Apri il menu principale

Odissea (miniserie televisiva)

sceneggiato televisivo RAI del 1968
Nota disambigua.svg Disambiguazione – Se stai cercando la miniserie televisiva del 1997, vedi L'Odissea (miniserie televisiva).
Odissea
Odissea Ulisse screenshot.png
Bekim Fehmiu interpreta Ulisse
PaeseItalia, Francia, Jugoslavia, Germania Ovest
Anno1968
Formatominiserie TV
Generedrammatico, avventura, fantasy
Puntate8
Durata446 min (55 minuti circa per ogni puntata)
110 min (versione italiana cinematografica)
Lingua originaleitaliano
Rapporto4:3
Crediti
RegiaFranco Rossi, Piero Schivazappa, Mario Bava
Soggettoomonimo poema di Omero
SceneggiaturaGian Piero Bona, Vittorio Bonicelli, Fabio Carpi, Luciano Codignola, Mario Prosperi, Renzo Rosso
Interpreti e personaggi
Doppiatori e personaggi
ScenografiaCarlo Cesarini da Senigallia
Effetti specialiCarlo Rambaldi, Mario Bava
ProduttoreDino De Laurentiis, Rai, ORTF, Mario Bavaria, Jadran Film
Prima visione

Odissea, sottotitolato Le avventure di Ulisse, è una miniserie televisiva trasmessa dalla Rai nel 1968, basata sull'omonimo poema di Omero. Gli attori protagonisti furono: Bekim Fehmiu nel ruolo di Ulisse e Irene Papas nel ruolo di Penelope. Fu diretto da Franco Rossi, insieme con Piero Schivazappa e a Mario Bava. L'episodio di Polifemo fu diretto interamente da Mario Bava; come aiuto regista, vi era il figlio stesso [[Lamberto Bava] (non accreditato). L'Odissea di Omero fu tradotta dal greco, a cura di Rosa Calzecchi Onesti.

Le scene furono girate principalmente negli studi cinematografici di Dino De Laurentiis, a Roma, mentre le riprese in esterna si svolsero prevalentemente in Jugoslavia[1][2]. Ogni puntata era preceduta da un'introduzione in cui il poeta Giuseppe Ungaretti leggeva alcuni versi del poema.

Lo sceneggiato è in assoluto la prima produzione della Rai realizzata a colori, in quanto prodotta in ottica di una distribuzione internazionale e dunque destinata anche a paesi in cui le televisioni trasmettevano già a colori (la Rai adottò ufficialmente il colore solo nove anni dopo, nel 1977). Odissea è stato uno degli sceneggiati Rai di maggior successo, per il livello di spettacolarità superiore a quello delle precedenti produzioni televisive.

TramaModifica

Modifica

 
Veduta delle rovine di Troia, riprese nel prologo

Circa nel 1220 a.C. nell'odierna Turchia si è combattuta la famosa guerra di Troia, cantata a lungo nei poemi epici. Sulla collina dello Scamandro, presso lo stretto dei Dardanelli, sorgeva la città di Troia, ricostruita ben 9 volte diverse a causa dei continui attacchi, come riferiva l'archeologo Heinrich Schliemann. La guerra secondo il poeta Omero era stata causata per il rapimento della regina Elena, sposa di Menelao, organizzato dal principe Paride, figlio del re troiano Priamo. Per gli storici il motivo della conquista di Troia era il monopolio del passaggio delle merci tra il Mar Mediterraneo e le terre d'Oriente. L'assalto comprendeva tutti gli eserciti dell'intera Grecia, capitanati da Agamennone e dal fratello Menelao. Troia fu distrutta solo nel decimo anno di guerra, grazie allo stratagemma del cavallo di legno proposto dall'astuto Ulisse. Sebbene vincitori, i principi e i sovrani achei patirono grandi sofferenze e dolori atroci al ritorno nell'amata patria: Agamennone verrà ucciso dalla moglie tradita, Clitemnestra, mentre Cassandra, anche lei figlia di Priamo, soccomberà nel massacro e infine Ulisse sarà costretto a viaggiare intorno al Mediterraneo per ben dieci anni.

Prima puntata: Telemaco e PenelopeModifica

 
Penelope nell'atto di tessere la tela

Atena, contenta che il re Ulisse è prossimo a fare ritorno alla sua isola natale Itaca, situata a ovest della Grecia, sotto le vesti del re Mente, giunge ad Itaca per assicurarsi che il ritorno di Ulisse sia piacevole. Purtroppo non è così: seppur accolto con rispetto dal ventenne principe Telemaco, Mente scopre che il palazzo del re di Itaca è assediato da numerosi arroganti nobili della regione, i proci, i quali aspettano con ansia che la regina Penelope si decida a prendere un nuovo marito tra di loro, supponendo che Ulisse sia morto dato che sono passati vent'anni dalla sua partenza per Troia, depredando senza ritegno la cantina e la dispensa del palazzo. Penelope tenta di prendere tempo dichiarando ai proci di dover tessere una tela in onore del suocero Laerte, ma con questo pretesto ogni notte la disfa per ricominciarla la mattina dopo.

Telemaco, su suggerimento di Mente (che sparisce così come è venuto), indice un'assemblea cittadina per poter sapere chi è dalla sua parte per poter scacciare i proci e chi è intenzionato a seguirlo sulla terraferma a chiedere informazioni di Ulisse al re Nestore, il comandante più anziano che partecipò alla guerra. All'assemblea giungono anche i proci che sostengono di essere nel giusto data la lunga assenza del re e dal fatto che Penelope sta impiegando troppo tempo nel tessere la tela. A queste risposte, Il popolo itacese tace e non osa opporsi, eppure l'indovino Egizio, notando un falco appollaiato sui merli del palazzo, intravede il successo del viaggio di Telemaco, ma viene deriso dai proci. La mattina dopo, Telemaco viene raggiunto dal maestro Mentore (di nuovo Atena travestita) e gli dona una barca e dei marinai con cui arrivare a Pilo, da Nestore. Prima di andare, Telemaco chiede alla nutrice Anticlea di non dire nulla a Penelope. Nella notte, Melanto, la giovane serva del palazzo fedele ai proci, li fa sgattaiolare all'interno per far vedere a loro che cosa succede alla tela di Penelope la notte. Scoperta, Penelope viene costretta a finire il sudario senza più scuse.

Il giorno dopo, i proci notano l'assenza di Telemaco e scoprono, minacciando un venditore di barche, che è partito davvero per cercare notizie sul padre. Preoccupati che la sua ricerca abbia successo, Antinoo, capo dei proci suggerisce di tendere un agguato a Telemaco. Arrivato a Pilo nel bel mezzo di una cerimonia sacrificale a Poseidone, Telemaco raggiunge il re dopo la cerimonia. Nestore racconta a Telemaco della sera prima del ritorno da Troia: c'era chi come Ulisse voleva punire gli alleati dei troiani e chi come Menelao che voleva tornare a casa; dopo diverse discussioni, la flotta achea si separò e Nestore non seppe più di Ulisse, perciò consiglia a Telemaco di dirigersi a Sparta, da Menelao, con suo figlio Pisistrato che gli farà da guida. Medonte, il portatore di vino, sentendo i proci, corre ad avvisare Penelope che, dopo un attimo di rabbia verso Anticlea per non averle detto nulla, prega per la salvezza del figlio.

La notte, Penelope riceve in sogno la visita di Atena, sotto le mentite spoglie di sua sorella Iftime, che le assicura che gli dei vegliano su suo figlio e anche su Ulisse. Finalmente viene presentata la figura di Ulisse: un uomo solo a capo di una misera zattera in balia delle onde che lo allontanano dalla sua destinazione finale.

Seconda puntata: Ulisse, Nausicaa e CalipsoModifica

All'inizio della seconda puntata vi è una discussione tra Zeus e Atena in cui i due sono d'accordo che Poseidone ha torturato abbastanza Ulisse e che è ora che la sua sofferenza finisca. Ulisse naufraga di fortuna su un'isola e, dopo essersi trovato un rifugio, sviene. L'isola in cui Ulisse è capitato è Scheria, governata dai Feaci, e Atena giunge in sogno alla giovane principessa Nausicaa, sotto le sembianze di una lontana amica ed entra nei sogni della fanciulla, dicendole che dovrebbe prepararsi al suo ormai prossimo matrimonio e di dirigersi con le ancelle alla foce del fiume per fare il bucato. Il giorno dopo Nausicaa di buon'ora si reca alla foce e dopo aver fatto il bucato, la principessa si mette a giocare con le ancelle, quando scorge tra i cespugli un uomo sporco, lacero e pieno di salsedine e di foglie con cui si era costruito il giaciglio. Tutte le ragazze scappano tranne Nausicaa che rimane a fissare stupita l'uomo disperato. Ulisse anche lui rimane alquanto catturato dalla bellezza della fanciulla e la paragona a una dea, supplicandola poi di portarlo con sé alla reggia per ripulirsi dai detriti delle acque.

 
L'incontro tra Ulisse e Nausicaa

Come ordinatole dalla dea e anche dal suo cuore, Nausicaa lo fa lavare e vestire dalle ancelle, ma chiede che per discrezione non lo segua a palazzo, o i giovani crederanno lo abbia scelto come sposo. Accettando i voleri della ragazza, Ulisse si dirige da solo alla chiesa, mentre una voce interna (Atena) gli suggerisce come comportarsi davanti ai sovrani: Alcinoo e Arete. I nobili e i monarchi del palazzo, sospettosi di tutti gli stranieri che giungono nella loro terra, lo riempiono di domande, per poi scusarsi riguardo al loro interrogatorio brusco e burbero, dopo che riconoscono nell'eroe un uomo buono e senza nulla da nascondere. In realtà Ulisse per non destare scalpore si è finto un povero mercante in cerca di protezione. Molto tempo prima Alcinoo racconta che il suo popolo, governato dal nonno, risiedeva nella Terra dei Ciclopi, esseri mostruosi e violenti, che turbavano in continuazione la loro vita; così decisero di trasferirsi con l'aiuto degli dei su una nuova isola, pagando loro il prezzo di essere sconosciuti a qualunque viaggiatore, fuorché Ulisse.

Ospitato a palazzo, Ulisse ha modo di sapere che i Feaci sono pacifici e che sanno costruire barche che mai affondano e che mai si perdono ma che hanno smesso di costruirle preoccupati per una profezia: Poseidone, il loro protettore, avrebbe punito i Feaci distruggendo l'equipaggio della nave che accompagnerà un suo nemico a bordo. Ulisse, intanto, passa molto tempo con Nausicaa, raccontandole che fino a qualche settimana fa era rimasto per sette anni prigioniero a Ogigia, un'isoletta in cui è esiliata la bellissima ninfa Calipso, a cui Ulisse ha resistito mentalmente, finché su ordine degli dei, lei non gli ha permesso di andare via in zattera. Pochi giorni dopo, Odisseo viene invitato a vedere i giochi che decreteranno uno sposo per Nausicaa. Il campione, quindi, chiede all'ospite di partecipare alle gare di spada, ma Ulisse, per non essere riconosciuto, rifiuta, almeno finché gli atleti mettono in dubbio la sua forza, facendo arrabbiare Ulisse che non solo batte tutti i partecipanti ma rischia anche di ucciderne uno.

Dispiaciuto, Ulisse chiede perdono ad Alcinoo, ma questi pretende di più sapere il suo nome anziché sentire le sue scuse.

Terza puntata: la distruzione di Troia e l'isola dei LotofagiModifica

 
Il cavallo di legno scoperto sulla spiaggia di Troia

Per la vittoria degli atleti, il cieco aedo Demodoco, racconto a tutti la storia delle ultima cosa che vide prima di perdere la vista: la caduta di Troia: erano passati dieci anni dall'inizio della guerra, ma nessuna delle due fazioni aveva rinunciato, finché un giorno, sulla spiaggia di Ilio, i troiani trovarono l'accampamento acheo deserto e un gigantesco cavallo di legno sulla spiaggia. Mentre Priamo e molti altri cittadini lo intendono come un'offerta degli achei a Poseidone per un viaggio senza pericoli, il sacerdote Laocoonte capisce che è una trappola o un'offerta che chieda che il dio distrugga la città. Tanto è sicuro il sacerdote di quanto ha detto, che gli conficca una lancia nel vente, quasi infilzando Ulisse e gli altri rintanati dentro. Sul punto di bruciarlo, Priamo ferma Laocoonte e ordina venga portato dentro la città per ritirare l'offesa arrecata al dio. Il piano di Ulisse funziona: con il cavallo dentro le mura, gli achei escono dalla scultura, avvisano i compagni nascosti e Troia viene espugnata. La tragedia è inarrestabile e quella stessa notte, dopo aver banchettato e festeggiato, i troiani vengono sterminati dai greci; persino Priamo, Deifobo, nuovo sposo di Elena, e Astianatte, il neonato figlio di Ettore e Andromaca, viene prelevato con forza dalla culla e gettato dalle mura da Neottolemo, il figlio spietato di Achille. Al ricordo di queste atrocità, Ulisse incomincia a singhiozzare sommessamente, scosso da violenti brividi, e Demodoco, accortosi di ciò, lo riconosce sotto lo stupore di tutti i commensali.

Telemaco e Pisistrato, intanto, giungono a Sparta, dove Menelao ed Elena sono appena ritornati dal loro viaggio, differentemente da Ulisse. I sovrani accolgono Telemaco che, al contrario delle sue aspettative, si trova davanti due coniugi tristi e duramente provati dalle fatiche della guerra e dalla sorte dei sopravvissuti. Agamennone, racconta il re, è morto ucciso da Clitennestra sua moglie e molti hanno trovato la stessa morte nelle loro case. Il sovrano racconta che l'ultima volta in cui ha sentito di Ulisse, lo ha saputo da Proteo, che gli disse anche come tornare a casa. Per poter calmare gli animi, Elena droga il vino di suo marito e gli ospiti per alleviargli il dolore e racconta della volta che vide Ulisse prima che Troia fu espugnata: dopo essersi fatto picchiare a sangue dall'amico Diomede per apparire come uno straccione, Ulisse era entrato in città presentandosi come un soldato frigio aggredito dai compagni ubriachi. La sacerdotessa Cassandra, famosa per la sua sfortuna di predire fatti futuri ma senza essere mai creduta, gli crede subito e gli confida che sa che la sua città è destinata a perdere, se dovesse essere trafugato dal tempio il Palladio di Atena. Dopo che Cassandra si allontana, sopraggiunge Elena, divenuta vedova di Paride la quale subito riconosce Ulisse, sebbene pesto e sanguinante, maledicendo la sua venuta. Ulisse infuriato la minaccia di fare il doppio gioco e di perdere inutilmente tempo in quel palazzo, dato che per lei sta combattendo l'intero esercito della Grecia; infine la lascia, mettendola in guardia dalle grinfie del marito Menelao.

 
Il villaggio dei Lotofagi

Ormai scoperto, Ulisse racconta ai Feaci delle disavventure che gli costarono il ritorno in patria, la flotta e i compagni. Partito da Troia con 12 navi e molti compagni, perde prima 6 uomini per ciascuna delle sue navi nella terra dei Ciconi, alleati dei troiani. In seguito perde 11 delle sue 12 navi nella terra dei Lestrigoni, giganti che dall'alto affondano le navi entrate nel porto; si salva solo la nave di Ulisse che per prudenza l'aveva tenuta fuori dal porto. Con l'unica nave superstite, Ulisse approda nella costa mediterranea dell'Africa, abitata anche da strani abitanti chiamati Lotofagi, ovvero mangiatori di un fiore afrodisiaco di nome Loto. Tre compagni vengono mandati in avanscoperta, ma dopo diverse ore non fanno più ritorno. Preoccupato, Ulisse li va a cercare e giunge in un immenso giardino con povere case. Tutti gli abitanti sorridono e vaneggiano ridendo, tra questi vi sono anche i tre amici di Ulisse. Essi hanno perso completamente la memoria perché si sono cibati della polvere ottenuta dalla triturazione dei fiori di quel campo, il Loto appunto, e ora non vogliono più lasciare l'isola. Persino quando Ulisse cerca di ricordar loro le mogli, i figli e le case amate i compagni ebbri non esprimono la minima considerazione e continuano a divorare il loto sghignazzando. Allora Ulisse li preleva tutti e li lega sulla nave, per proseguire il viaggio.

Approdati su un'altra isola, Ulisse e dodici dei suoi compagni vanno a fare rifornimenti e così si recano a cacciare fino a quando, seguendo delle enormi orme umane non scoprono una caverna enorme e rozza. Incuriositi, i marinai vi entrano e scoprono un enorme giacimento di formaggio, di latte e di ricotta e utensili appartenenti a un gigante: le ciotole che contengono il cibo sono enormi così come un'ascia e il giaciglio. Tuttavia Ulisse, sordo alle insistenze dei compagni che vorrebbero andare via dopo aver preso il formaggio, crede di poter instaurare un dialogo con l'abitante di cui apprezza le doti nel fare i nodi e nel produrre buona ricotta. In ogni caso non c'è più tempo per fuggire perché arrivano nella grotta gli animali del gregge.

Quarta puntata: Polifemo e il dono di EoloModifica

 
Ulisse a colloquio con Polifemo

La caverna è abitata da un gigante mostruoso e dalle abitudini animalesche di nome Polifemo. Il ciclope è orribile a vedersi, pieno di peli simile a una bestia e con un unico occhio in mezzo alla fronte. I compagni cadono in terra dal terrore non appena se lo vedono di fronte che sbarra l'entrata della caverna con un enorme masso e chiede con voce lugubre e rimbombante a loro di presentarsi. Ulisse, tentando di proteggere gli amici, chiede a Polifemo di poterli ospitare, dato che hanno bisogno di viveri, e di rispettare le leggi del dio Zeus, potente e vendicativo. Polifemo scoppia in una fragorosa e terrificante risata, dichiarando di essere figlio di Poseidone e quindi di autoproclamarsi onnipotente e di non dover obbedire a nessuno, nemmeno agli altri dei. I compagni scappano terrorizzati, ma Polifemo ne prende uno e lo stritola nella mano; di seguito ne agguanta un altro, svenuto per lo choc, che sfracella violentemente contro una pietra, per poi mangiarseli entrambi. Ulisse vorrebbe ucciderlo, subito dopo che questi si è coricato, ma viene frenato dagli amici, compreso il buon cugino Euriloco. Se Ulisse avesse trafitto al cuore il ciclope, poi nessuno avrebbe avuto la forza di rimuovere il gigantesco masso dall'entrata, e così l'eroe è costretto ad aspettare la fine di tutti. Il giorno dopo però gli viene un'idea e ordina ai compagni di prendere un grosso ramo di ulivo e di affilarlo, mentre il ciclope esce per far pascolare il gregge. Successivamente Ulisse sorteggia i compagni che avrebbero dovuto distrarre il ciclope, mentre nascondeva il tronco. Sfortunatamente i prelevati non sono abbastanza veloci e Polifemo divora anche loro.

Tutti i prigionieri stanno per perdere le speranze, se non fosse per l'astuto Ulisse che decide di far bere al ciclope il vino che si era portato dietro dalle barche come dono per gli abitanti di quella terra, un vino molto speciale e tanto concentrato che per essere bevuto normalmente dovrebbe essere allungato con ben 20 misure d'acqua. Riempito una grossa scodella, Ulisse lo afferra a stento con entrambe le braccia e lo porge a Polifemo, che sebbene sospettoso della nuova bevanda, lo assaggia, diventandone subito pazzo. Ulisse, volendolo far ubriacare, glie ne porta un altro colmo che Polifemo vuota. Ulisse, alla richiesta di Polifemo di rivelargli il proprio nome, risponde di chiamarsi “Nessuno”; al che sghignazzando il ciclope dice che per ricompensa lo mangerà per ultimo. Ulisse, senza perdere tempo, dopo che il ciclope si è addormentato ubriaco fradicio, chiama a sé gli amici che arroventano la punta del tronco: i prigionieri hanno intenzione di accecare Polifemo affinché possa farli scappare aprendo l'entrata. I compagni, compreso Ulisse, prendono il tronco fumante e si avvicinano al letto di Polifemo, salendoci sopra e posizionandosi direttamente dietro la testa del mostro per impiantare meglio il tronco. Con un grido d'incoraggiamento Ulisse e i compagni conficcano il palo, ma l'urlo di dolore di Polifemo è tanto agghiacciante e rimbombante che li fa cadere tutti a terra, mentre il ciclope, agitando le mani, crea un gran disordine e fracasso nella spelonca. Chiama urlando anche i suoi fratelli ciclopi i quali, accorrendo, chiedono cosa o chi gli stia facendo del male. Alla risposta “Nessuno mi fa del male!” i ciclopi dicono a Polifemo che non possono fare e niente e che lui deve pregare Poseidone e lo abbandonano.

Dopo una notte di grida continue e agonizzanti, Polifemo il mattino seguente apre la porta della caverna per far uscire le pecore e le capre. Ulisse e i suoi compagni si legano al ventre delle capre unite a gruppi con delle corde, tranne Ulisse che si aggrappa di sotto al vello del montone del gregge, per non farsi riconoscere dal ciclope che tasta una a una le pecore. L'ariete esce per ultimo e Polifemo, dopo aver detto parole di affetto verso il capogregge, pronuncia una maledizione contro Ulisse chiamando a sé suo padre Poseidone. Mentre i compagni si affrettano a risalire sulla barca, Ulisse preferisce rimanere sulla terra ancora un momento per schernire Polifemo comunicandogli che ad accecarlo è stato Ulisse, il re di Itaca. Polifemo, pazzo di rabbia, si arrampica su una sporgenza, maledicendolo e gettando contro la nave vari massi, supplicando il padre di far naufragare la barca del nemico. E di fatti, poco dopo partito, Ulisse sarà costretto per le cattive condizioni del mare ad approdare sull'isola di Eolo, il dio padrone del vento.

 
L'incontro di Ulisse con Eolo

Proseguendo il racconto, Ulisse giunge sull'isola di Eolo e decide di avventurarsi da solo. Entrato in un palazzo, Ulisse entra in un'enorme e sfarzosa stanza da banchetto piena di vapore blu e di “eroti” (ragazzini flautisti) che suonano vari strumenti e distribuiscono vino. Al termine della stanza vi era una grande tavolata piena di ogni ben di dio con seduti al centro Eolo e ai suoi lati i familiari: i figli e le figlie che aveva fatto sposare tra di loro per tenere unita la famiglia. Eolo è molto anziano e corpulento dai capelli argentei e chiede all'eroe di mangiare con loro raccontando le sue imprese della guerra di Troia. Ulisse rimarrà a mangiare per vari mesi raccontando e ripetendo varie volte le sue storie, finché non chiede al dio di lasciarlo andare. Eolo acconsente e per di più decide di regalargli tutti i venti di Borea e di Libeccio che dominano il Mondo. Prima, però, chiede ad Ulisse se qualche dio lo perseguiti, nel qual caso non avrebbe potuto dargli il suo dono; Ulisse mente, tacendo il fatto che Poseidone, dopo l'episodio di Polifemo, gli è ostile. Eolo, allora, riunisce tutti i venti e li rinchiude in un grosso sacco fatto con la pelle conciata di un ariete, e li consegna a Ulisse a patto che questi non apra mai l'orcio per non scatenare un cataclisma naturale. Ulisse promette e si avvia alla nave, per riprendere il viaggio; grazie ai venti sarebbe giunto a Itaca molto prima del previsto. Ma i compagni, incuriositi dal sacco, credendo che contenesse ricchezze, un giorno, proprio mentre si cominciano a intravedere le coste dell'isola tanto desiderata, aprono la sacca mentre Ulisse dormiva esausto, venendo sballottati avanti e indietro per tutto il Mar Mediterraneo. Ulisse s'interrompe per riflettere sulle sue sciagure, mentre la regina commenta che in fondo tutti i suoi guai se li merita per non essere stato vigile e per essersi messo contro gli dei, visitando terre sconosciute e disobbedendo agli ordini degli amici con l'inganno.

Quinta puntata: l'isola di Circe e la discesa agli InferiModifica

Approdato su una nuova e sconosciuta isola, Ulisse assieme ai suoi sventurati compagni stabilisce di visitarla per vedere se fosse abitata da belve o da uomini sanguinari. Divide la spedizione in due gruppi: uno comandato da Elpenore e l'altro da lui stesso. Entrati nel folto bosco però il gruppo di Elpenore viene aggredito non si sa da che cosa e le persone vengono trasformate in maiali. Ulisse intanto incontra un pastorello, in realtà Ermes, che gli comunica la triste sorte dell'altro gruppo. Ulisse vorrebbe gettarsi in loro aiuto, ma il dio lo ferma, dicendogli che questo è un sortilegio della maga Circe, padrona dell'isola, e che per liberare gli amici dovrà prima di tutto mangiare un fiore sacro. Dopodiché l'eroe si sarebbe presentato dalla maga e si sarebbe fatto condurre nella sua dimora; Circe di sicuro gli avrebbe dato da bere una pozione ingannandolo, ma Ulisse sarebbe rimasto immune e verrebbe preso da una terribile voglia di trafiggere la maga, ma trattenendosi.

 
Ulisse insieme con Arete mentre le narra le sue avventure.

Ulisse ascolta questa profezia e si avvia nel giardino dove incontra una donna bella e terribile allo stesso tempo che lo sottopone a degli indovinelli e a delle prove, ma Ulisse, protetto da Ermes, le risolve tutte. Circe, accorgendosi che quell'uomo è diverso da tutte le altre sue vittime, decide di portarselo a casa per fargli bere un po' di vino. Improvvisamente Ulisse si trova in una strana dimora piena di piante rampicanti e di gabbie contenenti animali e uccelli di ogni genere, tutti i prigionieri della maga, ma viene subito invitato a sedersi da Circe che gli offre una coppa d'oro. Ulisse, sapendo di essere immune al veleno, la beve tutta d'un fiato, tuttavia soffrendo molto per il veleno. Circe intanto se la ride di cuore, pensando che presto il malcapitato si sarebbe trasformato in porco anche lui, ma d'un tratto sbianca e comincia a imbruttire paurosamente: si è accorta che i suoi poteri sono nulli sull'eroe. Ulisse, più adirato che mai, si avventa con la spada tratta sulla maga, ma poi si ricorda della profezia e non la uccide, ma le ordina di portarlo dagli amici. Circe, ritornata improvvisamente bella e più docile che mai, lo accompagna in una stalla dove grugniscono disperatamente dei porci e li ritramuta nelle persone che erano prima. Tuttavia, per la improvvisa metamorfosi, i compagni si trovano spaesati e non riconoscono nemmeno Ulisse, scappando ogni volta che questi cerca di parlargli. Circe allora ne approfitta per trattenere ancora un po' l'eroe, dato che l'effetto della magia sui compagni sarebbe svanito in pochi giorni, e con lui passa ogni volta delle notti passionali d'amore.

Circe, per garantire che l'eroe si decida a rimanere con lei per sempre, gli fa bere una pozione magica che gli fa dimenticare l'amata isola, e lo rende invisibile di fronte ai compagni. Con Circe Ulisse passerà la bellezza di un anno e solo l'intervento dei compagni, stufi di vivere sulla nave senza far niente, riporterà l'eroe alla ragione. Ulisse chiede a Circe di essere lasciato andare una volta per tutte e questa, seppure a malincuore, accetta, ma prima della partenza gli confida alcuni segreti e soprattutto gli ordina di recarsi negli Inferi. Infatti, dato che molti degli dei gli sono ostili, Ulisse ha un destino assai incerto e pericoloso quando naviga sul mare, e così ha bisogno delle profezie dell'indovino cieco Tiresia, morto alla veneranda età di oltre 700 anni, affinché possa navigare tranquillo fino a Itaca.

 
L'incontro tra Ulisse e Tiresia

Ulisse, come gli aveva detto Circe, s'incammina nel bosco dell'isola, finché giunge in un antro buio scavato nella terra. Il luogo oscuro in cui si troverà Ulisse è tetro, senza vita e pieno di nebbia. L'eroe ha paura perché a lui pare come un intricato labirinto pieno di colonne e cave morte e soprattutto non scorge anima viva. Infatti Circe gli aveva consigliato di portarsi dietro un capretto nero vivo per sgozzarlo cosicché le anime dei defunti potessero comparire e avvicinarsi, con la speranza che tra loro vi fosse anche Tiresia. Ulisse compie il rito e subito appare una schiera di persone lugubri, piangenti e sospiranti coperte da cappe pesanti e grigie che lasciano libero solo il volto. Tutte si avvicinano pericolosamente al sangue della vittima per berlo, ma Ulisse le scaccia con la spada: solo Tiresia avrebbe dovuto dissetarsi. La schiera scompare e finalmente compare l'indovino: è canuto, con una lunga barba e comunica solo parlando a fil di voce, e Ulisse lo invita a bere. Quando Tiresia si rialza da terra la sua figura appare ancora più spettrale, dato che gli cola il sangue del capretto dalla bocca e comincia a comunicare a Ulisse il suo viaggio futuro. Egli dovrà affrontare ancora molti pericoli e solo al decimo anno dalla distruzione di Troia Ulisse potrà riabbracciare la famiglia, ma non si tratterrà a Itaca a lungo perché, spinto dalla sua voglia di conoscenza, compirà un altro viaggio che sarà l'ultimo della sua vita.

 
Ulisse incontra lo spirito di Achille

Ulisse non comprende tutto e lascia Tiresia a cibarsi ancora del capretto, per avventurarsi più in fondo negli Inferi. Scorge un'anima: è quella di Agamennone il quale gli rivela di essere stato pugnalato a tradimento assieme alla concubina Cassandra dalla moglie Clitennestra. La donna era ancora sconvolta per il sacrificio antico della figlia Ifigenia per volere del padre, dato che gli dei non permettevano la partenza per Troia, e ora aveva un motivo in più per scannare Agamennone: il tradimento con la profetessa troiana. Agamennone mette in guardia l'eroe quando ritornerà a Itaca: nessuna donna è fedele al marito e soprattutto cercherà di ucciderlo dopo tanti anni di distanza e così potrebbe accadere anche con Penelope e Telemaco. L'anima piangente di Agamennone si allontana e Ulisse, più sconvolto che mai, ne incontra un'altra: lo spirito del valoroso Achille, morto per mano della traditrice Polissena e delle frecce di Paride. Achille appare più lugubre di Agamennone e confida a Ulisse di preferire essere schiavo del padrone più vile e crudele del mondo piuttosto che essere costretto a governare i morti nell'Ade. L'ultimo spirito che Ulisse incontrerà negli Inferi sarà la madre Anticlea. Ulisse le chiede come sia morta e questa, piangendo, comunica che è spirata aspettando proprio l'arrivo del figlio a Itaca. Allora Ulisse si rende conto dell'atrocità e dell'inutilità della guerra combattuta per tanti anni a Troia per riprendersi la sposa di un re tradito e di aver perso inutilmente tempo nei continui viaggi nel Mediterraneo, senza accorgersi che i cari morivano di disperazione aspettandolo a Itaca; e ricordando ciò, piange amaramente ai piedi dello spirito. La madre lo invita a non disperarsi e ad affrettarsi nel ritorno per l'isola perché se tarderà ancora, presto morirà di crepacuore anche il padre Laerte che da tempo si era ritirato a vivere come un sudicio eremita tra le bestie.

Ulisse viene a conoscenza anche dei soprusi dei proci che infestano la sua reggia insidiando l'innocenza di Penelope e a sentire tali parole è preso da un moto d'ira, ma prima cerca di abbracciare inutilmente le ginocchia della madre che scompare ogni volta che viene toccata. Avviandosi verso l'uscita, Ulisse scorge un'altra anima: è l'amico Elpenore, morto da pochi attimi a causa del suo stato ebbro. Infatti i compagni, sul mondo dei vivi nell'isola di Circe, si erano dati alla pazza gioia per scacciare le preoccupazione ed Elpenore, che aveva bevuto troppo, era caduto da una sporgenza rompendosi l'osso del collo. Ulisse promette all'anima che avrà degna sepoltura una volta risalito e così farà, seppellendolo proprio sulla spiaggia dell'isola, gridando assieme i compagni tante volte il suo nome quanto bastasse a raggiungere le orecchie della madre lontana.

Circe comunica a Ulisse delle cose terribili riguardo ai suoi prossimi viaggi: la prima tappa da affrontare è l'attraversamento dello scoglio delle temibili sirene, poi dovrà superare la gola di Scilla e Cariddi. Si ritiene che questa sia stata superata solo da Giasone con gli argonauti grazie all'aiuto di un dio, impresa epica narrata da Apollonio Rodio nelle Argonautiche. L'ultima fatica di Ulisse sarà la sosta sull'isola del Tridente, dove pascolano le vacche sacre al dio Elio, ovvero il Sole, inviolabili se non si voleva incombere nell'ira del padrone divino. Tutte queste cose Circe le confida a Ulisse e poi svanisce, lasciandolo confuso e stupito. L'eroe comunica le tappe ai compagni e li invita a partire, ma qualcosa in loro è cambiato: stanno lentamente perdendo la fiducia nel loro condottiero.

Sesta puntata: le Sirene, Scilla e Cariddi, l'isola del Sole e il ritorno a ItacaModifica

 
Ulisse si fa legare all'albero da Euriloco

Incoraggiati i compagni a imbarcarsi per tornare a Itaca, Ulisse riprende il viaggio, avvicinandosi subito allo scoglio delle sirene. Queste sono esseri non visibili all'uomo, sebbene la leggenda le voglia col corpo di uccelli rapaci e la testa di donne bellissime, e hanno il potere d'incantare i viaggiatori con la loro voce, per farli infine sfracellare con la barca sullo scoglio. I compagni credono che Ulisse sia diventato pazzo, dato che vuole coprire di cera le loro orecchie affinché non odano la voce. Ulisse, per dimostrare loro di essere perfettamente lucido, si fa legare da Euriloco all'albero maestro, raccomandandosi con lui di stringere più forte se lui avesse implorato di slegarlo. La nave è ormai giunta allo scoglio e mentre lo costeggia, Ulisse intravede le ossa dei marinai sfortunati vittime delle Sirene e infine incomincia a udire le loro voci che gli penetrano nella mente, offuscandola. Le voci invitano insistentemente Ulisse ad approdare sull'isola affinché finisca i suoi giorni in allegria e spensieratezza dopo tanti anni di combattimento e vissuti nel dolore. Ma Euriloco lo tiene ben stretto e così Ulisse, duramente provato dal potere delle Sirene, riesce a superare lo scoglio assieme ai compagni.

La seconda tappa è l'attraversamento di una stretta gola tra due rocce enormi: Scilla e Cariddi. Tuttavia Ulisse, credendo di perdere troppo tempo nella traversata e di non uscirne vivo, prende un'altra via più lunga che lo fa giungere nell'isola del Tridente, consacrata al dio Elio (il Sole) per le vacche che pascolano l'erba.

 
Ulisse tenta di convincere i compagni a non uccidere le vacche del Sole

La nave approda sulla spiaggia e subito sulla zona piomba una grande bonaccia che impedisce ai compagni di riprender il viaggio al più presto. Ulisse infatti è stato costretto controvoglia dagli amici Eraclio, Euriloco, Polite e Filetore che non avevano più fiducia nel loro comandante; ora i marinai possono sperare solo nei viveri che possiedono e nelle prede da pescare. Ulisse non sa più che fare perché la profezia di Circe gli aveva detto che se qualcuno si fosse azzardato a uccidere una sola vacca l'intera flotta sarebbe stata annientata dagli dei. L'eroe fa di tutto per impedirlo ai compagni, ormai stremati da settimane per la fame e la scarsezza di cibo, ma un giorno in cui sale su una rupe per implorare Zeus, accade la disgrazia. Euriloco fa uccidere una giovenca e banchetta con gli altri per tutta la notte; Ulisse non lo rimprovera nemmeno perché sa già che il destino di quegli sventurati è segnato. Infatti, lasciata l'isola per l'improvviso ritorno del vento, sopraggiunge una terribile tempesta scatenata da Poseidone che fa naufragare la nave coi compagni. Solo Ulisse si salva su una trave e viene sballottato per sette giorni nel mare fino ad arrivare sull'isola di Calipso.

Concluso il triste racconto di tutte le sue disavventure, Ulisse chiede al re Alcinoo una nuova nave e un equipaggio per raggiungere la ormai vicina Itaca e il buon re glielo concede. Arrivato sull'isola tanto amata, Ulisse, dato che da vent'anni non la vedeva più, non riconosce più nulla della patria e subito chiede a un pastore informazioni riguardo al posto. Il ragazzo non è altri che la sua protettrice Atena che, per metterlo alla prova, gli domanda chi sia. Ulisse, mantenendo nascoste le sue generalità, gli dice che è un marinaio sfortunato proveniente dall'Egitto e Atena lo loda per la sua scaltrezza, trasformandolo in vecchio mendicante affinché non venga subito riconosciuto dagli abitanti e dai familiari, cosicché possa pianificare meglio la sua vendetta. Sparito il ragazzo, Ulisse giunge nella casa di Eumeo, il guardiano di maiali nonché servo più fidato di Ulisse, che lo accoglie amichevolmente come vuole la tradizione verso qualunque ospite, non riconoscendolo ovviamente. Ulisse rimane stupito dalla bontà dell'uomo e comincia a fare domande riguardo alla sorte di quello sventurato combattente partito per Troia e mai tornato a casa, lasciando disperati la moglie e il figlio, partito alla sua ricerca. Eumeo racconta tutto nei minimi particolari e Ulisse, sebbene tentato dal mostrargli chi sia realmente, non lo fa.

 
L'incontro tra Ulisse e Telemaco

Telemaco intanto torna nell'isola di Pilo da Sparta, più sconfortato che mai, e fa salire a bordo l'indovino Euclimeno, che è convinto di sapergli dire qualcosa riguardo a suo padre; oramai Telemaco è disposto a tutto ed è pronto a credere alle testimonianze di chiunque. E difatti far salire a bordo quell'uomo si dimostra un'ottima azione per Telemaco perché Euclimeno gli consiglia di invertire la rotta per Itaca, non passando per lo stretto di Samo, dato che lì lo aspettava un'insidia dei proci. Telemaco arriva sano e salvo a Itaca e si reca di notte alla casa di Eumeo dove lo aspetta anche Ulisse mendico. Allora la dea Atena appare all'eroe e gli comunica che ora può finalmente smascherarsi ai familiari di fiducia e la notte si conclude con un tenero e commovente abbraccio tra Ulisse e il figlio piangente di gioia. Il giorno seguente i tre pianificano il modo di entrare a corte, confidando sull'aiuto di Eumeo e di Penelope, mentre al porto ritorna la nave coi proci, più adirati che mai per il colpo fallito.

Penelope è preoccupata per la sorte del figlio, ma si rinfranca quando lo vede apparire sano e salvo sulla soglia di casa assieme a Euclimeno e li invita a lavarsi per poi mangiare. Rifocillatosi, Telemaco si accosta alla madre, appoggiandole dolcemente il capo sul ginocchio, e le chiede come fosse Ulisse prima della sua nascita. Felice, Penelope ricorda quando il suo sposo, più povero che mai, giunse nella sua casa per chiedere la sua mano, sebbene scacciato dal futuro suocero. Egli, sapendo che Penelope lo amava segretamente, si avviò verso il carro e la ragazza lo aveva inseguito pregandolo di farla salire. Il padre, fuori di sé dalla rabbia si parò davanti al cocchio, ma Ulisse lo superò comunque scansandolo e si sposò con Penelope.
La puntata si conclude con Euclimeno che preannuncia l'arrivo di Ulisse tra qualche giorno ed Eumeo che conduce il padrone Ulisse, sempre vestito da straccione, alla corte.

Settima puntata: Ulisse mendico alla corte e la vigilia della gara finaleModifica

 
Ulisse si presenta ai Proci nelle vesti di mendicante

Ulisse viene condotto a corte, ma prima si ferma davanti a un cane anziano e sporco: è Argo, il cane amato da Ulisse, ormai morente, che riconosce il padrone, anche dopo vent'anni di assenza, e finalmente muore felice. L'accoglienza dei commensali proci è sgarbata e crudele: lo percuotono e lo deridono, non sapendo cosa li attende tra pochi giorni. La puntata è una delle più caratterizzanti dell'intera opera perché vi è un collegamento continuo della narrazione che passa sia per bocca di una voce fuoricampo maschile (come è avvenuto negli altri episodi) sia nelle labbra di muse nelle vesti di ancelle. Telemaco non può sopportare a lungo i soprusi dei pretendenti nei confronti del padre che viene addirittura percosso a tradimento da quel vigliacco di Antinoo, leader dell'intera brigata, che lo obbliga ad andarsene. Come se non bastasse a corte giunge anche il corpulento Armeo (detto Iro), che si vanta di essere il più forte di tutti i mendicanti e maltratta Ulisse, temendo che gli voglia rubare il posto. I proci propongono di farli combattere mettendo in palio un bel pezzo di carne arrosto e si dirigono nel cortile. All'inizio pare che Armeo stia per vincere ma poi i colpi del bullo fanno risvegliare un'ira antica nel petto di Ulisse che lo stende con un solo colpo ben assestato sulla mascella. Sanguinante e barcollante, Armeo stramazza a terra e Ulisse lo sistema davanti a una colonna dolorante.

Successivamente viene convocato in una stanza segreta, usata solo da Penelope, per parlare con la regina in privato. Penelope è incuriosita da quello straniero e vorrebbe sapere di più sul suo conto. Ulisse però mente ugualmente e le comunica di essere Etone, fratello del re cretese Idomeneo, figli di Minosse. Tuttavia egli afferma di aver conosciuto Ulisse, descrivendo in ogni dettaglio il suo mantello con la fibbia dorata raffigurante un cane che sbrana un cervo. Penelope rimane stupita e addirittura s'illude di riconoscere nel mendicante il suo sposo, ma Ulisse la fredda ricordandole di essere solo un guerriero minoico caduto in disgrazia dopo la guerra di Troia.

 
Ulisse nell'atto di collocare le scuri per la gara

Euriclea, l'ancella più anziana e più saggia della reggia, viene chiamata a lavare i piedi del mendicante e, risalendo fino al ginocchio, riconosce una cicatrice. Si tratta della ferita inferta all'eroe da un cinghiale tanti anni prima durante una battuta di caccia. La nutrice finalmente ha riconosciuto il suo padrone, ma questi le tappa la bocca, temendo che possa, seppur non volendo, rovinare tutti i suoi piani di vendetta. Euriclea tace e Ulisse si reca nelle scuderie dove un giovane stalliere sta strigliando i cavalli: è Filezio, assunto da Ulisse quando era un ragazzo di dieci anni; neanche lui riconosce il suo padrone. Eumeo, sapendo tutto, tace ugualmente.

Si sta avvicinando il giorno tanto atteso dai proci, ovvero quello in cui Penelope deciderà chi sarà il nuovo sposo e re di Itaca; infatti i pretendenti, da grandi maleducati, non avevano ancora portato dei doni per la regina e questa, per prendere tempo, aveva preteso che loro glieli portassero. Nello stesso giorno della consegna dei doni, Penelope aveva ordinato che venisse organizzata una gara con l'arco di Ulisse e il vincitore sarebbe divenuto il suo nuovo marito. La notte prima del giorno stabilito sia Ulisse sia Penelope la passano insonni; il primo è fortemente tentato di rivelarsi alla sposa, l'altra ha una visione. Infatti immagina un gran gruppo di oche che vengono falciate dall'arrivo di una grande aquila e teme di gioia e di paura per il vero arrivo dell'amato sposo.

Arriva il giorno fatidico e Penelope si reca a prelevare l'arco di Ulisse. Si riteneva che nessuno tranne l'eroe riuscisse a tenderlo, perché il padrone lo aveva ricavato dalle corna di un bue sacro agli dei e lo spalmava ogni volta prima di usarlo con del grasso e levava sempre la corda quando non gli serviva. Anche Telemaco vuole iscriversi alla gara, per impedire che uno dei proci possa vincere e impugna l'arco, ma non riesce a tender la corda. Mentre Antinoo si prepara nell'impresa, scorge Ulisse mendicante che su di una trave orizzontale piazza l'una di fianco all'altra delle scuri con un grande foro nel mezzo della lama, cosicché vi fosse un'unica e perfetta linea invisibile tra i fori di ciascuna lama.

Ottava puntata: vittoria di Ulisse e il riconoscimento di PenelopeModifica

 
Ulisse insieme con Penelope

Antinoo prova a tendere l'arco ma gli risulta impossibile; neanche l'intervento degli amici risolve la questione. Allora accade che il mendico Ulisse chiede di poter umilmente provare a smuovere il filo dell'arco. Tutti i proci lo deridono e provano anche a percuoterlo, ma Telemaco glielo impedisce. Ulisse abilmente si spoglia di tutte le vesti lacere e tende l'arco, scagliando la freccia e facendola passare attraverso tutti i fori delle scuri. I proci sono in preda al panico, anche perché Antinoo è stato appena trafitto al fianco da una freccia di Ulisse mentre cercava di ucciderlo con un pugnale e non hanno neanche un'arma per difendersi: tutte erano state portate via di nascosto da Telemaco ed Eumeo la notte precedente. Con l'aiuto del figlio di Eumeo e di Filezio Ulisse fa strage di tutti i proci. Non se ne salva neanche uno, e periscono anche le ancelle che avevano tradito la fiducia della regina Penelope passando dalla parte dei Proci.

Finalmente Ulisse si è vendicato e non aspetta altro che recarsi nella stanza di Penelope che ha assistito atterrita e meravigliata alla carneficina. La donna non è ancora del tutto convinta che il guerriero sia Ulisse, tuttavia lo fa entrare nella stanza. Il riconoscimento avviene quando Penelope propone di spostare il letto nuziale, al che Ulisse replica che la cosa è impossibile, perché quel letto era stato costruito da lui stesso intagliandolo da un enorme tronco di albero, attorno al quale aveva poi edificato la sua reggia. Penelope allora non ha più dubbi e abbraccia lo sposo piangendo e ridendo di gioia. Ulisse, commosso, le racconta tutte le sue disgrazie e con lei passa una lunga e felice notte d'amore; infatti l'Aurora prolunga la notte facendo passare vari giorni. La parte finale della puntata narra della pacificazione, per intercessione di Mentore e Atena, tra Ulisse e i suoi e i parenti dei giovani uccisi. Quando ormai sembra inevitabile lo scontro tra le due parti nei campi presso la capanna di Laerte (dove Ulisse era andato con i suoi), su sollecitazione di Mentore e Atena prima Ulisse depone le armi, inginocchiandosi in senso di rispetto verso i parenti dei giovani morti, poi lo stesso viene fatto dal padre che capitanava la parte avversa, sancendo così la pacificazione.

Differenze tra il film e l'operaModifica

Vi sono diverse differenze tra lo sceneggiato e l'opera di Omero, eccone alcune:

  • Nello sceneggiato mancano alcuni episodi:
    • La battaglia contro i Ciconi, citata però all'inizio del racconto di Ulisse.
    • La distruzione di tutta la flotta itacese, eccetto la nave di Ulisse, da parte dei giganti Lestrigoni, anche questa comunque citata all'inizio del racconto di Ulisse.
    • L'attraversamento dello specchio d'acqua abitato da Scilla e Cariddi; nello sceneggiato questo pericolo viene invece evitato, dopo l'episodio delle sirene, cambiando la rotta.
  • Nell'Odissea i primi quattro canti riguardano la storia di Telemaco (la cosiddetta Telemachia), i canti successivi si concentrano esclusivamente sulla figura di Ulisse fino al termine della narrazione che Ulisse fa ai Feaci delle sue imprese. Nello sceneggiato le due narrazioni s'intrecciano continuamente.
  • Il poema comincia a narrare le avventure di Ulisse partendo dalla discussione che c'è tra Zeus e Atena, con quest'ultima che invita il padre a lasciare andare Ulisse. Zeus allora manda Ermes a ordinare a Calipso di lasciare andare Ulisse. La prima volta che incontriamo Ulisse nel poema è proprio sull'isola di Ogigia. Nello sceneggiato, la prima volta che incontriamo Odisseo è sopra una zattera, quando ha già lasciato Ogigia; solo successivamente si ha il dialogo tra Zeus e Atena; infine, nello sceneggiato, si parla di Calipso solo quando Ulisse ne parla a Nausicaa sull'isola dei Feaci.
  • Nello sceneggiato si fa capire chiaramente che Nausicaa si è innamorata di Odisseo, nel poema a questo sentimento si allude soltanto indirettamente ("[quest'uomo] somiglia ai numi che il cielo ampio possiedono. / Oh se un uomo così potesse chiamarsi mio sposo, / abitando tra noi, e gli piacesse restare", Odissea, VI, 242-245, trad. di Rosa Calzecchi Onesti). Nel poema l'unico momento in cui Odisseo e Nausicaa entrano in contatto diretto è al ritrovamento di Ulisse sulla spiaggia, nello sceneggiato i due passano diversi momenti insieme.
  • Nello sceneggiato la narrazione fatta da Odisseo delle sue imprese avviene in maniera discontinua, su diversi giorni, gli episodi vengono narrati solo su invito di Alcinoo; inoltre Odisseo è continuamente interrotto dai commenti fatti dai Feaci. Nel poema Ulisse narra le sue imprese in maniera lineare, in ordine cronologico, non viene mai interrotto; l'unico a interloquire con lui è Alcinoo e non Arete e i nobili feaci.
  • Nello sceneggiato i compagni contestano continuamente Ulisse, tanto da arrivare a veri episodi di ribellione. Nel poema i compagni non contestano mai direttamente Odisseo; solo in due casi non rispettano i suoi ordini, ma entrambe le volte quando Odisseo non può controllarli: l'apertura dell'otre dei venti di Eolo e l'uccisione delle vacche del Sole.
  • Nello sceneggiato Odisseo non conosce Eolo prima di incontrarlo e lascia i compagni sulla nave mentre lui resta un mese con lui. Anche nel poema Odisseo resta sull'isola per un mese ma non è detto che lasci i compagni alla nave per andare da solo presso Eolo.
  • Nel poema, dopo l'apertura dell'otre dei venti e l'accecamento di Polifemo, Ulisse e i suoi uomini tornano da Eolo; ma il re li scaccia malamente dalla sua reggia perché gli dei sono loro avversi. Nello sceneggiato, invece, questa scena non è presente; in compenso, ve ne è un'altra completamente inventata in cui Eolo, prima di consegnargli l'otre dei venti, domanda a Ulisse se ha mai offeso un dio e Odisseo gli risponde di no.
  • Nello sceneggiato tutta la parte relativa a Circe è notevolmente diversa dal poema.
    • Nel poema Odisseo resta insieme con tutti i suoi compagni da Circe; nello sceneggiato invece Odisseo resta solo con Circe e i compagni restano alla nave.
    • Nello sceneggiato Circe viene rappresentata come una maga panteista che ha potere sulla vegetazione che la circonda e la capacità di creare illusioni. Nel poema l'unico potere di Circe a cui si accenna è quello del suo filtro magico capace di trasformare gli uomini in porci.
    • Nello sceneggiato Odisseo dopo aver bevuto il filtro sente dentro di sé "due forze che combattono per avere il sopravvento", poi Circe, non vedendo Odisseo tramutato in maiale, prima si spaventa, poi sente dentro di sé il dolore provato da Odisseo. Nel poema tutto questo non avviene, il filtro semplicemente non fa effetto e Circe si spaventa.
    • Nel poema Odisseo raggiunge l'ingresso dell'Ade con i compagni, nello sceneggiato vi viene trasferito magicamente da Circe.
  • Nel poema Odisseo e i compagni s'accorgono del compagno morto per caso prima di partire per la ricerca delle porte dell'Ade, ma decidono di non seppellirlo; nello sceneggiato Ulisse non si accorge del compagno morto fino a che non lo incontra nell'aldilà.
  • Nel poema viene spiegato chiaramente che le anime dei morti non possono parlare né ascoltare gli uomini se non bevono il sangue dell'animale sacrificato; Odisseo quindi tiene a bada le anime che gli vanno incontro con una spada lasciando bere il sangue solo a chi vuole lui. Nello sceneggiato solo Tiresia beve il sangue dell'animale sacrificato, tutte le altre anime (Agamennone, Achille, la madre di Ulisse) parlano e riconoscono Ulisse senza bisogno di bere il sangue.
  • Nello sceneggiato i Feaci sono indecisi se dare una nave a Ulisse che lo riaccompagni a casa, alludendo come problema una profezia sfavorevole; nel poema si legge esplicitamente che Poseidone, irato, pietrifica la nave dei Feaci di ritorno da Itaca e chiede a Zeus di poter coprire con un monte la città dei Feaci; Zeus glielo concede, ma i Feaci vogliono offrire sacrifici propiziatori per placare il dio; la conclusione non viene rivelata (libro XIII, vv. 125-183).
  • Nello sceneggiato i giochi ginnici dei Feaci sono una gara di tiro al bersaglio e una di lotta con spade; e quando un nobile feace offende Ulisse, questi risponde alla provocazione accettando di sfidare tutti i ragazzi che partecipavano alla gara di lotta con le spade. Nel poema invece l'unica gara è quella di lancio in lungo e, dopo l'offesa del feace, Ulisse prende un disco e lo tira molto più lontano degli altri partecipanti alla gara di lancio in lungo; al che, Alcinoo invita il feace a scusarsi e questi lo fa di buon grado, porgendo anche un dono a Ulisse.
  • Nello sceneggiato Telemaco convoca l'assemblea degli anziani non sapendo bene che fare, e i proci entrano in questa assemblea in armi. Nell'Odissea Telemaco convoca l'assemblea con il preciso intento di richiedere una nave per andare a cercare notizie del padre.
  • Nello sceneggiato quando arriva Odisseo alla corte dei Feaci, questi lo lasciano mangiare da solo davanti a loro. Nel poema Odisseo mangia insieme con i Feaci.
  • Nello sceneggiato, Alcinoo fa chiamare un sopravvissuto troiano alla guerra di Troia perché narri la caduta della città; nel poema è l'aedo Demodoco a cantare la caduta di Troia.
  • Nello sceneggiato sono presenti due flashback sulla guerra di Troia: uno riguarda il ritrovamento del cavallo di legno da parte dei troiani; l'altro l'ingresso di nascosto di Ulisse nelle mura di troia e il suo susseguente incontro con Cassandra e Elena. Nell'Odissea questi due episodi non sono presenti: diverse volte si accenna all'inganno del cavallo, ma senza mai entrare nei particolari.
  • Nello sceneggiato Eumeo è solo nella sua capanna di pastore; nel poema sono presenti anche molti altri schiavi.
  • Nello sceneggiato il riconoscimento di Odisseo da parte di Telemaco avviene alla presenza di Eumeo, ma nel poema avviene durante la sua assenza.

Edizioni in DVDModifica

Nel 2002 la Elleu Multimedia lanciò in DVD due cofanetti contenenti ciascuno quattro puntate restaurate e rimasterizzate con biografie e filmografie negli extra. All'inizio di ciascun DVD vi è un prologo che narra le ragioni della guerra di Troia e nel secondo disco il viaggio e l'aspetto multiforme di Ulisse.

NoteModifica

  1. ^ Gabriele Acerbo e Roberto Pisoni, Kill baby kill!: il cinema di Mario Bava, Un Mondo a Parte (collana Zero), 2007, p. 295.
  2. ^ Roberto Zaccaria, RAI: la televisione che cambia, SEI, 1984, p. 207.

Collegamenti esterniModifica