Giustizia politica

La giustizia politica è - secondo la filosofia politica - il perseguimento di fini politici con mezzi giudiziari. Nello Stato di diritto, residuano suoi limitati margini di operatività nella materia delle immunità politiche.

StoriaModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Dittatura della maggioranza.

“L’uso politico della giustizia era normale in Atene"[1], dove «il popolo si è reso padrone assoluto di ogni cosa, e tutto governa con decreti dell’assemblea e con i tribunali, nei quali il popolo è sovrano»[2].

Nei secoli la commistione tra giurisdizione ed attività politica non è mai venuta meno (funzioni giurisdizionali furono esercitate anche dai parlamenti medievali); il concetto di giustizia politica si colloca in uno spazio ambiguo, perché intermedio tra la cosiddetta giustizia rivoluzionaria e la tradizionale giustizia ordinaria (caratterizzata da sanzioni, regole e garanzie comuni a tutti).

La giustizia rivoluzionaria[3] fu definita da Carl Schmitt l'ordine nato "dalla canna del fucile"[4]: per lui, nei casi critici, il sovrano diventa chi decide nello stato d’eccezione, cioè chi stabilisce le regole a partire da una situazione di anarchia non più regolata. Eppure, si è continuato a sostenere anche in seguito che "all’origine di ogni ordine costituito anche democratico vi sia un atto di violenza, che in forma di ordinamento primo ed originario impone se stesso in ragione della sua forza – appunto – auto-impositiva"[5].

Nel mondoModifica

GermaniaModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Tribunale del Popolo.

Il fenomeno dei "tribunali del popolo irrazionali e capaci di concepire norme penali retroattive" è riemerso in epoca moderna negli anni Trenta[6]. La riflessione di Carl Schmitt - che attingeva al fenomeno del giustizialismo - produsse anzi il fondamento giuridico per il Volksgerichtshof.

FranciaModifica

I dirigenti del regime di Vichy intendevano dimostrare che i politici della III Repubblica francese fossero i solo responsabile della sconfitta del 1940; poiché però le difese degli imputati, in particolare gli ex premier Léon Blum e Édouard Daladier, già in istruttoria avevano dimostrato l'estrema debolezza dell'accusa (sottolineando il ruolo dell'alto comando dell'esercito francese, incapace di preparare e condurre la guerra), il maresciallo Pétain convocò un "consiglio di giustizia politica" (composto per lo più da consiglieri di Stato): esso il 16 ottobre 1941 si prestò ad interpretare la legge costituzionale n. 7 del 27 gennaio 1941 come idonea a conferire al Capo dello Stato francese il potere di infliggere direttamente una condanna, anche retroattivamente. Di conseguenza Pétain annunciò alla radio il non luogo a procedere contro Paul Reynaud e Georges Mandel, condannando invece gli altri cinque accusati (Léon Blum, Édouard Daladier, Maurice Gamelin, Guy La Chambre e Robert Jacomet) all'ergastolo in una fortezza.

Ciò nondimeno, il procedimento penale di diritto comune, attivato sin da prima presso i giudici penali ordinari, proseguì, ai sensi dell'articolo 4 della medesima legge costituzionale, che affiancava e non sostituiva la giustizia comune alla giustizia politica. Il fatto si rivelò un boomerang per la credibilità stessa delle condanne "politiche" già inflitte[7], visto che il presidente del tribunale Caous esordì, all'inizio di questo processo, che gli accusati andavano considerati semplici imputati e che "per il tribunale il processo non è e non sarà mai un processo politico".

Nel processo di Riom - svoltosi dal 19 febbraio al 15 aprile 1942 nella città di Riom, nel Puy-de-Dôme - fu aggiornato senza giungere mai a termine, a riprova della impossibilità di addivenire ad un giudizio identico a quello imposto politicamente dal regime di Vichy, se non violando le garanzie del processo penale e del diritto di difesa.

ItaliaModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Tribunale dei ministri.

Nell'ordinamento giuridico italiano, si verificano spazi di esercizio di funzioni giurisdizionali da parte di organi non appartenenti alla magistratura; quando questi organi sono composti, in tutto o in parte, da soggetti eletti dal popolo nell'ambito della competizione politica, si utilizza il termine di giustizia politica, sia pure in un'accezione meno ampia di quella utilizzata in filosofia politica.

Nel diritto penale i giudizi a carico del Capo dello Stato e dei componenti del Governo per reati commessi nell'esercizio delle loro funzioni sono assoggettati a una speciale giurisdizione della Corte costituzionale, ma non nella sua ordinaria composizione di quindici giudici, bensì in quella integrata da sedici cittadini (giudici popolari, in un certo senso, perché non scelti necessariamente fra giuristi) sorteggiati, in occasione del processo, in un elenco di quarantacinque cittadini ultraquarantenni scelti, ogni nove anni, dal Parlamento in seduta comune dei suoi membri.

Solo una volta nella sua storia la Corte è stata chiamata (nella composizione integrata di 31 membri) a rendere un giudizio di questo tipo, in un processo per corruzione: il caso Lockheed, conclusosi nel 1979, nel quale erano imputati due ex ministri (uno fu prosciolto, l'altro condannato)[8]. A seguito di tale esperienza, che bloccò per lungo tempo le altre attività della Corte, ci si persuase che fosse meglio ridurre questa speciale competenza penale della Corte al solo caso dei reati del Presidente della repubblica; per i ministri, con la revisione costituzionale approvata dopo un referendum si è trasferita la competenza alla giurisdizione penale comune, sia pure con procedure particolari (legge costituzionale n. 1 del 1989).

Pertanto, il compito, inconsueto e singolare, che suole definirsi proprio di giustizia politica, assolto dalla Corte costituzionale, al giorno d'oggi si limita al caso in cui viene investita del giudizio sui reati di alto tradimento e attentato alla Costituzione del solo Presidente della repubblica.

Nella giurisdizione civile il più rimarchevole è il giudizio elettorale sui titoli di ammissione e di permanenza nella carica dei parlamentari, previsto dall'articolo 66 della Costituzione italiana nell'ambito della verifica dei poteri da parte dell'organo stesso che viene eletto, nei confronti dei propri componenti (funzione solitamente compresa nel più ampio concetto di "autodichia", ovvero, giurisdizione domestica).

«Innegabilmente si tratta di una funzione giurisdizionale, da intendersi non in senso stretto, attesa la natura affatto speciale dell'organo cui è demandata (per cui in dottrina vi è chi ha parlato al riguardo di "controllo costituzionale di legittimità" o anche, icasticamente, di "giustizia politica"). Lo si desume anche dai lavori dell'Assemblea costituente in cui furono scartate opzioni volte a prevedere forme di controllo giurisdizionale in senso stretto, affidate a tribunali a composizione mista (giudici e parlamentari) o alla Corte di cassazione in composizione speciale, e prevalse invece l'intento di assicurare in massimo grado l'autonomia e l'indipendenza del Parlamento rispetto al rischio di possibile interferenza di altri poteri: sicché si preferì confermare in proposito l’impostazione dello Statuto albertino

(Cassazione – Sezioni unite civili – sentenza 8 aprile 2008, n. 9151)

L'istituto della giustizia politica, "pur avendo con l'autodichia in senso stretto la riserva rispetto alla giurisdizione comune, se ne differenzia per un tratto essenziale: esso è direttamente previsto a livello costituzionale dall'art. 66, come ambito proprio dell'autonomia dell'organo. Rappresenta, quindi, una di quelle eccezioni espresse alla operatività della regola generale di tutela giurisdizionale delle situazioni giuridiche, che ben potrebbero essere previste dalla Carta costituzionale. L'autodichia in senso proprio, invece, non ha alcun fondamento costituzionale diretto e, inoltre, implicherebbe un'estensione della riserva ben al di là delle funzioni primarie assegnate a livello costituzionale (anche implicitamente) all'organo, con conseguente violazione dei diritti delle persone (fisiche, ma anche giuridiche) che subiscono gli effetti delle decisioni dell'organo"[9].

AnalisiModifica

La sopravvivenza, in uno Stato costituzionale, di forme di giustizia politica può aversi soltanto se gli organi di tutela giurisdizionale così istituiti non si comportano come "organi politici in balia delle contingenti maggioranze", perché altrimenti non sarebbero organi di giustizia imparziali ma “tribunali speciali” tipici di una cultura illiberale: i giudici che tradiscono il principio di imparzialità "si fanno espliciti portatori degli interessi politici del proprio partito e del loro interesse personale a difendere quegli interessi"[10].

NoteModifica

  1. ^ Bearzot, Cinzia. “Come si abbatte una democrazia.” Editori Laterza, 2013: lo fu "fin dai tempi dei processi contro Cimone e i membri del consiglio dell’Areopago che, alla fine degli anni ’60 del V secolo, avevano preparato la riforma democratica di Efialte. Ma, soprattutto, il metodo giudiziario era già stato usato con successo nel 406/5 con il processo agli strateghi delle Arginuse, orchestrato da Teramene” (p. 135); ma lo era stato anche dopo il caso della decapitazione delle Erme del Pireo, quando "l’atteggiamento degli zetetai determinò un clima di giustizialismo che creò grande agitazione in Atene: racconta Andocide che, quando la boulé si riuniva, tutti fuggivano dall’agora, temendo di essere arrestati (I, 36). Sempre da Andocide apprendiamo che, col susseguirsi delle denunce che avevano rivelato l’esistenza di parodie dei Misteri e avevano coinvolto molti autorevoli personaggi, Pisandro si alzò durante una riunione della boulé, della quale probabilmente faceva parte, e «propose l’abrogazione del decreto varato sotto l’arcontato di Scamandrio e la tortura per gli imputati al fine di conoscere i nomi di tutti i colpevoli prima di notte» (I, 43). La boulé approvò all’unanimità la proposta, di carattere estremamente grave, in quanto sospendeva i diritti costituzionali: Pisandro si rivela qui animato da una forma di giustizialismo che tende ad esasperare una situazione già molto tesa e, soprattutto, si mostra capace di creare consenso intorno alla sua pur discutibile posizione” (p. 28). La continuità dei Trenta tiranni con questi precedenti "si coglie anche nel metodo di condotta, che abbina il ricorso all’azione giudiziaria all’uso di manovre demagogiche, con l’intento di sfruttare a proprio vantaggio la ben nota passione «giustizialista» del popolo" (p. 136).
  2. ^ Aristotele, Costituzione degli Ateniesi, 41, 2.
  3. ^ Amnesty International Archiviato il 27 novembre 2016 in Internet Archive. ha ricordato, in proposito, le seguenti parole di Fidel Castro: "La giustizia rivoluzionaria non si basa su precetti legali ma su convincimenti morali".
  4. ^ SCHMITT, Il concetto di 'politico', Il Mulino, 1963, p. 146.
  5. ^ Daniel Ross, Violent Democracy, Cambridge University Press, Cambridge 2004, p. 8, citato da Federico Lorenzo Ramaioli, SOVVERSIONE DELL’ORDINE ISTITUZIONALE E PENA CAPITALE: UN PERCORSO STORICO, RIVISTA INTERNAZIONALE DI FILOSOFIA ONLINE, WWW.METABASIS.IT, maggio 2018 anno XIII n° 25, DOI: 10.7413/18281567125, p. 56, nota 5.
  6. ^ Crimes against the State and the Intersection of Fascism and Democracy in the 1920s-30s: Vilification, Seditious Libel and the Limits of Legality, by Stephen Skinner, in Oxford J Legal Studies 2016 36: 482-504.
  7. ^ Procès de Riom : comment Pétain s'est tiré une balle dans le pied, le point, 16/10/2013.
  8. ^ Per i profili di interferenza con i diritti assicurati dalla CEDU, v. Renato Ibrido, INTORNO ALL’“EQUO PROCESSO COSTITUZIONALE”: IL PROBLEMA DELLA OPERATIVITÀ DELL’ART. 6 CEDU NEI GIUDIZI DINANZI AI TRIBUNALI COSTITUZIONALI Rivista AIC N°: 1/2016, 18/03/2016, paragrafo 3.4. La “giustizia penale costituzionale”.
  9. ^ Antonello Lo Calzo, L'AUTODICHIA DEGLI ORGANI COSTITUZIONALI: IL DIFFICILE PERCORSO DALLA SOVRANITÀ ISTITUZIONALE DELL'ORGANO ALLA GARANZIA DELLA FUNZIONE, pagina 1, nota 2 Archiviato il 12 maggio 2016 in Internet Archive.
  10. ^ Antonello Falomi, EXTRA TRAVAGLIO NULLA IUSTITIA ? LA VOGLIA DI "TRIBUNALI SPECIALI", Associazione ex parlamentari, 31 gennaio 2020.

BibliografiaModifica

  • Otfried Höffe, Giustizia politica. Fondamenti di una filosofia critica del diritto e dello Stato, Bologna, Il Mulino, 1995, stampa 1994, ISBN 8815046631.

Voci correlateModifica

Collegamenti esterniModifica