Isabella Bresegna

«Che la via d'onestate al mondo insegna,
Bella, saggia, cortese, alma Brisegna.»

(Mario Di Leo, Amor prigioniero, II.)

Isabella Bresegna o Brisegna, italianizzazione dello spagnolo Breseño (Spagna, 1510 circa – Chiavenna, 8 febbraio 1567) fu una nobildonna spagnola vissuta prevalentemente in Italia, di fede riformata.

BiografiaModifica

Nata da nobile e ricca famiglia, fu educata a Napoli dove sposò nel 1527 il nobile capitano spagnolo Garcia Manrique. Ebbero quattro figli: Giorgio, che fu un militare come il padre, Pietro, che fu amministratore di Vespasiano Gonzaga e altre due figlie che sposarono nobili di alto rango.

Nel 1536 Isabella ascoltò il famoso predicatore Bernardino Ochino, rimanendo affascinata dalla sua eloquenza; conobbe tanto il noto intellettuale spiritualista Juan de Valdés che Giulia Gonzaga, tutte persone che nascondevano il rifiuto della fede cattolica.

Nel 1547 il marito fu nominato governatore di Piacenza, che faceva parte dello Stato di Milano, possedimento spagnolo, e Isabella lo raggiunse l'anno dopo. Dovendo questi assentarsi spesso dalla città per i suoi doveri militari, la moglie finì per assumersi anche incarichi di governo. Ma mantenne contatti con personalità di fede protestante, come Renata di Francia, alla quale rese visita nel 1551, partecipando all'eucaristia protestante, la "cena del Signore".

Nel 1553 il frate Lorenzo Tizzano, che era stato per due anni a suo servizio, fu incarcerato a Padova dall'Inquisizione, compromettendo molte persone, tra le quali Isabella Bresegna. Analoga fu la confessione del frate Giovanni Laureto il quale, incarcerato a Venezia, confessò di essere anabattista e di essere stato anch'egli a servizio della Bresegna a Piacenza, insieme con l'anabattista abate Girolamo Busale, segretario di Isabella. Anche se queste testimonianze non l'accusavano direttamente, il fatto di essersi circondata di così tante persone non cattoliche la rendeva fortemente sospetta agli occhi dell'Inquisizione.

Nel 1555 Piacenza passò nelle mani dei Farnese e i coniugi si trasferiscono a Milano. Due anni dopo la Bresegna abbandonò l'Italia per sempre, forse dapprima trasferendosi a Vienna, presso una figlia che aveva sposato un cortigiano di Massimiliano II, di qui a Tubinga, ospite di Pier Paolo Vergerio e poi, l'anno dopo, a Zurigo, ospite di una signora insieme con il figlio Pietro e un altro esule italiano: il mantenimento le veniva assicurato da Giulia Gonzaga.

Celio Secondo Curione, professore a Basilea, le dedicò l'edizione, da lui curata, delle opere di Olimpia Morata e l'Ochino, allora il pastore della comunità italiana a Zurigo, dedicò a lei, «molto singolare e diletta sposa di Christo», la Disputa intorno alla presenza del corpo di Giesù Christo nel Sacramento della Cena, apparsa a Basilea nel 1561.

Non si trovò bene a Zurigo, per le dispute teologiche allora in corso su questioni che dovevano apparirle inessenziali, e per la diversità della lingua. Nel 1561 si trasferì definitivamente a Chiavenna; qui forse ebbe contatti con anabattisti, la cui dottrina, che aveva ben conosciuto in Italia, estranea alle sottigliezze della teologia, doveva esserle più congeniale. Forse per questo motivo il Curione non le dedicò la seconda edizione delle opere della Morata, stampate nel 1562 e dedicate a Elisabetta I d'Inghilterra.

BibliografiaModifica

  • Benedetto Croce, Vite di avventura, di fede, di passione, Bari, Laterza, 1936
  • Alfredo Casadei, Donne della Riforma italiana: Isabella Bresegna, in « Religio », XIII 1937
  • Benedetto Nicolini, Una calvinista napoletana: Isabella Bresegna, in « Studi cinquecenteschi », I, Bologna, 1962
  • Antonio Stella, Dall'anabattismo al socinianesimo nel Cinquecento veneto, Padova, Liviana, 1967
  • Claudio Mutini, Isabella Bresegna, in « Dizionario Biografico degli Italiani », vol. 14, Roma, Istituto dell'Enciclopedia italiana, 1972
  • Ronald H. Bainton, Donne della Riforma, Torino, Claudiana, 1992

Collegamenti esterniModifica