Il colombre e altri cinquanta racconti

raccolta di racconti di Dino Buzzati
Il colombre e altri cinquanta racconti
AutoreDino Buzzati
1ª ed. originale1966
Genereraccolta di racconti
Sottogeneregrottesco
Lingua originaleitaliano

Il colombre e altri cinquanta racconti è una raccolta di racconti di Dino Buzzati del 1966. [1]

RaccontiModifica

Il colombreModifica

Il racconto è stato pubblicato per la prima volta sul quotidiano il Corriere della Sera il 22 agosto 1961, successivamente nella raccolta Il colombre e altri cinquanta racconti.[2]

Trama

Il giovane Stefano Roi, figlio di un marinaio, per il compleanno chiede al padre di portarlo con sé in mare: il padre acconsente, e Stefano si imbarca. A bordo, però, il ragazzo vede un colombre, un animale marino che sceglie le sue vittime tra i marinai perseguitandoli fino alla morte.

Poiché il colombre può essere visto soltanto dalla vittima e dai suoi familiari, solo Stefano e suo padre si accorgono della sua presenza; quest'ultimo, preoccupato per il figlio, lo fa sbarcare (adducendo come scusa per i marinai un improvviso malessere) e gli raccomanda di non lasciare la terraferma, mandandolo a studiare in una città dell'entroterra per sicurezza.

Stefano intraprende gli studi, e si costruisce una vita; tuttavia, si sente ossessionato dall'idea del colombre. Dopo la morte di suo padre, Stefano, ventiduenne, torna in patria dalla madre dicendole di voler seguire le sue orme facendo il marinaio.

La madre, ignara della leggenda, acconsente felice. Stefano passa da una nave all'altra, e il colombre lo segue per tutto il mondo. Girando il mondo si accorge di essere invecchiato; prende quindi la decisione, di cui rende partecipe il suo secondo ufficiale, di affrontare il colombre. Si fa calare in mare su una scialuppa con un arpione, e in breve trova il colombre. L'animale è enorme; quando Stefano sta per colpirlo questi lo ferma, dicendogli che il Re del Mare lo ha incaricato di dargli una perla in grado di esaudire ogni suo desiderio.

Il racconto si conclude con il ritrovamento della barca con dentro il cadavere di Stefano che stringe un sassolino bianco nella mano ormai scheletrica.

Analisi

Si tratta di uno dei racconti più celebri e più significativi di Buzzati: una sorta di "favola moderna" il cui tono drammatico e il non lieto fine vogliono essere di esempio per chi rovina la propria vita rifuggendo dalle paure dei propri genitori – è infatti il padre a indurre Stefano a temere il Colombre –, diventandone così vittima anziché affrontarle e, superandole, aspirare alla felicità e alla pace dello spirito (esattamente ciò che vorrebbe donare la perla del Re del Mare).

Nel racconto torna magistralmente il tema dell'attesa centrale ne Il deserto dei Tartari: sia Stefano che il colombre, infatti, aspettano per tutta la propria vita il momento del loro incontro.

La creazioneModifica

La lezione del 1980Modifica

Generale ignotoModifica

L'erroneo fuModifica

L'umiltàModifica

E se?Modifica

Riservatissima al signor direttoreModifica

L'arma segretaModifica

Un torbido amoreModifica

Povero bambino!Modifica

Il seccatoreModifica

Il contoModifica

Week-endModifica

Il segreto dello scrittoreModifica

Storielle della seraModifica

Cacciatori di vecchiModifica

Il racconto è stato pubblicato per la prima volta sul quotidiano il Corriere della Sera il 10 aprile 1962, successivamente nella raccolta Il colombre e altri cinquanta racconti.[2]

Trama

Roberto Saggini, quarantenne di bell'aspetto, si ferma con la sua macchina davanti a un bar aperto per comprare le sigarette. Quando esce, sente un fischio e davanti a lui compaiono circa una decina di ragazzi di età compresa tra i dodici e i vent'anni che iniziano a dare addosso a Saggini al grido di "Dagli! Dagli al vecchio!". Saggini allora scappa terrorizzato, anche perché il leader di quella baby gang è Sergio Regora, il capo più crudele e spietato. Dopo una corsa disperata per salvarsi la vita, Saggini arriva ad una scogliera e si butta. Riporterà solamente qualche frattura, ma avrà salva la vita. Intanto la baby gang, trionfante per la "caccia", si incammina verso le proprie case. Rimangono solamente Regora con la sua ragazza che, all'improvviso, notano qualcosa di strano: specchiandosi ad una vetrina illuminata da un lampione, si accorgono infatti di non essere più i ragazzi giovani ed aitanti di una volta ma sono di colpo diventati due anziani. Non fanno in tempo a sorprendersi che subito sbuca dal nulla un'altra decina di ragazzi, che grida "Dagli! Dagli al vecchio!". Sergio allora comincia a correre, ma con la debolezza dell'età non riesce a sfuggire, divenendo una preda facile per il gruppetto di teppisti.

L'uovoModifica

Il racconto è stato pubblicato per la prima volta sul quotidiano il Corriere della Sera il 4 marzo del 1962, successivamente nella raccolta Il colombre e altri cinquanta racconti.[2]

Trama

Gilda Soso, una giovane madre di umili condizioni sociali, vuole che la figlia Antonella partecipi ad una speciale caccia al tesoro organizzata nella reggia del paese, dove sono in palio uova che nascondono ogni tipo di sorpresa. Approfittando di un momento di confusione, la madre riesce a penetrare nel giardino con la figlia.

La figlia però non riesce a trovare nessun uovo e gliene viene offerto uno da una bambina apparentemente impietositasi, ma che, di fronte alla propria madre, l'accusa invece di averglielo rubato.

La situazione precipita: viene scoperto che la bambina è entrata di straforo e lei e la madre sono cacciate in malo modo dalla reggia. Ma a questo punto esplode tutta la rabbia della madre, repressa in una vita di sacrifici e frustrazioni, ed è una forza inarrestabile: chi le si oppone cade morto stecchito, fulminato dalle sue parole, e a nulla vale l'intervento dell'esercito, che cinge d'assedio l'abitazione della donna.

Le autorità si vedono quindi costrette a chiedere un armistizio e Gilda chiede loro un uovo per la figlia che, tra la moltitudine di uova che le saranno offerte, non sceglierà né il più grande, né il più prezioso, ma uno uguale a quello che le era stato ingiustamente sottratto.

Diciottesima bucaModifica

La giacca stregataModifica

Il racconto è stato pubblicato per la prima volta sul quotidiano il Corriere della Sera il 4 marzo 1962, successivamente nella raccolta Il colombre e altri cinquanta racconti.[2]

Il cane vuotoModifica

Dolce notteModifica

L'ascensoreModifica

I sorpassiModifica

L'ubiquoModifica

Il ventoModifica

Teddy boysModifica

Il palloncinoModifica

Suicidio al parcoModifica

Il crollo del santoModifica

SchiavoModifica

La torre EiffelModifica

Pubblicato dapprima sul Corriere della Sera nel 1964 e poi ristampato nelle raccolte Il colombre e altri cinquanta racconti e ne La boutique del mistero.

Trama

André, operaio laborioso ed efficiente, viene assunto dall'ingegner Gustavo Eiffel per la costruzione di una torre commissionata dallo Stato. L'operaio viene assunto sotto la condizione di non rivelare mai informazioni sulla torre a nessuno, poiché Gustavo vuole costruire oltre la misura del progetto iniziale.

Quando la torre raggiunge l'altezza di 300 metri, Gustavo congeda gli operai che vogliono tornare a casa e continua con gli altri, i quali si insediano sulla torre, a causa dei lunghi tempi di discesa e risalita. Una nube bianca artificiale nasconde alla gente l'altezza effettiva della torre.

Gli operai continuano a costruire anche molto tempo dopo la morte di Gustavo Eiffel, ma la polizia, su ordine dello Stato, fa demolire la parte di torre superiore ai 300 metri e la inaugura.

Ragazza che precipitaModifica

Trama

Una ragazza si affaccia dalla sommità di un grattacielo altissimo e, presa dalle vertigini, precipita nel vuoto. Durante la caduta incontra varie persone, all'inizio miliardari e persone che hanno una vita spensierata e piena di luci, ma, mano a mano che scende, vede persone che lavorano sempre di più e la luminosità dell'esistenza di quelle persone diminuisce sempre più. Nella caduta, però, non è sola, ma è accompagnata da altre ragazze. Più Marta cade, più invecchia, fino a quando arriva a schiantarsi al suolo.

Analisi

Il narratore è esterno, onnisciente e palese, perché racconta la storia dall'esterno e conosce, commenta e interpreta i pensieri dei personaggi. Essendo un racconto breve, la narrazione ha un ritmo molto veloce, con rarissime descrizioni anch'esse veloci. Il testo è diviso in tre parti delimitate da una riga vuota, sistema usato per rendere ancor più evidenti le varie fasi della vita.

Il precipitare simboleggia la voglia di diventare in fretta adulti. Questo avviene perché l'altezza del grattacielo sembra infinita, cioè il tempo che abbiamo a disposizione sembra infinito, ma, più si va avanti, più ci si accorge che questo è un errore. Infatti quando ci si rende conto di aver sbagliato a vivere la vita con superficialità, passando sopra i problemi "come una farfalla", è troppo tardi e non si può tornare indietro.

Il magoModifica

La barattolaModifica

L'altareModifica

Le gobbe in giardinoModifica

Piccola CirceModifica

Il logorioModifica

Quiz all'ergastoloModifica

JagoModifica

ProgressioniModifica

I due autistiModifica

Viaggio agli inferi del secoloModifica

  1. I - Un servizio difficile
  2. II - I segreti della <<MM>>
  3. III - Le diavolesse
  4. IV - Le accelerazioni
  5. V - Le solitudini
  6. VI - L'Entrümpelung
  7. VII - Belva al volante

NoteModifica

  1. ^ Introduzione di Claudio Toscani a Buzzati (2013)
  2. ^ a b c d Dino Buzzati, Note, in Giulio Carnazzi (a cura di), Buzzati opere scelte, I Meridiani, Mondadori, 2012, ISBN 978-88-04-62362-5.

EdizioniModifica

Collegamenti esterniModifica

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