni fino al 1916.

 
Papini nel 1913

«Un giornale. Ogni articolo ha il tono e il suono di un proclama; ogni botta e battuta di polemica è scritta con lo stile dei bollettini vittoriosi; ogni titolo è un programma; ogni critica è una presa della Bastiglia; ogni libro è un vangelo; ogni conversazione prende l'aria d'un conciliabolo di catilinari o di un club di sanculotti; e perfino le lettere hanno l'ansito e il galoppo di moniti apostolici. Per l'uomo di vent'anni ogni anziano è il nemico; ogni idea è sospetta; ogni grand'uomo è da rimettere sotto processo e la storia passata sembra una lunga notte rotta da lampi, un'attesa grigia e impaziente, un eterno crepuscolo di quel mattino che sorge ora finalmente con noi»

(Giovanni Papini, Un uomo finito)

Nel 1911, Papini fondò con Giovanni Amendola la rivista L'Anima, di tendenza teosofica, che ebbe solo un anno di vita. Nel 1912, pubblicò Le memorie d'Iddio, l'apice della sua protesta anticristiana e del suo nichilismo, in cui mette in scena un Dio che si augura la morte della fede e dunque la propria fine, pentito com'è di aver creato tanto male nel mondo. L'opera generò molto scalpore e costò all'autore un processo per oltraggio alla religione ma venne ricusata da Papini in tarda età, tanto da incaricare la figlia Viola di ricercare le copie ancora esistenti e darle alle fiamme.

Lacerba, l'acceso interventismo e il pentimentoModifica

Il 1º gennaio 1913 creò con Ardengo Soffici la rivista Lacerba, che uscì a Firenze. Appoggiò il futurismo, che per lui:

«è guerra contro l'accademia, contro l'università, contro lo scolarismo, contro la cultura ufficiale, è liberazione dello spirito dai vecchi legami, dalle forme troppo usate... è forsennato amore dell'Italia e della grandezza d'Italia... è odio smisurato contro la mediocrità, l'imbecillità, la vigliaccheria, l'amore dello status quo e del quieto vivere, delle transazioni e degli accomodamenti...»

(Giovanni Papini, L'esperienza futurista, 1913-1914, Firenze, Vallecchi, 1919.)
 
Il n.1 della rivista Lacerba, Firenze 1º gennaio 1913

Sempre nel 1913 pubblicò Un uomo finito, un'autobiografia scritta ad appena 30 anni di un giovane "nato con la malattia della grandezza", che si butta sullo studio per creare un'opera che possa superare Dante Alighieri e William Shakespeare in importanza. Sopravviene di tanto in tanto nel romanzo la delusione per l'impossibilità di raggiungere un obiettivo troppo ambizioso. Nel novembre del 1914 ebbe inizio la collaborazione a Il Popolo d'Italia. Sul primo numero di Lacerba Papini pubblicò un testo verbalmente violento d'intonazione nietzscheana, marinettiana e anticlericale:

«4. Tutto è nulla, nel mondo, tranne il genio. Le nazioni vadano in isfacelo, crepino di dolore i popoli se ciò è necessario perché un uomo creatore viva e vinca.
5. Le religioni, le morali, le leggi hanno la sola scusa nella fiacchezza e canaglieria degli uomini e nel loro desiderio di star più tranquilli e di conservare alla meglio i loro aggruppamenti. Ma c’è un piano superiore – dell’uomo solo, intelligente e spregiudicato – in cui tutto è permesso e tutto è legittimo. Che lo spirito almeno sia libero!(...)
14. Queste pagine non hanno affatto lo scopo né di far piacere, né d’istruire, né di risolvere con ponderatezza le più gravi questioni del mondo. Sarà questo un foglio stonato, urtante, spiacevole e personale. Sarà uno sfogo per nostro beneficio e per quelli che non sono del tutto rimbecilliti dagli odierni idealismi, riformismi, umanitarismi, cristianismi e moralismi.
15. Si dirà che siamo ritardatari. Osserveremo soltanto, tanto per fare, che la verità, secondo gli stessi razionalisti, non è soggetta al tempo e aggiungeremo che i Sette Savi, Socrate e Gesù sono ancora un po' più vecchi dei sofisti, di Stendhal, di Nietzsche e di altri “disertori”.
16. Lasciate ogni paura, o voi ch'entrate!»

(Giovanni Papini, Lacerba, I,)

Papini si batté per l'intervento italiano nella prima guerra mondiale. Celebre il suo provocatorio articolo Amiamo la guerra, apparso su Lacerba (1º ottobre 1914), in cui afferma:

«Finalmente è arrivato il giorno dell'ira dopo i lunghi crepuscoli della paura. Finalmente stanno pagando la decima dell'anime per la ripulitura della terra. Ci voleva, alla fine, un caldo bagno di sangue nero dopo tanti umidicci e tiepidumi di latte materno e di lacrime fraterne. Ci voleva una bella innaffiatura di sangue per l'arsura dell'agosto; e una rossa svinatura per le vendemmie di settembre; e una muraglia di svampate per i freschi di settembre. (...) Siamo troppi. La guerra è una operazione malthusiana. C'è un di troppo di qua e un di troppo di là che si premono. La guerra rimette in pari le partite. Fa il vuoto perché si respiri meglio. Lascia meno bocche intorno alla stessa tavola. E leva di torno un'infinità di uomini che vivevano perché erano nati; che mangiavano per vivere, che lavoravano per mangiare e maledicevano il lavoro senza il coraggio di rifiutar la vita. (...) Amiamo la guerra ed assaporiamola da buongustai finché dura. La guerra è spaventosa - e appunto perché spaventosa e tremenda e terribile e distruggitrice dobbiamo amarla con tutto il nostro cuore di maschi.»

(Citato in: Gianni Turchetta, Dino Campana. Biografia di un poeta, Feltrinelli, Milano, ottobre 2003[11])

Papini venne però riformato e non poté arruolarsi, a causa di un'innata e molto accentuata miopia.

Il suo spirito polemico, scettico e intimamente individualista, lo portò a rompere con i futuristi milanesi (Futurismo e Marinetti, Lacerba del 14 febbraio 1915). Il 22 maggio 1915 chiuse la rivista pochi giorni prima dell'entrata in guerra dell'Italia, dimostrandosi però in seguito ampiamente pentito del suo interventismo, rendendosi conto dell'immane carneficina della Grande Guerra. Papini ripercorse l'evoluzione del suo travaglio personale fino alla conversione nell'opera (postuma) La seconda nascita (1958). Descrivendo le posizioni assunte prima e dopo lo scoppio della prima guerra mondiale rivelò un pentimento sincero e intimo per il suo iniziale interventismo fino alla sua adesione all'allocuzione sull'"inutile strage" di papa Benedetto XV (1917). Scrisse che la guerra era

«un immane sciupio di sangue e di anime (...) scompigliava, imbestiava e affoscava. (...) Mentre stavo colle mie figliole in casa mia, tra i miei libri, e il pane, milioni di uomini si accosciavano nelle trincee motrigliose.»

(La seconda nascita, pubblicato postumo[12])

«Sentivo a tratti un rimorso che non so neppur descriver con fedeltà: a volte n'ero vergognoso, a volte l'accettavo come un principio di redenzione. Rimorso di aver consigliata la guerra e, nello stesso tempo, di vederla ora tanto diversa da quella che aspettavo; rimorso della mia inazione e rimorso di aver fatto, nella mia piccolezza, anche troppo; rimorso di aver preparato anch'io, col cinismo misantropico degli ultimi anni, quell'acciecamento spirituale che ora si sfogava nelle stragi; rimorso di sentirmi quasi complice, benché inerme, di quella forsennata devastazione di corpi, di cuori, di patrie; rimorso della mia impotenza a far sì che il sanguinolente flagello avesse fine.»

(da Mortura, in La seconda nascita, Vallecchi, Firenze, 1958, pagg. 233-240)
 
Foto giovanile di Papini nel decennio 1910-1920.

Sempre nel 1915 pubblicò le raccolte poetiche Cento pagine di poesia, Buffonate e Maschilità. Nel 1916, con le sue Stroncature[13] fece apprezzamenti per Shakespeare e Goethe, ma stroncò Boccaccio, Croce, Gentile, Benelli e il "passerotto agevolino" Guido Mazzoni. Il 4 febbraio 1917 un suo articolo su Giuseppe Ungaretti, di cui aveva pubblicato alcune liriche in Lacerba, appare sul bolognese Il Resto del Carlino. Nello stesso anno esce la silloge Opera prima. I versi di Opera prima, inizialmente intitolata Venti poesie, tracciano il profilo di un uomo alle prese con una realtà, come quella dei primi decenni del Novecento, caratterizzata da un tumulto di idee spesso contrastanti tra loro. Ed è in una posizione di contrasto, con tutto e specialmente con se stesso, che Papini si pone; in un continuo urto di sensi e di coscienza[14]:

«... Ma quando, al finire del giorno / ritrovo, stracco e freddo, la fossa della strada / nella mezzombra lilla del ritorno, / sono il povero triste a cui nessuno bada.»

(da Ottava poesia, Opera prima, 1917)

Nel 1924 l'editore Formiggini omaggiò Papini con una delle sue "Medaglie"; il ritratto fu composto dal poeta abruzzese Nicola Moscardelli. Giovanni Papini aveva conosciuto Moscardelli nel 1913, allievo ufficiale a Firenze, e tra i due era nata un'amicizia che sarebbe durata fino alla prematura scomparsa dell'abruzzese, avvenuta nel 1943.

Riemersero le sue nevrotiche inquietudini per non poter raggiungere il superomismo che desiderava, che già nell'anteguerra lo avevano tormentato e che aveva tentato di placare con Lacerba, i proclami incendiari e l'interventismo:

«Tutto è finito, tutto è perduto, tutto è chiuso. Non c'è più nulla da fare. Consolarsi? Neppure. Piangere? Ma per piangere ci vuole ancora dell'energia, ci vuole un po' di speranza! Io non son più nulla, non conto più, non voglio niente: non mi muovo. Sono una cosa e non un uomo. Toccatemi: sono freddo come una pietra, freddo come un sepolcro. Qui è sotterrato un uomo che non poté diventare Dio. (...) Io non chiedo né pane, né gloria, né compassione. Ma chiedo e domando, umilmente, in ginocchio, con tutta la forza e la passione dell'anima, un po' di certezza: una sola, una piccola fede sicura, un atomo di verità. Ho bisogno di un po' di certezza, ho bisogno di qualcosa di vero. Non posso farne a meno; non so più vivere senza. Non chiedo altro, non chiedo nulla di più, ma questo che chiedo è molto, è una straordinaria cosa: lo so. Ma la voglio in tutti i modi, a tutti i costi mi deve essere data, se pur c'è qualcuno al mondo cui preme la mia vita. Senza questa verità non riesco più a vivere e se nessuno ha pietà di me, se nessuno può rispondermi, cercherò nella morte la beatitudine della piena luce o la quiete dell'eterno nulla.»

(Un uomo finito, 1913)

1921: la conversione religiosaModifica

 
Papini negli anni venti
 
Caricatura di Papini, di Carlo Carrà e Ardengo Soffici

Dopo la prima guerra mondiale, Papini trascorse anni di particolare travaglio spirituale, ma la vicinanza della moglie, l'amicizia e i benevoli rimproveri di Domenico Giuliotti[15], e altre persone che ne avevano sempre intuito il genio controcorrente e incompreso, lo accompagnarono nel suo percorso di scoperta della fede cristiana. Tra le personalità del mondo cattolico con cui strinse amicizia vi fu anche il vescovo Pompeo Ghezzi, da lui conosciuto e frequentato durante i soggiorni estivi a Pieve Santo Stefano. Questa sua conversione dall'anticattolicesimo precedente verrà esaltata e celebrata negli ambienti cattolici come una delle più famose conversioni del periodo.[16]

Nel 1921 annunciò la sua conversione religiosa pubblicando la Storia di Cristo, che si rivelò un successo editoriale internazionale. Basato sulla testimonianza dei Vangeli canonici e anche di quelli apocrifi, narra della vita di Gesù, celebrato anche come un ribelle del suo tempo (per cui subì critiche a sorpresa anche da alcuni ambienti cattolici[17]), per invocarne la grazia verso l'umanità corrotta:

«L'autore di questo libro ne scrisse un altro [Un uomo finito], anni fa, per raccontare la malinconica storia di un uomo che volle, per un momento, diventare Dio. Ora, nella maturità degli anni e della coscienza, lo stesso autore ha tentato di scrivere la vita di un Dio che si fece uomo. In quel tempo di febbre e di orgoglio, quegli che scrive offese Cristo come pochi altri, prima di lui, avevano fatto. Eppure dopo sei anni appena - ma sei anni che furono di gran travaglio e devastazione fuori di lui e dentro di lui - dopo lunghi mesi di concitati ripensamenti, ad un tratto, interrompendo un altro lavoro, quasi sollecitato e sospinto da una forza più forte di lui, cominciò a scrivere questo libro di Cristo, che ora gli sembra insufficiente espiazione di quelle colpe.»

(Introduzione a Storia di Cristo)

«In nessuna età come in questa abbiamo sentito la sete struggente d’una salvazione soprannaturale. In nessun tempo, di quanti ne ricordiamo, l’abiettezza è stata così abietta e l’arsura così ardente. La Terra è un inferno illuminato dalla condiscendenza del sole. Ma gli uomini sono attuffati in una pegola di sterco stemperato nel pianto, dalla quale si levano, talvolta, frenetici e sfigurati, per buttarsi nel bollor vermiglio del sangue, con la speranza di lavarsi.»

(da Storia di Cristo[17])

Nel 1922, in seguito al successo dell'opera, l'Università del Sacro Cuore di Milano gli offrì la cattedra di letteratura italiana, che tuttavia Papini rifiutò.

Suscitò invece accese polemiche il Dizionario dell'omo salvatico (1923), scritto in collaborazione con Giuliotti e mai portato a compimento, che segnò la sua adesione al conservatorismo, e in cui si ammoniscono gli ebrei, i protestanti, le donne, il laicismo e la democrazia. Dopo quest'opera, Papini redasse, in collaborazione con Pietro Pancrazi, un'importante antologia poetica dal titolo Poeti d'oggi.

In seguito pubblicò poi Pane e vino (1926) e Sant'Agostino (1929).[17] Per quest'ultimo libro, il fondatore del Partito Comunista Italiano Antonio Gramsci, in prigione per antifascismo dal 1926, criticò la sua conversione nel 1931 (nei postumi Quaderni del carcere) sostenendo che non sarebbe stata al cattolicesimo o al cristianesimo ma solo "al gesuitismo" e al clericofascismo.

«È da notare come gli scrittori della «Civiltà Cattolica» se lo tengono diletto, lo vezzeggiano, lo coccolano e lo difendono da ogni accusa di poca ortodossia. Frasi di Papini contenute nel libro su S. Agostino e che mostrano la tendenza al secentismo[18] (i gesuiti furono spiccati rappresentanti del secentismo): «quando si dibatteva per uscire dalle cantine dell'orgoglio a respirare l’aria divina dell’assoluto», «salire dal letamaio alle stelle» ecc. Papini si è convertito non al cristianesimo, ma propriamente al gesuitismo (si può dire, del resto, che il gesuitismo, col suo culto del papa e l'organizzazione di un impero assoluto spirituale, è la fase più recente del cristianesimo cattolico).»

(Antonio Gramsci[19])

Gli anni trenta e quaranta: adesione al fascismo e al francescanesimoModifica

Nel 1931 diede alle stampe Gog, una raccolta di novelle caratterizzate da un pessimismo alla Huxley[20] sul «destino brillante» offerto all'uomo moderno dalle società capitalistiche. Nel 1933 uscì Dante vivo, scagliando spesso critiche come un nuovo Dante e un Manzoni appena convertito, che pur criticava, come ultima voce dei cattolici intransigenti secondo Benedetto Croce.[17]

Solo nel 1935 si avvicinò al fascismo ma rifiutò l'offerta della cattedra di letteratura italiana all'Università di Bologna. Nel 1937 pubblicò il primo volume - poi rimasto unico - della Storia della letteratura italiana con la dedica "Al Duce, amico della poesia e dei poeti". Poco dopo ricevette la nomina ad accademico d'Italia ed accettò la direzione dell'Istituto di Studi sul Rinascimento, nonché la direzione della rivista La Rinascita.[17]

Dopo aver letto di pesanti persecuzioni ai cristiani russi, attaccò l'Unione Sovietica e i suoi gulag pesantemente, definendo Stalin uno zar e rapinatore:

«Prima del 1918 i lavori forzati erano di regola soltanto in alcune province della Siberia; oggi la Siberia ha invaso tutte le Russie, e l’Unione Sovietica altro non è che una immensa casa di pena, dove carcerieri e prigionieri sono egualmente puniti da un mutuo terrore. Il governo di Mosca è una autocrazia feroce e bigotta, dove lo czar è un antico svaligiatore di banche.[17]»

Figurò tra i firmatari del Manifesto della razza nel 1938, anche se sulle pagine del periodico Il Frontespizio, con l'articolo Razzia dei Razzisti (dicembre 1934), si era dichiarato distante da ogni discriminazione razziale e dal razzismo scientifico, essendo più vicino ad un classico antigiudaismo religioso in cui gli ebrei vanno convertiti, come da tradizione cattolica. Nell'articolo Papini affermava:

«I razzisti all'ingrosso van cicalando di razze come se l'etnologia fosse una scienza precisa e certa quanto la geometria. Dove mai riposa e scorre il puro sangue ariano in nome del quale codesti vociatori perseguitano gli Ebrei e decretano l'incurabile decadenza del 'caos etnico' dei popoli neolatini?»

e ancora:

«Il Razzismo non è che una camuffatura - col cenciume di scienza sbagliata e di storia falsificata - della eterna superbia germanica.»

In seguito prenderà nuovamente le distanze dalla sua presa di posizione istintiva sul razzismo fascista.

Nel 1942 Papini venne eletto a Weimar vice presidente del congresso dell'Unione Europea degli Scrittori[21][22][23]. Nella città tedesca tenne un discorso improntato a un cattolicesimo universalistico e civilizzatore, e sul primato della cultura italiana su quella germanica, che non mancò di attirargli le critiche dei nazisti, e che venne quindi ignorato dalla stampa tedesca per ordine di Joseph Goebbels.[24]

Nel 1943, dopo armistizio dell'8 settembre 1943, nel pieno del secondo conflitto mondiale, si rifugiò nel convento della Verna nella diocesi di Arezzo, e nel 1944 si fece terziario francescano laico con il nome di fra' Bonaventura (in onore a san Bonaventura da Bagnoregio), entrando così nel Terzo Ordine Regolare di San Francesco, ramo dell'Ordine secolare della famiglia francescana.

Nell'aprile del 1944, in seguito all'uccisione di Giovanni Gentile da parte di partigiani comunisti dei GAP a Firenze, rifiutò la nomina a Presidente dell'Accademia d'Italia della Repubblica Sociale Italiana di Salò, il nuovo stato fascista fondato da Mussolini al centro-nord sotto l'appoggio della Germania nazista occupante. Lasciata la Verna, si nascose poi nel vescovado di Arezzo poiché minacciato e ricercato dai comunisti, mentre partigiani delle Brigate Garibaldi gli devastano la casa fiorentina e le proprietà, sia per il passato fascista e sia perché ritenuto tacitamente colluso con la RSI. Anche a guerra finita, Papini rimase letteralmente sconvolto, sia dalle violenze belliche che aveva visto, sia dalla notizia della bomba atomica, che dalle atrocità staliniste e dall'Italia devastata[17].

Gli anni del dopoguerraModifica

Nei primi anni '50, Papini continuò a scrivere benché quasi cieco.[17] Dopo la seconda guerra mondiale, pur emarginato di fatto dal mondo della cultura e appoggiato dai soli cattolici più tradizionalisti per il suo coinvolgimento col fascismo, fondò insieme ad Adolfo Oxilia la rivista di poesia e metasofia L'Ultima[25] e pubblicò opere che suscitarono ulteriore attenzione, come le Lettere agli uomini del Papa Celestino VI (1946), la Vita di Michelangelo (1949), Il libro nero - Nuovo diario di Gog (1951) e soprattutto Il diavolo (1953, ma scritto nel 1950[26]), che rischiò la messa all'indice dei libri proibiti nonostante l'appartenenza religiosa dell'autore come francescano, per l'opposizione di alti prelati; questo in quanto vi sosteneva, non senza autobiografismi[27], la teoria teologica eterodossa dell'origenismo (una forma di apocatastasi), dichiarata eretica nel concilio di Costantinopoli del 553; elementi della tesi furono invece accettati dalla Chiesa ortodossa. La dottrina di Origene, che Papini in pratica ripropone nel testo, come faranno poi altri teologi dopo di lui, si basa su alcuni testi biblici (Atti degli Apostoli, lettere di Paolo) e sugli scritti del monaco alessandrino secondo cui i dannati esistono, ma non per sempre, poiché il disegno salvifico non si può compiere se mancasse anche una sola creatura: «Noi pensiamo che la bontà di Dio, attraverso la mediazione di Cristo, porterà tutte le creature ad una stessa fine»[28]; la Chiesa cattolica aveva decretato sotto pena di scomunica che «se qualcuno dice o sente che il castigo dei demoni e degli uomini empi è temporaneo o che esso avrà fine dopo un certo tempo, cioè ci sarà un ristabilimento (apocatastasi) dei demoni o degli uomini empi, sia anatema».

Papini scrive[27]:

«Il Diavolo, dunque, è un agente di Dio, riconosciuto da Dio: qualcosa di simile ad un investigatore e a un pubblico accusatore. Si direbbe, quasi, un procuratore del Re del Cielo.»

Vi si leggono qui anche echi del libro di Giobbe. «L'Osservatore Romano» lo stroncò ("un libro colmo di errori, anzi scapigliati e clamorosi"), il libro venne boicottato da alcune librerie cattoliche (in una il titolare ne gettò nel Tevere le 40 copie acquistate).[17] L'Agenzia Romana Informazioni, diretta da monsignor Roberto Ronca, scrisse che «l'eternità dell'Inferno è un dogma di fede e quindi è escluso che la suprema congregazione del Santo Uffizio permetta ai cattolici di leggere un libro come "Il diavolo"...» Perciò il saggio teologico fu proposto per l'Indice, ma Papini non subì conseguenze, anche perché alla fine né la Congregazione per la Dottrina della Fedepapa Pio XII emisero giudizi di condanna. L'Indice fu infine soppresso nel 1966 da papa Paolo VI e quindi Papini non vi figurò mai.[29]

 
Giovanni Papini nel 1955, già malato gravemente, un anno prima della morte, fotografato in poltrona nella sua casa fiorentina.
 
Sepoltura di Papini al cimitero delle Porte Sante, Firenze

Da ricordare anche, in questo periodo, La loggia dei busti e La spia del mondo, usciti entrambi nel 1955. Nello stesso periodo Papini collaborò al «Corriere della Sera», pubblicandovi articoli con cadenza quindicinale, e continuò a realizzare brevi analisi elogiative dell'opera di Giacomo Leopardi, iniziate negli anni '30.[30]

Nel 1953 Papini fu colpito da una seria malattia, i cui segni erano cominciati nel 1952 durante un viaggio in treno: una paralisi progressiva, la malattia del motoneurone, secondo la diagnosi del suo amico dottor Sante Villani, riportata dal biografo Roberto Ridolfi, una forma di sclerosi laterale amiotrofica (SLA) con paralisi bulbare[31][32][26] che lo privò dell'uso delle gambe, delle mani e delle braccia e perfino, nella sua fase terminale (1955-56), della parola; perse inoltre l'uso della vista (se non per una leggerissima capacità rimasta all'occhio destro[33]) a causa dell'indebolimento avvenuto negli anni per via dell'età e per la natura della sua forte miopia congenita.

Oltre al corpo, anche il suo spirito fu colpito duramente: nel 1954 morì la figlia Gioconda. Papini si rinchiuse sempre più in sé stesso, nella preghiera e nella vita monastica. Le sue condizioni di salute si aggravarono sempre più, anche se non rinunciò a lavorare a L'imitazione del Padre.[17]

Nel 1955 fu proposta la sua candidatura al Premio Nobel per la letteratura da parte del filologo svizzero Henri de Ziégler. Lucido fino all'ultimo, con l'aiuto della nipote Anna Casini Paskowski (figlia di Viola Papini) scrisse Giudizio universale, un progetto giovanile pubblicato postumo nel 1957.[27] Raccontò gli anni della malattia in La felicità dell'infelice (1956). Negli ultimi giorni chiese di farsi leggere Santi che amiamo, una raccolta di saggi a cura dell'ambasciatrice statunitense in Italia Clare Boothe Luce, anche lei scrittrice e convertita in età adulta.[16]

Il 7 luglio 1956 ricevette l'estrema unzione dal frate francescano fra Clementino, alla presenza della moglie Giacinta, dei familiari e dell'amico Ardengo Soffici.[34] L'8 luglio 1956, alle ore 8:30, morì a 75 anni nella sua casa di Firenze, per complicazioni respiratorie seguite a una bronchite.[34]

«Quando ai miei occhi di prossimo sepolto il sole per l'ultima sera varcherà le mura occidentali, Dio sarà sempre con me, sole dei soli.»

(Papini nell'ultimo scritto delle Schegge[35][34])

Fu realizzata una maschera mortuaria. Giovanni Papini è sepolto a Firenze nel Cimitero delle Porte Sante.

L'attrice Ilaria Occhini era nipote diretta[36] di Papini, che la descrive bambina nel racconto breve La mia Ilaria, in quanto figlia di Barna Occhini e Gioconda Papini, la secondogenita dello scrittore fiorentino. La sceneggiatrice e scrittrice Alexandra La Capria, figlia di Ilaria, è sua pronipote.

PosteritàModifica

Il poeta Eugenio Montale, unico tra gli intellettuali antifascisti, commentò in maniera elogiativa la dipartita dello scrittore con le seguenti parole: «Una figura unica, insostituibile, a cui tutti dobbiamo qualcosa di noi stessi»[37].

Vennero pubblicati dopo la sua scomparsa le seguenti opere: La felicità dell'infelice (1956), La seconda nascita (1958), Diario (1962) e Rapporto sugli uomini (1978).

Scrittore controverso per i suoi cambi estremi di posizione, fu molto apprezzato da Mircea Eliade, da Jorge Luis Borges - che ritenne Papini un autore "immeritatamente dimenticato"[3] - e anche da Henry Miller, l'autore del censurato romanzo Tropico del Cancro.[27]

In filosofia fu seguace del pragmatismo e venne apprezzato da William James[38]. Fu ammirato da Bruno de Finetti, il fondatore dell'interpretazione soggettivistica della teoria della probabilità.

Il libro Storia di Cristo è stato inserito nel saggio 1001 libri da leggere prima di morire a cura di Peter Boxall.[39] Nella prefazione al suo libro Gesù di Nazareth, Papa Benedetto XVI ha definito la Storia di Cristo uno dei «libri più entusiasmanti» che siano mai stati scritti sulla figura di Gesù.[40]

Secondo il giornalista del New York Times Stephen Prothero, Mel Gibson si sarebbe ispirato anche alla Storia di Cristo di Papini per il suo film La passione di Cristo[41] del 2004.

Premi e riconoscimentiModifica

  • 1958 - Premio "La penna d'oro" alla memoria da parte dalla Presidenza del Consiglio.[42]

OpereModifica

Pubblicate postume:

  • L'Aurora della Letteratura Italiana (Da Jacopone da Todi a Franco Sacchetti), 1956
  • Il muro dei gelsomini (Ricordi di fanciullezza), 1957
  • Giudizio universale, 1957
  • La seconda nascita, 1958
  • Dichiarazione al tipografo, Milano; tip. Allegretti - 1958 (edito in sole 320 copie numerate)
  • Città felicità, 1960
  • Diario, 1962
  • Schegge (raccolta degli articoli pubblicati sul Corriere della Sera), 1971
  • Rapporto sugli uomini, 1978

Raccolte di opereModifica

 
Gog, 1931.

L'edizione di Tutte le opere nella collana "I classici contemporanei italiani" di Mondadori, Milano, 1958-66, comprende:

  • I. Poesia e fantasia, con prefazione di Piero Bargellini, 1958
    • Poesia in versi
    • Poesia in prosa
    • Fantasia
  • II. Filosofia e letteratura, 1961
    • Il crepuscolo dei filosofi. Kant, Hegel, Schopenhauer, Comte, Spencer, Nietzsche (1906)
    • L'altra metà. Saggio di filosofia mefistofelica (1911)
    • Pragmatismo (1903-11) 1913)
    • Filosofi italiani
    • Filosofi stranieri
    • L'esperienza futurista (1913-14) (1919)
    • Eresie letterarie (1905-28) (1932)
    • Nuove eresie
    • Spunti e appunti
    • La teoria psicologica della previsione (1902)
    • Al di là della vita ("Leonardo", 29 marzo 1903)
    • La filosofia che muore ("Leonardo", 10 novembre 1903)
    • Risposta a Benedetto Croce ("Leonardo", giugno-agosto 1905)
    • Herbert Spencer
    • Marta e Maria (dalla contemplazione all'azione) ("Leonardo", marzo 1904)
    • Les extrèmes de l'activité théorique (1905)
    • La coltura italiana (introduzione) (1906)
    • Franche spiegazioni (a proposito di Rinascenza Spirituale e di Occultismo) ("Leonardo", aprile-giugno 1907)
    • L'importanza di Schopenhauer
    • La vita d'Ignoto
  • III. Dante e Michelangiolo, 1961
    • Dante vivo (1932)
    • Miscellanea
    • Vita di Michelangiolo nella vita del suo tempo (1949)
    • Miscellanea
    • Appendice
  • IV. Scrittori e artisti, 1959
    • L'aurora della letteratura italiana (1954)
    • Scrittori italiani (dal Petrarca al Pascoli)
    • Giosuè Carducci
      • L'uomo Carducci (1917)
      • Carducci alma sdegnosa (1933)
      • Grandezze di Carducci (1935)
    • Scrittori italiani (i contemporanei)
    • Scrittori stranieri
    • Artisti
    • Appendice
  • V. Cristo e santi, 1962
    • La storia di Cristo (1921)
    • I testimoni della Passione. Sette leggende evangeliche (1938)
    • Da Cristo a Cristo
    • Frammenti
    • Sant'Agostino (1929)
    • Campioni di Cristo
  • VI. Testimonianze e polemiche religiose, 1960
    • Dove mettete la morale?
    • Polemiche religiose (1908-14)
    • Pagine polemiche e apologetiche
    • Intermezzo
    • Testimoni della fede
    • Lettere di Papa Celestino VI (1946)
    • Schegge di religione
    • Il diavolo. Appunti per una futura diabologia (1953)
  • VII. Prose morali, 1959
  • VIII. Politica e civiltà, 1963
    • Politica
      • Scritti sparsi (11 articoli)
      • L'animale politico (raccolta del 1938 non pubblicata, comprendente 14 articoli)
      • La paga del sabato (1915) (raccolta di 31 articoli)
      • Mittel-Europa ed Europa Occidentale (articolo da "Il Tempo", 18 giugno 1918)
      • Italia mia (1939) (raccolta di 8 scritti)
      • Razzia dei razzisti (articolo da "Il Frontespizio" del dicembre 1934)
      • Tiberio (articolo da "La Nuova Antologia" del gennaio 1934)
      • Cesare e Augusto scrittori (articolo da "Quadrivio" dell'agosto 1938)
      • Il pensiero di Napoleone (articolo da "La Stampa", 22 marzo 1912)
      • Schegge politiche (7 scritti)
    • Civiltà
      • Saggi sul Rinascimento (7 scritti)
      • Civiltà fiorentina (6 scritti)
      • La Toscana e la filosofia italiana (conferenza del 1911)
      • Popoli e Città (20 scritti e 10 frammenti)
      • Persone e personaggi (12 scritti)
    • Appendice alla parte prima (33 articoli)
    • Appendice alla parte seconda (10 articoli)
  • IX. Autoritratti e ritratti, 1962
    • Un uomo finito (1913)
    • Sverze di una vita
    • La seconda nascita (1958, ma scritto nel 1923)
    • Figure umane (1940)
    • Passato remoto (1948)
    • Appendice (prefazioni)
  • X. Scritti postumi
    • vol. 1. Giudizio universale, 1966
    • vol. 2. Pagine di diario e di appunti, 1966

L'edizione di Opere ne "I Meridiani", a cura di Luigi Baldacci e Giuseppe Nicoletti, ivi, 1977, comprende:

  • Sul Pragmatismo (1903-11) 1913)
  • Un uomo finito (1913)
  • L'esperienza futurista (1913-14) (1919)
  • Da Il crepuscolo dei filosofi (1905)
  • Da Ventiquattro cervelli (1913)
  • Da Stroncature (1916)
  • Da Ritratti italiani (1904-31) (1932)
  • Da Eresie letterarie (1905-28) (1932)

CarteggiModifica

  • con Corrado Govoni, in "La Fiera Letteraria", 12 febbraio 1961
  • con Giuseppe Prezzolini, Storia di un'amicizia, vol. I: 1920-24 e vol. II: 1925-56, Vallecchi, Firenze 1966-68
  • con Pietro Pancrazi, Le ombre di Parnaso, introduzione di Silvio Ramat, Vallecchi, Firenze 1973
  • con Olga Signorelli, Carteggio Papini Signorelli, prefazione di Maria Signorelli, Quaderni dell'Osservatore, Milano 1979
  • con Antonio Baldini, Carteggio 1911-54, a cura di Marta Bruscia, Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli 1984
  • con Domenico Giuliotti, Carteggio, vol. I: 1: 1913-1927, vol. II: 1928-39, vol. III: 1940-55, a cura di Nello e Paolo Vian, prefazione di Carlo Bo, Edizioni di storia e letteratura, Roma 1984-89-91
  • con Attilio Vallecchi, Carteggio 1914-41, a cura di Mario Gozzini, premessa di Giorgio Luti, Vallecchi, Firenze 1984
  • con Armando Spadini, Carteggio 1904-25, a cura di Pasqualina Spadini Debenedetti e Vanni Scheiwiller, All'insegna del pesce d'oro, Milano 1984
  • con Sibilla Aleramo, Lettere Papini-Aleramo e altri inediti 1912-43 a cura di Annagiulia Dello Vicario, ESI, Napoli 1988
  • con Giuseppe De Luca, Carteggio, vol. I: 1922-29, a cura di Mario Picchi, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 1985
  • con Ardengo Soffici, Carteggio, vol. I: 1903-08, vol. II: 1909-15, vol. III: 1916-18, vol. IV: 1919-56, a cura di Mario Richter Edizioni di storia e letteratura, Roma 1991-2002
  • con Roberto Assagioli, Carteggi 1904-74, a cura di Manuela Del Guercio Scotti e Alessandro Berti, Edizioni di storia e letteratura, Roma 1998
  • con Emilio Cecchi e Arturo Onofri, Carteggi Cecchi-Onofri-Papini (1912-1917), a cura di Carlo D'Alessio, Bompiani, Milano 2000
  • con Carlo Carrà, Il carteggio Carrà-Papini, a cura di Massimo Carrà, Skira, Milano 2001
  • con Mario Novaro, Carteggio 1906-43, a cura di Andrea Aveto, Edizioni di storia e letteratura, Roma 2002
  • con Barna Occhini, Carteggio 1932-56, a cura di Simonetta Bartolini, Edizioni di storia e letteratura, Roma 2002
  • con Giuseppe Prezzolini, Carteggio, vol. I: 1900-07. Dagli Uomini liberi alla fine del Leonardo, vol. II: 1908-15. Dalla nascita della Voce alla fine di Lacerba, vol. III: 1915-56. Dalla Grande Guerra al secondo dopoguerra, a cura di Sandro Gentili e Gloria Manghetti, Edizioni di storia e letteratura, Roma 2003-08-13
  • con Aldo Palazzeschi, Carteggio 1912-33, a cura di Stefania Alessandra Bottini, Edizioni di storia e letteratura, Roma 2006
  • con Roberto Ridolfi, Carteggio 1939-56, a cura di Anna Gravina, Edizioni di storia e letteratura, Roma 2006
  • con Piero Bargellini, Carteggio 1923-56, a cura di Maria Chiara Tarsi, Edizioni di storia e letteratura, Roma 2006

NoteModifica

  1. ^ a b Papini, Giovanni, in Treccani.it – Enciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. URL consultato il 19 novembre 2016.
  2. ^ LETTERATURA ITALIANA a cura di Paola Italia GIOVANNI PAPINI-GIUSEPPE PREZZOLINI
  3. ^ a b Jorge Louis Borges, pref. a Giovanni Papini, Lo specchio che fugge, Parma-Milano, Franco Maria Ricci, 1975
  4. ^ PAPINI, Giovanni, di Andrea Aveto - Dizionario Biografico degli Italiani - Volume 81 (2014)
  5. ^ Il periodico uscì dal gennaio 1903 all'agosto 1907, con periodicità irregolare, per complessivi 25 fascicoli.
  6. ^ Giovanni Papini, Un uomo finito, Firenze, Ponte alle Grazie, 1994.
  7. ^ Leonardo, su giovannipapini.it. URL consultato il 19 novembre 2016.
  8. ^ Giovanni Papini, su museocinema.it. URL consultato il 10 marzo 2016 (archiviato dall'url originale il 10 marzo 2016).
  9. ^ La filosofia del cinematografo (PDF), su museocinema.it. URL consultato il 10 marzo 2016 (archiviato dall'url originale il 10 marzo 2016).
  10. ^ Jean Mitry, Storia del Cinema Sperimentale, Milano, Gabriele Mazzotta Editore, 1971. pg. 9
  11. ^ pag. 182, ISBN 88-07-81769-1.
  12. ^ Marcello Veneziani, La Grande Guerra dell'interventista pentito e convertito
  13. ^ Papini è considerato il primo utilizzatore del termine in ambito letterario. Cfr. Raffaella De Santis, Terra di mezzo o cyberspazio così nascono gli "autorismi", «la Repubblica», 6 gennaio 2015.
  14. ^ "Storia della letteratura italiana del Novecento, Giacinto Spagnoletti, 1994, ISBN 88-7983-416-9, p. 176
  15. ^ Domenico Giuliotti e Giovanni Papini,, Carteggio I (1913-1927), a cura di Nello Vian, Prefazione di Carlo Bo, Edizioni di Storia e Letteratura, in Roma, 1984.
  16. ^ a b Si veda la breve: La belva di Firenze. Vita di Giovanni Papini, a cura di Mons. Angelo Comastri [1]
  17. ^ a b c d e f g h i j Giovanni Papini: l’anima più lacerata del cattolicesimo italiano del Novecento, su Ariannaeditrice. URL consultato il 26 aprile 2019.
  18. ^ Secondo il dizionario Treccani: «termine con cui si indica il gusto prevalente nella produzione artistica e letteraria del Seicento in Europa, caratterizzato dalla ricerca di concetti sottili e preziosi, di metafore ardite e stravaganti, di analogie lambiccate, di ornamenti puramente formali e scenografici; viene denominato anche barocco, barocchismo, concettismo (o, con riferimento alle varie letterature nazionali, marinismo in Italia, gongorismo o culteranismo in Spagna, preziosismo in Francia, eufuismo o poesia metafisica in Inghilterra)».
  19. ^ Quaderno 23 (VI) § (37)
  20. ^ Giacinto Spagnoletti, Storia della letteratura italiana del Novecento, 1994, ISBN 88-7983-416-9, p. 175
  21. ^ "Dichte, Dichter, tage nicht!" - Die Europäische Schriftsteller-Vereinigung in Weimar 1941-1948, Frank-Rutger Hausmann, 2004, ISBN 3-465-03295-0, p. 210
  22. ^ Copia archiviata (PDF), su disp.let.uniroma1.it. URL consultato il 16 luglio 2011 (archiviato dall'url originale il 31 ottobre 2006). Maria Clotilde Angelini, 1942. Note in margine al Convegno degli scrittori europei a Weimar.
  23. ^ Inventario dell'archivio Papini, Sandro Gentili, Gloria Manghetti
  24. ^ Roberto Ridolfi, Vita di Giovanni Papini, 1987, p. 181
  25. ^ La laicità nella profezia: cultura e fede in Ernesto Balducci
  26. ^ a b G. Papini, Pagine scelte, Edizioni Scolastiche Mondadori, 1964, Postfazione, pag.353
  27. ^ a b c d Homines: Giovanni Papini su L'Intellettuale Dissidente
  28. ^ Origene, De principiis, I, IV, 1-3
  29. ^ Revival cattolico su Giovanni Papini. Ripubblicate sue importanti opere, anche se prima di morire rischiò di essere messo all’Indice…
  30. ^ Cfr. Giovanni Papini, Felicità di Giacomo Leopardi (1939), in Opera Omnia, vol. IV, pp. 407-408, Milano, Mondadori, 1959.
  31. ^ Roberto Ridolfi, Vita di Giovanni Papini, 1987, p. 211-212
  32. ^ Aldo Cervo, Giovanni Papini nel Novecento letterario italiano, p. 38, Eva , 2006
  33. ^ Schegge, La felicità dell’infelice di Giovanni Papini, “Corriere della sera”, 19 febbraio 1956
  34. ^ a b c Roberto Ridolfi, Vita di Giovanni Papini, 1987, p. 227
  35. ^ da La felicità dell'infelice. Le ultime «scheggie»
  36. ^ abiatica, cioè da parte di nonno
  37. ^ Commento riportato nell'abstract di Gloria Manghetti, Per Giovanni Papini: Nel 50º anniversario della morte dello scrittore (1956-2006), Societa editrice fiorentina, Firenze, [2008
  38. ^ William James, "Papini and the Pragmatism Movement in Italy", in The Journal of Philosophy, Psychology and Scientific Method, III, 13, 1906, pp. 337-341.
  39. ^ 1001 Books You Must Read Before You Die, Peter Boxall, Hachette UK, 2012, [2]
  40. ^ Gesù di Nazaret, Benedetto XVI (Joseph Ratzinger) “Premessa”, pag. 7.
  41. ^ Stephen Protero, The personal Jesus, su mobile.nytimes.com. URL consultato il 13 maggio 2018.
  42. ^ Il premio "La penna d'oro" alla memoria di Giovanni Papini, Corriere della Sera, 11 gennaio 1958, p. 3.

BibliografiaModifica

  • Renato Fondi, Un costruttore: Giovanni Papini, Firenze, Vallecchi, 1922
  • Alberto Viviani, Gianfalco (Vita di Papini), Editore Barbera, Firenze 1934
  • Alberto Viviani, Papini Aneddotico, Editore Formiggini, Roma 1936
  • Alberto Viviani, Papini Aneddotico (Nuova edizione con varianti), Bietti Milano 1939/4
  • Alberto Viviani, Bibliografia generale di Papini, nel periodico "Il Libro Italiano", Roma febbraio 1943
  • Alberto Viviani, La maschera dell'Orco (Giovanni Papini), Bietti, Milano 1955
  • Roberto Ridolfi, Vita di Giovanni Papini, Milano, A. Mondadori, 1957 (nuova ed. Edizioni di Storia e Letteratura, 1996 - scheda libro)
  • Alberto Viviani, Papini: 10 anni, Milano, La Martinella, 1966
  • Mario Isnenghi, Papini, Firenze, La Nuova Italia, 1976
  • Giuseppe Fantino, Saggio su Papini, Milano, Italia Letteraria, 1981
  • Giovanni Papini, L'inquietudine di un secolo, antologia a cura di Mauro Mazza, Roma, Volpe, 1981.
  • Lorenzo Righi, Giovanni Papini imperatore del nulla: 1881-1981, Firenze, Tip. Sbolci, 1981
  • Giovanni Frangini, Papini vivo, Palermo, Thule 1982
  • Paolo Bagnoli (a cura di), Giovanni Papini. L'uomo impossibile, Firenze, Sansoni 1982
  • Giovanni Papini nel centenario della nascita, Atti del Convegno a Palazzo Medici Riccardi, 4-6 febbraio 1982, Milano, Vita e Pensiero, 1983
  • Giovanni Invitto, Un contrasto novecentesco: Giovanni Papini e la filosofia, Lecce, Milella 1984
  • Cesare Angelini, Uomini della «Voce», Milano, Scheiwiller, 1986
  • Francesca Petrocchi, Le avventure dell'anima: il Leonardo e il modernismo, Napoli, Loffredo 1987
  • Fulvio Fabbroni, Il demiurgo impossibile, Firenze, Atheneum, 1991
  • Gino Malaspina, Dell'Uomo finito di G. Papini: rilettura e considerazioni, Trento, Alcione, 1991
  • Francesco Di Felice, Itinerario di una conversione, Città del Vaticano, Libreria Editrice Vaticana, 1993
  • Carmine Di Biase, Giovanni Papini. L'anima intera, Napoli, Edizioni Scientifiche Italiane, 1999
  • Andrea Cecconi (a cura di), Papini - Balducci un incontro difficile, 1945-1948, Firenze, Libreria Chiari, 2002 (vi si ricostruisce la stagione dei contatti con Ernesto Balducci).
  • Piero Buscioni, Giovanni Papini, in "il Fuoco", Firenze, Polistampa, giugno-agosto 2003.
  • Vincenzo Arnone, Papini, un uomo infinito, Padova, Messaggero, 2005.
  • Alberto Castaldini, Giovanni Papini: la reazione alla modernità, Firenze, Leo S. Olschki, 2006.
  • G. Prezzolini - A. Soffici, Addio a Papini, a cura di M. Attucci e L. Corsetti, Poggio a Caiano - Prato, Associazione Culturale "Ardengo Soffici" - Pentalinea, 2006.
  • Bibliografia degli scritti di Giovanni Papini, a cura di Andrea Aveto e Janvier Lovreglio, Edizioni di storia e letteratura, 2006
  • Giuseppe Prezzolini, Giovanni Papini, Roma, Edizioni di storia e letteratura, 2006
  • Giona Tuccini, Spiriti cercanti. Mistica e santità in Boine e Papini, Urbino, Quattroventi, 2007
  • Giona Tuccini, Voce del silenzio, luce sul sentiero. Di altre pagine mistiche tra Italia e Spagna, Urbino, Quattroventi, 2008
  • Dilvo Lotti, La giornata di Giovanni Papini a San Miniato, San Miniato, Edizioni del Bellorino
  • Antonino Di Giovanni, Giovanni Papini. Dalla filosofia dilettante al diletto della filosofia, Roma-Acireale, Bonanno, 2009

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