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Leggenda sulla fondazione di Siracusa

1leftarrow blue.svgVoce principale: Origini di Siracusa.

L'Artemide greca, la Diana romana; la dea delle Ortigie cui la leggenda etolica fa riferimento, e alla quale sarebbe legata l'origine elida aretusea.

«...Archia che si vantava del sangue regio disceso da Ercole, Archia che discacciò i Siculi da Ortigia abitata prima dagli Etolii di greco linguaggio e dagli Eolii pelasgi anticamente che posero a quella contrada il nome di PELASGONIA (Palagonia) IPARA (Prima)! Dopo quattro miglia da Tapso io giunsi alla metropoli della Sicilia, alla principessa delle città greche, che chiamavasi Tetrapoli, perché composta di quattro città. Ortigia prima appellata dagli Etolii Omotermon da isola ch'essa era prima la trovai congiunta con un ponte a Siracusa.»

(Giovanni Emanuele Bidera, Quaranta secoli racconti su le Due Sicilie del Pelasgo Matn-Eer vol. 3, 1843, pag. 52-3)

La leggenda sulla fondazione di Siracusa si riferisce alla storiografia mitica che gli antichi storici hanno narrato nel tempo, sulle origini e sulle prime popolazioni di Siracusa.

Le prime popolazioni: Etoli ed ElidiModifica

Gli Etoli come primi fondatoriModifica

 
Mappa dell'Etolia, regione della Grecia

Le parole del Bidera - che si prestano ivi all'omerico racconto -[1] introducono una leggenda attestata nelle fonti antiche, la quale vede gli etoli di Etolia come primi fondatori dell'abitato siracusano. Secondo un passaggio dello scoliasta di Apollonio Rodio, riferito a Nicandro di Colofone, gli etoli giunsero all'Ortigia siciliana poco dopo il Diluvio[2] e vi stettero fino all'anno 700 prima della fondazione di Roma e 80 dopo la guerra di Troia, quando dai Siculi vennero cacciati.[3]

Alcune analogie con la patria degli etoli e il territorio siracusano vi sono: il nome dell'Ortigia - la cui etimologia discenderebbe dalla dea Diana - presente in Etolia e detta Ortigia Titanide poiché la dea Asteria era figlia dei titani Ceo e Febe; il fiume Anapo etolico, affluente dell'Acheloo, che scorreva nell'Acarnania[4][5]. I rapporti che gli etoli ebbero con Corinto.

Ma alcuni storici, come Emanuele Ciaceri, tuttavia hanno espresso seri dei dubbi sulla possibile base storica di tale leggenda. In particolar modo il Ciaceri fa leva sul fatto che il culto di Diana a Siracusa avrebbe origini differenti da quelle etoliche - mentre altri come l'Alessi definiscono il culto dell'Artemide siciliana ben più antico di quello dell'Ellade[6] - inoltre, fa notare egli, che Tucidide, nel V sec. a.C., definisce le popolazioni etoliche ancora genti mezzo-barbariche[7], fatta eccezione per le città costiere come la Calcide etolica. Per cui si interroga lo storico modicano, come avrebbero potuto essi originare il culto delle Ortigie, e fondare città così distanti dalla loro patria. E a sostenere questo suo interrogativo storico vi è il fatto che non è stata lasciata alcuna traccia etolica nella tradizione siracusana[8]. Pur ammettendo che magari i siracusani avessero avuto interesse a nascondere delle origini semi-barbariche, egli sostiene che almeno una qualche prova del loro passaggio sarebbe comunque dovuta perdurare nel tempo, come avvenne per gli elidi dell'Elide - emigrati durante la prima colonizzazione dell'isola, come conferma il grecista Müller[9] - ipotizza quindi che la leggenda etolica abbia avuto origine molto tempo dopo la fondazione siracusana; ovvero nei decenni della guerra del Peloponneso, quando Atene, mostrò le prime ostilità verso gli etoli, e nel contempo quando Siracusa divenne un nome molto noto e caro alle sorti dei greci, dovendo essa respingere le mire espansionistiche della capitale attica. In questo tempo, secondo il Ciaceri, nacque la leggenda etolica, con scopo socio-politico, che vedeva gli etoli come padri-fondatori della potenza aretusea che adesso rischiava di fare eclissare l'egemonia ateniese dell'Egeo[10]. I siracusani erano dunque degli alleati importanti, ed i rapporti che gli etoli avevano con Corinto - anch'essa minacciata da Atene - li avvicinava ancor più a quella città occidentale[10] dalle cui sorti poteva dipendere il prosieguo del conflitto peloponnesiaco, e dunque il futuro dell'Ellade. Ma tuttavia lo storico modicano, dice nei suoi appunti che gli etoli avrebbero narrato di essere giunti nelle coste siciliane insieme ad Archia, per cui si sta parlando di un tempo recente, mentre il poeta alessandrino - vissuto per qualche tempo in Etolia - asserisce che essi vi giunsero poco dopo il Diluvio, e quindi un tempo molto più antecedente.

Tale leggenda è stata comunque accreditata da molti storici come possibile o veritiera; l'Holm nei suoi studi asserisce l'avvento di antiche migrazioni di etoli[4], mentre altri storici hanno convenuto che essendo la principale storiografia - dopo il medioevo ellenico - sotto controllo dell'egemone Atene, non sarebbe stato difficile per popoli periferici come gli etoli - o gli elidi - sottrarsi alla vista degli ateniesi e andare a fondare nuove colonie nel mediterraneo centrale senza che questi lo venissero a sapere[11].

Gli Elidi di OlimpiaModifica

 
La Fonte d'Aretusa siracusana; dove la dea Artemide mutò la ninfa in acqua dolce e dove Alfeo poté ricongiungersi a lei.

Gli elidi provenienti da Olimpia - sopracitati dal Müller - emigrarono verso la costa siracusana durante una prima fase di colonizzazione greca incentrata solo su Ortigia. Essi lasciarono tracce del loro passaggio; la famiglia degli Iamidi, i cui membri erano degli indovini appartenente agli elidi, esercitavano funzioni religiose nella nuova colonia, e con essi si pensa nacque l'antico culto dell'Artemide siracusana, che dunque proprio dall'Elide potrebbe aver avuto origine. Detta l'Artemide fluviale (potamìa), dall'edificazione di un antico tempio ad essa dedicato e ricordato da Pindaro; il quale in suo onore appella l'Ortigia siciliana come la dimora di Artemide fluviale[12]. Secondo il Müller furono gli elidi a fondare tale tempio e consacrarlo all'antica dea. Poiché presso Olimpia, nella città di Pisa, scorreva l'Alfeo, poi gli elidi, giunti a Siracusa dedicarono questo nome al fiume di Artemide - come nella loro patria - dichiarandolo sacro. Ma poiché sulla superficie di Ortigia non vi scorrono fiumi, gli studiosi dicono che essi inventarono la leggenda del fiume sotterraneo che dall'Ellade si andava ad unire con Aretusa:

«La città di Pisa stava alle foci del fiume Alfeo, il quale non lunge molto dalle sue mura perdevasi nelle voragini della terra, per riuscire dopo un lungo corso sotto-marino in Sicilia presso Siracusa [...]»

(Enciclopedia italiana e dizionario della conversazione: opera originale, Volume 7, pag. 1033)

Poiché li corso d'acqua è un elemento fondamentale per il culto della dea, e non poteva mancare nell'area sacra della nuova colonia[9]. Con il Muller concorda il de Polignac[13], il quale afferma che la nascita del mito di Aretusa non ebbe uno scopo solamente sociale o letterario, esso fu ideato anche per stabilire un forte legame religioso e politico con la madre-patria:

(FR)

«...qui font office le cordon ombelical entre la terre et les dieux de la Grèce et le nouvel horizon de l'hellénisme»

(IT)

«la sorgente funge da cordone ombellicale tra la terra e gli dei della Grecia e il nuovo orizzonte dell'ellensimo»

(François de Polignac, La naissance de la cité grecque: Cultes, espace et société, VIIIe-VIIe siècles[14])

Aretusa deriverebbe dunque da un tempio inizialmente consacrato ad Artemide, Diana, colei che dà il nome alle Ortigie secondo la leggenda, l'antica Asteria. L'Ortiga siracusana per questo motivo veniva anche detta Ortigia Alfeioa o Ortigia Potamia[15], distaccandosi dunque da quella etolica detta Titanide.

Archia dei Bacchiadi e l'Oracolo di DelfiModifica

Le origini corinzieModifica

 
Corinto (Grecia); la terra da dove partirono i primi coloni che vennero a popolare Siracusa sotto la guida di Archia, secondo la leggenda.

«Circa l'anno del mondo 2920, Corinto aveva acquistata una gran potenza sul mare. La navigazione perfezionandosi conduce a fare delle scoperte, accresce il commercio e fa stabilire le colonie. Ciò avvenne a' Corinti. Appena conobbero la Sicilia, che nutrirono il progetto di popolarla con gli abitanti del Peloponneso. Archia, discendente di Ercole, vi fu spedito con una flotta fornita di tutto quello che bisognava per una tale impresa. Egli costrusse e popolò Siracusa, che per la sua fertilità e per la sicurezza del suo porto divenne presto la città più florida della Sicilia.»

(Oliver Goldsmith, Compendio della storia greca...[16], 1812, pag. 140)

Con queste parole lo scrittore irlandese, Oliver Goldsmith, introduce la versione più nota della fondazione di Siracusa. Archia di Corinto, discedente di Eracle e figlio d'Evageto - come attesta il Marmor Parium[17] - appartenente alla famiglia dei Bacchiadi, approdò sulle coste siracusane in una data che oscilla intorno alla seconda metà del secolo VII a.C.

Narra la leggenda che Archia fosse uno dei discendenti dei Bacchiadi; questa famiglia - di stirpe reale ed erede degli Eraclidi - si faceva discendere o da Bacchide figlio di Primno o da Bacchia figlia di Bacco. Archia, considerato il primo fra i corinzi per fama e potere, s'infatuò perdutamente del giovane Atteone - argivo di nascita e figlio di quel Melisso il cui genitore aveva salvato la città di Corinto da una congiura militare - oltremodo bello e dai modi riservati, questi non voleva accettare le premure di Archia, e così il bacchiade decise di rapirlo con la forza. Con i suoi familiari e amici entrò in casa di Melisso e qui iniziò una violenta lotta tra le due fazioni che ponevano al centro il giovane Atteone, il quale strattonato da entrambi i lati morì tra le loro braccia.

Il padre adirato chiese giustizia ai corinzi e non ottenendola maledisse la stirpe dei Bacchiadi e Corinto, gettandosi infine in un dirupo dal tempio di Poseidone[18]. Iniziò presso la città dell'Istimo una violenta carestia, e consultando l'Oracolo delfico i cittadini scoprirono che l'unico modo per liberarsene era vendicare la morte di Atteone. Così Archia decise da sé di esiliarsi - secondo altre versioni egli venne esiliato - e porre fine all'ira degli dei[18].

La consultazione dell'Oracolo delficoModifica

 
Apollo e la Nike; posto al centro tra i due vi è l'Omphalos delfico, ovvero l'«ombellico del mondo» (il centro della terra voluto da Zeus), presso il quale la Sibilla elargiva le sue visioni. Archia è lì che si recò.

Dopo l'esilio Archia prese con sé una vasta quantità di coloni corinzi e prima di intraprendere il suo viaggio decise di recarsi una seconda volta presso l'Oracolo di Delfi per sapere dalla Sibilla di Apollo dove egli avrebbe dovuto recarsi. Pausania il Periegeta narra le parole che la Pitia apollide disse al corinzio[19]:

«Nel vaporoso mare Ortigia giace
Sopra Trinacria là dove la bocca
Si spande dell'Alfeo, che unisce le acque
Alla sorgente di Aretusa amena[20]»

Secondo alcuni storici in questo modo Archia veniva graziato dal messaggero di Apollo, poiché il corinzio nonostante si fosse in precedenza macchiato di un atto aberrante - stando alla versione di Plutarco e Diodoro - e che giungesse al cospetto del luogo sacro come un esule piuttosto che come un nobile fondatore, gli fu comunque concesso un importante sito ove recarsi con la gente che aveva seguito la sua sorte[21]. Distaccandosi momentaneamente dalle vestigia della leggenda è inoltre possibile sottolineare come la vicenda mitica di Archia, con il delitto passionale, fosse narrazione comune tra le antiche fondazioni egee[22]. Esempi celebri vengono citati nell'opera di Braccesi e nell'ampia bibliografia annessa[23]: l'Oreste di Eschilo che viene purificato da Apollo tramite l'invio in altro luogo geografico; il Telefo figlio d'Ercole, purificato tramite il suo arrivo presso Misia; il Tlepolemo, anch'esso eraclide, rifugiatosi in Rodi; e diverse altre figure. Il rapporto purificazione e colonizzazione è molto connesso. Apollo è infatti il simbolo della purificazione, poiché egli stesso venne purificato per volere di Zeus e di Latona[24].

«... la sicura relazione di Apollo con la sfera dei riti di purificazione [...] Le tradizioni di fondazione in cui i coloni sono presentati come 'sacri ad Apollo delfico' appaiono insomma, anche per questo aspetto, il riflesso plausibile di una consuetudine religiosa reale [...] tratti tipici dei riti di separazione [...]»

(Istituti editoriali e poligrafici internazionali, Mediterraneo antico: economie, società, culture, Volume 2, 1999, pag. 304)

Tali analogie si rivedono nelle azioni di Archia[23]. In questo modo la fondazione di Siracusa rientra in pieno nella mitologia tipica delle colonizzazioni greche[25][26]. Strabone riferisce che presso l'Oracolo delfico il corinzio incontrò Miscello di Ripe - futuro ecista di Crotone - anch'egli venuto a Delfi per avere la benedizione degli Dei sulla futura fondazione. Il geografo di Amasya narra che la Sibilla domandò ai due uomini cosa essi desiderassero di più per le loro future colonie. E a tale domanda seguì la risposta dei due mortali:

(FR)

«Suivant certaine tradition, Archias s'était rendu à Delphes en même temps que Myscellus et ils avaient consulté l'oracle ensemble : le dieu, avant de répondre, avait voulu savoir ce que chacun d'eux préférait de la richesse ou de la santé ; et, comme Archias avait choisi la richesse et Myscellus la santé, il avait désigné au premier l'emplacement de Syracuse, et l'emplacement de Crotone au second. Or, les Crotoniates se trouvèrent effectivement avoir bâti leur ville dans des conditions de salubrité merveilleuse, ainsi que nous l'avons dit plus haut; et les Syracusains de leur côté s'élevèrent en peu de temps à l'apogée de la richesse et de l'opulence, témoin cet ancien proverbe : Ils n'auraient pas assez de la dîme de Syracuse, lequel se dit des gens prodigues et magnifiques»

(IT)

«Secondo una tradizione, Archia si recò a Delfi nello stesso tempo in cui lo fece Miscello. Insieme consultarono l'oracolo: il dio, prima di rispondere, volle sapere da ciascuno se avessero preferito la ricchezza o la salute; e, poiché Archia scelse la ricchezza e Miscello la salute, designò al primo l'area di Siracusa, e l'area di Crotone al secondo. Ora, i Crotoniati costruirono effettivamente una città dalle meravigliose condizioni salubri, come abbiamo detto in precedenza; e i Siracusani d'altro canto si elevarono in breve tempo sin all'apogeo della ricchezza e dell'opulenza, testimone di ciò fu l'antico proverbio: alla gente troppo ricca e benestante non basterebbe nemmeno la decima di Siracusa»

(Strabone, tradotto da Amédée Eugène Tardieu, Géographie de Strabon - La Sicile et les îles Lipari, 1867, VI, 2, 4)

Claudio Eliano in seguito criticherà la scelta del fondatore Archia; poiché egli spiega 'ricchezza e salute sono entrambi valori e doni divini' ma alla fine ciò che più conta è avere una mente sana; la salute dunque doveva prediligere il corinzio: essa è primaria, mentre la ricchezza e secondaria[27]. La stessa critica morale sarà mossa da Platone; adirato per la troppa opulenza nella quale egli troverà i siracusani durante i suoi futuri soggiorni[27][28].

Volvendo ad Archia, egli era adesso sereno poiché aveva ottenuto il favore degli dei, poteva quindi intraprendere il suo viaggio verso la destinazione dettatagli dall'Oracolo delfico[29].

I coloni della Tenea corinziaModifica

 
Pausania[30] dice che Tenea si trovava al centro tra Micene e Corinto: «Prendendo poi dall'Acrocorinto la via dei monti, si arriva alla porta Teneatica»[31] mentre a settentrione confinava con l'Argolide[32]. Sotto il regno di Agamennone il territorio miceneo si estendeva sino a nord di Corinto; comprendendo il sito teneatico[33].

Strabone informa che Archia prese il suo maggior numero di coloni da una località chiamata Tenea:

«Tenea è un borgo del territorio corintio ed ivi è il tempio di Apollo Teneate. Dicesi che quando Archia guidò una colonia a Siracusa, i più di coloro che lo seguitarono fossero di questo borgo, il quale dopo d'allora prosperò più ch'ogni altro di quella regione. All'ultimo fondò un governo suo proprio ed indipendente: poi ribellandosi da' Corintii s'accostò coi Romani, e quando Corinto fu distrutta, continuò tuttavia a sussistere.»

(Strabone tradotto da Francesco Ambrosoli in Della geografia di Strabone libri XVII, Volume 3, 1833, pag. 348)

Tenea al tempo di Archia era dunque un borgo appartenente a Corinto, ma dopo la partenza dell'ecista futuro siracusano, i teneati rimasti, cercarono e trovarono l'indipendenza da Corinto. Divenendo florido luogo sociale, Tenea sopravvisse alla sorte di Corinto; essa infatti venne risparmiata dalla furia dei romani quando questi, capitanati da Lucio Mummio Acaico, distrussero la madrepatria di Siracusa fin dalle fondamenta. Ma sul perché Tenea venne invece risparmiata, pare fondarsi e connettersi l'origine dei futuri coloni siracusani. Secondo Aristotele[34] e Pausania[30] i teneati erano discendenti di Troia. Per questo motivo Acaio, in virtù della comune origine troiana (i romani si facevano discendere dall'Enea troiano) non toccarono quel popolo. Spiegazione che diversi storici ritengono la più plausibile all'alternativa che vuole invece il rispetto di Roma a Tenea, poiché quest'ultima si era schierata dalla sua parte contro Corinto; tralasciando il fatto che un sito piccolo e satellite come quello teneate non avrebbe potuto avere da solo la forza necessaria per ribellarsi all'intera Lega achea[35][36].

Le origini di tale leggenda - narra Pausania - risalgono al tempo della Guerra di Troia, quando il re miceneo Agamennone aveva imprigionato i troiani provenienti dall'isola di Tenedo - detta la "Porta della Troade" - e condotti nel territorio peloponnesiaco, aveva concesso loro di fondare una città che essi chiamarono Tenea per ricordare le origini del loro fondatore Tenno, il cui genitore era Cicno - figlio di Poseidone - ucciso da Achille[36][37].

 
L'«Apollo di Tenea» è un Kouros scolpito nella prima metà del 500 a.C. ovvero due secoli dopo, circa, la partenza dei coloni teneati verso Siracusa. Il culto dell'Apollo siracusano potrebbe dunque derivare da quello teneatico che a sua volta deriverebbe dal culto troiano.

Mentre gli storici antichi sono discordanti nel citare o meno le origini troiane di tale località, è bene sottolineare che tutti concordano nel menzionare il culto di Apollo - d'origine non dorica - attestato a Tenea. Strabone infatti informa che l'Apollo teneatico era il medesimo proveniente da Tenedo[38]. Il che si riallaccia alle parole pro-troiane riguardanti il dio del sole teneatico dette da Pausania[39]:

«le genti del luogo dicono d’essere Troiani [...] e per questo, fra tutti gli dei, venerano particolarmente Apollo[30]»

Strabone, citando Aristotele, narra di un asiatico che si recò presso l'Oracolo a domandargli se potesse trasferirsi a Corinto, e come responso ottenne tale frase:

«Fortunata è Cortinto; io però vorrei essere Teneate[30]»

Alcuni storici hanno ipotizzato che questo asiatico - di Tenedo - che Strabone menziona, potesse essere un troiano - sito dove il culto di Apollo è più forte - parte della futura colonia di Tenea[40], e che quindi l'origine del santuario teneatico - e di conseguenza quello siracusano - derivassero dall'Asia Minore.

Il legame con Magnesia al MeandroModifica

Oltre il legame con Troia, vi è una diversa ipotesi legata ai coloni di Tenea e che riguarderebbe da vicino i miti più famosi della futura Siracusa. Narra infatti Pindaro - la fonte più antica al riguardo - che l'isola di Tenedo un tempo si chiamava Leukophrys; omofonia che richiama fortemente il termine Leukophryene del santuario dedicato ad Artemide nella città di Magnesia al Meandro; anch'essa sita in Asia Minore.

Vi è infatti un legame tra le tre località: Tenedo/Tenea-Siracusa-Magnesia al Meandro; i magnesi segnarono tra le comunità loro consanguinee i siracusani[41]. Sul perché essi - greci d'Asia - attestassero tale fraterno legame, è l'interrogativo di molti studiosi.

Tra le probabili risposte vi è una comune discendenza eolica; si narra che l'isola della Troade sia stata abitata da genti provenienti dall'Eolide asiatica (dove secondo gli storici moderni sarebbe nato il nome degli eoli e dunque dell'Eolia, ovvero della Tessaglia[42]).

 
Alpheus and Arethusa (di John Martin). A Tenedo vi scorreva un fiume chiamato Alfeo; il mito della ninfa Aretusa e del dio fluviale Alfeo potrebbe dunque essere stato introdotto dai coloni elei di Tenea/Tenedo, che a Siracusa si sarebbe poi incontrato con il già presente culto di Artemide introdotto precedentemente dagli elidi[36].

Gli eoli, a differenza dei troiani, veneravano la dea Artemide - futura Diana - e la città di Magnesia sul Meandro - che Strabone definisce «città eolica»[43] - era considerata come la città sacra ad Artemide, poiché qui si svolgevano le grandiose feste Leukophryeneia in onore della dea. È dunque plausibile che tra le eoliche Magnesia e Tenedo[44] vi fosse un antico collegamento che attraverso Tenea arrivò fino ai siracusani[36]. Le forti analogie tra le due terre greco-asiatiche e la futura Siracusa non mancano; anzitutto a Tenedo si ritrova un nome molto noto alla dea Artemide - oltre quello di Leukophrys - gli studiosi informano che l'isola della Troade era anticamente chiamata Asteria - Asterina si cita nella Suida; Asterio dice Plutarco[44] - primo nome della dea Artemide:

«Sarà Tenedo quella celebre, la quale con Delo parimenti, tra gli altri nomi fu detta Asteria»

(Accademia Etrusca, Saggi di dissertazioni accademiche..., 1743, pag. 209)

Il culto di Artemide - che sarà molto presente nella futura Siracusa - trarrebbe dunque origine dai coloni di Tenedo.

Ma il collegamento con Magnesia ha sorpreso gli studiosi, poiché l'attestazione di tale syngheneia - mandata con ambasceria greca - tra magnesi e siracusani, arrivò poco tempo dopo la conquista romana di Siracusa; nel 206 a.C., appena 6 anni dopo la fine della guerra tra romani e siracusani[45][46]. I magnesi, pur mandando gli inviti, come da consuetudine, a tutte le città greche d'oriente e occidente, usarono il termine di fratellanza solo con Siracusa ed Epidamno (località dorico-corinzia), mentre non lo usarono con Corinto, il cui nome antico era Efira, ed era anch'essa d'origine eolica. Ciò lascia presupporre agli studiosi che i magnesi si collegassero ai siracusani tramite i coloni di Tenea, provenienti da Tenedo. Tuttavia si sottolinea come sia Magnesia sul Meandro che Siracusa avessero comune interesse a unirsi in nome della dea greca: i primi perché erano minacciati dai conflitti che li circondavano in quel periodo e dunque cercavano alleati e riconoscimento di sacralità; i secondi perché erano stati conquistati da Roma ed erano quindi desiderosi di riaffermare una loro identità egemone con il mondo greco; ormai perduta a causa degli stravolgimenti geo-politici in atto nel Mediterraneo[36].

Ma tralasciando l'interessante parentesi dell'Artemide di Magnesia, vi è inoltre da sottolineare come Strabone nella sua Gheographikà riportasse quanto raccontato da Zoilo, il quale nell'Encomio dei Tenedi asseriva che sull'isola troiana/eolica nasceva il fiume Alfeo; esso seguendo un andamento carsico attraversava tutto il Peloponneso e riemergeva nell'Arcadia[47] Nonostante vi sia anche un fiume Alfeo elide che rivendica l'origine siracusana, entrambi potrebbero collegarsi tra essi, ricostruendo il percorso fatto dai coloni tenedi per giungere a Siracusa: Troade-Peloponneso-Sicilia[36].

Gli studiosi dell'antica Accademia Etrusca formulano poi un'affascinante ipotesi secondo la quale il termine Alfeo - che così tanto ritroviamo nei miti sull'origine siracusana - deriverebbe dal termine ebraico Alaph e significa Bue - colui che guida, regge - e secondo Filone Erennio[48] il simbolo della dea Astarte - dea di antica origine non greca - era il Bue con le corna che indicavano la forma della luna[49]. Quindi Tenedo, che anticamente si chiamava Asterio/a e sulla quale scorreva un fiume detto Alfeo, avrebbe serie analogie con la futura nascita di Siracusa.

I dori di Capo ZefiroModifica

Il Capo Zefiro - odiernamente chiamato Capo Bruzzano - è un promontorio della Calabria; nelle vicinanze di Locri Epizefiri. Qui giunse Archia con il suo seguito. La leggenda narra che il bacchiade partecipò alla fondazione della polis locrese. Manfredi e Braccesi così descrivono quel momento nel loro saggio storico de I greci d'Occidente:

«Qui, infatti, sosta il corinzio Archia diretto a Siracusa; qui sostano ancora i Dori (Corinzi?) [...] Questi [coloni giunti dalla Locride greca] , appunto, fondano Locri con l'aiuto e l'appoggio dei Siracusani. Ma chi sono costoro? Chi sono questi Siracusani o, più probabilmente, Corinzi/Siracusani? Quelli qui giunti con Archia, ovvero loro discendenti che, in età successiva, conservano il controllo sullo scalo presso il promontorio Zefiro? [...][50]»

La fonte primaria di tale notizia è data da Strabone, che a sua volta attinse dallo storico siracusano Antioco[51]. Il tragitto di Archia è effettivamente articolato; secondo varie tradizioni, l'ecista una volta preso il mare dalle coste peloponnesiache, si fermò a Corcira, e qui vi lasciò il bacchiade Chersicrate, che divenne fondatore dell'isola. Nella futura Corfù rimasero anche molti coloni e parte dell'esercito greco diretto a Siracusa. Sono diverse le ipotesi che spiegano l'arrivo di Archia in Italia. Alcuni sostengono che vi giunse perché fosse incerto sulla località da prescegliere per fondare la sua colonia[52]. Altri dicono che vi giunse per riparare alla perdita subita di coloni; avendone lasciato una quantità presso Corcira[53]. Sempre secondo il passo riferito da Strabone[51], il corinzio avrebbe collaborato anche alla fondazione di Crotone. E solo dopo questi fatti avrebbe ripreso il mare per giungere finalmente in Sicilia[54].

Nella punta dell'Italia meridionale si unirono a lui dei dori provenienti dalle coste siciliane. Costoro giunti al seguito dell'ecista Teocle[55] - d'incerta origine ateniese o calcidese - per qualche motivo si staccarono dal gruppo di coloni che fondarono Megara, per cui ritornati al Zefiro decisero di seguire Archia nella sua prossima meta.
Nell'opera di Manfredi e Braccesi si è ipotizzato che tale distacco sia stato dovuto allo scoppio della Guerra lelantea - definita la prima guerra coloniale della storia[56] - tra le due contendenti Calcide ed Eritrea, e poiché Tucidide informa che essa coinvolse tutto il mondo greco - specialmente Corinto che stava per raggiungere l'apice della sua potenza - i coloni dorico-corinzi si staccarono da quelli megaresi, dato che le loro madrepatrie appoggiavano ciascuna una diversa contendente[57]. Ovviamente ciò rimane solo ipotizzabile, poiché Strabone riferisce solamente che questi dori erano fuggiti dai loro compagni fondatori di Megara, altro non annota sulla vicenda[58].

La fondazioneModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Origini di Siracusa § La fondazione di Siracusa.
 
Antica mappa dove viene illustrato il territorio fisico di Siracusa. Opera dello storico Charles Rollin.

Approdando sulle coste della Sicilia Archia giunse all'isola di Ortigia. Tucidide narra che il corinzio dovette scontrarsi con i siculi[59], e una volta portati via dall'abitato aretuseo, egli vi fondò la polis di Siracusa, il cui nome deriverebbe da una palude d'acqua salmastra posta sulle vicinanze del luogo dello sbarco e detta Siraca.

Alcune leggende narrano che Archia ebbe due figlie: Ortigia e Siracusa; da queste si diede origine ai due nomi della città. Mentre secondo il grammatico costantinopolitano, Giorgio Cherobosco, le figlie del corinzio si sarebbero chiamate Syra e Akousa, dalle quali sarebbe scaturito il nome di Syrakousa[60].

Lo scoliasta di Pindaro vuole inoltre che l'ecista eraclide abbia già trovato edificate le città di Acradina, Neapolis, Epipoli e Tiche, e che unendole tutte insieme, egli abbia infine fondato Siracusa[61].

Vi è infine un'altra narrazione data dallo storico bizantino Giuseppe Genesio, il quale attribuisce la fondazione della polis non ad Archia, ma bensì alle sue due figlie: Syra e Kossa; un esempio di fondazione al femminile dunque[62][63].

La leggenda sulla fondazione si conclude negli scritti antichi con la morte di Archia per mano di un capitano della sua flotta, Telefo, che da giovane era stato cinedo del corinzio, e che avendolo seguito in Sicilia tra la sua armata, a tradimento lo uccise[64]. Ma la polis era ormai stata fondata, e la colonia di Archia si sarebbe avviata ugualmente a proverbiale grandezza.

«Questa città s'accrebbe poi e per la sua naturale fertilità del terreno, e per la buona condizione dei porti. I suoi abitanti divennero principali nella Sicilia: sicché i Siracusani, quantunque soggetti alla signoria dei proprii tiranni, poterono far da padroni sugli altri popoli; e quando ebbero riacquistata la libertà liberaron coloro ch'erano dominati da' barbari [...]»

(Strabone, Della geografia di Strabone libri XVII, Volume 3, 1833, pag. 127)

NoteModifica

  1. ^ Giovanni Emanuele Bideri - Dizionario Biografico degli Italiani - Volume 10 (1968) - Enciclopedia Treccani, su treccani.it. URL consultato il 29 agosto 2014.
  2. ^ Il Capodieci afferma l'anno 320 dopo il diluvio; ma egli mescola anche le due leggende: quella omerica e quella etolica. Fonte visibile in Articolo cronologico de dominanti di Siracusa - Antichi monumenti di Siracusa - Wikisource
  3. ^ Per le date della presunta fondazione etolica si vedano: Alessio Narbone, Istoria della letteratura siciliana, pag. 33
  4. ^ a b Scuola di paleografia di Palermo, Società siciliana per la storia patria, Archivio storico siciliano, Volume 14, 1889, pag. 353
  5. ^ Gian Battista Missiaglia, Biografia universale antica e moderna. Parte mitologica..., Venezia, 1838, pag. 184
  6. ^ Alessi, 1834, pag. 362.
  7. ^ Tucidide, I, 5 3; III, 94, 5.
  8. ^ Ciaceri, 1914, pag. 2.
  9. ^ a b Müller, 1825 (pubblicazione Andreotti, 1991), pag. 97.
  10. ^ a b Ciaceri, 1914, pag. 6.
  11. ^ Deputazione toscana di storia patria, Archivio storico italiano, Volume 4, 1879, pag. 428
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BibliografiaModifica

Fonti primarieModifica

Fonti secondarieModifica

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  • Guglielmo Capozzo, Memorie su la Sicilia, Tipografia di Bernardo Virzi, 1840, ISBN non esistente.
  • Emanuele Ciaceri, La leggenda della colonizzazione etolica di Siracusa - Estratto dall'Archivio Storico per la Sicilia Orientale - Anno XI - Fascicolo III, Officina Tipografica V. Giannotta, 1914, ISBN non esistente.
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  • Valerio Massimo Manfredi e Lorenzo Braccesi, I Greci d'occidente., Arnoldo Mondadori Editore, 1996, ISBN 978-88-04-48060-0
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  • Nicola Bonacasa, Lorenzo Braccesi e Ernesto De Miro, La Sicilia dei due Dionisî:atti della Settimana di studio, Agrigento, 24-28 febbraio 1999, L'ERMA di BRETSCHNEIDER, 2002, ISBN 8882651703.
  • Cinzia Bearzot e Franca Landucci Gattinoni, Argo, Vita e Pensiero, 2006, ISBN 9788834313879.
  • (FR) François de Polignac, La naissance de la cité grecque: Cultes, espace et société, VIIIe-VIIe siècles, 1984, LA DECOUVERTE, 2010, ISBN 9782707155375.
  • Giovanna De Sensi Sestito e Maria Intrieri, Corcira fra Corinto e l'Occidente: rapporti e sincronismi di colonizzazione in Sulla rotta per la Sicilia: l'Epiro, Corcira e l'Occidente, ETS, 2011, ISBN 9788846730916.

Voci correlateModifica