Apri il menu principale

Leo Longanesi

giornalista, pittore e disegnatore italiano
Leo Longanesi

Leo Longanesi, all'anagrafe Leopoldo Longanesi (Bagnacavallo, 30 agosto 1905Milano, 27 settembre 1957), è stato un giornalista, scrittore, editore, pittore, disegnatore, caricaturista e aforista italiano.

Si cimentò nell'arte della scrittura, nella grafica, nella tipografia, nell'illustrazione, nel disegno caricaturale e nella pittura, lasciando sempre un'impronta originale e controcorrente. Fu fondatore e direttore di varie riviste come L'Italiano (1926), Omnibus (1937) e Il Borghese (1950). Personaggio insieme popolare e sofisticato, seppe fondere il gusto per la tradizione con un atteggiamento intellettuale anticonformista. Grande talent scout, fu il maître à penser di un'intera generazione di scrittori e giornalisti.

BiografiaModifica

 
La notizia riguarda due duelli d'onore; il primo di essi si è tenuto a Milano. Ne parla il «Corriere della Sera» il 18 gennaio 1927. È la prima citazione di Leo Longanesi, poco più che 21 enne, sul quotidiano milanese.

Il padre Paolo, appartenente a una famiglia di agiati coltivatori lughesi, dirigeva la fabbrica di polveri da sparo «Pietro Randi» di Lugo[1]; la madre Angela era discendente dei Marangoni, ricchi proprietari terrieri di Bagnacavallo.

Longanesi ricorda: «Sono uscito da una famiglia per metà rossa e per metà nera, sentimentale e rissosa, laboriosa e ambiziosa, scettica e religiosa; sono cresciuto in una delle tante famiglie romagnole che, in ottant'anni, riuscirono ad acquistare una casa, a conquistarsi un gradino». «Sono un uomo inquieto uscito da una famiglia quietissima»[2]. Nel 1911 Leo ha sei anni: la famiglia si trasferisce a Bologna. I genitori, benestanti, hanno deciso di investire sull'unico figlio. Leo dovrà imparare il francese e frequentare le migliori scuole della città. In estate trascorre la villeggiatura con la famiglia alle terme di Montecatini, a San Remo e, dal 1915 in poi, a Forte dei Marmi[3].

I Longanesi prendono alloggio in palazzo Boldrini, all'angolo tra via Irnerio e piazza VIII Agosto. Di sera la famiglia Longanesi non è quasi mai sola: vengono invitati nel salotto di casa poeti e scrittori. È un'idea della madre Angela, che vuole che Leo si abitui fin dalla fanciullezza alle conversazioni intellettuali. Alcuni nomi: Alfredo Testoni, Giuseppe Lipparini, Carlo Zangarini, Lorenzo Ruggi, Gherardo Gherardi[4]. Bologna diventa così la città di adozione di Leo: «A Roma, a Milano, a Napoli, ho trascorso anni, ma a Bologna ho lasciato il cuore. Posso dire di conoscerne ogni porta, ogni finestra, ogni vicolo [...] [A Bologna] Tutto è lecito, tutto è consentito, a condizione che ci si muova sul piano dell'intelligenza...»[2]. Appena comincia a manifestare la sua inclinazione per l'arte e la letteratura la madre lo asseconda. Affascinato dalle arti grafiche, esprime la sua creatività realizzando giornali. Crea il primo foglio stampato all'età di quindici anni: Il Marchese (numero unico, 1920). Seguiranno: È permesso…?, con sottotitolo: Zibaldone dei giovani (mensile satirico, 1921), Il Toro (1923)[5] e Il Dominio (1924), dove rivela le sue doti intellettuali, tecniche e artistiche. Tutti i giornali hanno sede presso la sua abitazione in via Irnerio e sono stampati presso lo Stabilimento Poligrafici Riuniti.
Dopo la maturità, conseguita al liceo ginnasio Galvani, frequenta l'Università felsinea alla Facoltà di Giurisprudenza.

Il Ventennio di LonganesiModifica

 
Francobollo che celebra il centenario della nascita.

«Descrivere la vita di Longanesi equivale a percorrere la storia delle vicende politiche, letterarie ed artistiche d'Italia dal 1926 ad oggi. Ci si accorge di come la storia di Longanesi sia legata alle fortune spirituali del nostro paese»

(Giuseppe Raimondi, Il Selvaggio, n. 4-5-6/1942, p. 10.)

Nella Bologna del primo dopoguerra, Longanesi gode di benessere materiale, veste e consuma alla moda e adotta l'estetica futurista come stile di vita. Appassionato di arti figurative, cinque sue tavole compaiono sulla rivista romana «Cronache di attualità». Nel segno del movimento futurista sono anche i primi quadri, con cui prende parte all'Esposizione annuale di Belle arti in Bologna nel 1923[6]. Longanesi si ispira a grandi maestri come Daumier, Toulouse-Lautrec e Grosz[7]. Benché non ancora maggiorenne, frequenta già i caffè letterari; si inserisce nel giro dei nottambuli e del demi-monde cittadino. In breve tempo entra in contatto con scrittori e artisti più anziani di lui di almeno una generazione. Conosce Bruno Cicognani, Galvano della Volpe, Gustavo Del Vecchio e soprattutto Giorgio Morandi, che lo prende sotto la sua ala protettiva. Morandi lo presenta a Giuseppe Raimondi e a Vincenzo Cardarelli, che Longanesi prende come esempio di intellettuale brillante e affabulatore. Frequenta i gerarchi fascisti Leandro Arpinati e Dino Grandi; con Italo Balbo stringe una duratura amicizia.

Tra il 1923 e il 1924 collabora al periodico satirico Index Rerum Virorumque Prohibitorum[6]. Nel 1924 inizia a collaborare con L'Assalto (1920-1943), organo della federazione fascista di Bologna. Longanesi trascorre parte di quell'anno a Roma, un'esperienza giovanile che rimarrà fondamentale nel suo percorso artistico e culturale. Nella capitale conosce alcuni scrittori che anni dopo diventeranno collaboratori delle sue riviste: Alberto Savinio, Antonio Baldini, Emilio Cecchi, Riccardo Bacchelli, Vincenzo Cardarelli e Amerigo Bartoli[8]. Durante il viaggio di ritorno fa tappa a Firenze. Qui Cecchi gli presenta Giovanni Papini e il gruppo riunito intorno alla casa editrice Vallecchi. In un secondo viaggio Longanesi si reca a Colle Val d'Elsa, dove conosce il pittore e incisore Mino Maccari[9]. Maccari introduce Longanesi in Strapaese, un movimento che intende il fascismo come mantenimento della tradizione e della genuinità paesana. Il pittore dirige la rivista Il Selvaggio, a cui Longanesi presterà la propria collaborazione dal 1925[10] al 1929. I due scrivono insieme la commedia teatrale Due servi. Oltre a Maccari, l'altro incontro importante del 1924 è quello con Curzio Malaparte[11].

Il 1926 è un anno di svolta per Longanesi: fonda una rivista, scrive il suo primo libro e lascia gli studi universitari per dedicarsi completamente all'editoria. Il 14 gennaio 1926 esce il primo numero de L'Italiano, settimanale di cultura artistico-letteraria. Il nome di Longanesi inizia a diffondersi presso l'Italia colta. Collaborano alla rivista, tra gli altri, Cardarelli, Giovanni Comisso, Henry Furst e Mino Maccari. L'Italiano nasce in un momento di intenso dibattito circa il rapporto tra arte e fascismo, e si caratterizza per una presa di posizione nettamente contraria all'esistenza di un'arte fascista:

«Questa rivista non ha mai stampato le parole stirpe, era, cesarea, augustea... Dio ci scampi e liberi dagli archi di trionfo e dai fasci coi festoni... Uno stile non s'inventa dalla sera alla mattina. Lo stile fascista non deve esistere. Il nostro stile è quello italiano che è sempre esistito. Oggi occorre metterlo in luce[2]»

Secondo Longanesi la realtà suggerisce all'artista i modelli, ma l'opera d'arte non è una copia del reale: è il frutto di un originale processo creativo, che mira non già alla mera rappresentazione del suo oggetto, ma a una sua feconda manipolazione[12].

Il "pensare contro" di Longanesi
La fronda per Longanesi è una questione estetica: «I regimi totalitari non consentono la battuta di spirito ma essi hanno il merito, involontario, di suscitarla. Nelle grandi pause liberali, lo spirito, il gusto del comico, l'ironia languono. La satira è tanto più efficace quanto più è rivolta contro regimi intolleranti»[2]; ma è anche una questione antropologica: «Fanfare, bandiere, parate. Uno stupido è uno stupido, due stupidi sono due stupidi, ma diecimila stupidi sono una forza storica»[2]; una questione editoriale: «Il Fascismo non ha tolto la libertà di stampa ma ha introdotto la responsabilità di stampa; e i giornali d'oggi sono monotoni, uguali, zelanti, cortigiani, leccapiatti appunto perché nessuno ha il coraggio d'assumere questa responsabilità, a costo di perdere onori e cariche. Non è dunque la libertà di stampa che fa difetto, ma è la stampa, che per vivere in pace, si taglia la testa e la mette nel sacco dei luoghi comuni»[2]; e una questione politica, perché il fascismo ha deluso le sue aspettative strapaesane: «Gerarchi: la grande attività di chi non ha nulla di serio a cui pensare»[2].
Per esprimere questo concetto Longanesi coniò il seguente aforisma: “Credi ma disubbidisci”.

Il Vade-mecum del perfetto fascista, opera prima che Longanesi pubblica nel 1926 con straordinario successo, è un compendio del suo stile "frondista": il famoso motto «Mussolini ha sempre ragione», da lui coniato[13] (e presente nel Vade-mecum), si presta con voluta ambiguità sia all'esaltazione sia alla satira. Questa sottile duplicità permette a Longanesi da un lato di collaborare con la rivista Cinema di Vittorio Mussolini; dall'altro di satireggiare su «ogni campagna del regime: così per la battaglia del grano (1925), come per la bonifica culturale; per la mitizzazione dell'Antica Roma, come per le mire imperiali della guerra d'Africa»[2].

Nel 1927 Longanesi inizia anche la sua attività di editore. La sua piccola casa editrice, L'Italiano Editore, pubblica opere di Riccardo Bacchelli, Curzio Malaparte, Telesio Interlandi (Pane bigio, 1927), Vincenzo Cardarelli e Antonio Baldini (La dolce calamita ovvero La donna di nessuno, 1929). Utilizza il carattere tipografico Bodoni. Così Longanesi presenta la sua casa editrice ai lettori

«Iniziando la pubblicazione di questi libri dell'«Italiano», ho cercato di rendere elegante e leggera la parte tipografica onde essa possa intonarsi allo scritto. Non si spaventi il lettore se i caratteri usasti sono vari e opposti, bastardi e perfetti, perché solo dalla varietà e dalla bizzarria può rinascere il buon gusto tipografico»

(Bruno Romani, "Ritratto di Longanesi e de «L’Italiano»", in Aa. Vv., L’Italiano (1926 – 1942), a cura di Bruno Romani e Calimero Barilli, Edizioni dell’Ateneo, Roma 1976.)

Nel 1928 rileva da Curzio Malaparte la casa editrice "La Voce", fondata a Roma da Giuseppe Prezzolini nel 1919[14]. Una delle prime pubblicazioni dell'editrice è proprio un'opera di Malaparte, Avventure di un capitano di sventura (1928).

Nel 1929 inizia una proficua collaborazione con Giovanni Ansaldo, con cui era in corrispondenza fin dal 1926[15]. Quell'anno Longanesi si presenta alle elezioni, senza essere eletto. Il 6 luglio accetta la direzione del periodico L'Assalto, cui collabora fin dal 1924. Nel 1930 appaiono sul mensile bolognese le prime fotografie che Longanesi pubblica su un suo giornale (e dal 1931 anche su L'Italiano). Il 14 maggio 1931, al Teatro Comunale di Bologna, Arturo Toscanini è vittima di un'aggressione squadrista. Il maestro viene schiaffeggiato per non aver voluto intonare Giovinezza. Longanesi era presente[16]. In autunno rassegna volontariamente le dimissioni da L'Assalto: Longanesi paga per un articolo irriverente contro il senatore Giuseppe Tanari, finanziatore dello squadrismo bolognese. Nei primi mesi del 1931 effettua un viaggio a Barcellona, da cui trae un reportage uscito sull'Italiano in aprile. Altri viaggi verranno effettuati tra il 1932 e il 1936 in Spagna (Saragozza, Madrid e Cordova) e Portogallo (Porto)[17].

Nel maggio 1932 Longanesi si trasferisce a Roma con i genitori e i nonni. Fissa la propria residenza in Corso Vittorio Emanuele. Trasferisce nella capitale anche la direzione de L'Italiano. Oltre al suo giornale, si dedica maggiormente a Il Selvaggio, giungendo a compilarlo praticamente da solo. Nel 1929, in occasione di un'esposizione di libri a Barcellona, si era occupato dell'allestimento del padiglione della stampa letteraria. I lusinghieri risultati gli procurano, tre anni dopo, l'incarico di allestire la "Sala T", interamente dedicata a Mussolini, nell'ambito della Mostra del decennale della Rivoluzione fascista, inaugurata il 28 ottobre 1932. Longanesi cura anche la propaganda per la Guerra d'Etiopia (1935). Tra il 1931 e il 1936 Longanesi pubblicò sull'Italiano cinque suoi racconti: Epopea, Una visita, Domenica, Intesa mattutina, Ritratto di un uomo rispettabile[18].

 
Longanesi e la moglie (1939).

Nel 1935, alla soglia dei trent'anni, Longanesi ritiene di poter chiedere al regime fascista la direzione di un importante giornale. Il giornalista-editore vuole creare un altro periodico tutto suo. La gestazione della nuova rivista è particolarmente laboriosa poiché il regime, che controlla strettamente la stampa, ha proibito di far uscire nuovi settimanali[19]. Nel settembre 1936, visto che il progetto non ha ancora ottenuto l'avallo delle autorità, Longanesi inizia a scrivere sul quindicinale «Cinema» diretto da Italo De Feo. Con De Feo, Longanesi sperimenta in prima persona come si svolge la preparazione di un rotocalco. La collaborazione termina bruscamente a causa di un servizio fotografico su Roma che non viene gradito da una figura altolocata del regime[20]. Il servizio si intitolava Aspetti di Roma ed uscì nel numero del 10 ottobre 1936[21].

Finalmente, il 3 aprile 1937, vede la luce Omnibus - Settimanale di attualità politica e letteraria. Stampato in rotocalcografia, è considerato il capostipite dei settimanali d'informazione italiani. Longanesi così descrive la sua linea editoriale:

«È l'ora dell'attualità. È l'ora delle immagini. Il nostro nuovo Plutarco è l'obiettivo Kodak, che uccide la realtà con un processo ottico e la fissa come lo spillo fissa la farfalla sul cartoncino. Oggetti e persone, fuori del tempo, dello spazio e delle leggi di casualità divengono una visione. La fotografia coglie il mondo in flagrante. Diamo tante immagini accanto a testi ben fatti: ecco un nuovo genere di giornalismo.[2]»

Longanesi era il demiurgo: suggeriva gli articoli, li commissionava, li correggeva, li ritagliava e li rimaneggiava.[22] Edito da Angelo Rizzoli[23], arricchito dalle firme di Indro Montanelli, Alberto Moravia, Vitaliano Brancati, Ennio Flaiano, Mario Soldati, Mario Pannunzio, Arrigo Benedetti e Alberto Savinio, il periodico ottiene un immediato successo, ma per un motivo futile viene sospeso dal Minculpop il 2 febbraio 1939. Vani i tentativi di Longanesi di ottenere da Benito Mussolini la revoca del provvedimento.

Il destino vuole che la chiusura di Omnibus arrivi poche settimane prima del suo matrimonio. Il 18 febbraio Longanesi convola a nozze con Maria Spadini, figlia del pittore Armando Spadini, conosciuto tramite Vincenzo Cardarelli, amico comune[24]. Dall'unione nascono tre figli: Virginia (19 dicembre 1939), Caterina (25 dicembre 1941) e Paolo (6 aprile 1945). Intanto la collaborazione con Rizzoli, editore di Omnibus, procede sotto altre forme. A Longanesi è affidata la direzione della collana Il sofà delle muse, che riprende il titolo di un'omonima rubrica del settimanale. Escono in questa collana[25]: Il deserto dei Tartari di Dino Buzzati (1940), Don Giovanni in Sicilia di Vitaliano Brancati (1941) e La verità sul caso Motta di Mario Soldati (1941). Neanche il regime si dimentica di lui: nel 1940 è nominato consulente tecnico-artistico del Ministero della cultura popolare[26].

Il 1940 è anche l'anno in cui l'Italia entra nella seconda guerra mondiale. Bastano due anni a Longanesi per capire come andrà a finire: «Si ha molta fiducia nella nostra incapacità; e dicono "La nostra cara patria, la nostra Italia" con una commozione turistica, familiare e ipocrita che non lascia più speranza»[2]. Ma con la sua tipica versatilità, su richiesta di Mussolini, si dedica alla propaganda bellica e conia i famosi slogan: «Taci! Il nemico ti ascolta», «La patria si serve anche facendo la sentinella ad un bidone di benzina», «Una pistola puntata contro l'Italia»[27]. Disegna molte copertine e pagine interne per la rivista Primato.

A Roma Longanesi usa per la prima volta, nel 1941, il suo nome come marchio editoriale. Pubblica autori, oltre che italiani, anche francesi (Flaubert, Maupassant, Tocqueville), russi (Tolstoj, Dostoevskij) e anglo-americani (Caldwell, Isherwood e Cain). Nel 1942 crea le collane La Gaja Scienza, Il Cammeo e La Buona Società, che riprenderà nella nuova casa editrice fondata a Milano nel dopoguerra.

Gli anni della guerraModifica

 
Longanesi con Alberto Moravia e Pietro Albonetti a passeggio per Roma (1940).

Il 25 luglio 1943 cade il regime fascista. Longanesi scrive, assieme a Mario Pannunzio e Arrigo Benedetti, l'articolo di fondo del 26-27 luglio su Il Messaggero, principale quotidiano della capitale, in cui si celebra il ritorno alla libertà. Dopo l'8 settembre 1943 e il cambio di campo dell'Italia, Longanesi capisce di non potersi più sentire al sicuro[28]. Il 16 settembre lascia la capitale diretto al Sud. Il viaggio per attraversare il fronte dura due settimane. Insieme al padre e ad alcuni amici (tra cui Steno, Mario Soldati e Riccardo Freda)[29] si dirige dapprima a Orte in treno (16 settembre). Qui il padre li lascia per tornare a Roma. Longanesi e gli altri proseguono a bordo di un carro merci in Abruzzo (L'Aquila, Sulmona). Arrivati a Guardiagrele (19 settembre), vi sostano una settimana, per organizzare l'attraversamento del fronte. La sera del 26 settembre partono per Carpinone, il 29 giungono a Vinchiaturo, in Molise.

Il 1º ottobre, dopo aver attraversato il fiume Calore, incontrano i primi soldati del fronte alleato.[30] Longanesi si stabilisce nella Napoli occupata dagli Alleati. Lavora, insieme a Steno e a Mario Soldati[31], al Centro italiano di propaganda e conduce alla radio la rubrica Stella bianca. Ben presto affiora però la sua scontentezza verso il nuovo clima: «Tutti si agitano, si affannano, si intrufolano, in mille modi nei luoghi più impensati. Chi studia l'inglese, chi spinge la moglie nelle anticamere dei comandi, chi passa da un partito all'altro nell'incerto pensiero di non saper chi trionfi; chi raccoglie testimonianze false sulla propria onestà politica per accusare l'antico compagno. Tutti i partiti si rubano di tasca i programmi, e tutti vogliono fondare nuovi partiti»[2].

Annota sul suo diario: «Perdere una guerra è una cosa disastrosa, ma non è un fatto irrimediabile. Sotto certi aspetti, è bene anche perderne qualcuna di guerre, ma è un errore lamentarsene e dimenticarsene. Il vero guaio è che non abbiamo perduto abbastanza: ci sentiamo quasi vincitori».[2] Cosicché attende la liberazione di Roma (4 giugno 1944) e poi fa ritorno nella capitale (il 1º luglio). In estate scrive la commedia teatrale, Il suo cavallo (il riferimento è al cavallo di Mussolini), che debutta al Teatro Valle. Pubblica Addio a Berlino del britannico Christopher Isherwood[32]. Con l'editore De Fonseca pubblica e dirige Sette. Settimanale di varietà. Nato il 1º aprile 1945, si impone subito per la vivacità, le interessanti rubriche e il sapiente utilizzo delle immagini fotografiche. All'indubbio successo della rivista, non corrispondono però adeguate soddisfazioni economiche. Longanesi decide quindi di trasferirsi a Milano, città più votata all'imprenditoria. Non cerca Rizzoli, ma vuole avviare un nuovo sodalizio.

La vita a MilanoModifica

Nel gennaio del 1946 Longanesi si trasferisce a Milano con la famiglia, dove proseguirà il resto della sua carriera. I genitori, invece, tornano in Romagna, stabilendosi a Imola[33]. Attirato dall'allettante offerta dell'industriale Giovanni Monti, il 1º febbraio fonda la casa editrice Longanesi & C. Attivissimo, fare l'editore non gli basta: decide di fondare un nuovo giornale, un bollettino mensile di informazione sulle novità editoriali. Il Libraio esce dal 1946 al 1949.

Longanesi non è entusiasta della nuova democrazia italiana che ha sostituito il fascismo: «L'Italia è una democrazia in cui un terzo dei cittadini rimpiange la passata dittatura, l'altro attende quella sovietica e l'ultimo è disposto ad adattarsi alla prossima dei democristiani»[2]. Né sopporta la disinvoltura con cui tanti abbracciano l'antifascismo: «C'è chi si crede antifascista solo perché il fascismo non si accorse di lui»[2]; soprattutto tra gli ex fascisti: «Una domanda che non dobbiamo mai rivolgere a nessuno: "Ma dove ci siamo già incontrati?"»[2]. Nel 1948, vedendo concretarsi il pericolo di una vittoria social-comunista, partecipa attivamente alla campagna per le elezioni politiche, attraverso la stesura di manifesti, volantini, libretti di propaganda e, addirittura, le trasmissioni di Radio Garibaldi, una radio clandestina anticomunista che trasmette da un camioncino, guidato dallo stesso Longanesi e da Indro Montanelli per le strade di Milano.[34]

 
Leo Longanesi nel 1950.
 
Leo Longanesi nei primi anni cinquanta.
 
Leo Longanesi nel suo studio a Milano (1956).

Dopo la vittoria nelle elezioni, Longanesi decide di dedicarsi alla fondazione di un nuovo giornale. Lascia Il Libraio nelle mani di Giovanni Ansaldo e si dedica alla sua nuova creatura. Nel 1950 Longanesi fonda Il Borghese, rivista culturale che si occupa soprattutto del costume dell'Italia intellettuale, a cui collaborano Giovanni Ansaldo, Indro Montanelli, Giuseppe Prezzolini, Giovanni Spadolini, Mario Tedeschi, Alberto Savinio, Ennio Flaiano, Colette Rosselli, Irene Brin, Goffredo Parise, Giovannino Guareschi, Mario Missiroli e Piero Buscaroli.

Con Il Borghese e con il movimento politico che lo affianca, organizzato in una serie di circoli cittadini, la Lega dei Fratelli d'Italia, Longanesi continua la sua militanza "strapaesana", convinto che il disordinato sviluppo industriale degli anni cinquanta, il boom economico, la cultura di massa e il consumismo, con le loro ricadute sociali, stiano snaturando l'identità degli italiani, che per lui rimane quella contadina: «La miseria è ancora l'unica forza vitale del Paese e quel poco o molto che ancora regge è soltanto frutto della povertà. Bellezze dei luoghi, patrimoni artistici, antiche parlate, cucina paesana, virtù civiche e specialità artigiane sono custodite soltanto dalla miseria. [...] Perché il povero è di antica tradizione e vive in una miseria che ha antiche radici in secolari luoghi, mentre il ricco è di fresca data, improvvisato [...] La sua ricchezza è stata facile, di solito nata dall'imbroglio, da facili traffici, sempre o quasi, imitando qualcosa che è nato fuori di qui. Perciò quando l'Italia sarà sopraffatta dalla finta ricchezza che già dilaga, noi ci troveremo a vivere in un paese di cui non conosceremo più né il volto né l'anima».[35]

La politica, che dovrebbe governare la trasformazione dell'Italia da paese agricolo a potenza industriale, gli appare inetta a conservare un equilibrio tra tradizione e modernità: «Chi rompe, non paga e siede al governo»[35]; «Quando suona il campanello della loro coscienza, fingono di non essere in casa»[35]; «Alla manutenzione, l'Italia preferisce l'inaugurazione»[35]. Longanesi ha forti riserve sulla stessa democrazia: «Il pericolo delle democrazie è il suffragio universale, cioè le masse. Lasciare libertà alle masse significa perdere libertà»[2]. Nel 1955, al teatro Odeon di Milano, interviene sul tema: "Che cos'è la destra in Italia". Il Borghese, sempre fortemente critico nei confronti del conformismo imperante, si attira nemici sia a destra che a sinistra. Il governo è in prima fila nel fare pressioni per la chiusura del periodico[36].

Longanesi è in difficoltà: mentre durante il fascismo poteva contare sull'amicizia personale con il capo del governo, negli anni Cinquanta può contare solo sulle proprie forze. Giovanni Monti, socio di Longanesi, gli propone di staccare Il Borghese dalla casa editrice (sono entrambi soci al 50%) e di sottoscrivere un aumento di capitale. Longanesi non accetta la proposta, si ritrova fuori dal nuovo consiglio di amministrazione e lascia la società. Abbandonando la casa editrice che portava il suo nome, Longanesi si porta via Il Borghese pagandolo 5 milioni di lire[37].

Il 27 settembre 1957, nel suo ufficio a Milano in via Bigli, è colto da un infarto cardiaco. Il 16 settembre aveva scritto: «È un peccato vivere, quando tanti elogi funebri ci attendono»[2]. Prima di perdere conoscenza, ha appena il tempo di mormorare: «Ecco, proprio come avevo sempre sperato: alla svelta, e fra i miei aggeggi»[38]. Trasportato in clinica, vi muore poco dopo. Il giorno dopo, Arrigo Benedetti, allievo di Longanesi a Omnibus e poi fondatore de L'Europeo, lasciò questo vivido ricordo di Leo Longanesi:

«Non ho mai conosciuto altro uomo il cui occhio cogliesse con tanta rapidità i particolari sconcertanti della realtà contenuti in una fotografia. Come quando guardava i manoscritti senza leggerli e senza seguire lo svolgimento d'una narrazione o di un discorso critico, cancellando qua un pronome, là un avverbio, così egli lavorava sulle fotografie che ogni giorno portavano sul nostro tavolo la realtà internazionale di quegli anni. Dell'Italia ufficiale di allora egli, con l'ingrandimento di un particolare dava immediatamente una figurazione storica. Gli accadeva quasi inavvertitamente, come se non se ne rendesse conto.»

(Arrigo Benedetti, L'uomo della fronda, La Stampa, 28 settembre 1957.)

Raccontò Montanelli in occasione del trentennale della sua morte:

«Al cimitero ci si ritrovò in una decina di persone, non di più. Non ci furono cerimonie né discorsi. Solo la piccola Virginia, che avrà avuto quattordici anni, mentre la bara di suo padre calava nella tomba, mormorò: «E dire che gli orfani mi sono sempre stati così antipatici...». Una frase che sarebbe piaciuta moltissimo a Leo.»

(Indro Montanelli, Un epitaffio per Leo, settembre 1987. All'articolo fu attribuito il Premio Guidarello.)

Giovanni Spadolini così ricordò la sua prima esperienza giornalistica al bolognese Assalto:

«Il giovanissimo iconoclasta di Bagnacavallo aveva iniziato, intorno al 1926, la sua opera di apparente apologeta e in realtà di caustico critico e col tempo implacabile demolitore della retorica fascista, pur nelle sue persistenti antinomie”»

(G. Spadolini, Leo contro tutti, «La Stampa», 16 dicembre 1984.)

TributiModifica

In occasione del centenario della nascita, nel 2005 è stato istituito dal Ministero delle Attività e dei Beni Culturali un Comitato per le Celebrazioni del Centenario. Nello stesso anno, le Poste italiane hanno emesso un francobollo commemorativo con la sua effigie.

OpereModifica

GiornalismoModifica

Riviste fondate e dirette
  • Il Marchese (1920, un numero)
  • È permesso…?, mensile (1921, tre numeri, da marzo a maggio). Scritto con Giorgio Leone e Piero Girotti (gerente responsabile) prima pagina
  • Il Toro, mensile (1923, due numeri, marzo-aprile). Scritto con Corrado Testa e Nino Fiorentini. A. Borromei è il gerente responsabile per la Casa Editrice Imperium prima pagina
  • Dominio, mensile (1924)
  • L'italiano[39] (1926-1942) copertina
  • Omnibus (1937-1939)
  • Il Libraio (1946-1948) copertina
  • Il Borghese (1950, diretta fino al 1955) copertina - copertina[40]
  • Il Garofano Rosso, quindicinale (1/06/1952 - 1/03/1953) copertina
Riviste dirette
  • L'Assalto (1929-1931) - prima pagina
  • Il Secolo Illustrato (1938)[41]
  • Tutto (feb-mar 1939) - copertina
  • Storia di ieri e di oggi, quindicinale, Tumminelli editore (1939)[42] - copertina
  • Fronte. Giornale del soldato, settimanale, Tumminelli editore (8/09/1940 - 7/09/1943)[43] - copertina
  • Il Profugo (1944, un numero)
  • Sette. Settimanale di varietà (1945)
Collaborazioni

LibriModifica

  • Vade-mecum del perfetto fascista seguito da dieci assiomi per il milite ovvero Avvisi ideali, Firenze, Vallecchi, 1926
  • Cinque anni di rivoluzione, Bologna, L'Italiano editore, 1927
  • [con Mino Maccari e altri] L'almanacco di Strapaese, ossia Il centogusti per l'anno MCMXXIX compilato dai due nani di Strapaese, Bologna, L'Italiano editore, 1928
  • Vecchio sport (a proposito della mostra nazionale di MIlano), in Nuova Antologia, nº 1518 (16 giugno 1935), pp. 595-601
  • [con Vitaliano Brancati] Piccolo dizionario borghese, in L'Italiano, Roma, 1941
  • Parliamo dell'elefante. Frammenti di un diario, Milano, Longanesi, 1947; Milano, Longanesi, 2005 (introduzione di Pierluigi Battista)
  • In piedi e seduti (1919-1943), Milano, Longanesi, 1948 (versione digitalizzata)
  • Il mondo cambia. Storia di cinquant'anni, Milano, Rizzoli, 1949
  • Una vita. Romanzo, Milano, Longanesi, 1949. (copertina)
  • Il destino ha cambiato cavallo, Milano, Longanesi, 1951
  • Un morto fra noi, Milano, Longanesi, 1952
  • Ci salveranno le vecchie zie?, Milano, Longanesi, 1953; Milano, Longanesi, 2005
  • Lettera alla figlia del tipografo, Milano, All'insegna del pesce d'oro, 1957
  • La sua Signora. Taccuino, prefazione di Indro Montanelli, Milano, Rizzoli, 1957; Milano, Longanesi, 2017 (postfazione di Pietrangelo Buttafuoco)
  • Me ne vado. Ottantun incisioni in legno, Milano, Longanesi, 1957
  • L'italiano in guerra, 1915-1918, Milano, Longanesi, 1965
  • I Borghesi Stanchi, Milano, Rusconi, 1973
  • Il Generale Stivalone, Milano, Longanesi, 2007.
  • Faust a Bologna, Milano, Edizioni Henry Beyle, 2013.
  • Morte dell'Imperatore, a cura di Caterina Longanesi, Milano, Edizioni Henry Beyle, 2016.

Scelte antologiche degli scrittiModifica

  • Il meglio di Longanesi, Milano, Longanesi, 1958.
  • Fa lo stesso, a cura di Paolo Longanesi, Collana La Gaja scienza n.498, Milano, Longanesi, 1996. [varie testate, 1931-1953]
  • Il mio Leo Longanesi, a cura di Pietrangelo Buttafuoco, Milano, Longanesi, 2016.

TeatroModifica

  • Due Servi, commedia, scritta con Mino Maccari (1924)
  • Una conferenza, atto unico (1942)
  • Il commendatore, commedia (1942)
  • Il suo cavallo, commedia (1944)
  • La colpa è dell'anticamera, atto unico (1946)

CinemaModifica

Longanesi prese parte ad alcuni progetti cinematografici. Collaborò alla sceneggiatura dei film: Batticuore (regia di Mario Camerini, 1939), La sposa dei Re (regia di Duilio Coletti, 1939) e Fra Diavolo (regia di Luigi Zampa, 1942)[45]. Nell'estate del 1943 inizia a girare come regista Dieci minuti di vita. Scrive il soggetto insieme a Steno ed a Ennio Flaiano, ma è costretto a interrompere le riprese in settembre a causa dell'occupazione tedesca di Roma[46]. A guerra finita, nel 1945 collaborò alla sceneggiatura di Quartieri alti (regia di Mario Soldati).

Longanesi intuì che il ruolo del cinema sarebbe stato preso dalla televisione: «Il cinematografo ha fatto luce su molti misteri e la fantasia plebea ha perduto vigore, sedotta dall'immagine di un benessere facilmente raggiungibile. Il film ha prodotto una rivoluzione più profonda di quella di Lenin: ha ucciso persino gli ideali ribelli del romanticismo operaio.»[35]

PitturaModifica

Come pittore, Longanesi espose alla Galleria del Selvaggio a Firenze (1927) e alla II Mostra del Novecento italiano a Milano (1929); partecipò alla I e II Quadriennale (1931 e 1935); alla XIX Biennale di Venezia (1934); alla Mostra del disegno italiano a Berlino (1937). Nel 1941 tenne un'importante personale alla Galleria Barbaroux di Milano. Un suo dipinto, Roma (1941) è esposto alla Galleria Nazionale d'Arte Moderna.

Disegno e illustrazioneModifica

Di Longanesi è intensissima l'attività come disegnatore e illustratore. Nella sua produzione si ricollega alla tradizione della stampa popolare italiana dei lunari, almanacchi, libri dei sogni e carte da gioco. Nel 1938 disegna la nuova testata del Popolo di Roma e dal 1941 le copertine della rivista Primato, diretta da Giuseppe Bottai. Nello stesso anno Il Selvaggio raccoglie in un suo numero numerosi suoi disegni.

I suoi caratteri tipografici preferiti erano: i bodoni (in assoluto), gli aldini, gli elzeviri:

PubblicitàModifica

Longanesi è stato autore di centinaia di disegni pubblicitari per cartelloni e manifesti. Tra le più importanti collaborazioni, vanno ricordati i disegni pubblicitari dell'Agip Carburanti e della benzina Supercortemaggiore. Nel 1955 cura la grafica della campagna pubblicitaria per la Vespa.

NoteModifica

  1. ^ Pietro Randi fu l'inventore, attorno al 1880, della "randite", una polvere da sparo senza fumo di color giallo-zolfo in grani ovoidali.
  2. ^ a b c d e f g h i j k l m n o p q Questa e altre citazioni sono tratte da Leo Longanesi: la fabbrica del dissenso, in Internet Culturale, 2011 e provengono in massima parte da Parliamo dell'elefante. Frammenti di un diario, 1947.
  3. ^ Pier Mario Fasanotti, Tra il Po, il monte e la marina. I romagnoli da Artusi a Fellini, Neri Pozza, Vicenza, 2017, p. 209.
  4. ^ Casa Boldrini, su bibliotecasalaborsa.it. URL consultato il 13 marzo 2019.
  5. ^ Diretto insieme con Corrado Testa e Nino Fiorentini, il primo numero esce il 1º marzo 1923.
  6. ^ a b Dario Boemia, La letteratura del primo Novecento nell'«Italiano» di Leo Longanesi (tesi di laurea), s.d., pag. 16.
  7. ^ Leo Longanesi (1905-1957), su romagnadeste.it. URL consultato il 13 marzo 2019.
  8. ^ Alessandra Cimmino, LONGANESI, Leopoldo, in Dizionario biografico degli italiani, LXV, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 2005. URL consultato il 17 febbraio 2017.
  9. ^ Dario Boemia, op.cit., pag. 18.
  10. ^ Il primo articolo di Longanesi compare sul numero del 13-29 settembre 1925.
  11. ^ Dario Boemia, op.cit., pag. 20.
  12. ^ Raffaele Liucci, L'Italia borghese di Longanesi, p. 166.
  13. ^ Lo slogan «Mussolini ha sempre ragione» appare per la prima volta su L'Italiano n. 3/1926, p. 4, e viene ripreso, sempre nello stesso anno, nel Vade-mecum del perfetto fascista.
  14. ^ Giuseppe Prezzolini, Codice della vita italiana (a cura di Claudio Maria Messina), 2003, p. 65.
  15. ^ Ansaldo collaborerà a tutte le testate create da Longanesi, sia nell'anteguerra, sia nel dopoguerra.
  16. ^ Girerà la voce, peraltro infondata, che sia stato proprio lui l'estensore dello schiaffo.
  17. ^ Dario Boemia, La letteratura del primo Novecento nell'«Italiano» di Leo Longanesi, s.d., p. 178.
  18. ^ Dario Boemia, op.cit., p. 183.
  19. ^ Ivano Granata, L'«Omnibus» di Leo Longanesi. Politica e cultura (aprile 1937-gennaio 1939), Milano, FrancoAngeli, 2015, pag. 14.
  20. ^ Si pensa ad un familiare di Benito Mussolini, comunque la sua identità non venne rivelata a Longanesi.
  21. ^ I. Granata, pp. 138-39.
  22. ^ Omnibus, il settimanale che cambiò il giornalismo italiano, su luniversaleditore.it. URL consultato il 1º dicembre 2017 (archiviato dall'url originale il 3 dicembre 2017).
  23. ^ Per i primi sei mesi fu co-edito con Arnoldo Mondadori.
  24. ^ Longanesi sarà poi testimone di nozze del matrimonio tra Alberto Moravia ed Elsa Morante, celebrato il 14 aprile 1941.
  25. ^ L'ultimo numero della collana esce nell'aprile 1945 come venticinquesimo della serie.
  26. ^ R. Liucci, L'Italia borghese di Longanesi, p. 48.
  27. ^ Longanesi, un italiano contro, La Grande Storia Magazine, Rai 3, 13 agosto 2011
  28. ^ In effetti, Mussolini inserì il nome di Longanesi nell'elenco degli intellettuali traditori del fascismo, che fece pubblicare sul Popolo d'Italia l'11 novembre 1943. L'articolo s'intitolò "Canguri d'Italia".
  29. ^ Nel luglio del 1943 Longanesi si cimentò nel cinema girando “Dieci minuti di vita”, su cinquantamila.corriere.it. URL consultato il 12 maggio 2017.
  30. ^ Leo Longanesi, Parliamo dell'elefante, Milano, Longanesi, 1947.
  31. ^ Leo Longanesi e Mario Soldati si conoscevano sin dal 1931.
  32. ^ Nel resto dell'anno 1944 Longanesi pubblicò con il suo nome almeno altri due titoli.
  33. ^ Per la precisione in via Zolino (direzione Piratello), dove possiedono una villa di campagna, acquistata nel 1942.
  34. ^ Raffaele Liucci, L'Italia borghese di Longanesi, Marsilio, Veenzia, 2002.
  35. ^ a b c d e Citazione tratta da La sua Signora. Taccuino, 1957.
  36. ^ È l'amico Giovanni Ansaldo, direttore del «Mattino» e collaboratore del «Borghese», ad affermarlo in una lettera a Giuseppe Prezzolini dell'agosto 1956. Scrive che il capo dello Stato, Giovanni Gronchi, "ce l'ha a morte con «Il Borghese», me l'ha fatto chiaramente capire". E racconta anche che, "per far tacere Il «Borghese» ed evirarlo e farlo cantare come un cantore della Sistina, fece preparare da un socio di Monti (...) una manovra finanziaria per cui Longanesi sarebbe stato privo di quella libertà di gomiti che ha attualmente. Longanesi si sottrasse per tempo alla minaccia, trovò un po' di soldi a Roma (credo presso la Confindustria) e prese «Il Borghese» tutto sulle sue spalle: «Il Borghese» soltanto, non la casa editrice. (...) Tu continua a collaborare come continuo io. Per me il rischio è molto maggiore, ma non [per questo] pianto Longanesi". Fonti: a) Giovanni Ansaldo, Anni freddi, Il Mulino, Bologna, 2003; b) Alberto Mazzuca, Penne al vetriolo, Minerva, Bologna, 2017.
  37. ^ Secondo Giovanni Ansaldo il finanziamento arrivò dalla Confindustria.
  38. ^ G. Appella, P. Longanesi, M. Vallora (a cura di), Leo Longanesi 1905-1957. Editore scrittore artista, Longanesi, Milano, 1996.
  39. ^ Il primo gerente responsabile fu V. Orlandi. Essendo Longanesi nato il 30 agosto 1905, non poté firmare il giornale fino al settembre 1926, quando raggiunse la maggiore età.
  40. ^ Destino di una bandiera, pubblicato su Il Borghese n. 23 del 30 luglio 1954. Per Longanesi, la "nuova Italia repubblicana" sfrutta un simbolo sacro come la bandiera per i propri interessi. La copertina fece scalpore.
  41. ^ Barbara Cinelli et alii, Arte moltiplicata. L'immagine del '900 italiano nello specchio dei rotocalchi, Bruno Mondadori, 2014, p. 330.
  42. ^ Dopo la chiusura di Omnibus Longanesi aveva perso il diritto di firma. Legalmente, il direttore fu un suo allievo, Vittorio Gorresio. Longanesi, che conobbe Calogero Tumminelli a Forte dei Marmi, ottenne dall'editore il cambiamento della testata: da un generico “Storia” a “Storia di ieri e di oggi”. Uscì dal 15 luglio 1939 al dicembre 1942 (anno IV, n. 24.).
  43. ^ Rivista per i soldati preparata dal Ministero della cultura popolare. Longanesi fu il direttore de facto.
  44. ^ I disegni erano spediti via posta.
  45. ^ Luigi Zampa, su ecodelcinema.com. URL consultato il 12 maggio 2017.
  46. ^ Longanesi girò solo 35 minuti. L'opera fu terminata da Nino Giannini e uscì nel 1944 con il titolo Vivere ancora e la firma di Francesco De Robertis.

BibliografiaModifica

  • Leo Longanesi, a cura di Alberto Savinio, Collana "Arte Moderna Italiana", Milano, Hoepli, 1941
  • Indro Montanelli, Marcello Staglieno, Leo Longanesi, Rizzoli, Milano, 1984. ISBN 88-17-42801-9
  • Piero Albonetti, Corrado Fanti (a cura di), con scritti di Mariuccia Salvati e Pier Giorgio Zunino, Longanesi e Italiani, Faenza, Edit Faenza, 1997
  • G. Appella, P. Longanesi, M. Vallora (a cura di), Leo Longanesi 1905-1957. Editore scrittore artista, Longanesi, Milano, 1996
  • Raffaele Liucci, L'Italia borghese di Longanesi. Marsilio, Venezia, 2002. ISBN 88-317-8061-1
  • Marcello Staglieno, La stampa satirica e Longanesi, in AA.VV., La satira in Italia, Comune di Pescara, 2002
  • Andrea Ungari, Un conservatore scomodo, Le Lettere, Firenze, 2007. ISBN 88-6087-053-4
  • Lorenzo Catania, Quando a Napoli Longanesi chiedeva di iscriversi al PCI di Maurizio Valenzi, "la Repubblica" (ediz. Napoli), 14 novembre 2014.
  • Francesco Giubilei, Leo Longanesi. Il borghese conservatore. Odoya, Bologna, 2015. ISBN 978
  • Walter Della Monica, Leo Longanesi in Poeti e scrittori di Romagna, Il Ponte Vecchio, Cesena, 2015. ISBN 978-88-6541-482-8
  • Raffaele Liucci, Leo Longanesi. Un borghese corsaro tra fascismo e Repubblica. Carocci editore, Roma, 2016. ISBN 978-88-430-7762-5
  • Alberto Mazzuca, Penne al vetriolo. I grandi giornalisti raccontano la Prima Repubblica, Minerva, Bologna, 2017. ISBN 978-88-738-1849-6
  • Alessandra Cimmino, LONGANESI, Leopoldo, in Dizionario biografico degli italiani, vol. 65, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 2005. URL consultato il 16 dicembre 2017.  

Voci correlateModifica

Altri progettiModifica

Collegamenti esterniModifica

Controllo di autoritàVIAF (EN34565669 · ISNI (EN0000 0001 1887 6367 · SBN IT\ICCU\CFIV\018165 · LCCN (ENn80081738 · GND (DE119326388 · BNF (FRcb125166896 (data) · ULAN (EN500101405 · NLA (EN36458591 · BAV ADV12205089 · WorldCat Identities (ENn80-081738