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Le vie del marmo sono uno degli importanti tratti della via d'acqua che il marmo destinato alla Veneranda fabbrica del Duomo di Milano percorreva una volta estratto dalla cava.

MaterialeModifica

Il marmo utilizzato era il marmo di Candoglia, di colore bianco/rosa, che viene estratto nelle cave di Candoglia nel comune di Mergozzo nella provincia del Verbano-Cusio-Ossola, in Val d'Ossola.

Utilizzo del marmoModifica

Dalle cave del marmo di Candoglia viene estratto solo il marmo per la costruzione del Duomo di Milano.

EstrazioneModifica

L'estrazione del marmo dalle cave di Candoglia era complicata e dispendiosa, ma diventava economicamente favorevole sia per il risparmio sui costi consentiti dal trasporto fluviale lungo il Lago Maggiore, il Ticino e i Navigli milanesi. Il punto di scarico finale del materiale da costruzione avveniva dove oggi c’è via Laghetto, che ha questo nome proprio per ricordare l'antica presenza dell'acqua. I barconi che portavano il marmo ossolano erano contraddistinti dalla scritta UFA Ad Usum Fabbricate, ad uso della Fabbrica (del Duomo) e quindi non pagavano le tasse di trasporto e i dazi. Questo per volontà di Galeazzo Visconti, che aveva liberato dalle tasse il marmo da costruzione per la fabbrica. Ancora in tempi recenti, a Milano dire andare ad ufo/ad ufa significa scroccare. Purtroppo, come riporta Rusconi Clerici riprendendo un articolo di Piero Chiara sul Corriere della Sera nel 1982, si tratta di un'attività che sebbene imponente non ha prodotto memorie dei protagonisti e che oggi ricostruiamo dai documenti di tipo legale e commerciale e dalle poche immagini di cui disponiamo.

TrasportoModifica

Veniva trasportato a partire da sesto calende passando dai navigli per poi arrivare a Milano per la costruzione del duomo veniva fatto via acqua perché era complicato farlo via terra venne scelto oltre ai soliti motivi perché era facile da trasportare. I visconti non facevano pagare il dazio alle barche che trasportavano il marmo perché il marmo doveva essere utilizzato per costruire il duomo. Venivano poi imbarcati sul fiume Toce. Scendevano lungo il lago fino a Sesto Calende e qui il viaggio continuava nelle acque del Ticino. Utilizzavano la via d’acqua dal lago a Milano che era relativamente semplice e veloce, mentre il viaggio in senso inverso ero lungo e impegnativo. Alcuni tratti erano caratterizzati da rapide, come quello tra Tornavento e Sesto Calende. Molti ricordano che Sesto Calende svolgeva un ruolo fondamentale lungo la Via del marmo perché era qui che le merci erano trasbordate su navi che potevano senza problemi entrare nel sistema dei navigli come cagnone, borcielli, cormane, sempre affidate ad un parone, che era l’unico vero esperto delle rapide presenti nel Ticino nel tratto fra Sesto Calende e Tornavento. Fino al 1868, poco a monte dell'attuale ponte presso un'apposita costruzione, avveniva l'esazione del dazio sulla sosta ed il passaggio dei barconi. I paroni che si occupavano del viaggio erano tre: uno conduceva la barca da Sesto all’imbocco del Naviglio, uno la portava a Robecco e uno a Milano, dove era affidata al parone del fosso che la conduceva fino a S. Eustorgio. Per il ritorno la barca era affidata a un fattore che tornava a Sesto Calende con un treno di sei-otto barche trainate da 25 cavalli che si muovevano sulle Alzaie. Le rapide davano problemi in entrambi i sensi di marcia. Rendevano la percorrenza del tratto fra Sesto Calende e Tornavento rapidissima, ma rischiosa: solo 90 minuti con le imbarcazioni praticamente fuori controllo; la risalita lenta e faticosa: anche due settimane per lo stesso tratto.

Il marmo oggiModifica

Col passare degli anni le tecnologie hanno cambiato la cava, l'hanno resa più accessibile e soprattutto meno pericolosa. L'uso degli esplosivi si è fortemente limitato, e perfino il "filo elicoidale" è ormai oggetto da museo. Oggi, il "filo diamantato" permette di tagliare pezzi di montagna ad una velocità incredibile; se una volta per fare un taglio ci voleva un mese e mezzo, oggi lo stesso taglio si fa in tre o quattro giorni. Il "filo diamantato" è fatto come una collana di perle, infatti quei piccoli cilindri che vengono infilzati sul cavo si chiamano appunto "perline", e sono dei piccoli diamanti artificiali, distanziati tra loro da piccole molle. Unico grave inconveniente di questo metodo di lavoro è che, se si rompe il filo, le perline partono come proiettili. Per questo gli addetti devono sempre stare a distanza quando la macchina è in movimento.

TecnicheModifica

La "lizzatura", era l'operazione di movimento dei blocchi di marmo. Successivamente l'esplosione "varata" e la successiva caduta, la grande parete "Fronte" di marmo si spezzava, dividendosi in tanti blocchi dalle diverse dimensioni. È qui, che una volta entravano in luogo i "riquadratori", che a suon di subbia e martello, cercavano di dare una figura quadrata al blocco. La loro attività era difficile e pesante, e quei cavatori dovevano essere vigorosi e mansueto. Una volta riquadrati, i blocchi dovevano discendere a valle. Ai momenti di Michelangelo, per trasportare a valle i blocchi di marmo c'era soltanto una maniera: farli rotolare giù, senza alcun controllo, su di un "letto" di detriti .Questo elementare metodo di trasporto, che si chiamava "abbrivio", era molto rischioso ed infatti, verso la fine dell'800, fu proibito per legge. La tecnica della "lizzatura" consisteva nel collocare i blocchi di marmo sopra una slitta ricavata da tronchi di faggio o di quercia e di farli scorrere verso vallata. La "lizza" era formata da diversi blocchi di marmo tenuti assieme da robuste corde di canapa, che servivano anche per far scendere lungo tutto il percorso l'intero colmo. Alla "lizzatura" partecipavano diversi uomini, era un lavoro di squadra molto rischioso. Davanti a tutti c'era il capo lizza, che aveva il compito di controllare che la discesa procedesse per il meglio. Era un compito delicato, e veniva affidato all'operaio più esperto. Era lui che disponeva i "parati" sul terreno davanti alla lizza, e dava il segnale ai mollatori di allentare o stringere i cavi al momento onesto. I "parati" erano robuste assi di legno, che venivano aggiunte anteriormente, mano a mano che il carico scendeva, consentendogli di scivolare senza incontrare impedimenti. Un'altra figura molto importante nella "lizza", era "l'uomo del piro", chiamato anche "il mollatore" , che aveva il compito di mollare lentamente le corde, in modo che il carico scendesse molto piano, senza prendere rapidità. La lizzatura era una delle fasi più rischiose del lavoro in cava. Se il carico si liberava dalle corde, e prendeva velocità, chi vi era intorno veniva travolto. E questo, purtroppo, è successo più volte. Il lavoro della lizzatura finiva nel momento in cui il carico arrivava al "poggio", che era il spazio dove i blocchi di marmo venivano sciolti dalle corde e colmati su carri trainati dai buoi. Così il marmo veniva portato a valle e da lì smistato verso varie destinazioni: botteghe artigiane, scultori o segherie, oppure poteva essere imbarcato su vascelli per raggiungere ogni parte del mondo.