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Il giorno
AutoreGiuseppe Parini
1ª ed. originale1763 (Mattino), 1765 (Mezzogiorno), postumi Vespro e Notte
Generepoema
Sottogenerepoemetto didascalico-satirico
Lingua originaleitaliano

Il giorno è un componimento del poeta Giuseppe Parini scritto in endecasillabi sciolti, che mira a rappresentare in modo satirico, attraverso l'ironia antifrastica, l'aristocrazia decaduta di quel tempo. Con esso inizia di fatto il tempo della letteratura civile italiana.

Il poemetto era inizialmente diviso in tre parti: Mattino, Mezzogiorno e Sera. L'ultima sezione venne in seguito divisa in due parti incomplete: il Vespro e la Notte. Il più recente ed affidabile testo critico della prima redazione si legge in Giuseppe Parini, Edizione Nazionale delle Opere. Il Mattino (1763) - Il Mezzogiorno (1765). A cura di Giovanni Biancardi, introduzione di Edoardo Esposito, commento di Stefano Ballerio, Pisa - Roma, Serra, 2013; per la redazione definitiva restano ancor oggi insostituite le pagine di Giuseppe Parini, Il Giorno, Edizione critica a cura di Dante Isella. Parma, Fondazione Pietro Bembo/Ugo Guanda Editore, 1996.

Ecco come Parini suddivideva la giornata ideale del suo pupillo, il "giovin signore", appartenente alla nobiltà milanese.

MattinoModifica

Il "giovin signore" (questo è l'epiteto perifrastico con cui l'autore chiama il suo protagonista) è colto nel momento del risveglio a giorno fatto, in quanto per tutta la notte è stato sommerso dai suoi onerosi impegni mondani, mentre il "volgo", rappresentato da un contadino e da un fabbro, si alza all'alba. Una volta alzato, deve scegliere tra il caffè (se tende ad ingrassare) e la cioccolata (se ha bisogno di digerire la cena della sera prima), poi verrà annoiato da visite importune, ad esempio quella di un artigiano che richiede il compenso per un lavoro o di un avvocato che reclama la parcella. Seguono le cosiddette visite gradite (per esempio il maestro di francese o quello di violino); dopodiché non resta che fare toilette e darsi ad alcune letture, tese a sfoggiare poi la propria "cultura" nell'ambiente mondano. Prima di uscire, viene vestito con abiti nuovi, si procura vari accessori tipici del gentiluomo settecentesco, quali coltello, tabacchiera, parrucca etc., e sale in carrozza per recarsi dalla dama di cui è cavalier servente (secondo la pratica del cicisbeismo, di cui lo stesso Parini è forte critico).

Mezzogiorno, ribattezzato successivamente MeriggioModifica

Il "giovin signore", arrivato a casa della dama dove verrà servito il pranzo, incontra il marito della suddetta, che appare freddo ed annoiato, e che secondo i dettami della vita nobiliare lascia lei in compagnia del giovin signore. Finalmente è ora di pranzo, e i discorsi attorno al desco si susseguono, fino a che un commensale vegetariano (il vegetarianesimo era una moda discretamente diffusa tra gli aristocratici del tempo, ma Parini la trovava ipocrita, dato il loro quasi disprezzo per gli uomini di casta inferiore), che sta parlando in difesa degli animali, si infervora contro i primi che li hanno macellati. La sua invettiva fa ricordare alla dama il giorno funesto in cui la sua cagnolina, la vergine cuccia, morse il piede ad un anziano servo: questo, preso alla sprovvista, per scrollarsela le diede un calcio: la cagnolina guaì, come per chiedere aiuto. Tutti nel palazzo accorsero, la padrona svenne e, dopo aver ripreso i sensi, punì il servo con il licenziamento: egli, nonostante i venti anni di diligente servizio (in questo passo, l'ironia sorridente di Parini si trasforma in vero sarcasmo) non riuscì mai più a trovare un impiego, essendosi sparsa la anotizia del suo "delitto". Segue lo sfoggio della cultura da parte dei commensali, il caffè e i giochi.

Il rapimento del ricciolo di Alexander Pope
La trasformazione "eroica" di un soggetto inesistente

Tra i molti poemetti settecenteschi quello che più sembra anticipare il tono de Il Giorno è certamente The rape of the lock (Il rapimento del ricciolo) del poeta inglese Alexander Pope (1688-1744). Proveniente da un'agiata famiglia e frequentatore dei salotti dell'alta società londinese, Pope non risente naturalmente dell'urgenza delle stesse istanze sociali da cui prende materia la satira pariniana; significativo è però il suo lungo apprendistato sui classici, consacrato dalla notevole traduzione in distici dell'Iliade (1715-20) e da quella dell'Odissea (1725-26). Il fortunatissimo Rapimento del ricciolo (pubblicato una prima volta nel 1712 e, ampliato in cinque canti, due anni più tardi) codifica le regole fondamentali della trasformazione eroica di una materia frivola e inconsistente (quale è appunto la giornata del «giovin signore» pariniano).

VesproModifica

Si apre con una descrizione del tramonto. Per gli animali e il "volgo" la giornata finisce, invece il Giovin Signore e la dama fanno visita agli amici e vanno in giro in carrozza, ma solo dopo che la donna ha congedato pateticamente la sua cagnetta e il Giovin Signore si è rassettato davanti allo specchio. L'autore ci presenta diversi aristocratici frivoli e vanitosi, che fanno sfoggio di carrozze pompose e si illudono di essere glorificati da tutti i presenti. Poi si recano da un amico ammalato, solo per lasciargli il biglietto da visita, e da una nobildonna che ha appena avuto una crisi di nervi, mentre discutono su una marea di pettegolezzi. A questo punto il Giovin Signore annuncia la nascita di un bambino, il figlio primogenito di una famiglia nobiliare.

NotteModifica

I due amanti prendono parte ad un ricevimento notturno, ed il narratore inizia la descrizione dei diversi personaggi della sala, in particolare degli "imbecilli", caratterizzati da sciocche manie. Poi si passa alla disposizione dei posti ai tavoli da gioco (che possono risvegliare vecchi amori o creare intrighi) e infine ai giochi veri e propri e alla degustazione dei gelati. Così si conclude la dura giornata del nobile italiano del Settecento, che tornerà a casa a notte fonda per poi risvegliarsi il mattino dopo, sempre ad ora tarda.

Stile e significato dell'operaModifica

L'impronta ironica del poema mira innanzitutto ad una critica nei confronti della nobiltà settecentesca italiana, ambiente che lo stesso Parini aveva frequentato come precettore di famiglie aristocratiche, e che quindi conosceva molto bene. Libertinismo, licenziosità, corruzione ed oziosità sono solo alcuni dei vizi che l'autore denuncia nella sua opera, incarnati perfettamente da questa classe sociale che, a giudizio del poeta, aveva perso quel vigore necessario a farsi guida del popolo, come invece era stata in passato. Parini infatti non si pone come nemico della casta nobiliare (come al contrario molti pensatori del suo tempo erano), ma si fa portavoce di una teoria secondo la quale l'aristocrazia vada rieducata al suo originario compito di utilità sociale, compito che giustifica appieno tutti i diritti ed i privilegi di cui gode, e la ricchezza vada investita nel bene di tutti cittadini e non nei divertienti e nello sfarzo. Da qui si può comprendere come la sua polemica antinobiliare fosse in linea con il programma riformatore di Maria Teresa d'Austria, che puntava ad un reinserimento dell'aristocrazia entro i ranghi produttivi della società.

A spiegare la critica pariniana, è emblematica la definizione del Giovin Signore data nel proemio del Vespro, colui "che da tutti servito a nullo serve"; giocando sull'ambivalenza del verbo "servire": questo può significare essere servo di" ma anche "essere utile a". Partendo da questo punto, si può cogliere come il poeta abbia intenzionalmente costruito l'intera opera sul gioco dell'ambiguità: a una lettura superficiale (e quindi del Giovin Signore stesso) il componimento può apparire un'esaltazione ed un'adesione agli atteggiamenti della classe nobiliare, ma un approfondimento fa invece emergere tutta la forza dell'ironia volta ad una vera e propria critica, nonché denuncia sociale. L'antifrasi è evidente anche nel ruolo di "precettor d'amabil rito" che l'autore intende assumere, incaricandosi d'insegnare, attraverso Il Giorno, come riempire con momenti ed esperienze piacevoli la noia della giornata d'un Giovin Signore. Ad accentuare il senso di monotonia oppressiva è la collocazione della narrazione sempre in ambienti chiusi o ristretti, come chiusa è la mentalità dei personaggi che li popolano. Ciò fa sì che quest'opera rientri nel genere della poesia didascalica, molto diffusa nell'epoca classica e nell'Illuminismo. Le varie favole inserite all'interno dell'opera hanno anch'esse uno scopo didascalico, ma non solo: infatti, oltre a spiegare l'origine di vari costumi sociali (come per esempio la favola di Amore e Imene che spiega l'origine del cicisbeismo), hanno la funzione di rendere meno monotona la narrazione.

Lo stile è senza dubbio di alto livello, tipico del poema epico antico e della lirica classica: i frequenti richiami classici ed il tono solenne non sono da intendere solo nella loro funzione di supporto all'ironia ed alla finalità critica del componimento, ma anche come un gusto poetico estremamente colto, ricco e raffinato. La scelta stilistica del poeta di un linguaggio proprio dell'epica, di una grande attenzione ai particolari e di una minuziosità descrittiva, accompagna quindi quell'intento di ambiguità nei confronti della materia trattata: assumendo i personaggi dell'opera come veri e propri eroi del poema, mettendo su di un piedistallo i loro vizi ed i loro modi di vivere, Parini riesce acutamente a sminuirli, provocando nel lettore sì un sorriso, ma un sorriso che sa di amaro. Si può tuttavia riscontrare nel poeta, oltre alla critica verso la nobiltà e la sua inutilità pratica, anche un senso di inconfessabile lussuria descrittiva nei confronti dello stile di vita e degli oggetti che fanno parte della sfera quotidiana del giovin signore.

La lentezza e la monotonia della vita ripetitiva di quest'ultimo è data infatti anche dal lungo soffermarsi della narrazione su tolette, specchi, monili e quant'altro di invidiabile Parini notava nella vita signorile. Grazie all'influenza della corrente sensista[1], quella pariniana non è semplice descrizione, ma pura evocazione e percezione della materia che stimola i sensi del poeta. Tale celata ammirazione si traduce in una polemica più pacata nella seconda parte dell'opera rispetto alle prime due sezioni. Se nel Mattino e nel Mezzogiorno gli attacchi sarcastici erano violenti e senza accenno di condono di qualsivoglia pecca, il Vespro e la Notte risentono dell'equilibrio stilistico e compositivo, nonché di tono, che si andava affermando alla fine del XVIII secolo grazie alla nascente sensibilità neoclassica.

Se consideriamo la prima parte de Il Mattino (vv. 33- 157) notiamo evidenziati il valore morale della laboriosità, la condanna del parassitismo e del lusso ozioso dei nobili, ma anche troviamo testimonianza dell'Illuminismo conservatore di Parini, influenzato dall'egualitarismo di Rousseau e dalla teoria economica dei fisiocratici, fondata sul lavoro agricolo più che sui commerci. Il poeta condanna con sarcasmo l'economia imprenditoriale che, per offrire nuovi generi di lusso (bevande esotiche e cibi deliziosi per i nobili), diviene occasione di ingiustizie sociali (le mille navi del colonialismo, v. 142) e di violenze al prezzo della libertà e della vita dei popoli (le atrocità commesse dai conquistadores Pizarro e Cortés, vv. 150-155).

L'opera è dunque un poema didascalico-satirico, una satira di costume contro la nobiltà, ed esprime gli ideali della borghesia lombarda seguace dei princìpi dell'Illuminismo.[2]

NoteModifica

  1. ^ Raffaele Spongano, La poetica del sensismo e la poesia del Parini, Pàtron, Bologna, 1964.
  2. ^ G.Petronio, Parini e l'Illuminismo lombardo, Feltrinelli, Milano, 1961.

Collegamenti esterniModifica

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