Isrāʾīliyyāt

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Il termine arabo Isrāʾīliyyāt (in arabo: اسرائیلیات‎) viene usato negli ambienti storici e teologici islamici per indicare quell'antico e vasto materiale di ispirazione ebraica la cui origine viene attribuita all'ambiente culturale religioso ebraico (ma anche cristiano),[1] e, in senso esteso, proveniente dall'Ahl al-Kitāb (Gente del Libro).

Queste fonti sono servite la maggior parte delle volte a interpretare alcuni versetti del Corano, in particolare i riferimenti in esso contenute della "antiche storie" dei profeti preislamici e antico-testamentari. I Compagni di Maometto non hanno quasi mai attribuito soverchia importanza a questi racconti, forti dell'ammonimento rivolto loro dallo stesso loro Profeta:

«Il Popolo del Libro aveva l'abitudine di recitare la Torah in ebraico, spiegandolo in arabo ai musulmani [...] «Non credete al Popolo del Libro e non smentitelo. Dite piuttosto: "Noi crediamo in Dio, in ciò che è stato rivelato a noi, e in ciò che fu rivelato ad Abramo, a Ismaele, a Isacco, a Giacobbe, e alle Dodici Tribù, e in ciò che fu dato a Mosè e a Gesù, e ai profeti del Signore; non facciamo differenza alcuna fra loro e a Lui tutti ci diamo!"[2]

(Trad. di A. Bausani)

Anche ʿAbd Allāh b. Masʿūd avrebbe dichiarato: "Non domandate nulla alla gente del Libro (in materia di Tafsir), dal momento che, essendo nell'errore, non possono guidarci».[3].

Tuttavia, con le conversioni all'Islam di ebrei come Ka'b al-Ahbar, Wahb ibn Munabbih, o anche Abd Allah ibn Salam, quelli tra i salaf,[4] così come i Tabiʿūn e i tabiʿūn al-Tabiʿīn (i Seguaci dei Seguaci), cominciarono a condurre l'esegesi del loro Testo Sacro (Tafsīr) utilizzando anche questi racconti, pur stando attenti a identificarne la provenienza. In qualche misura le isrāʾīliyyāt sono comunque considerate abbastanza affidabili dall'insieme dei muḥaddithūun (specialisti dei ʾaḥādīth), malgrado essi non possano essere considerati a pieno titolo come rispondenti ai requisiti richiesti per considerare ḥasan ("buona" sotto il profilo formale e sostanziale) una tradizione islamica, giuridicamente rilevante, a meno che essi non rinviino direttamente a Maometto o ai suoi Compagni.

Le fonti delle isrāʾīliyyāt sono di tre tipi:

  1. quelle considerate come autentiche, perché confermate da quanto detto da Maometto;
  2. quelle su cui non ci si pronuncia, perché non si sa se esse siano vere o false;
  3. quelle che sono respinte, perché sono contraddette da quanto afferma il Corano o Maometto attraverso ʾaḥādīth.

NoteModifica

  1. ^ Mair Bar-Asher, «Isrâ'îliyyat», in M. A. Amir-Moezzi, Dictionnaire du Coran, éd. Robert Laffont, 2007, p. 430.
  2. ^ Corano, II:136
  3. ^ Muqaddima fī Uṣūl al-tafsīr (Introduzione alle basi dell'interpretazione esegetica), Ibn Taymiyya, p. 57.
  4. ^ I "pii antenati" delle tre prime generazioni che sono considerati dai musulmani particolarmente vicini e fedeli a Maometto e ai suoi insegnamenti dettatigli da Allah.

BibliografiaModifica

  • Camilla Adang, Muslim Writers on Judaism and the Hebrew Bible: from Ibn Rabban to Ibn Hazm, New York, E.J. Brill, 1996.
  • G.H.A. Juynboll, The Authenticity of the Tradition Literature: Discussions in Modern Egypt, Leida, E.J. Brill, 1969.
  • Uri Rubin, Between Bible and Qur'an: The Children of Israel and the Islamic Self-Image, Vol, 17 degli Studies in Late Antiquity and Early Islam, Princeton, The Darwin Press, 1999.
  • Roberto Tottoli, I profeti biblici nella tradizione islamica, Brescia, Paideia, 1999 (trad. inglese Biblical Prophets in the Qur'ān and Muslim Literature, Richmond (Surrey), Curzon, 2002).

Voci correlateModifica

Collegamenti esterniModifica

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