Kandake

titolo nobiliare

Kandake, kadake o kentake (meroitico: 𐦲𐦷𐦲𐦡 , kdke; 𐦲𐦴𐦲𐦡 , ktke), spesso latinizzato come candace (κανδάκη, kandàkē) era il termine meroitico per la sorella del re di Kush che, a causa della successione matrilineare, avrebbe dato alla luce l'erede successivo, rendendola una regina madre. Aveva la sua corte, probabilmente agiva come proprietario terriero[1] e ricopriva un importante ruolo secolare come reggente.[2] Fonti greche e romane contemporanee ne fanno erroneamente riferimento come l'omonimo nome, derivato dal modo in cui la parola è usata nel Nuovo Testamento.[3][4][5]

Rilievo raffigurante la kandake Amanitore

Fonti archeologicheModifica

Le kandake di Meroe furono descritte per la prima volta attraverso il racconto del geografo greco Strabone del 23 a.C. nella sua enciclopedia Geografia. Vi furono almeno dieci regine meroitiche regnanti tra il 260 a.C. e il 320 d.C. e almeno sei tra il 60 a.C. e l'80 d.C.[6] La rappresentazione iconografica delle regine meroitiche le raffigura come donne spesso sole e in prima linea nelle loro stele e sculture e mostrate in abiti femminili regali. Le prime raffigurazioni delle regine kushite in genere non hanno elementi egiziani che rendono il loro aspetto drasticamente diverso dai loro uomini kushite e dalle controparti egiziane. Come si vede nella Stele del sogno di Tanutamani, un grande scialle era avvolto attorno al corpo, e un secondo mantello decorato era indossato sopra al primo.[7] Tale abbigliamento era anche portato dalla madre di Taharqa durante la sua cerimonia di incoronazione.

Con gli scavi di George Reisner nei cimiteri reali di El Kurru e Nuri, il materiale archeologico divenne disponibile per studiare la regalità kushita. Inoltre alcune tombe reali di donne kushite furono trovate nel cimitero di Meroe e in Egitto ad Abido[8]. A El Kurru sei piramidi appartengono a donne reali della XXV dinastia egizia e una piramide alla regina Qalhata del periodo Napata.[9] A Nuri le tombe delle donne reali si trovano sull'altopiano occidentale, dove sono state trovate alcune iscrizioni che descrivono il ruolo che le regine madri svolsero all'interno della successione e la loro importanza durante la dinastia kushita.[10]

L'evento più importante a cui partecipavano le donne kushite era la cerimonia di incoronazione.[10] Le lunette delle stele di Tanawetamani, Harsiyotef e Nastasen forniscono tutte prove iconografiche e testuali dell'intronizzazione di questi re,[7][11] mostrando il monarca accompagnato da un membro femminile della sua famiglia, madre o moglie. La madre del re svolgeva un ruolo essenziale nella legittimazione di suo figlio in quanto re: le prove testuali delle stele dell'incoronazione di Taharqa lasciano ipotizzare che la regina madre fosse presente all'incoronazione di suo figlio. Durante la XXV dinastia kushita fu istituita la carica della Divina Sposa di Amon, la quale fungeva da contatto principale con il dio kushita Amon, svolgendo quindi un ruolo decisivo nell'ascesa al trono del re.

In Etiopia si trovano prove al di fuori della Nubia che mostrano ulteriori riferimenti al concetto di regalità kushite. L'Etiopia ha una storia dinastica lunga oltre tre millenni, risalente da prima del 1000 a.C. e che durò fino al 1973, anno del rovesciamento dell'ultimo imperatore Hailé Selassié. La cronaca ufficiale della successione dinastica della monarchia etiope discendente da Menelik I include sei regine regnanti denominate kandake: la prima è Nicauta (730-681 a.C.), con cinque successive regine del lignaggio che comprendono una discendenza matrilineare al trono.[12] Ventuno regine sono registrate come uniche reggenti nel regno d'Etiopia fino al IX secolo d.C. La conquista di Meroe da parte di Ezanà di Axum potrebbe aver fornito il falso storico per la rivendicazione dinastica etiope delle kandake nubiane e dei loro re. Ad esempio nel Kebra Nagast, la regina di Saba Makeda è anche riconosciuta come kandake o regina madre.[13]

Fonti greco-romaneModifica

Secondo Plinio il Vecchio la regina degli Etiopi portava il titolo di candace, e tale popolo aveva conquistato l'antica Siria e il Mediterraneo.[14]

Nel 25 a.C. la candace kushita Amanirenas, come riportato da Strabone, attaccò la città di Syene, l'odierna Assuan, in territorio dell'Impero Romano. L'imperatore Augusto quindi distrusse la città di Napata per rappresaglia.[12][15]

Cassio Dione scrisse che l'esercito di Kandake avanzò fino all'isola di Elefantina in Egitto, ma fu sconfitto da Petronio, il quale conquistò la loro capitale Napata e altre città.[16]

Quattro regine africane erano conosciute nel mondo greco-romano come candace: Amanishakheto, Amanirenas, Nawidemak e Malegereabar.[17]

Riferimenti nella BibbiaModifica

 
Il battesimo dell'eunuco della regina Candace (1625-30 circa, attribuito a Hendrick van Balen e a Jan Bruegel il Giovane)

Nel Nuovo Testamento si fa riferimento ad un funzionario del tesoro della regina di Etiopia Candace, il quale, di ritorno da un viaggio a Gerusalemme, incontrò l'evangelista Filippo:

« Un angelo del Signore parlò intanto a Filippo: «Alzati, e va' verso il mezzogiorno, sulla strada che discende da Gerusalemme a Gaza; essa è deserta». Egli si alzò e si mise in cammino, quand'ecco un Etiope, un eunuco, funzionario di Candace, regina di Etiopia, sovrintendente a tutti i suoi tesori, venuto per il culto a Gerusalemme, se ne ritornava, seduto sul suo carro da viaggio, leggendo il profeta Isaia. »   ( Atti 8:26-27, su laparola.net.)

La leggenda alessandrinaModifica

 
Gioielli della kandake Amanishakheto, dalla sua tomba

Una leggenda nel Romanzo di Alessandro sostiene che il condottiero macedone avesse combattuto contro Candace di Meroë,[18] tuttavia Alessandro non attaccò mai la Nubia e non tentò mai di spostarsi più a sud dell'oasi di Siwa.[19][20] Nonostante tale leggenda sia comunemente citata, non sembra esserci alcun riferimento storico ad un simile evento.[20] Lo storico Giovanni Malalas avrebbe inoltre unito il materiale del Romanzo con altri scritti, affermando che i due si fossero sposati e che Kandake fosse una regina indiana.[21][22][23]

Kandake di KushModifica

 
Piramide di Amanitore nell'odierno Sudan

NoteModifica

  1. ^ Die Frau im antiken Sudan (PDF), su archiv.ub.uni-heidelberg.de, 1999.
  2. ^ Dan'el Khan, The Queen Mother in the Kingdom of Kush: Status, Power and Cultic Role, in Teshura le-Zafrira: Studies in the Bible, the History of Israel, and the Ancient Near East Presented to Zafrira Ben-Barak of the University of Haifa, 2012, pp. 67–68.
  3. ^ Richard A. Jr. Lobban, Historical Dictionary of Ancient and Medieval Nubia, Lanham, MD, Scarecrow Press, 2003, ISBN 978-0-8108-6578-5.
  4. ^ Miriam Ma'at-ka-re Monges, Kush, in Molefi Kete Asante, Ama Mazama (a cura di), Encyclopedia of Black Studies, Sage, 2005, p. 302, ISBN 978-0-7619-2762-4.
  5. ^ John Fage, A History of Africa, Routledge, 23 ottobre 2013, p. 115, ISBN 978-1-317-79727-2.
  6. ^ W.Y. Adams, Big Mama at Meroe: Fact and Fancy in the Candace Tradition, in Conference of the Sudan Studies Association, Boston, 1994.
  7. ^ a b Monuments divers recueillis en Egypte et en Nubie, su digi.ub.uni-heidelberg.de. URL consultato il 28 ottobre 2020.
  8. ^ Leahy 1994.
  9. ^ The Royal Cemetery of Kurru, su qsap.org.qa. URL consultato il 28 ottobre 2020.
  10. ^ a b c The Candaces of Meroe, su Ancient History Encyclopedia. URL consultato il 28 ottobre 2020.
  11. ^ Stele of Harsiotef (JPG).
  12. ^ a b Carolyn Fluehr-Lobban, Nubian Queens in the Nile Valley and Afro-Asiatic Cultural History (PDF), in Ninth International Conference for Nubian Studies, Museum of Fine Arts, Boston U.S.A, 20 agosto 1998. URL consultato il 7 giugno 2018.
  13. ^ E.A. Wallis Budge, The Queen of Sheba and Her Only Son Menyelek (PDF), Cambridge Ontario, Ethiopian Series, 2000.
  14. ^ Sharon Turner, The Sacred History of the World, as Displayed in the Creation and Subsequent Events to the Deluge: Attempted to be Philosophically Considered, in a Series of Letters to a Son, Vol. 2, Longman, 1834, pp. 480–482.
  15. ^ Sir Ernest Alfred Wallis Budge, Cook's handbook for Egypt and the Egyptian Sûdân, T. Cook & Son, 1911, p. 737.
  16. ^ Dio Cassius, Histories, §54.5.4
  17. ^ Harris 2014, p.29.
  18. ^ David E. Jones, Women Warriors: A History, Brassey, 1997, p. 82, ISBN 978-1-57488-106-6.
  19. ^ David M. Goldenberg, The Curse of Ham: Race and Slavery in Early Judaism, Christianity, and Islam, Princeton University Press, 2009, p. 64, ISBN 978-1-4008-2854-8.
  20. ^ a b John Robert Morgan, J. R. Morgan e Richard Stoneman, Greek Fiction: The Greek Novel in Context, Psychology Press, 1994, pp. 117–118, ISBN 978-0-415-08507-6.
  21. ^ Malalas, Chronography, §8.194-195
  22. ^ Krzysztof Nawotka e Agnieszka Wojciechowska, The Alexander Romance: History and Literature, Barkhuis, ottobre 2018, p. 226, ISBN 978-94-92444-71-4.
  23. ^ Kenneth Royce Moore, Brill's Companion to the Reception of Alexander the Great, BRILL, June 2018, p. 464, ISBN 978-90-04-28507-1.

BibliografiaModifica

Collegamenti esterniModifica