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La locuzione latina gutta cavat lapidem, letteralmente 'la goccia perfora la pietra', vale come esortazione pedagogica per ricordare che con una ferrea volontà si possono conseguire obiettivi altrimenti impossibili.

Indice

StoriaModifica

La sentenza era un proverbio diffuso e citato da autori di età classica: è documentato, infatti, in poesia da Lucrezio (De rerum natura, I 314 e IV 1281), da Ovidio (Epistulae ex Ponto, IV, 10 e Ars amandi I, 476) e Albio Tibullo (Elegiae I, 4, 18).

(LA)

«Gutta cavat lapidem, consumitur anulus usu»

(IT)

«La goccia scava la pietra, l'anello si consuma con l'uso»

(Ovidio, Epistulae ex Ponto, libro IV, 10, 5.)

In tutti questi autori esso, essendo un perfetto hemiepes, si presta sia come primo emistichio di esametro che come membro di pentametro dattilico.

In prosa è invece impiegato in età neroniana da Seneca (Naturales quaestiones IV, 3)

Pochi decenni dopo, sempre in ambito naturalistico è documentata anche in greco da Galeno: Κοιλαίνει πέτραν ῥανὶς ὕδατος ἐνδελεχείῃ, cioè Con la costanza un gocciolio d'acqua perfora anche una rupe[1].

Il significato sicuramente logico è quindi che la goccia scava nella roccia non con la forza, ma goccia a goccia; parimenti, il tempo e la pazienza possono portare a grandi risultati.

SviluppoModifica

Nel corso del Medioevo la sentenza fu ampliata nell'esametro gutta cavat lapidem non vi, sed saepe cadendo, cioè "la goccia perfora la pietra non con la forza, bensì con il continuo stillicidio", usando cioè la seconda parte come spiegazione della analogia introdotta dal proverbio.

VarianteModifica

La si ritrova citata e ulteriormente glossata nella commedia Il candelaio di Giordano Bruno, nella scena settima dell'atto terzo:

(LA)

«Gutta cavat lapidem non bis sed saepe cadendo:
sic homo fit sapiens bis non, sed saepe legendo»

(IT)

«La goccia scava la pietra cadendo non due volte, ma continuamente;
così l'uomo diventa saggio, leggendo non due volte ma spesso»

(Giordano Bruno)

NoteModifica

Voci correlateModifica