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I basilischi

film del 1963 diretto da Lina Wertmüller

TramaModifica

La piccolissima provincia come riparo dal mondo e dalle responsabilità, rifugio per giovani cresciuti nell'accidia senza lo straccio di un ideale o di un obiettivo che non sia quello di una decorosa sopravvivenza.

Francesco, Sergio e Antonio sono tre giovani privilegiati che vivono in un tipico paesino di provincia, Minervino Murge situato tra la Puglia e la Basilicata: il film è il ritratto della loro vita, ormai troppo intrisa di apatia e provincialismo[1], per poter far loro desiderare davvero di spiccare il volo verso mete più stimolanti.

Infatti, quando un giorno la zia di Antonio, svogliato studente universitario, gli offrirà di andare ad abitare da lei a Roma trasferendo l'iscrizione dall'Università di Bari a quella della capitale, dopo poco tempo egli rinuncerà e farà ritorno al paese, incapace di abbandonare pregiudizi, luoghi comuni e rituali della provincia natia, ormai irreversibilmente radicati nel suo essere.

CastModifica

Del cast fa parte l'attore Antonio Petruzzi, nel ruolo di Tony. Lina Wertmüller fa anche da doppiatrice di numerosi personaggi secondari di questa pellicola.

Debutto come registaModifica

Lina Wertmüller, dopo l'esperienza come aiuto regista di Federico Fellini per il film Otto e mezzo, debutta come regista con il film I basilischi, di cui cura anche il soggetto e la sceneggiatura, e gira il film in un paese situato sulla Murgia Pugliese, al confine con la Basilicata, Minervino Murge.

ProduzioneModifica

Le scene del film sono state girate quasi interamente nei comuni Pugliesi di Minervino Murge e Spinazzola ed in Basilicata nel comune di Palazzo San Gervasio.

Premi e riconoscimentiModifica

La regista per questo film si aggiudica la "Vela d'argento" al Festival di Locarno del 1963 e ottiene premi - in seguito - anche a Londra e a Taormina.

NoteModifica

  1. ^ La parola "basilisco", che deriva dal greco, significa reuccio, ma sta a designare anche un genere di rettili dell’America tropicale. Nel Medioevo si dava il nome basilisco ad un immaginario animale, dal corpo di serpente con la testa ornata di tre piccole sporgenze acuminate. Secondo la credenza dell’epoca, il basilisco dava la morte con lo sguardo e moriva al solo vedersi in uno specchio: sembra sia questa la versione zoologica della vicenda mitologica di Narciso. Credo che nel titolo del film permanga una certa ambiguità o, se si preferisce, ambivalenza e tuttavia, essendosi la regista ispirata a I vitelloni di Federico Fellini, film del 1953, si potrebbe dedurre che I basilischi, piuttosto che evocare realtà e regalità bizantine, proprio come il capolavoro felliniano, facciano allusione e riferimento ad una sorta di idealtypus – absit iniuria verbis – zoo-antropologico, che Fellini prima e Wertmüller poi si divertono a mettere alla berlina. I contesti geografici, economici e sociali sono diversi, ma i protagonisti, mutatis mutandis, sembrano proprio gli stessi: i basilischi sono, infatti, i vitelloni nostrani, della Basilicata": Viscardi Giuseppe Maria, La Basilicata tra il Cristo di Levi e il familismo amorale di Banfield, Ricerche di storia sociale e religiosa: 80, 2, 2011, p. 300 (Roma: Storia e letteratura, 2011).

Collegamenti esterniModifica

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