Giuseppe Graviano

criminale italiano

Giuseppe Graviano (Palermo, 30 settembre 1963) è un mafioso italiano, legato a Cosa Nostra.

BiografiaModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Famiglia Graviano.

Giuseppe Graviano (soprannominato "Madre Natura") è il terzo per età dei quattro fratelli Graviano. Affiliato alla Famiglia di Brancaccio insieme al fratello maggiore Filippo, nel 1990 divenne reggente del mandamento di Brancaccio-Ciaculli insieme al fratello, sostituendo il boss Giuseppe Lucchese che era stato arrestato. I fratelli Graviano ebbero un ruolo importante nell'organizzazione delle stragi del 1993 a Firenze, Milano e Roma[1] e nell'omicidio di don Pino Puglisi[2].

Arresto e detenzioneModifica

I due vennero arrestati il 27 gennaio 1994 a Milano[3]. Sta scontando la pena all'ergastolo presso la casa circondariale di Terni; è stato accusato da vari pentiti di essere stato lui ad azionare il telecomando dell'autobomba che uccise il giudice Paolo Borsellino e gli agenti della scorta Agostino Catalano, Walter Eddie Cosina, Vincenzo Li Muli, Emanuela Loi, Claudio Traina.[4]

Il presunto collegamento con Silvio BerlusconiModifica

Nel febbraio 2020 Giuseppe Graviano viene ascoltato al processo “’Ndrangheta stragista” a Reggio Calabria. Racconta in modo dettagliato i rapporti che storicamente legherebbero la sua famiglia a Silvio Berlusconi, conosciuto e frequentato dai Graviano ancor prima della sua discesa in campo con Forza Italia.

Graviano sostiene che la propria famiglia, a partire dal nonno Filippo Quartararo, ha investito decine di miliardi di lire nel settore immobiliare presso Berlusconi, con uno quota di partenza di 20 miliardi di Lire raccolti con altre famiglie palermitane a titolo di finanziatori. Il primo incontro con Berlusconi sarebbe avvenuto all’hotel Quark, a Milano, nel 1983, assieme al nonno Filippo e il cugino Salvatore. La cosa sarebbe andata avanti spedita fino al 1993, anno in cui, già latitante da quasi un decennio - e riparato a Omegna, che a suo dire lasciava senza particolari precauzioni per frequentare Milano, non solo per gli incontri d'affari, ma anche per andare al cinema, a teatro, a fare shopping in Via Montenapoleone - a dicembre, si sarebbe incontrato nuovamente con Berlusconi che sarebbe stato al corrente della sua latitanza. Lo scopo era quello di regolarizzare la situazione e far emergere il nome dei finanziatori che avevano appoggiato il nonno, perché i loro nomi apparivano solo su una scrittura privata in possesso di Salvatore. Graviano spiega che il volume d’affari era ormai imponente, in quanto gli interessi nell’immobiliare riguardavano anche Milano 3, affermando: “Lì Berlusconi aveva regalato a mio cugino un appartamento, abbiamo fatto anche una cena”. Racconta che fu proprio durante una cena che Berlusconi avrebbe annunciato ai Graviano la propria intenzione di scendere in politica, chiedendo una mano in Sicilia a suo cugino Salvo, aiuto che, durante l'audizione del 2020, Giuseppe fa capire che c'è stato. E appunto per questo taccia Berlusconi di tradimento (come già si era fatto scappare in carcere parlando con Adinolfi): "Berlusconi fu un traditore, perché quando si parlò della riforma del Codice penale - e si parlava di abolizione dell'ergastolo - mi hanno detto che lui chiese di non inserire gli imputati coinvolti nelle stragi mafiose". E continua nel dettaglio dei ricordi: "Un avvocato di Forza Italia mi disse che stavano cambiando il Codice penale e che doveva darmi brutte notizie. Perché in Parlamento avevano avuto indicazioni da Berlusconi di non inserire quelli coinvolti nelle stragi. Lì ho avuto la conferma che era finito tutto. Mio cugino Salvo era morto nel frattempo per un tumore al cervello. E nella riforma del Codice penale non saremmo stati inseriti tra i destinatari dell'abolizione dell'ergastolo... questo mi portò a dire che Berlusconi era un traditore".[5][6]

Le dichiarazioni di Graviano vengono smentite da Silvio Berlusconi, mediante una nota del suo legale Niccolò Ghedini, come "totalmente e platealmente destituite di ogni fondamento, sconnesse dalla realtà nonché palesemente diffamatorie“, dette solamente con lo scopo di “ottenere benefici processuali o carcerari”.[7]

NoteModifica

Voci correlateModifica

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