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Giuseppe Pica

politico italiano
Giuseppe Pica
Giuseppe Pica (1813-1887).png

Senatore del Regno d'Italia
Legislature XI

Giuseppe Pica (L'Aquila, 9 settembre 1813Napoli, 31 dicembre 1887) è stato un politico italiano.

È stato il promotore della "Legge Pica", emanata per eliminare il fenomeno del brigantaggio nel Mezzogiorno, istituendo tribunali militari nel territorio e permettendo la repressione di qualunque resistenza.

BiografiaModifica

Di famiglia nobile e benestante, studiò giurisprudenza, laureandosi in legge nel 1834, a 21 anni. Si dedicò subito alla carriera forense, distinguendosi per gli accesi e appassionati dibattiti sulle cause portate davanti alla Gran Corte Civile degli Abruzzi. Allo stesso tempo, come molti esponenti della classe media meridionale, Pica si lasciò contagiare dalle idee liberali, e per questo fu condannato, nel 1845 a sette mesi di carcere. Trasferitosi a Napoli, quando il re Ferdinando II, in seguito ai moti del 1848, dovette concedere il 29 gennaio del 1848 una costituzione liberale, il giovane avvocato abruzzese fu eletto deputato dell'Aquila alla prima legislatura del Parlamento napoletano.

In questo contesto ebbe l'incarico di membro della commissione di finanza e contabilità, con delega specifica riguardante il bilancio del ministero di Grazie e Giustizia. In aula invece il deputato abruzzese si distinse per gli interventi sulla riforma della guardia nazionale, uno dei pochi principali argomenti che l'assemblea parlamentare partenopea ebbe modo di discutere nel suo breve periodo di vita.

Pica presentò anche un disegno di legge giudiziaria, che vietava ai giudici, nelle cause civili e commerciali, di sentire privatamente le argomentazioni sia delle parti contraenti che dei patrocinanti e degli avvocati. Inoltre, secondo la legge, le parti e i loro difensori avrebbero dovuto sostenere, dopo la conclusione, le loro tesi in contraddittorio davanti al giudice "commessario" (ossia istruttore) della causa e dal presidente del collegio giudicante prima della discussione.

Quando però il 15 maggio del 1848 re Ferdinando II, com'era nelle sue prerogative, sciolse il Parlamento e ritirò la Costituzione, Pica, che era uno dei deputati che si erano fatti notare di più durante la breve stagione parlamentare, fu arrestato, e subì un processo lungo quattro anni, finché, nel 1852, fu condannato a 26 anni di carcere duro, per la sua irrequietezza e per complotto contro lo Stato. L'avvocato abruzzese passò sei anni nei bagni penali di Procida e Montesarchio, finché, nel dicembre del 1858, il sovrano borbonico commutò la pena in quella dell'esilio in America latina. Si trovava sulla nave che doveva portarlo oltreoceano quando un altro patriota meridionale, Luigi Settembrini, riuscì a dirottarla lungo le coste dell'Irlanda; qui i patrioti tornarono liberi, e la gran parte di essi si rifugiò a Londra, allora rifugio di altri esuli italiani.

Anche Pica era tra di essi; nella capitale inglese rimase due anni, finché rientrò a Napoli il 12 ottobre del 1860, dopo l'arrivo di Garibaldi in città, a seguito della spedizione dei Mille. Grazie ai suoi trascorsi liberali, l'avvocato abruzzese poté riprendere l'attività forense, davanti alla Corte di Cassazione di Napoli. Decise tuttavia di darsi alla politica, e il 27 gennaio del 1861, in seguito all'indizione delle elezioni per il nuovo Parlamento italiano, Pica si candidò nelle file del partito della Destra storica, venendo eletto deputato nella circoscrizione dell'Aquila.

Il 18 febbraio di quell'anno si aprì, a Torino, il nuovo Parlamento, che subito decise di promulgare, all'unanimità, il 17 marzo del 1861, una legge per la proclamazione del Regno d'Italia, sotto la sovranità costituzionale di Vittorio Emanuele II di Savoia. Pica fu tra i firmatari della legge. Tuttavia egli, pur appartenendo allo stesso partito di Cavour, si oppose, insieme a tutti i deputati abruzzesi, nel maggio di quell'anno, all'estensione della leva di massa sulle province meridionali, ritenendo, a contrario del primo ministro, che questa mossa avrebbe ingrossato le file del nascente brigantaggio postunitario, cosa che puntualmente si verificò.

Il problema del banditismo sociale fu un grave problema per la vita politica del nuovo Regno d'Italia, che cercò di contrastare con l'applicazione dello stato d'assedio nel Mezzogiorno d'Italia. Tuttavia, poiché questa situazione non dava frutti, il deputato abruzzese propose, nell'estate del 1863, la legge n° 1409, nota anche come Legge Pica, per combattere il brigantaggio, che fu promulgata dal sovrano il 15 agosto di quell'anno, malgrado le numerose proteste dell'opposizione per la sua eccessiva durezza e la sospensione dei diritti civili garantiti dallo statuto albertino. Infatti la legge, valida per quasi tutte le province meridionali (eccettuate quelle di Napoli, Teramo, Reggio Calabria e, almeno sulla carta, Bari e Terra d'Otranto[1]), permise il passaggio della competenza alla lotta al brigantaggio ai tribunali militari e la sospensione delle libertà costituzionali per tutti i briganti e i loro fiancheggiatori, che potevano essere condannati alla fucilazione, alla reclusione a vita, alla deportazione e al domicilio coatto (quest'ultimo affidato alle giunte provinciali).

Il provvedimento sarebbe rimasto in vigore fino al 31 dicembre del 1865 e, pur con tutte le irregolarità e gli abusi commessi, dovuti alla sua grande estensiva interpretazione, contribuì a debellare in maniera progressiva il fenomeno brigantesco, che, con alcuni strascichi, sarebbe durato fino al 1870. Infine nel 1865 Pica, alla fine dell'VIII legislatura, si ritirò dalla vita politica, ritornando all'attività di avvocato, con brillanti risultati: insegnò diritto criminale all'Università di Modena, fece parte della Consulta di Stato e, dopo il 1870, in seguito alla presa di Roma, svolse attività giudiziaria di fronte alla Corte di Cassazione della capitale. In riconoscenza dei suoi meriti, nel 1873 re Vittorio Emanuele II lo nominò senatore nella XI legislatura del Parlamento. Morì infine a Napoli, il 31 dicembre del 1887, a 74 anni.

NoteModifica

  1. ^ Nei fatti, la legge Pica ebbe regolare applicazione anche nelle due province pugliesi, nonostante formalmente non rientrassero nella zona "infestata dal brigantaggio" (Storie di briganti in Apulia, settembre 1983).

Voci correlateModifica

Collegamenti esterniModifica

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