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Guglielmo Raimondo III Moncada

politico italiano
Guglielmo Raimondo Moncada Peralta
Marchese di Malta e Gozo
Conte di Agosta, Conte di Sclafani
Stemma
In carica 1392-1396
Investitura 28 gennaio 1392
Predecessore Matteo I Moncada
Successore Matteo II Moncada
Altri titoli Barone delle onze annue 500 d'oro sulle tratte di Agosta, del tarì uno sopra il porto di Brucolo, di Alcamo, di Calatafimi, di Calattubo, di Favara, di Favignana, Levanzo e Maretimo, di Ferla, di Lipari, di Mineo, di Monteclimaco, di Naro, di Riesi, di San Giuliano, di Sortino, di Sutera, Signore di Delia, di Gibellina, di Guastanella, di Manfrida, di Misilmeri, di Montechiaro, di Mussomeli, di Sant'Angelo Muxaro.
Morte Lentini, 1398
Sepoltura Convento di San Domenico
Luogo di sepoltura Lentini
Dinastia Moncada
Padre Matteo I Moncada
Madre Giovanna Peralta d'Aragona
Coniugi Beatrice Alagona Palizzi
Stefania Carroz Lauria
Figli Matteo (I)
Religione Cattolicesimo

Guglielmo Raimondo Moncada Peralta, marchese di Malta e Gozo (... – Lentini, 1398), è stato un nobile, politico e militare italiano del XIV secolo.

Indice

BiografiaModifica

Nacque da Matteo, conte di Agosta e dalla di lui prima consorte Giovanna Peralta d'Aragona dei conti di Caltabellotta. Succeduto al padre nel titolo di Conte di Agosta dopo il 1378, divenne in seguito il più titolato e potente della sua famiglia.[1] Pur essendo uno dei feudatari più potenti della Sicilia, fu escluso dal Governo dei Quattro Vicari generali[2], istituito dal re Federico IV d'Aragona poco prima di morire nel 1377[3], allo scopo di evitare il verificarsi di lotte baronali in Sicilia, e dunque il riproporsi di una nuova lotta tra la fazione dei Catalani e la fazione dei Latini, i due schieramenti della nobiltà siciliana con i primi legati agli Aragonesi, i secondi invece legati ai precedenti dominatori Angioini.

Il quadrumvirato vicariale fu formato da Artale Alagona, conte di Mistretta, Manfredi Chiaramonte, conte di Modica, Guglielmo Peralta, conte di Caltabellotta, e Francesco Ventimiglia, conte di Geraci[3], e dopo la morte del Sovrano aragonese, amministrarono di fatto l'isola, poiché esso aveva lasciato come unica erede la figlia, Maria, duchessa di Atene e Nepatria, per la quale il padre aveva nominato l'Alagona suo tutore fino al compimento del diciottesimo anno.[3] Il Conte di Mistretta, si adoperò affinché la Principessa Maria fosse data in sposa ad un nobile di origine latina, e suoi pretendenti furono Ottone III dei marchesi del Monferrato e Gian Galeazzo Visconti, duca di Milano.[4]

La decisione dell'Alagona di designare il Visconti come sposo della Principessa Maria[4], incontrò la decisa opposizione da parte del Moncada, il quale, nel 1379, approfittando dell'assenza del medesimo recatosi a Messina proprio per accordarsi con il Duca di Milano[5], irruppe al Castello Ursino di Catania, dove si trovava la figlia del Re Federico, che rapì e condusse ad Augusta.[2] L'iniziativa del Conte Guglielmo Raimondo ebbe l'approvazione di papa Urbano VI[6], il quale intendeva dare Maria in sposa al nipote Francesco Prignano, e lo sollecitò con un breve a non fargli sposare un aragonese.[2] Inoltre, l'impresa di cui si rese autore gli valse l'appellativo de il Conquistatore.[7]

Augusta venne in seguito assediata dalle forze di Artale Alagona, e perciò il Moncada condusse la Principessa Maria nel castello di Licata, dove nel 1381, incontrò emissari del re Pietro IV d'Aragona, consegnandola a questi ultimi.[2][8] A sua volta, Licata fu assediata dalle forze guidate dal Chiaramonte, e la Principessa fu portata nuovamente ad Augusta, e dopo la sua conquista avvenuta nel 1382 da parte del Conte di Mistretta, a Cagliari.[2] Il Moncada riparò successivamente in Catalogna assieme alla famiglia, dove chiese aiuto alla Corona aragonese per chiedere l'intervento in Sicilia ed ottenere il riconoscimento dei suoi meriti nel rapimento.[2] Essendosi l'Alagona impadronito dei suoi feudi siciliani, il re Martino d'Aragona, gli assegnò quelle aragonesi di Granollers, Caldes de Montbui e San Vicente, poi scambiate col Conte d'Urgel ricevendo in cambio la baronia di Chiva nel Regno di Valenza.[2][9]

Martino il Giovane, figlio del precedente, sposò l'erede al trono del Regno di Sicilia la Principessa Maria tra il 1389 e il 1392, e tale unione fu fortemente osteggiata da molti baroni siciliani, a partire dagli Alagona e dai Chiaramonte. Nel 1392, Martino sbarcò in Sicilia per prendere possesso dell'isola e fu incoronato insieme a Maria nella Cattedrale di Palermo. Molti dei signori che gli si erano opposti prestando il giuramento di Castronovo del 1391, fecero atto di sottomissione, e i Chiaramonte si ritrovarono insieme ai soli Alagona a fronteggiare l'esercito catalano di Bernardo Cabrera. Andrea Chiaramonte, erede di Manfredi, sconfitto e tradito, fu catturato e condannato alla pena capitale. Giustiziato per decapitazione a Palermo davanti al palazzo Chiaramonte-Steri, i suoi beni furono confiscati e divisi fra il Moncada e il Cabrera.

Con privilegio del 28 gennaio 1392, al Moncada furono assegnati la Contea di Malta e Gozo di cui fu investito col titolo di marchese, l'isola di Lipari, le città di Naro, di Mineo, di Sutera, le terre di Delia, Mussomeli, Manfrida, Gibellina, Favara, Sant'Angelo Muxaro, Montechiaro, Guastanella, Misilmeri, ed il castello di Mongiolino.[1] Dichiarato regio consanguineo con privilegio del 14 aprile dell'anno medesimo, ottenne tutti i beni, anche feudali senza vassalli, appartenuti ai Chiaramonte e agli Alagona.[1] Un altro privilegio del 19 ottobre, lo investì delle baronie di Calatafimi, Alcamo, Calatubo, delle isole di Favignana, Levanzo e Marettimo.[1] Con due successivi privilegi, del 15 febbraio 1395 e 18 novembre 1396, ebbe Ferla, Riesi, San Giuliano, Sortino, Monteclimaco e altri, nonché le baronie delle onze annue 500 d'oro sulle tratte di Agosta, del tarì uno sopra il porto di Brucoli.[1] Guglielmo Raimondo occupò anche diversi incarichi politici e militari: fu infatti, Gran connestabile, capitano generale di tutta la cavalleria siciliana e Gran Giustiziere del Regno.[1]

Pervenuto al massimo della potenza, una sentenza emanata il 16 novembre 1397 dalla Gran Corte lo dichiarò fellone e tutti i suoi beni gli furono confiscati.[1] La condanna per fellonia si fondava sulla ribellione che avrebbe organizzato in quell'anno contro la monarchia assieme ad altri baroni, come Antonio Ventimiglia, conte di Collesano e Bartolomeo d'Aragona, barone di Cammarata.[2] A spingere il Moncada a commettere questo atto di infedeltà verso la Corona aragonese che aveva sempre appoggiato, i suoi malumori verso i Martini dovuti all'esclusione dal Consiglio Regio che si era formato quando Martino il Vecchio era tornato in Aragona e il peso crescente che era dato all'almirante del Regno, Bernardo Cabrera, conte di Modica.[2] Secondo altre fonti, invece, sarebbe stato vittima di una congiura ordinata da Pietro Serra, vescovo di Catania, il quale fece credere al Re Martino di essersi ribellato[1] , o che il medesimo lo istigò alla ribellione.[10]

La sentenza di fellonia diede enorme dispiacere al Moncada, che sentitosi offeso nell'onore, morì a Lentini, nel Val di Noto, nel 1398, ed ivi sepolto nella chiesa del convento dei Frati domenicani.[11] Ebbe due mogli: la prima fu la nobildonna Beatrice Alagona Palizzi, figlia di Giovanni conte di Novara, da cui ebbe cinque figli (Matteo, Giovanni, Isabella, Giovanna ed Eleonora), la seconda fu Stefania Carroz Lauria, figlia di Francesco, ammiraglio catalano e governatore del Regno di Sardegna e Corsica, da cui ebbe due figli (Guglielmo Raimondo, Sibilla).[2][12] Ebbe anche un figlio naturale, di nome Simone.[1]

NoteModifica

  1. ^ a b c d e f g h i Spreti, p. 637.
  2. ^ a b c d e f g h i j Vittozzi.
  3. ^ a b c Padre F. Aprile, Della cronologia universale della Sicilia, Bayona, 1725, p. 193.
  4. ^ a b Lengueglia, p. 185.
  5. ^ Lengueglia, p. 193.
  6. ^ Lengueglia, p. 198.
  7. ^ S. Spoto, I gattopardi: storie, passioni, misteri e intrighi dell'aristocrazia di Sicilia, Newton Compton, 2007, p. 193.
  8. ^ Lengueglia, pp. 197-200.
  9. ^ Lengueglia, p. 207.
  10. ^ G. B. Caruso, Storia di Sicilia, a cura di Di Marzo, vol. 3, Lao, 1876, p. 247.
  11. ^ Lengueglia, p. 232.
  12. ^ A. Marrone, Repertorio della feudalità siciliana (1282-1390), Associazione Mediterranea, 2006, Mediterranea : ricerche storiche. Quaderni vol. 1, p. 287.

BibliografiaModifica

  • G. A. della Lengueglia, Ritratti della prosapia et heroi Moncadi nella Sicilia, vol. 1, Valenza, Sacco, 1657.
  • F. M. Emanuele Gaetani, marchese di Villabianca, Della Sicilia nobile, vol. 1, Palermo, Stamperia de' Santi Apostoli, 1754, pp. 88-90.
  • V. Spreti, Enciclopedia storico-nobiliare italiana, vol. 5, Bologna, Forni, 1981.

Collegamenti esterniModifica