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La tavola
Titolo originaleΠίναξ
AutoreCebete?
1ª ed. originaleII secolo
Generedialogo
Lingua originalegreco antico

La tavola (in greco Πίναξ, Pinax) è un dialogo attribuito tradizionalmente al filosofo greco Cebete, discepolo di Socrate e personaggio dei dialoghi platonici Critone e Fedone.

L'opera è più probabilmente riferibile invece a un omonimo filosofo stoico originario di Cizico[1] e contemporaneo di Marco Aurelio.

Il soggetto del dialogo è una ecfrasi, descrizione verbale di un'opera d'arte visiva, come ad esempio un quadro, una scultura o un'opera architettonica.

Nell'antichità per ringraziare un dio per aver ottenuto una grazia o per onorarlo i fedeli appendevano su gli alberi circostanti il santuario, o presso la sua statua o sull'altare del tempio tavolette di argilla o di legno con un foro per appenderle. Nell'opera di Teofrasto I caratteri si trova la descrizione di uno di questi ex-voto.[2]

TramaModifica

Nel dialogo di Cebete si narra di due giovani che vedono, tra le offerte poste nel tempio dedicato a Crono, una tavola dipinta offerta di uno straniero discepolo di Pitagora e Parmenide. Non riescono a capire cosa rappresenti sino a quando giunge un vecchio che spiega loro i significati nascosti nei simboli rappresentati nel quadro che vuole essere un'allegoria del destino dell'anima umana, racchiusa in vari recinti contenuti uno nell'altro.

TemiModifica

L'opera è scritta in una lingua così semplice che fu la preferita per l'insegnamento del greco dal Rinascimento sino al XIX secolo. Vi si descrive il percorso dell'uomo saggio e virtuoso dal momento della nascita sino a quello in cui, nella ricerca della sapienza e della virtù, raggiunge la felicità mostrando nel contempo i fallimenti di quelli che si fanno attrarre dai vizi e dall'affidamento alla fortuna.

La tavola dovrebbe rimandare all'impostazione pitagorica di Cebete ma in realtà appare un'opera tipica della morale ellenistica con influenze platoniche, ciniche e stoiche.

L'opera, molto apprezzata dagli umanisti come Giraldi e Grozio, è citata anche da Vico, Campanella e Leopardi ed è stata invece nel tempo successivo del tutto dimenticata.[3]

NoteModifica

  1. ^ Maximilian Samson Friedrich Schöll, Istoria della letteratura greca profana, recata in italiano da Emil. Tipaldo, Venezia 1830, p. 221.
  2. ^ «...ed il tirchio è un tale che, riuscito vincitore in un concorso tragico, offre a Dioniso soltanto una tavoletta di legno, sulla quale con l'inchiostro ha scritto soltanto il suo nome...» (in Teofrasto, I caratteri, [La tirchieria], XXII).
  3. ^ Introduzione e note de La tavola di Cebete (Testo greco a fronte) a cura di Alessandro Barbone, editore: La Scuola di Pitagora, 2010.

Traduzioni italianeModifica

Voci correlateModifica

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