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StoriaModifica

La creazione e le prime attivitàModifica

Fu fondata nel 1953 a Torino con la denominazione Spirea, da tre soci: Armando Campioni, Adelchi Candellero e Filippo Gatta. La società si trasferì qualche anno dopo a Rivalta di Torino, e - nel 1956 - cambiò due volte ragione sociale: prima in Indel (INDustria ELettrodomestici) e, poi, in Indes (INDustria Elettrodomestici Spa). Il suo marchio era costituito da un ovale sormontato da uno scudo coronato nel quale viveva l’acronimo. Solo nel 1961, assunse la ragione sociale definitiva, battezzando il marchio definitivo : Indesit (INDustria Elettrodomestci Spirea ITalia). Venne acquisito anche il marchio Hirundo, con cui fu proposta una linea nel settore bianco (frigoriferi, lavatrici e altri elettrodomestici), oltre che apparecchi nel settore bruno, come radio a transistor con marchio Indesit-Hirundo. Indesit partecipò inoltre per il 6% nella Sèleco di Pordenone, all'epoca in cui il controllo era detenuto da Giovanni Mario Rossignolo, cedendo impianti in disuso per la fabbricazione di televisori. Zanussi e REL erano i maggiori azionisti in Sèleco a quell'epoca.

La crisi degli anni '80Modifica

Nel 1980, la Indesit andò in crisi e venne posta in amministrazione controllata, da cui uscì nel 1984, quando fu ricapitalizzata per 74 miliardi di lire e vi entrarono nuovi soci.[1] Tuttavia per l'azienda torinese la crisi continuò e la ripresa non avveniva; a seguito di ciò nel 1985 cedette la sua divisione elettronica alla Olivetti.[2]

Molte furono le trattative per trovare un partner industriale e finanziario, ma la situazione era talmente grave da portare, nello stesso anno, l'azienda all'amministrazione straordinaria, in base alla legge Prodi, e il Tribunale di Torino nominò commissario il dott. Giacomo Zunino.[3] Da diversi anni i posti di lavoro in azienda erano drasticamente diminuiti, ridotti a poco più di 7.000 addetti, la maggior parte dei quali in cassa integrazione.

Le acquisizioni della Merloni e della WhirlpoolModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Merloni Elettrodomestici e Whirlpool Corporation.

Nonostante fosse commissariata, l'azienda migliorò gradualmente i conti, e nel 1987 fu acquistata all'asta dalla Merloni Elettrodomestici già conosciuta per il marchio Ariston e fino ad allora principale concorrente in Italia della Indesit stessa. Nell'operazione il gruppo marchigiano investì ben 50 miliardi di lire nell'acquisizione della società, e altri 100 miliardi ne furono previsti per la ristrutturazione e il risanamento.[4] Indesit divenne il primo marchio dell'azienda, e furono mantenuti soltanto gli stabilimenti di None, Carinaro e Teverola. Sotto la gestione Merloni, il marchio Indesit ritornò protagonista nel mercato degli elettrodomestici, tanto da permettergli, nel corso degli anni novanta, di divenire il secondo in Europa.[5]

Nel febbraio 2005 la Merloni Elettrodomestici venne rinominata Indesit Company. Successivamente la Indesit Company ha usato i marchi Ariston abbinato a Hotpoint, quest'ultimo acquisito nel 2001, Scholtès, società francese assorbita già alla fine degli anni '80, e Indesit. Esistono inoltre controllate e joint venture in Russia e Cina con marchi anche locali, avendo effettuato nuove acquisizioni che hanno portato l'azienda ad essere tra i leader nei vari mercati. Nel 2014 Indesit Company passa sotto il controllo della Whirlpool Corporation, la società viene de-listata dalla Borsa di Milano e molti managers allontanati iniziando un processo di assorbimento integrazione che ne manterrà solo il marchio.

Gli impianti produttiviModifica

Negli anni sessanta e settanta, Indesit contava ben sette impianti produttivi, di cui cinque al Nord (sparsi tra Rivalta, None e Orbassano) e due al Sud (Teverola e Carinaro, in provincia di Caserta), dove furono impiegati circa 12.000 addetti.

Prodotti e attivitàModifica

Indesit produceva sia elettrodomestici "bianchi" che televisori e registratori di cassa. L'azienda conobbe un rapido sviluppo produttivo e commerciale nel periodo del boom economico, divenendo la terza del settore a livello nazionale[6], dopo Zanussi e Ignis. Conquistò ampie quote sia nel mercato nazionale che estero degli elettrodomestici.

Negli anni 1960 l'azienda sperimentò un sistema di trasmissione televisiva a colori denominato ISA, che l'azienda torinese propose nel 1972 alla RAI, ma che non fu accettato dal governo italiano, perché non conforme agli altri sistemi europei.

NoteModifica

  1. ^ NEL CONSIGLIO INDESIT ENTRANO I SOCI MINORI, in La Repubblica, 26 giugno 1984. URL consultato il 26-12-2017.
  2. ^ A OLIVETTI HA ACQUISTATO IL PACCHETTO DI CONTROLLO DELLA INDESIT ELETTRONICA, in La Repubblica, 8 maggio 1985. URL consultato il 26-12-2017.
  3. ^ INDESIT, ZUNINO COMMISSARIO, in La Repubblica, 4 settembre 1985. URL consultato il 26-12-2017.
  4. ^ R. Patruno, SIGLATO L'ACCORDO PER LA NUOVA INDESIT E' MERLONI IL PADRONE, in La Repubblica, 4 dicembre 1987. URL consultato il 26-12-2017.
  5. ^ La bella estate dell'Indesit Investimenti e assunzioni, in La Repubblica, 9 settembre 2004. URL consultato il 26-12-2017.
  6. ^ M. Firpo, N. Tranfaglia, P.G. Zunino, Guida all'Italia contemporanea, 1861-1997, vol. 1, Garzanti, 1998, p. 315.

BibliografiaModifica

  • G. Ciravegna, Indesit: Storia di una fabbrica e di una lotta per il lavoro, Torino, RTP, 1986.
  • N. Crepax, Storia dell'industria in Italia: uomini, imprese e prodotti, Bologna, Il Mulino, 2002, ISBN 88-15-08408-8.

Voci correlateModifica

Collegamenti esterniModifica