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La legge 16 maggio 1970, n. 281,[1] è una legge ordinaria della Repubblica Italiana con cui si è dato avvio al processo di decentramento amministrativo in Italia previsto dall'articolo 5 e dall'articolo 118 della Costituzione italiana.

Indice

Cenni storiciModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Regionalismo (Italia) § Il ritardo dell'attuazione della Costituzione.

Per i primi vent'anni di storia repubblicana la norma costituzionale sulle regioni a statuto ordinario era rimasta inattuata: non era bastata l'approvazione parlamentare della legge 10 febbraio 1953, n. 62, di attuazione del titolo V della Costituzione, in materia di regioni ed enti locali: proposta con un disegno di legge firmato dal ministro dell'interno Mario Scelba, era la prima legge che tentava di attivare i relativi organismi.

L'articolo 17 delegava il governo italiano ad emanare decreti legislativi per regolare il passaggio delle funzioni dal Governo alle regioni. Tali decreti, 11 in tutto, furono emanati entro il 15 gennaio del 1972.[2] La norma fu poi abrogata dal decreto legislativo 18 agosto 2000, n. 267.

ContenutoModifica

La legge si compone di 21 articoli, dei quali quelli dall'articolo 14 all'articolo 21 riguardano norme finali e transitorie.

Con questa legge, che stabilisce quali siano le entrate proprie delle regioni italiane a statuto ordinario, si è datata concreta attuazione alle previsioni costituzionali, rimaste inattuate fino ad allora.

La legge definisce le entrate tributarie regionali (imposte e tasse), l'esistenza di un patrimonio regionale e la creazione di un fondo interregionale, nonché la possibilità per i comuni di erogare servizi, anche in forma privatistica o associata con i privati, e la legge 22 luglio 1975, n. 382. L'art. 17 delegava il governo italiano al passaggio di funzioni e di personale dallo Stato alle Regioni.

NoteModifica

Voci correlateModifica