Inveni portum

locuzione e motto latino, derivata da un epitaffio greco di autore ignoto tramandato dall'Antologia Palatina (Anthologia Palatina, IX.49)
Una variante latina all'ingresso di Palazzo De Angelis a San Marco di Castellabate

Inveni portum..., «ho trovato il porto» (da intendersi come metafora di rifugio o approdo esistenziale) è l'incipit di una celebre locuzione latina espressa nella forma metrica del distico elegiaco.

La locuzione originale, tuttavia, proviene da una fonte epigrammatica in lingua greca, anch'essa in forma metrica, il cui autore rimane tuttora ignoto, nonostante nel tempo vi siano stati alcuni tentativi di attribuzione.

L'epitafio ha ottenuto nei secoli numerose menzioni, in letteratura o in iscrizioni epigrafiche, fino ad almeno il Novecento, a testimonianza della notevole e duratura fortuna letteraria di cui esso ha goduto.

Indice

Testo latinoModifica

Il testo completo del distico latino, salvo alcune varianti, è pressappoco il seguente:

(LT)

« Inveni portum. Spes et Fortuna valete!
Sat me lusistis; ludite nunc alios! »

(IT)

« Ho trovato infine il mio approdo. Vi dico addio Speranza e Fortuna!
Abbastanza mi avete ingannato; ora prendetevi gioco di altri! »

Originale e rielaborazioni grecheModifica

I due versi della locuzione latina non sono originali, bensì il frutto della latinizzazione e dell'adattamento di un epitaffio greco, di autore sconosciuto, conservato nell'Antologia palatina[1]

(EL)

« Ἐλπὶς καὶ σύ, Τύχη, μέγα χαίρετε. τὸν λιμέν’ εὗρον.
Οὐδέν ἐμοὶ χ’ ὑμῖη, παίζετε τοὺς μέτ’ ἐμέ
 »

(IT)

« Speranza, e tu, Fortuna, addio! Ho trovato l'approdo. Nulla ho più a spartire con voi. Lusingate ora quelli che verranno dopo me »

(Anth. Pal., IX.49)

Una singolare ripresa di questi stessi versi si registra in altro luogo della medesima Antologia[2], in cui il tema dell'epigramma viene stavolta rielaborato attraverso un curioso sviluppo su otto esametri: il primo di essi conserva quasi intatto l'incipit dell'epigramma originale (salvo una variante lessicale), mentre, fra i rimanenti esametri, sono il secondo e il settimo ad attenersi in modo più fedele al significato letterale del secondo verso dell'epitaffio originale:

(EL)

« Ἐλπὶς καὶ σὺ, Τύχη, μέγα χαίρετε. τὴν ὀδον εὗρον.
Οὐκέτι γὰρ σφετέροις ἐπιτέρπομαι. ἔρρετε ἄμφω
[...]
παίζοιτ’, ἔστε θέλοιτε, σους ἐμεῦ ὕστερον ὄντας
 »

(IT)

« Un lungo addio, Speranza e tu, Fortuna. La mia strada ho trovato.
Di voi non ho più bisogno. Andatevene in malora.
[...]
Divertitevi a piacimento con chi verrà dopo di me »

(Anth. Pal., IX.134)

L'icastico tema dell'epitaffio non lasciò indifferente la vena amara e disincantata dell'epigrammista tardo-antico Pallada di Alessandria che, nel V secolo d.C., così se ne serviva:

(EL)

« Ἐλπίδος οὐδὲ Τύχης ἔτι μοι μέλει, οὐδ’ ἀλεγίζο
λοιπὸν τῆς ἀπάτης: ἤλυθον είς λιμενα
 »

(IT)

« Né di voi, Speranza e Fortuna, più mi curo,
né del futuro temo gli inganni, ora che giunto sono in porto.
[...] »

(Anth. Pal., IX.172[3])

Testimonianze epigrafiche latineModifica

La fortuna dell'epigramma si riflette nelle numerose testimonianze tramandate dall'epigrafia latina, sparse su un vasto territorio dell'impero romano.

Un esempio è in un'iscrizione da Pesaro, nella Regio VI Umbria.

« [...]
effugi tumidam vitam spes et fortuna valete
nil mihi vobiscum est alios deludite quaeso
[...] »

(CIL XI, 6435)

Un altro esempio è dato dall'iscrizione sull'incompiuta pietra sepolcrale di tale Lucio Annio Ottavio Valeriano, rinvenuta nel 1828 a Casal Rotondo[4][5], sulla Via Appia antica, e conservata al Museo Gregoriano Lateranense (n. Inv. 10536). Si tratta peraltro dell'unica testimonianza proveniente dalla capitale dell'impero:

« D(is) M(anibus) s(acrum) L(ucius) Annius Octavius Valerianus
evasi effugi spes et fortuna valete
nil mihi vo(b)iscum est ludificate alios »

(CIL VI, 11743[6])

È sorprendente scoprirne un'imitazione proveniente dalla remota città di Romula-Malva nella distante provincia romana di Dacia: una tavoletta di argilla, risalente al periodo a cavallo tra il II e III secolo (171230 d.C.)[7], riproduce l'epitaffio del già citato Lucio Annio Ottavio Valeriano, ripetendone perfino il nome. Gli errori nel testo (gpes e vovi(s)cum) rivelano, in colui che l'ha inciso, una conoscenza approssimativa della lingua latina, o quantomeno della sua ortografia:

« D(is) M(anibus) s(acrum) L(ucius) Annius Octavius Valerianus
evasi effugi gpes[8] et Fortuna valete
nil mih(i) vovi(s)cum[8] est ludific[ate alios]
[...] »

(AE 1980, 00767[9])

L'aver trovato, a distanza così remota, l'incredibile coincidenza del nome e del testo, con quest'ultimo che se ne distacca solo per i due refusi, ha fatto supporre che, in entrambi i casi, ci si trovi di fronte allo stesso Annio Ottavio Valeriano a cui era destinato il sarcofago incompiuto di Casal Rotondo. Egli, giunto in Dacia, forse per commercio, potrebbe aver dettato l'epitaffio in un momento critico in cui avvertì l'inatteso sopraggiungere della morte mentre si trovava in quel paese lontano[10]. L'ipotesi della morte improvvisa in Dacia darebbe anche conto del sarcofago lasciato incompiuto a Casal Rotondo, a lui destinato[10].

Fortune letterarie in epoca modernaModifica

Umanesimo rinascimentaleModifica

Frequenti menzioni latine si incontrano tra gli umanisti del XV e XVI secolo, che rimandano tutte a più antiche fonti latine, ma non a fonti greche.

Robert Burton e Francesco PucciModifica

Robert Burton, ad esempio, nella sua Anatomia della melancolia cita e traslittera in inglese[11] la versione latinizzata dell'epitaffio[11], che egli erroneamente[12] attribuisce a Prudentius[13], poeta della tarda latinità, vissuto tra il IV e IV secolo d.C. Nella traduzione di Burton l'epitaffio suona così:

(EN)

« Mine haven's found, fortune and hope adieu,
Mock others now, for I have done with you »

(IT)

« Ho trovato il mio rifugio; fortuna e speranza addio,
ingannate altri adesso, che con voi l'ho fatta finita »

(Robert Burton The Anatomy of Melancholy)

Burton stesso ci informa che l'epitaffio è riportato sulla tomba di Francesco Pucci[14] nella Chiesa di Sant'Onofrio al Gianicolo in Roma[12].

Janus Pannonius, William Lilye e Tommaso MoroModifica

Ma prima ancora di Pucci e Burton, l'epigramma è già riportato nell'opera poetica di Janus Pannonius[15] (1434 - 1472), umanista croato del XV secolo, i cui lavori furono pubblicati, con notevole fortuna, a partire dagli esordi del XVI secolo.

Nella stessa forma appare in William Lily (ca. 1468 – 25 febbraio 1522) grammatico della lingua latina e, in forma leggermente diversa, in Tommaso Moro, che di Lily era sodale: le due versioni sono presente nella miscellanea di versi, di entrambi i due amici, pubblicata nel 1518 con il titolo di Progymnasmata Thomae Mori et Guilielmi Lylii Sodalium[16]).

« Inveni portum. Spes et Fortuna valete:
Nil mihi vobiscum, ludite nunc alios. »

(William Lily[17])

« Jam portum inveni, Spes et Fortuna valete:
Nil mihi vobiscum est, ludite nunc alios. »

(Tommaso Moro, De contemptu Fortunae[17])

Luigi AlamanniModifica

 
Luigi Alamanni (1495-1556)

Ne esiste sicuramente una versione italiana, l'unica peraltro che si conosca, quella dell'umanista Luigi Alamanni (1495 – 1556)[18] in forma di due endecasillabi a rima baciata:

« Speme e fortuna addio, ch'in porto entrai
Schernite hor gli altri, ch'io mi spregio homai. »

(Luigi Alamanni, Rime)

Giuseppe Fumagalli dà della volgarizzazione di Alamanni una versione leggermente diversa:

« Speme e Fortuna addio; chè in porto entrai.
Schernite gli altri ch'io vi spregio omai »

(Giuseppe Fumagalli, Chi l'ha detto?: tesoro di citazioni italiane e straniere[19])

XVIII secoloModifica

Le Memoires di CasanovaModifica

L'epitaffio ritorna nelle Memorie di Casanova, che lo attribuisce al suo Mentore: pur riconoscendone correttamente l'origine greca e non latina, egli, tuttavia, lo indica erroneamente come traduzione di due versi di Euripide. Notare peraltro la variazione del secondo verso, nel primo emistichio (Nil mihi vobiscum est) del pentametro, che meno si discosta in tal modo dall'originale dell'Antologia Palatina:

(FR)

« J'ai trouvé le port. Espérance et hasard, adieu; vous n'êtes plus rien pour moi, attachez-vous à d'autres »

(LT)

« Inveni portum. Spes et fortuna, valete;
Nil mihi vobiscum est, ludite nunc alios. »

(Giacomo Casanova, Memoires, Tome IV - Chapitre 9[20])

L'approdo esistenziale di Gil Blas de SantillanaModifica

 
Illustrazione dal Gil Blas, di Lesage

Ma la maggior fortuna di questo episodio letterario si deve alla sua ricezione nel romanzo picaresco Storia di Gil Blas di Santillana, il capolavoro composto da Alain-René Lesage tra il 1713 e il 1747.

Gil Blas, eroe picaresco, giunge al termine del suo avventuroso vagabondare e intravede finalmente per sé una prospettiva di pace nel castello di Llíria. Per questo motivo egli fa incidere sulla porta, in lettere latine d'oro, proprio il celebre epitaffio[21].

OttocentoModifica

Lord ByronModifica

Nel 1817, in una corrispondenza diretta da Venezia a Thomas Moore, Lord Byron ne prende spunto e, riferendosi alle abitudini di vita di un comune conoscente, se ne serve per equivocare sul doppio senso tra portum, inteso come rifugio, e vino Porto, inteso come vino:

(EN)

« If ever you see ***, ask him what he means by telling me,
Oh, my friend, inveni portum? What 'portum'? Port wine, I suppose — the only port he ever sought or found, since I knew him »

(IT)

« Se mai tu dovessi vedere ***, chiedigli cosa intendeva dicendomi,
Oh, amico mio, inveni portum — Quale 'portum'? Il vino Porto, suppongo — l'unico porto che abbia mai cercato o trovato, da quando lo conosco. »

(Letters and journals of Lord Byron: with notices of his life[22])

Il rifugio di Henry Peter Brougham, "scopritore" di CannesModifica

Il distico, sempre nella forma latina, fu fatto incidere da Henry Peter Brougham, primo Barone di Brougham e Vaux, nella sua villa-rifugio di Cannes, in quello che al tempo era solo un borgo provenzale di pescatori, ma che proprio grazie alla "scoperta" da parte di Brougham, si sarebbe trasformato nel tempo in una ricercata ed esclusiva meta turistica[23].

Giardini botanici Hanbury a VentimigliaModifica

 
L'iscrizione ai Giardini Hanbury

L'epitaffio è riportato per intero, con lettere a rilievo e in bell'evidenza, in una placca murata sull'arco del porticato dell'entrata principale dei Giardini botanici Hanbury[24][25] che Sir Thomas Hanbury (1832-1907), viaggiatore e filantropo inglese, volle realizzare al promontorio della Mortola, sulla costa ligure della Riviera di Ponente, presso Ventimiglia.

In calce, l'iscrizione riporta anche, ma con lettere incise, la frase latina john bright posuit 1877, con cui si ricorda chi, nel 1877, fece apporre la lapide sull'ingresso della villa, il celebre uomo di stato inglese, di idee radicali e liberali, John Bright (1811 – 1889)[26].

Palazzo De Angelis a CastellabateModifica

 
Epigrafe di palazzo De Angelis
 
Palazzo De Angelis

La frase campeggia in un'epigrafe che sovrasta l'arco d'ingresso del palazzo nobiliare de Angelis a San Marco di Castellabate.

L'iscrizione fu apposta nel 1880, come si legge dalla data incisa in calce al testo che, disposto su due righe, così recita: inveni portum. spes[27] fortuna valete! / sat me lusistis. ludite nunc alios.

Bernardo GuimarãesModifica

La prima frase dell'epitaffio si ritrova citata nel libro Poesias novas di Bernardo Guimarães, poeta e scrittore brasiliano di Ouro Preto . In forma lievemente modificata, vi appare con lo slittamento semantico indotto dalla sostituzione di spes (speranza) con sors (sorte, destino). La frase è usata come invocazione collocata prima dell'incipit della poesia O meu valle, composta nell'agosto 1869 e dedicata all'amico e politico Ovídio João Paulo de Andrade.

« Inveni portum; sors, et fortuna, valete!... »

NovecentoModifica

Il buen retiro vesuviano di Enrico de NicolaModifica

Le prime due parole, "inveni / portum", furono fatte apporre da Enrico de Nicola, primo Presidente della Repubblica Italiana, sui due pilastri di ingresso della piccola villetta liberty a due piani di Torre del Greco, progettata da Michele Platania[28], affacciata sul Tirreno dalle falde del Vesuvio, della quale lui, napoletano, aveva fatto il suo buon retiro[29].

Una «sottile» citazione cinematografica: The Fall of the Roman Empire di Anthony MannModifica

La prima frase del distico latino fa la sua apparizione in alcuni fotogrammi di una realizzazione cinematografica del 1964, The Fall of the Roman Empire (La caduta dell'impero romano) di Anthony Mann, che si avvaleva di un cast di interpreti di prima grandezza e che presenta peraltro caratteri alquanto sui generis nell'ambito del genere peplum. I due scenografi, Veniero Colasanti e John Moore, se ne servono per una «sottile»[12] citazione cinematografica, il cui icastico significato, grazie a un preciso accostamento di immagini, sottende un'amara ironia, percepibile solo da pochissimi e avvertiti spettatori in grado di coglierla. Nella seconda parte del film, infatti, il personaggio Timonide (interpretato da James Mason) fa ritorno a Roma dalla Germania, portando al proprio séguito alcuni dei Germani pacificati. Giunto alle porte del pomerium, apostrofa il popolo romano con queste parole: «What we have done here could be done the whole world over» («Quello che abbiamo fatto qui potrebbe esser fatto sul mondo intero»). Ma a questa prospettiva universalistica della pax romana, auspicata con solennità dal proclama di Timonide, fa da contraltare un'iscrizione latina mostrata sullo schermo che, incisa su una specie di altare o sacello, scandisce su tre linee proprio l'icastico e amaro primo verso del famoso epitaffio: INVENI PORTUM / SPES ET FORTVNA / VALETE[12]. Potrebbe essere stato proprio il citato sarcofago di Francesco Pucci nella Chiesa di Sant'Onofrio al Gianicolo a essere fonte d'ispirazione per la scenografia di Colasanti e Moore[12].

NoteModifica

  1. ^ Anth. Pal., IX.49 (cfr. Friedrich Jacobs, Anton Jacob Paulssen, Charles Anthon, Anthologia Graeca, Lipsia, 1813-1817, vol. II, p. 20 Edizione online su Google book search)
  2. ^ Anth. Pal., IX.134 (cfr. Friedrich Jacobs, Anton Jacob Paulssen, Charles Anthon, Anthologia Graeca, Lipsia, 1813-1817, vol. II, p. 45 Edizione online su Google book search)
  3. ^ Anth. Pal., IX.172 (cfr. Friedrich Jacobs, Anton Jacob Paulssen, Charles Anthon, Anthologia Graeca, Lipsia, 1813-1817, vol. II, p. 45 Edizione online su Google book search)
  4. ^ Enrico Josi, "Il Museo Gregoriano Lateranense", in AA.VV., Gregorio XVI (1831-1846), Editrice Pontificia Università Gregoriana, 1948 ISBN 978-88-7652-439-4 p. 209
  5. ^ Robert Turcan, Messages d'outre-tombe. L'iconographie des sarcophages romains. De l'archéologie à l'histoire, De Boccard, Parigi, 1999 ISBN 2701801338 (p. 83 e 209)
  6. ^ CIL VI, 11743=CLE, 1498
  7. ^ Epigraphische Datenbank Heidelberg, HD006282
  8. ^ a b Così nel testo
  9. ^ Vedi anche: Epigraphische Datenbank Heidelberg, HD006282
  10. ^ a b Dumitru Tudor, Inscription funéraire identique mise au jour à Romula Malva et à Rome, in "Latomus. Revue d'études latines". Tome 39, 1980, pagg. 639-646
  11. ^ a b Robert Burton The Anatomy of Melancholy, Versione online (EN)
  12. ^ a b c d e Martin M. Winkler, Fall of the Roman Empire, p. 19, Wiley-Blackwell, 2009 ISBN 978-1-4051-8223-2
  13. ^ Robert Burton The Anatomy of Melancholy, Versione online (EN) . L'attribuzione a Prudentius è nella nota 3950.
  14. ^ La notizia riguardo alla presenza dell'epitaffio sulla tomba di Pucci è contenuta nella già citata nota n. 3950 in Robert Burton The Anatomy of Melancholy, Versione online (EN) .
  15. ^ Janus Pannonius, nella pubblicazione in 2 volumi a cura di Sámuel Teleki, Iani Pannonii Poemata, Utrecht, 1784, vol. I., p. 531, Ep. 560, (pubblicazione originale: Vienna, 1512)
  16. ^ L'epitaffio è, ad esempio a pagina 233 dell'edizione francofortese del 1689 dell'opera omnia di Tommaso Moro, a cura di Thomas Stapleton, a pag. 173 dell'edizione di Basilea, del 1518, dell'Utopia e degli Epigrams, o, ad esempio in Arthur Cayley, Memoirs of Sir Thomas More, with a new translation of his Utopia, vol. II, 1808, p. 267
  17. ^ a b Arthur Cayley, Memoirs of Sir Thomas More, with a new translation of his Utopia, vol. II, Cadell and Davis, 1808, p. 267
  18. ^ Luigi Alamanni, in Rime inedite del Cinquecento Archiviato il 17 dicembre 2007 in Internet Archive., III.9, Biblioteca italiana, 2004 (da bibliotecaitaliana.it)
  19. ^ Chi l'ha detto?: tesoro di citazioni italiane e straniere, di origine letteraria e storica, ordinate e annotate, Hoepli, 1980 pp. 516-517 (locuzione n. 1724) ISBN 978-88-203-0092-0
  20. ^ Giacomo Casanova, Mémoires de Casanova de Seingalt écrits par lui-même, Tome IV - Chapitre 9, p. 297, Paris, Garnier Frères Libraires-Éditeurs, 1880 (online dal sito dell'Université Paris-Est)
  21. ^ Alain-René Lesage, Histoire de Gil Blas de Santillane, IX, 10
  22. ^ Letters and journals of Lord Byron: with notices of his life, Lettera CCLXXXIX (da Internet Archive).
  23. ^ George Edward Woodberry, European Years: The Letters of an Idle Man, BiblioBazaar, 2009 ISBN 978-1-113-04661-1, pag. 865
  24. ^ Nicolò Peitavino, Intemelio. Conversazioni storiche geologiche e geografiche sulla città e sul distretto intemeliense Archiviato il 7 marzo 2016 in Internet Archive., 1975 (p. 33)
  25. ^ Alistair Moore, La Mortola, in the footsteps of Thomas Hanbury, Cadogan Guides, 2004 ISBN 978-18-6011-140-2 (p. 218)
  26. ^ (EN) Friedrich August Flückiger, La Mortola: a short description of the garden of Thomas Hanbury, Esq., traduzione di l tedesco da Miss Helen P. Sharpe, pubblicato in proprio, 1885, p. 17.
  27. ^ Manca la congiunzione "et"
  28. ^ Marika Falcini, Villa De Nicola, la dimora torrese del Presidente che non parlava napoletano, in Vesuvio live, 28 marzo 2015.
  29. ^ Mimmo Carratelli, Nella villa-teatro di De Nicola, dove l'incanto è sempre nuovo, in Repubblica-sezione Napoli, 9 novembre 2007. URL consultato il 25 settembre 2016.

Voci correlateModifica

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