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Grande Inter

periodo storico della società calcistica italiana del Football Club Internazionale Milano

Lo schema tatticoModifica

 
Giocatori disposti in campo secondo il classico catenaccio degli anni 1960.[2]

Dal punto di vista tattico, il gioco della squadra era imperniato per certi versi sui canoni del "catenaccio".[3] A difendere i pali era Sarti, che dal 1963 sostituì Buffon: l'ex portiere della Fiorentina si segnalava per la sicurezza negli interventi, risultando spesso impeccabile.[4][5][6] Il reparto arretrato si componeva dei laterali Burgnich (destro) e Facchetti (sinistro), nonché del centrale Guarneri e del libero Picchi, capitano della formazione.[6] Quest'ultimo comandava i movimenti della difesa, arrivando talvolta a contraddire le indicazioni di Herrera[7]: Burgnich agiva in marcatura sulle ali avversarie, mentre a Guarneri — la cui carriera era cominciata proprio da terzino — veniva affidato il controllo del centravanti[6], grazie alle sue capacità fisiche e tecniche.[8] Facchetti partecipava invece all'azione offensiva, diventando il primo «fluidificante» del calcio italiano: gli inserimenti in avanti coglievano spesso di sorpresa l'avversario.[6] La posizione di mediano fu ricoperta dapprima da Zaglio e successivamente da Tagnin, prima che Bedin ricevesse i gradi di titolare[9]: il giocatore preposto a tale ruolo, che rappresentava il punto debole dell'undici, svolgeva compiti di marcatura sull'interno avversario e di assistenza al centrocampo.[6]

Come ala destra veniva schierato Jair, la cui velocità era fondamentale per innescare il contropiede.[6] In posizione di interno agiva poi Mazzola, elemento propenso alla finalizzazione grazie anche agli schemi ideati da Herrera.[6] Il numero 10 era indossato da Luis Suárez, particolarmente abile in lanci lunghi per servire i compagni di squadra[6]: a detta di Nereo Rocco (in quel periodo allenatore del Milan) lo spagnolo rappresentava il fulcro del gioco interista.[6] Corso vestiva i panni dell'ala sinistra, posizione in cui — a dispetto dello scarso movimento — riusciva a farsi valere grazie al bagaglio tecnico.[6] Per quanto riguarda il centravanti, a ricoprire il ruolo fu inizialmente Di Giacomo cui susseguirono Milani e Cappellini[6]: con l'utilizzo di Peiró circoscritto principalmente all'ambito europeo (complice il regolamento dell'epoca che consentiva di schierare un massimo di 2 stranieri nel campionato nazionale), era talvolta Domenghini (nato come ala destra) ad agire da punta centrale.[10]

Tra le riserve vanno citati i portieri Bugatti e Miniussi[4], il difensore centrale Malatrasi, l'ala Bicicli[11] e la punta Ciccolo.[6]

StoriaModifica

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1960-61: il polemico esordio di HerreraModifica

 
Armando Picchi, neoacquisto di stagione, diverrà il capitano dell'Inter dal 1962 al 1967.

Nel 1960, dopo i modesti risultati conseguiti dal suo insediamento alla presidenza dell'Inter avvenuto cinque anni prima, Angelo Moratti ingaggiò dal Barcellona l'allenatore Helenio Herrera, soprannominato il "Mago", di cui era rimasto impressionato in seguito una partita di Coppa delle Fiere nella quale i catalani avevano travolto i meneghini.[12][13] Sul mercato vennero acquistati il portiere Buffon, il terzino Picchi e il mediano Zaglio: la squadra aveva i suoi punti di forza nello stopper Bolchi e negli attaccanti Firmani e Angelillo,[14] quest'ultimo capace di segnare 34 gol nel campionato 1958-59.[15]

La Serie A 1960-1961 vide una partenza bruciante dell'Inter, che segnò nelle prime quattro giornate ben 18 gol: il 23 ottobre gli uomini di Herrera si ritrovarono soli in testa, inseguiti dai campioni uscenti della Juventus e dalla Roma. Dopo una sconfitta dell'Inter col Padova i capitolini tentarono la fuga, ma furono riacciuffati dai milanese a Natale: i nerazzurri a fine gennaio si aggiudicarono il titolo d'inverno con 3 punti sui rivali cittadini del Milan e 4 sul Catania.[16] Il girone di ritorno iniziò all'insegna della Juve del Trio Magico: i torinesi, che avevano accusato una flessione nei mesi precedenti, vinsero 5 partite di fila e avvicinarono l'Inter.[16] Furono, però, quattro sconfitte consecutive fra marzo e aprile, contro Lecco, Padova, Milan e Sampdoria, a far scendere i nerazzurri in classifica dietro i bianconeri e i rossoneri.[16]

 
Un diciottenne Sandro Mazzola, al debutto in Serie A, in contrasto sullo juventino Benito Sarti nel controverso derby d'Italia del 10 giugno 1961, giocato in segno di protesta dall'Inter con la sua squadra De Martino.

Il 16 aprile si giocò Juventus-Inter: a Torino, sullo 0-0, la partita venne sospesa per un'invasione di campo da parte di tifosi entrati all'interno dello stadio senza biglietto. I nerazzurri ottennero in primo grado una vittoria 0-2 a tavolino, tuttavia la Juventus fece ricorso e, la sera prima dell'ultima giornata di campionato, con le due contendenti a pari punti (46 a testa), la CAF modificò il verdetto iniziale, ordinando la ripetizione della gara e comminando ai bianconeri soltanto una multa.[17] La decisione fu molto contestata, da parte meneghina, per via del doppio ruolo che ricopriva al tempo Umberto Agnelli, dall'agosto del 1959 presidente sia della FIGC (eletto anche con il sostegno della stessa società nerazzurra)[18] che del club bianconero.

A quel punto tra le due squadre si creò una distanza di due punti ma il 4 giugno, nonostante uno scialbo pareggio casalingo della Juventus (1-1) contro il Bari, quest'ultima si riconfermò campione d'Italia a causa della contemporanea sconfitta per 2-0 subita dall'Inter a Catania (circostanza che verrà ricordata con la famosa espressione Clamoroso al Cibali!).[17] Il 10 giugno, in occasione dell'ormai ininfluente recupero del derby d'Italia, il presidente nerazzurro Moratti ordinò a Herrera di schierare la squadra De Martino per protesta contro la CAF, accusata di aver subito l'ingerenza di Agnelli (il quale si dimise dalla presidenza federale poco tempo dopo). La partita finì 9-1 per i padroni di casa; per i milanesi segnò su rigore il diciottenne Sandro Mazzola, figlio dell'indimenticato Valentino e futura bandiera nerazzurra, che realizzò così il suo primo gol con la maglia dell'Inter.[19][16] I nerazzurri chiusero il campionato al terzo posto con 44 punti, dietro anche ai concittadini del Milan.

1961-62: lo scudetto sfumatoModifica

Per la stagione successiva Moratti, dietro richiesta dell'allenatore, acquistò Luis Suárez dal Barcellona: il regista era stato un pupillo del Mago già in blaugrana.[20] Giunsero anche il portiere di riserva Bugatti e l'attaccante britannico Hitchens.[21][22] A tali arrivi corrispose l'addio di Angelillo, complice un rapporto sempre più difficile con il tecnico: l'argentino venne ceduto alla Roma.[23]

 
Gerry Hitchens, miglior marcatore stagionale in campionato con 16 reti.

In campionato l'Inter dominò il girone d'andata, perdendo solamente il derby di Milano e laureandosi campione d'inverno il 10 dicembre 1961 con quattro punti di vantaggio su Bologna e Fiorentina, nonché cinque sul Milan.[24] Ancora una volta, però, la seconda parte di stagione fu fatale per i nerazzurri, cui non bastò vincere il 4 febbraio 1962 la stracittadina di ritorno: un crollo primaverile favorì infatti la rimonta dei rivali rossoneri, che si aggiudicarono il tricolore lasciando alla Beneamata il secondo posto a cinque lunghezze di distacco.[24]

Nel frattempo Moratti, afflitto da problemi di salute, aveva rassegnato il 20 marzo le dimissioni, pensando al contempo ad un'alternativa per Herrera:[25] a pesare sul conto del Mago fu anche una diatriba col presidente bianconero Gianni Agnelli, sorta dopo alcune dichiarazioni polemiche dell'argentino sul cammino dei piemontesi in Coppa Campioni.[26] Il petroliere tornò sui suoi passi il 9 aprile per difendere la squadra da uno scandalo doping, il quale aveva coinvolto, fra numerosi calciatori di Serie A e B, anche gli interisti Bicicli, Guarneri e Zaglio: i tre nerazzurri subiranno una squalifica e una multa.[16][27]

Il ciclo vincenteModifica

1962-63: il primo successo in campionatoModifica

Dopo il secondo posto della stagione precedente, sul mercato l'Inter pescò soprattutto dal campionato italiano (Burgnich, Maschio, Di Giacomo), lanciando stabilmente tra i titolari anche l'emergente Facchetti, terzino con ottime doti offensive, e il primogenito di Valentino Mazzola, Sandro.[28] Importante fu poi la riconferma di Helenio Herrera: l'allenatore franco-argentino, che aveva chiesto la risoluzione del contratto coi nerazzurri in seguito alla crisi societaria, fu riaccolto invece a Milano al termine della Coppa del Mondo 1962, nella quale aveva guidato la Nazionale spagnola, proprio quando Edmondo Fabbri era pronto a insediarsi sulla panchina dell'Inter.[29][30]

 
28 aprile 1963: Mazzola festeggiato da Bugatti, Guarneri, Herrera, Picchi, Di Giacomo e Zaglio dopo la vittoria-scudetto 1-0 sul campo della Juventus, con gol proprio dell'attaccante

In porta c'era Lorenzo Buffon;[31] la difesa veniva guidata da Armando Picchi, trasformato in libero da Herrera, il capitano;[31] davanti a lui c'erano Tarcisio Burgnich, prelevato dal Palermo, e Aristide Guarneri.[31] Sulla fascia sinistra venne attuata la prima rivoluzione tattica di Herrera: Giacinto Facchetti, confermato ormai in pianta stabile in prima squadra, diventò il primo terzino capace di affondare in avanti e trasformarsi in una vera e propria ala, il cosiddetto fluidificante.[31] A centrocampo c'erano il mediano Franco Zaglio e il regista Luis Suárez; all'ala destra c'era il nuovo arrivato brasiliano Jair, riserva di Garrincha nella nazionale verdeoro, prelevato a novembre[31] mentre l'estrosità di Mario Corso dava un tocco di fantasia alla squadra e in attacco Sandro Mazzola, anch'egli confermato in prima squadra, fungeva da mezz'ala con al centro Beniamino Di Giacomo (scambiato a novembre con Hitchens).[31] Nelle prime giornate i nerazzurri stentarono ma riuscirono comunque a rimanere nella parte alta della classifica.[32] Il 23 dicembre venne sconfitta la Juventus ma un doppio pareggio intralciò la corsa nerazzurra e, il 13 gennaio, furono i bianconeri a terminare il girone d'andata in testa con un punto di vantaggio sui rivali, due sul Bologna e quattro sul Lanerossi Vicenza. L'aggancio dell'Inter sulla Juventus arrivò infine il 3 febbraio.

 
Giacinto Facchetti circondato dai tifosi, nel 1963, per il primo scudetto della Grande Inter.

Successivamente, dopo un mese di coabitazione al primo posto, i torinesi persero il derby e l'Inter balzò in testa: non lasciò più la prima posizione, aumentò il suo vantaggio e terminò il campionato a quattro punti di distanza dalla Juventus. Il 5 maggio la capolista perse seccamente sul campo della Roma, ma risultò essere matematicamente Campione d'Italia[32]; fu il primo scudetto dell'era Moratti-Allodi (e ottavo della storia interista), arrivato su rimonta dopo che nei due tornei precedenti erano stati proprio i nerazzurri ad essere superati. A contribuire in modo decisivo alla vittoria fu la difesa, già distintasi nei due precedenti tornei: Herrera puntò in questa stagione su un modulo maggiormente affine al catenaccio[32]. Questa la formazione titolare: Buffon, Burgnich, Facchetti, Zaglio, Guarneri, Picchi, Jair, Mazzola, Di Giacomo, Suárez, Corso.

1963-64: sul tetto d'EuropaModifica

Con la conquista dello scudetto, l'Inter poté così partecipare per la prima volta alla Coppa dei Campioni.[33] I nerazzurri, rinforzatisi con gli acquisti del portiere Giuliano Sarti, in sostituzione di Buffon, e della punta Aurelio Milani e promosso titolare Carlo Tagnin al posto di Zaglio, esordirono in Europa al Goodison Park, la tana dell'Everton, pareggiando per 0-0. La vittoria nel ritorno per 1-0 garantì il passaggio al turno successivo. Vennero in seguito eliminati in sequenza i francesi del Monaco, gli jugoslavi del Partizan e in semifinale i tedeschi del Borussia Dortmund. In finale al Prater di Vienna, davanti a 72.000 spettatori, incontrarono gli spagnoli del Real Madrid, già vincitori per cinque volte consecutive nel torneo. Herrera azzeccò tutte le mosse: Tagnin in marcatura su Di Stéfano, alla sua ultima partita in maglia bianca, Guarneri su Puskás, Facchetti su Amando, Burgnich su Gento e in più Suárez arretrò occupandosi di Felo. L'Inter, chiusa a riccio nella propria metà campo, controllò le sfuriate iniziali di Amancio e Di Stéfano che conversero il gioco su Puskas; Mazzola, controllato da Zoco che spesso gli lascia ampi spazi, staziona sul centrocampo pronto a sfruttare il contropiede.

 
Il vicepresidente Peppino Prisco e il capitano Picchi al ritorno a Milano con la Coppa dei Campioni vinta contro il Real Madrid, sconfitto per 3-1 a Vienna.

Al 42' del primo tempo la prima rete. Sulla tre quarti nerazzurra, Guarneri tolse palla a Puskas e la smistò sulla sinistra a Facchetti, questi, dopo una breve volata servì di precisione Mazzola che controllò rapidamente la palla e con un tiro preciso la collocò alle spalle di Vicente. Alla rete di Mazzola seguì un palo di Gento in apertura di ripresa e poi il raddoppio di Milani al 61', e quando il ritorno dei madrileni si fece più insistente dopo che Felo al 70' aveva accorciato le distanze, ancora in una classica manovra di contropiede Mazzola rubò la palla a Santamaria e trafisse Vicente in uscita: fu 3-1 e con lo stesso risultato si chiuse l'incontro facendo così diventare l'Inter la prima squadra in Europa a vincere la coppa senza neanche subire una sconfitta (7 vittorie e 2 pareggi).[33]

In campionato l'Inter rimase nelle zone alte nel girone d'andata ma alla fine fu il Bologna ad aggiudicarsi il titolo d'inverno alla pari con il Milan, il 12 gennaio. Il 9 febbraio il Milan perse e il Bologna andò in testa. Poche settimane dopo, il 4 marzo, la FIGC comunicò che cinque giocatori del Bologna erano stati trovati positivi alle amfetamine dopo la partita vinta il 2 febbraio contro il Torino:[34] ai granata fu assegnata la vittoria a tavolino e ai rossoblù un punto di penalizzazione.[34] La magistratura ordinaria, tuttavia, intervenne sequestrando le provette di urina dei calciatori e, dopo un controllo accurato all'interno del Centro Tecnico di Coverciano, si scoprì che i campioni erano stati manomessi.[34] Per tale motivo, il 16 maggio la CAF annullò le sentenze.[34] I responsabili della manipolazione delle provette non vennero mai individuati, sebbene nei decenni successivi alcune testimonianze fecero ricadere i sospetti su Gipo Viani, l'allora direttore tecnico del Milan.[35][36][37]

 
Il rossoblù Helmut Haller e il nerazzurro Tarcisio Burgnich durante una fase di gioco dello spareggio-scudetto Bologna-Inter (2-0), giocato all'Olimpico il 7 giugno 1964.

Durante questi due mesi e mezzo, però, la squadra emiliana aveva subito il ritorno dell'Inter, che alla ventisettesima giornata vinse lo scontro diretto a Bologna portandosi a un solo punto dalla vetta. I rossoblù provarono a resistere, ma il 17 maggio l'Inter li raggiunse. Entrambe le squadre terminarono il campionato al primo posto a quota 54 punti, circostanza mai verificatasi fino ad allora in Serie A. Dopo aver inizialmente accolto la proposta del direttore responsabile della Gazzetta dello Sport Gualtiero Zanetti di assegnare in via eccezionale all'Inter lo scudetto 1964 e al Bologna quello del 1927 (revocato al Torino per il caso Allemandi e mai assegnato),[36][37] il presidente federale Giuseppe Pasquale decise alla fine di non derogare al regolamento e far quindi disputare uno spareggio per l'assegnazione del titolo.[38] Lo Stadio "Olimpico" di Roma vinse il ballottaggio con il "Ferraris" di Genova per ospitare la gara, che venne fissata per il 7 giugno.[34] Pochi giorni prima dello spareggio, l'Inter si aggiudicò la Coppa dei Campioni, mentre il Bologna fu colpito da un lutto: il presidente Dall'Ara morì improvvisamente il 4 giugno, colto da un infarto mentre erano in corso le discussioni con Moratti, presidente dell'Inter, sui dettagli per lo spareggio.[34] Ai funerali, il 5 giugno, non poterono partecipare i giocatori, visto che la FIGC decise di non rinviare la gara.[34] Il 7 i bolognesi s'imposero con due gol nella ripresa e vinsero il loro settimo scudetto.

1964-65: tripletta di vittorie in Serie A, Coppa dei Campioni e IntercontinentaleModifica

Per la stagione successiva vennero acquistati l'attaccante spagnolo Joaquín Peiró, l'ala destra Angelo Domenghini (trasformato in centravanti da Herrera a causa della presenza nel suo ruolo di Jair) e il duttile difensore Saul Malatrasi ed entrò definitivamente in prima squadra il ventenne mediano Gianfranco Bedin che a stagione in corso prese il posto di Carlo Tagnin. In campionato alla fine del girone d'andata si ritrovò in testa il Milan con ben 5 punti di vantaggio sui nerazzurri, laureandosi campione d'inverno. Il 31 gennaio 1965 i punti diventarono sette. Dalla settimana successiva iniziò la serie positiva dell'Inter: otto vittorie consecutive (tra cui un 5-2 nel derby di ritorno) che le permisero l'aggancio in vetta. Il Milan inizialmente reagì ritornando in testa, dopo il pareggio dei nerazzurri a Vicenza, ma il 16 maggio la sconfitta interna contro la Roma costò ai rossoneri lo scudetto, che l'Inter si aggiudicò aritmeticamente all'ultima giornata. La lotta per il titolo di capocannoniere si chiuse anch'essa con il trentaquattresimo turno: a Genova, Alberto Orlando segnò nel finale il gol della bandiera per la Fiorentina, che perse 4-1. Sandro Mazzola rispose segnando un rigore al 90'. I due risultarono essere entrambi primi con 17 reti.[39]

 
Facchetti mette a segno il definitivo 3-0 nella semifinale Inter-Liverpool del 12 maggio 1965.

La striscia di vittorie proseguì con la conquista della seconda Coppa dei Campioni: l'Inter non trovò ostacoli sul suo cammino fino alle semifinali dove, nella partita di andata, fu sconfitta per 3-1 dagli inglesi del Liverpool;[40] nella partita di ritorno, in un San Siro gremito (90.000 spettatori), l'Inter doveva vincere con tre gol di scarto (all'epoca infatti non esisteva la regola dei gol fuori casa): e così fu. All'ottavo minuto di gioco Corso, su calcio di punizione a foglia morta, la sua specialità, portò i nerazzurri in vantaggio. Un minuto dopo Peirò segnò uno di quei gol che raramente si vedono sui campi di calcio. Corso eseguì la rimessa laterale sulla fascia sinistra verso Peirò, il quale, appostato vicino alla linea laterale e strettamente marcato, toccò la palla di testa indirizzandola all'indietro, verso il centrocampo, dove Mazzola attendeva il pallone. Quest'ultimo lasciò rimbalzare la sfera, poi lanciò di prima il compagno in profondità. Lo spagnolo scattò verso il fondo inseguendo il lancio e sfruttò al meglio la velocità che lo contraddistingueva non consentendo il recupero al difensore Smith.L'uscita del portiere Lawrence, però, fu ottima.

 
I giocatori dell'Inter festeggiano sul campo di San Siro per la vittoria della loro seconda Coppa dei Campioni.

Il portiere scattò lateralmente e bloccò il pallone rischiando di uscire dall'area di rigore ma lo fece soltanto con un piede e nel frattempo colpì Peirò con una spallata mandandolo a terra. L'azione parve essersi conclusa ma mentre il portiere osservava la disposizione dei compagni prima del rinvio e fece qualche passo per avvicinarsi al limite dell'area, Peirò si alzò rapidamente e partì alla carica. Il portiere inglese fece rimbalzare il pallone a terra due volte, alla terza sbucò, da dietro, il piede sinistro del numero 9 nerazzurro, che spostò il pallone, mettendolo fuori portata del portiere, poi, dopo due soli passi e prima che l'estremo difensore potesse intervenire, insaccò nella porta sguarnita con il destro. Lawrence quasi non si rese conto dell'accaduto, i suoi compagni aggredirono verbalmente l'arbitro, chiedendo l'annullamento del gol ma senza successo. Al 62' Facchetti in proiezione offensiva segnò il 3-0. La finale si disputò a San Siro e la squadra superò il Benfica per 1-0 con gol di Jair.[39] In quell'anno giunse anche la prima Coppa Intercontinentale vinta battendo l'Independiente; dopo aver perso la gara di andata in Argentina per 1-0, i nerazzurri prevalsero a San Siro per 2-0 con le reti di Mazzola e Corso.[33] Nella terza e decisiva partita giocata allo stadio Santiago Bernabéu di Madrid l'Inter vinse per 1-0 con gol di Corso nei supplementari: fu la prima squadra italiana a vincere la coppa.[33]

 
L'allenatore Helenio Herrera posa con i trofei della Coppa Intercontinentale e della Coppa dei Campioni.

In Coppa Italia l'Inter arrivò in finale ma venne battuta dalla Juventus per 1-0. Questa la formazione titolare della stagione: Sarti, Burgnich, Facchetti, Bedin, Guarneri, Picchi, Jair, Mazzola, Domenghini, Suárez, Corso.

1965-66: arrivano la Stella e un nuovo trionfo mondialeModifica

Un organico pressoché immutato andava ad affrontare la stagione 1965-1966. I lombardi nella nona giornata conquistarono la vetta, tallonati da Milan e Napoli, rispettivamente seconda e terza forza alla fine del girone d'andata, il 16 gennaio 1966. Nel girone di ritorno l'Inter mancò più volte il colpo decisivo, e spesso rischiò di lasciarsi recuperare. La sconfitta di Catania (1-0) fece vacillare i nerazzurri, che videro avvicinarsi il Napoli a due punti. Sistemarono tutto sei vittorie consecutive, tra cui una vittoria nel derby per 2-1: al termine di questa serie, il 17 aprile, il Milan aveva ceduto e si era ritrovato a 11 punti di distanza; il Napoli e il Bologna erano seconde a 6 punti di distanza. Il finale mise in dubbio la vittoria dell'Inter, allorché due pareggi e una sconfitta nello scontro diretto contro il Bologna diminuirono lo svantaggio di tre punti. Due vittorie contro Juventus (3-1) e Lazio (4-1) permisero ai nerazzurri, il 15 maggio, di vincere lo scudetto,[41] quello della stella sul petto, simbolo di dieci scudetti.[42]

 
Luis Suárez, trascinatore dell'Inter che al termine della stagione 1965-66 avrebbe vinto lo scudetto della stella.

In Coppa dei Campioni, dopo aver eliminato la Dinamo Bucarest (1-2 e 2-0) e il Ferencvaros (4-0 e 1-1), il Real Madrid si prese la rivincita di due anni prima, eliminando i nerazzurri (0-1 e 1-1) e si involò verso il suo trionfo.[42] In Coppa Italia l'Inter venne eliminata in semifinale.[42] Arrivò di nuovo anche la Coppa Intercontinentale, ancora contro l'Independiente.[39] A San Siro l'Inter vinse 3-0 con gol di Peiró e doppietta di Mazzola, poi fece 0-0 in Argentina.[39] Con queste tre vittorie l'Inter divenne la prima squadra in Europa e l'unica squadra italiana a realizzare il particolare treble costituito da scudetto, Coppa dei Campioni e Coppa Intercontinentale in un anno solare (dopo aver conseguito lo stesso risultato nell'arco della stagione 1964-65).[39]

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1966-67: una doppia, amara, beffaModifica

L'estate successiva alla débâcle della nazionale italiana al campionato del mondo 1966 in Inghilterra, portò a una grande rivoluzione nel calcio italiano. La Federcalcio arrivò alla drastica decisione di bloccare gli ingaggi di giocatori stranieri provenienti dai campionati esteri; i soli già militanti in Italia poterono continuare a calcare i campi della penisola. La chiusura delle frontiere sconvolse i piani di mercato dell'Inter, costretta a rinunciare ad accordi conclusi con due dei maggiori campioni internazionali del tempo, il tedesco Beckenbauer[43] e il lusitano Eusébio.[44] Il club scelse quindi di confermare quasi del tutto la squadra campione uscente, limitandosi a operazioni di secondo piano come le cessioni di Malatrasi e Peiró, e gli acquisti del trentaquattrenne Vinício[45] e di Bicicli (per quest'ultimo si trattò di un ritorno).

L'Inter partì bene, vinse le prime sette gare (subendo un'unica rete) e, nel giro di poche settimane, staccò Napoli e Juventus. Col tempo, però, la squadra di Helenio Herrera sembrò dare varie occasioni alla Juventus per raggiungerla; il 18 dicembre i nerazzurri caddero a Roma, contro una Lazio in cerca di punti-salvezza, e vennero agganciati dai bianconeri, i quali si lasciarono poi sfuggire la rivale dopo appena una settimana, a causa di un pareggio arrivato nel finale con l'incostante Milan.[45] Superato indenne lo scontro diretto, l'Inter si laureò campione d'inverno il 22 gennaio, con un punto di vantaggio sui rivali penalizzati, nella gara contro la Lazio, dall'arbitro De Marchi di Pordenone, che negò a De Paoli una rete regolare.[46]

 
1º giugno 1967, Mantova-Inter 1-0. Uno sconsolato Giuliano Sarti viene rincuorato da Facchetti dopo la famosa «papera» che, all'ultima giornata, costò lo scudetto:[47] l'episodio è assurto a tramonto della "Grande Inter".

I tre pareggi consecutivi in cui incappò la Juventus nelle prime giornate del girone di ritorno spinsero l'Inter a più quattro. Nelle settimane a venire il vantaggio oscillò sempre tra i due e i quattro punti; alla trentesima, la Juve cadde a San Siro contro il Milan, e l'Inter sembrò ormai vicina al titolo. Ma il logorio di alcuni giocatori e la stanchezza pesarono sui lombardi,[48] che persero lo scontro diretto e impattarono contro Napoli e Fiorentina: la Juve, a un turno dal termine, si ritrovò a meno uno. Il 25 maggio, a Lisbona, i nerazzurri persero la Coppa dei Campioni contro il Celtic di Glasgow[49] e la settimana dopo, a Mantova, vennero sconfitti 0-1 per un errore del portiere Sarti, che si fece sfuggire un tiro-cross dell'ex Di Giacomo,[50] assistendo al sorpasso-scudetto di una Juventus, da par suo, vittoriosa sulla Lazio.[49]

Nella sfida contro i virgiliani, inizialmente la squadra recriminò per la direzione di gara di Francesco Francescon;[50] il presidente Angelo Moratti, tuttavia, troncò sul nascere ogni polemica con le sue parole:

«Siamo stati grandi quando si vinceva, cerchiamo di essere grandi anche ora che abbiamo perduto. Forse siamo rimasti troppo tempo sulla cresta dell'onda. E tutti a spingere per buttarci giù. Ora saranno tutti soddisfatti.»

(Angelo Moratti[51])

1967-68: la fine di un epocaModifica

La stagione 1967-1968 dell'Inter si concluse al quinto posto in Serie A e al terzo nel girone finale di Coppa Italia.[52] Il 18 maggio 1968 Angelo Moratti lasciò, dopo tredici anni, la guida della società a Ivanoe Fraizzoli e con lui se ne andarono anche Helenio Herrera e Italo Allodi.[52] Più tardi, Moratti dirà:

«Tifo lo stesso, soffrendo molto meno. Non sento più la responsabilità imposta dalla folla. Sono un tifoso in mezzo ai tifosi.»

(Angelo Moratti[53])

ControversieModifica

Nel 2004 l'ex giocatore dell'Inter Ferruccio Mazzola rivolse all'allenatore Helenio Herrera, deceduto nel 1997, l'accusa di sottoporre titolari e riserve a pratiche dopanti facendo ricorso ad amfetamine sciolte nel caffè dei calciatori.[54] Nel 2005 la società nerazzurra ha querelato per diffamazione il suo ex giocatore, chiedendo 3 milioni di euro per danni morali e patrimoniali da devolvere in beneficenza[55] ma il giudice ha respinto la richiesta della società.[56]

Fra i calciatori della Grande Inter interpellati sulla questione, l'unico a dare ragione a Ferruccio Mazzola fu Franco Zaglio, il quale, coinvolto nel 1962 in uno scandalo doping assieme a numerosi giocatori di Serie A e B,[27] sostenne che l'uso di sostanze illecite fosse un'attività comune e tollerata in tutte le squadre italiane fin dagli anni cinquanta.[57] Gli altri, fra cui il fratello Sandro e Luis Suárez, hanno invece negato che i farmaci da loro assunti sotto la gestione di Herrera fossero «dopanti»; Sandro Mazzola, in particolare, dichiarò di aver fatto esaminare il caffè da un dottore, il quale «si mise a ridere, perché secondo le analisi non c'era nulla di strano», e spiegò che la denuncia di Ferruccio, come egli stesso avrebbe riconosciuto prima della sua morte nel 2013, era motivata da un desiderio di «rivalsa» nei confronti dell'Inter e che il vero doping del "Mago" era a conti fatti «psicologico».[58][59] Anche Luna Herrera, figlia di Helenio, ha smentito l'utilizzo di prodotti illegali da parte del padre, precisando che il "Mago", convinto salutista, forniva come stimolante ai suoi calciatori delle semplici cialde a base di acido acetilsalicilico associate a caffeina.[60]

StatisticheModifica

Competizione P V N S GF GF/P GS GS/P
Serie A 1960-61 18 8 8 73 2,14 39 1,14
Serie A 1961-62 19 10 5 59 1,73 31 0,91
Serie A 1962-63 19 11 4 56 1,65 20 0,59
Serie A 1963-64 23 8 3 54 1,59 21 0,62
Serie A 1964-65 22 10 2 68 2 29 0,85
Serie A 1965-66 20 10 4 70 2,06 28 0,82
Serie A 1966-67 19 10 5 59 1,73 22 0,64
Serie A 1967-68 13 7 10 46 1,53 34 1,13

Legenda:
P: Posizione, V: Partite vinte, N: Partite pareggiate, S: Partite perse (sconfitte), GF: Goal fatti, GF/P: Goal fatti per singola partita (%), GS: Goal subiti, GF/P: Goal subiti per singola partita (%).

Elenco di roseModifica

Qui di seguito è riportata la lista di tutte le rose dell'Inter durante il periodo indicato come quello della Grande Inter.

Galleria d'immaginiModifica

NoteModifica

  1. ^ Paolo Menicucci, Le migliori squadre di sempre: Inter 1962–67, su it.uefa.com, 27 maggio 2015.
  2. ^ (EN) Salguhan Elancheran, Tactical tale of Helenio Herrera, su footballbh.net, 15 aprile 2017.
  3. ^ Germano Bovolenta, Quando Milan-Inter era Rocco-Herrera, in La Gazzetta dello Sport, 28 settembre 2008.
  4. ^ a b M.M., È morto Miniussi, il vice di Sarti, in La Gazzetta dello Sport, 14 settembre 2001.
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BibliografiaModifica

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  • Filippo Grassia e Gianpiero Lotito, INTER - Dalla nascita allo scudetto del centenario, Milano, Antonio Vallardi Editore, 2008, p. 239, ISBN 9771129338008.

VideografiaModifica

Voci correlateModifica

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