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Gruppo Bande Amhara
Gruppo Squadroni dell'amhara.jpg
Una cartolina rappresentante il gruppo squadroni amhara
Descrizione generale
Attiva1º luglio 1938 - 1º aprile 1941
NazioneItalia Italia
ServizioRegio Esercito
  • Forze armate dell'Africa Orientale Italiana
  • MottoSemper alterius
    Battaglie/guerreCampagna dell'Africa Orientale Italiana:
  • Battaglia di Agordat
  • Battaglia di Cochen
  • Battaglia di Teclesan
  • Reparti dipendenti
    • 1ª Banda "Guillet"
    • 2ª Banda "Togni"
    • 3ª Banda "Cara"
    • 4ª Banda "Lucarelli"
    • 5ª Banda "Battizzocco" (cammellata)
    Comandanti
    Degni di notaten. Amedeo Guillet
    Voci su unità militari presenti su Wikipedia

    Il gruppo bande a cavallo Amhara, o Gruppo Squadroni Amhara, fu una formazione militare coloniale di cavalleria (un gruppo squadroni) del Regio Esercito italiano.

    Indice

    StoriaModifica

    Il Gruppo Bande Amhara era composto da àscari di appartenenti all'etnia etiope Amhara (nonché di elementi di provenienza eritrea e yemenita)[1] e costituita fra il 1º luglio 1938[2] ed il febbraio 1940[1] nei territori coloniali dell'Africa Orientale Italiana per iniziativa del Duca d'Aosta.

    Il gruppo, forte di 1700 uomini, fu affidato al comando del tenente Amedeo Guillet, noto come il Comandante Diavolo, il quale aveva avuto l'idea di arruolare[3] i più valenti fra gli uomini del negus Haile Selassie I, che si opponeva in armi all'occupazione.

    Allo scoppio della seconda guerra mondiale il Gruppo fu assegnato alle zone d'operazioni fra l'Eritrea e l'Etiopia e si distinse nei prodromi della cosiddetta Battaglia di Agordat, durante i quali ebbe uno scontro a Cherù con truppe della "Gazelle Force"[4] dell'esercito britannico, composte in parte rilevante da uomini indiani di etnia Sikh[5].

     
    Amedeo Guillet alla guida del suo Squadrone.

    L'azione, finalizzata a ritardare l'inseguimento delle truppe italiane in ritirata, consistette in una grande carica di cavalleria in due tornate. Nella prima furono circa 60 i cavalli impegnati, che attaccarono presentandosi in formazione estesa, tutti l'uno a fianco all'altro, sparando e lanciando granate sino a circa 20-25 metri dal nemico, quando fu abbattuta l'ultima unità[6]; il secondo attacco fu lanciato dopo circa un'ora dal precedente, con tutte le restanti 500 unità, a fronteggiare l'uscita dei Sikh, che travolse, e fu fermato solo dopo il contatto con le artiglierie nemiche[6].

    Dopo i due assalti, definiti nel bollettino di guerra britannico "il più brillante e temerario episodio di questa campagna"[7], complessivamente 179 cavalieri (fra cui il carissimo amico di Guillet, il tenente Renato Togni[8]) restarono uccisi, circa 260 feriti, mentre i cavalli uccisi furono 89 e quelli feriti 68[6].

    L'ufficiale britannico che subì l'assalto in seguito così descrisse l'avvenimento:

    «Quando la nostra batteria prese posizione, un gruppo di cavalleria indigena, guidata da un ufficiale su un cavallo bianco, la caricò dal Nord, piombando giù dalle colline. Con coraggio eccezionale questi soldati galopparono fino a trenta metri dai nostri cannoni, sparando di sella e lanciando bombe a mano, mentre i nostri cannoni, voltati a 180 gradi sparavano a zero. Le granate scivolavano sul terreno senza esplodere, mentre alcune squarciavano addirittura il petto dei cavalli. Ma prima che quella carica di pazzi potesse essere fermata, i nostri dovettero ricorrere alle mitragliatrici[9]»

    Amedeo Guillet partecipò, alla testa di quello che rimaneva del suo Gruppo Bande Amhara ormai appiedato, anche alle battaglie di Cochen e Teclesan, prima della caduta di Asmara avvenuta il 1º aprile 1941. Molti àscari decisero comunque di proseguire con Guillet la guerriglia in Africa Orientale.

    NoteModifica

    1. ^ a b Fonte, da esteri.it.
    2. ^ Così in materiale celebrativo: immagine.
    3. ^ Disubbidendo alla direttiva che imponeva di giustiziare gli indigeni che opponevano resistenza all'invasione italiana; fonte: "La storia siamo noi"[collegamento interrotto].
    4. ^ IV e V Divisione indiana.
    5. ^ Fonte.
    6. ^ a b c Anthony Mockler, Haile Selassie's War, Signal Books, 2003, ISBN 1902669533.
    7. ^ Fonte: Indro Montanelli, Corriere della Sera, disponibile online su corriere.it.
    8. ^ Insignito in seguito alla sua eroica azione, che lo portò alla morte, con la Medaglia d'Oro al Valor Militare.
    9. ^ Arrigo Petacco, Faccetta nera, Milano, Mondadori (Le scie), 2003, pag. 218.

    BibliografiaModifica

    • Sebastian O'Kelly. Amedeo. The True Story of an Italian's War in Abyssinia Harpercollins. London, 2003 ISBN 0007139950
    • Vittorio Dan Segre. La guerra privata del tenente Guillet Corbaccio Editore, 1993. ISBN 8879720260.

    Voci correlateModifica