Lettera di Giacomo

ventesimo libro dal Nuovo Testamento, composto di 5 capitoli
Lettera di Giacomo
Papyrus 20 (Jc 1 vers).jpeg
Versetti 2,19-3,9, dal 20
Datazionecirca 50-100
AttribuzioneGiacomo
Manoscritti20
Destinataridodici tribù di Israele

La Lettera di Giacomo è una delle lettere cattoliche (nel senso di "lettere universali") del Nuovo Testamento, tradizionalmente attribuita a Giacomo il Giusto e datata attorno al 50[Nota 1]. Gli studiosi di critica biblica propongono diverse attribuzioni - tra le quali la maggiormente diffusa è quella pseudoepigrafica[Nota 2] - e ne collocano la datazione alla fine del I secolo, tra il 70 e il 100.

La breve lettera, ritenuta rivolta alle dodici tribù di Israele, è molto probabilmente un'omelia che poi, per la ricchezza dei contenuti, ha cominciato a circolare tra le comunità cristiane primitive per essere letta nelle assemblee.

AutoreModifica

L'autore si presenta nel versetto 1,1 come "Giacomo, servo di Dio e del Signore Gesù Cristo". Nel Nuovo Testamento sono però cinque le persone con questo nome[1][Nota 3]:

  1. Giacomo il Maggiore, figlio di Zebedeo, fratello di Giovanni e discepolo di Gesù;
  2. Giacomo, figlio di Alfeo, discepolo di Gesù;
  3. Giacomo il Minore;
  4. Giacomo, padre dell'apostolo Giuda;
  5. Giacomo il Giusto, "il fratello del Signore"[1].

L'identificazione dell'autore non è quindi facile. Tradizionalmente la lettera è stata attribuita, fin dalla metà del III secolo, a Giacomo il Giusto, uno dei fratelli di Gesù. Questo Giacomo, non appartenente alla schiera degli apostoli e divenuto capo della Chiesa di Gerusalemme, è citato negli Atti degli apostoli 12,17, 15,13 e nella Lettera ai Galati 1,19 e 2,9. Altri studiosi hanno ipotizzato che l'autore dello scritto si debba invece identificare con Giacomo il Minore, mentre l'attribuzione a Giacomo il Maggiore è resa difficile dalla data della sua morte, avvenuta nel 44 sotto Erode Agrippa I, una data considerata troppo bassa per la composizione della lettera.

Nell'ambito della critica biblica moderna è comune , anche tra gli studiosi cristiani, la posizione pseudoepigrafica e "l'opinione maggiormente diffusa oggi è che un cristiano, che conosceva bene l'ellenismo e il giudaismo, abbia scritto la lettera sotto il nome di Giacomo di Gerusalemme negli ultimi anni del I sec. d.C."[2] e l'abbia quindi attribuita a Giacomo per aumentarne l'autorevolezza[3].
In merito all'attribuzione della Lettera di Giacomo a uno degli omonimi personaggi citati nel Nuovo Testamento, gli esegeti dell'interconfessionale Bibbia TOB[4] - concordemente agli studiosi dell'interconfessionale "Parola del Signore Commentata"[Nota 4] e a quelli della Bibbia di Gerusalemme, che sottolineano come "già gli antichi esitavano su questa identificazione e i moderni ne discutono ancora, pur propendendo per rifiutarla"[Nota 5] - osservano che "questo personaggio eminente della Chiesa di Gerusalemme sembra sia stato un uomo di tradizione palestinese, abbastanza estraneo alla cultura greca. Come attribuirgli uno scritto di stampo greco così evidente? Questa attribuzione, presa la lettera, non è verosimile [...] Altri, più verosimilmente, avanzano l'ipotesi che esistesse una tradizione di «parole di Giacomo» analoga alla tradizione sinottica, pur facendo le debite proporzioni, e che se ne sia servito uno scrittore il quale secondo le consuetudini letterarie del tempo, voleva mettere il suo scritto sotto il patrocinio di un personaggio illustre. In tal caso la lettera si dovrebbe datare verso gli anni 80/90". Anche gli esegeti del "Nuovo Grande Commentario Biblico"[5] affermano: "una crescente maggioranza di studiosi contemporanei optano per la pseudonimia, basandosi in larga misura sui motivi seguenti: l'eccellente stile greco della lettera; la mancanza di attestazioni relative alla sua canonicità prima del terzo secolo (e anche più tardi); indizi di una datazione sostanzialmente posteriore a Paolo (mentre Giacomo è morto verso l'anno 62 d.C.); l'apparente assenza dalla lettera di un insegnamento specificamente cristiano e anche dello stretto legalismo e ritualismo che, secondo le tradizioni relative a Giacomo il Giusto, sarebbe lecito attendersi. [...] L'opinione maggiormente diffusa oggi è che un cristiano, che conosceva bene l'ellenismo e il giudaismo, abbia scritto la lettera sotto il nome di Giacomo di Gerusalemme negli ultimi anni del I sec. d.C."; il biblista Bart Ehrman[6] nota, inoltre, che "se l'autore di questa lettera è davvero il fratello di Gesù (o qualcuno che intende presentarsi come tale), è strano che non faccia alcun riferimento alla sua personale conoscenza di quest'ultimo e dei suoi insegnamenti" e, come osservano gli studiosi della Bibbia di Gerusalemme[7], "se realmente fosse stata scritta da questa personalità di primo piano, non si comprenderebbe la difficoltà da essa incontrata nell'imporsi alla Chiesa come Scrittura canonica".
Tra le ragioni a sostegno di questa tesi vi sono quindi:[8]

  1. la lettera è scritta in buona lingua greca da un autore di una certa cultura: ciò non corrisponderebbe al ritratto di un ebreo della Palestina del I secolo, anche perché non viene citato l'intervento di un assistente o segretario;
  2. l'identificazione con Giacomo il Giusto presenta l'incompatibilità tra l'attenzione per i rituali della Legge mosaica attribuibili al personaggio storico e l'atteggiamento etico verso la stessa dell'autore della lettera, oltre all'assenza di temi cari a Giacomo (come la circoncisione e la purezza) e di un riferimento esplicito al legame fraterno tra Giacomo autore della lettera e Gesù;
  3. il possibile dibattito[Nota 6] con la posizione paolina presente in 2,14 e seguenti sembra essere riconducibile ad un periodo tardo e sarebbe caratterizzato da un fraintendimento dell'atteggiamento della predicazione paolina, cosa difficile da spiegare alla luce dell'incontro tra Giacomo e Paolo nel 55/56 a Gerusalemme (Atti degli apostoli 21,18);
  4. la lettera, non contenuta nel Canone muratoriano, fu tardivamente accettata nel canone biblico, solamente verso la fine del IV secolo, e molti studiosi si sono dunque interrogati sul motivo per cui una lettera scritta dal fratello di Gesù o da uno degli apostoli abbia incontrato tante difficoltà ad essere accettata come canonica.

Gli studiosi che sostengono l'attribuzione tradizionale a Giacomo il Giusto (o a un altro Giacomo neotestamentario) pongono in evidenza che:

  1. gli studi moderni evidenziano ormai l'ampia diffusione del greco nella Palestina del tempo. La buona padronanza di tale lingua da parte di un ebreo palestinese è quindi plausibile[9];
  2. la brevità delle citazioni su Gesù e l'insistenza sulla continuità con la tradizione ebraica sono in linea con quanto conosciuto su Giacomo il Giusto[9];
  3. nella lettera manca ogni riferimento biografico a Giacomo, il che escluderebbe un tentativo dell'autore pseudoepigrafo di accreditarsi in sua vece;
  4. il contenuto corrisponde a tematiche dibattute nella Chiesa di Gerusalemme fra il 35 e il 60, quando Giacomo era a capo della Chiesa: in particolare l'impostazione della lettera avrebbe un'impostazione ebionita;
  5. lo stile della lettera corrisponde a quello di altri autori greci del periodo e la cultura dell'autore può essere spiegata ammettendo l'ausilio di uno scrivano o di un segretario.[10]

Se avalliamo le informazioni forniteci da Giuseppe Flavio, secondo il quale Giacomo era personalità di grande prestigio a Gerusalemme, lapidato nel 62 d.C., la composizione della lettera potrebbe datarsi al 60 circa. Viceversa, gli studiosi che sostengono la natura pseudoepigrafica del testo presuppongono una data di composizione lontana da quella dell'epistolario paolino e collocano la redazione dello scritto alla fine del I secolo d.C.

CanonicitàModifica

Nei primi secoli della Chiesa, alcuni misero in dubbio l'autenticità di questa epistola, e fra questi il vescovo Teodoro di Mopsuestia, in Cilicia; era perciò considerata una lettera deuterocanonica ed entrò nel canone tardi e dopo varie difficoltà.

Non compare nel Canone muratoriano e, a causa del silenzio di numerose chiese occidentali, Eusebio di Cesarea la considera fra gli antilegomena, cioè i testi contestati. Così scrive infatti, a conclusione del suo racconto del martirio di Giacomo: Queste sono le notizie relative a Giacomo, che si dice essere l'autore della prima delle cosiddette lettere cattoliche. Bisogna però sapere che la sua autenticità è dubbia: non sono molti gli autori antichi che la menzionano, e la stessa cosa vale per la lettera detta di Giuda, che fa parte, anch'essa, delle sette lettere cattoliche. Noi sappiamo, tuttavia, che queste lettere sono lette pubblicamente, insieme con le altre, in un gran numero di chiese (Storia ecclesiastica 2,23-25). Girolamo dà un giudizio simile, ma aggiunge che col passare del tempo è stata universalmente accolta.

Notano gli studiosi dell'interconfessionale Bibbia TOB[11] come «la lettera di Giacomo è entrata a far parte del Nuovo Testamento soltanto progressivamente a cominciare dal principio del III secolo. E solo verso la fine del IV secolo, dopo lunghe discussioni, le venne riconosciuta in Occidente l'autorità canonica che già godeva in Oriente con un consenso quasi unanime» e anche gli esegeti della Bibbia di Gerusalemme[12] osservano che «la Lettera di Giacomo fu accolta solo progressivamente nella Chiesa. Se la sua canonicità non sembra aver posto problemi in Egitto, dove Origene la cita come Scrittura ispirata, Eusebio di Cesarea, all'inizio del IV sec., riconosce che essa è ancora contestata da alcuni. Solo nel corso del IV sec. essa fu introdotta dalle Chiese di lingua siriaca nel canone del NT. In Africa, è sconosciuta a Tertulliano e a Cipriano e il catalogo di Mommsen (verso il 360) ancora non la riporta. A Roma, non compare nel canone di Muratori, attribuito a sant'Ippolito (verso il 200), ed è molto dubbio che sia stata citata da san Clemente Romano e dall'autore del Pastore di Erma. S'impose dunque all'insieme delle Chiese d'oriente e d'occidente solo verso la fine del IV sec.».

Il riconoscimento tardivo di questa lettera, specialmente in occidente, può derivare dal fatto che sia stata scritta probabilmente da un giudeo cristiano, e quindi non molto diffusa fra le chiese dei gentili, di origine paolina. Ci sono anche indicazioni che la lettera fu considerata poco affidabile per motivi dottrinali.[senza fonte] Infine fu inclusa nei 27 libri del Nuovo Testamento elencati da Atanasio di Alessandria e fu confermata da una serie di concili nel corso del IV secolo.

Nel periodo della Riforma protestante qualche teologo, in particolare Martin Lutero, ritenne la lettera inadatta a far parte del canone del Nuovo Testamento, a causa della dottrina che la fede da sola non sia sufficiente per la salvezza, che sembra contraddire la dottrina protestante della sola fide. Oggi, tutte le Chiese cristiane includono la Lettera di Giacomo nel canone, tuttavia Lutero ebbe a definirla una «lettera di paglia»[13]; «come si sa, Lutero riaprì la discussione attorno a questa lettera, la cui dottrina gli sembrava assai poco «apostolica» e giunse perfino sostenere che si trattasse di uno scritto ebraico da togliere dal canone. Sebbene la sua opinione non sia stata seguita, rimane significativa la difficoltà con cui la lettera di Giacomo si è imposta nel corso dei secoli: questo scritto si situa al di fuori della grande corrente della teologia Cristiana del primo secolo»[Nota 7]. Analogamente gli studiosi del "Nuovo Grande Commentario Biblico"[14] osservano: «Ciononostante, la contraddizione apparente con l'insegnamento paolino della giustificazione per fede ha conferito un'importanza esagerata alla pericope. In larga misura, proprio a causa di questa contraddizione apparente, Lutero desiderava escludere la Lettera di Giacomo dal canone»[Nota 8].

Struttura e contenutoModifica

Lo scritto è relativamente breve: cinque capitoli, per un totale di un centinaio di versetti.

La perfetta letizia e la parolaModifica

Il primo capitolo è una sintesi dell'insegnamento cristiano. L'apertura è dedicata alla perfetta letizia ("Considerate perfetta letizia, miei fratelli, quando subite ogni sorta di prove, sapendo che la prova della vostra fede produce la pazienza", 1,2-3): Giacomo invita a cercare nella preghiera la Sapienza che dà la possibilità di comprendere i misteri divini e umani. L'autore invita quindi ad ascoltare la Parola e ad essere coerenti nel metterle in pratica: "Siate di quelli che mettono in pratica la parola e non soltanto ascoltatori, illudendo voi stessi" (1,2-3).

La legge dell'amore e l'importanza delle opereModifica

Nel secondo capitolo, Giacomo richiama la fede in Gesù e critica i favoritismi personali, sollecitando ad aiutare i poveri. Si ribadisce che la legge regale è infatti quella dell'amore per il prossimo, ricordando anche che "il giudizio sarà senza misericordia contro chi non avrà usato misericordia" (2,13). Per Giacomo, infatti, "l'uomo viene giustificato in base alle opere e non soltanto in base alla fede" (2,24).

Lingua e sapienzaModifica

L'invito ad essere coerenti e a moderare l'uso della lingua è centrale nel terzo capitolo ("È dalla stessa bocca che esce benedizione e maledizione. Non dev'essere così, fratelli miei!" (3,10). Segue l'esortazione a ispirare le opere a mitezza e sapienza, rifuggendo gelosia e spirito di contesa.

Liti e ricchezzeModifica

Il quarto capitolo è dedicato alla critica delle passioni, e in particolare dell'invidia, come causa di liti e guerre. Giacomo riflette quindi sulla caducità della vita ed esorta a praticare la carità ("Chi dunque sa fare il bene e non lo compie, commette peccato", 4,17).

La venuta del SignoreModifica

L'ultimo capitolo si apre con una condanna della ricchezza e si conclude con una riflessione sulla venuta (parusia) del Signore e con l'invito a essere costanti e pazienti nella fede ("Siate dunque pazienti, fratelli, fino alla venuta del Signore. Guardate l'agricoltore: egli aspetta pazientemente il prezioso frutto della terra finché abbia ricevuto le piogge d'autunno e le piogge di primavera", 5,7).

Teologia e liturgiaModifica

Di particolare rilievo per la dottrina sacramentaria cattolica è il capitolo 5, soprattutto nei versetti 5,14-18; gli infermi sono invitati a chiamare i presbiteri, affinché questi, dopo averlo unto con olio, preghino su di lui: La preghiera della fede lo salverà nella sua difficoltà; il Signore lo rialzerà e, se avrà commesso dei peccati, gli saranno rimossi (5,15). Questo insegnamento è il fondamento biblico del Sacramento dell'Unzione degli infermi. Brani della lettera vengono letti, nel rito cattolico, in alcune domeniche del tempo ordinario e nella terza domenica di Avvento (Anno A).

NoteModifica

  1. ^ J.A.T. Robinson propone ad esempio il 48, cit. in Sophie Laws, Epistle of James, 1980
  2. ^ Come notano gli esegeti del "Nuovo Grande Commentario Biblico": "una crescente maggioranza di studiosi contemporanei optano per la pseudonimia" e "l'opinione maggiormente diffusa oggi è che un cristiano, che conosceva bene l'ellenismo e il giudaismo, abbia scritto la lettera sotto il nome di Giacomo di Gerusalemme negli ultimi anni del I sec. d.C.". (Raymond E. Brown, Joseph A. Fitzmyer, Roland E. Murphy, Nuovo Grande Commentario Biblico, Queriniana, 2002, pp. 1191-1192, ISBN 88-399-0054-3.). Vedi anche la sottostante sezione "Autore".
  3. ^ Barclay sostiene "almeno cinque" (in William Barclay, The letters of James and Peter, 1975).
  4. ^ I quali affermano che "molti studiosi ritengono oggi che a scrivere la lettera sia stato un ebreo cristiano il quale, avvalendosi dell'autorità di Giacomo, fratello di Gesù, compilò, intorno all'anno 100, questo scritto, ricco di esortazioni, onde scuotere una comunità che tendeva ad adagiarsi troppo sul suo cristianesimo". (Parola del Signore Commentata, traduzione interconfessionale, Nuovo Testamento, LDC/ABU, 1981, pp. 682-683.).
  5. ^ Aggiungono tali esegeti: "Di conseguenza, numerosi autori oggi pongono la composizione della Lettera di Giacomo verso la fine del I sec. o l'inizio del II". (Bibbia di Gerusalemme, EDB, 2011, pp. 2873-2874, ISBN 978-88-10-82031-5.).
  6. ^ Le possibili relazioni con le lettere paoline hanno da tempo attirato l'attenzione degli studiosi. La maggioranza propende per una priorità paolina, ma altri sostengono al contrario la priorità di Giacomo, la cui lettera sarebbe stata scritta prima e indipendentemente da quelle di Paolo (su questo dibattito, cfr. Sophie Laws, Epistle of James, 1980).
  7. ^ Come evidenziano gli esegeti dell'interconfessionale Bibbia TOB, che aggiungono, in merito alla collaborazione interconfessionale per la realizzazione della stessa Bibbia TOB: «è dunque un felice risultato che da parte protestante si sia rinunziato a trattare sdegnosamente questa lettera come «lettera di paglia» (Lutero), deplorando le lacune della sua cristologia e della sua soteriologia; e che, da parte cattolica, si sia capito che c'era qualcosa di meglio da fare che non servirsi di questa lettera solo per giustificare il sacramento dell'unzione degli infermi o, peggio ancora, per polemizzare contro la concezione protestante della salvezza per mezzo della fede». (Bibbia TOB, Elle Di Ci Leumann, 1997, pp. 2802, 2806-2807, ISBN 88-01-10612-2.).
  8. ^ Aggiungono tali esegeti: «Rimane tuttavia un problema. Non c'è soltanto una grande differenza tra l'accentuazione di Paolo e quella di Giacomo relativamente alla fede e alle opere, ma si riscontra anche una quasi-identità di espressione e di importanza attribuita da entrambi ad Abramo (tutt'e due citano Genesi 15,6, ciascuno a proprio favore), insieme a una superficiale e apparente contraddizione reciproca (vedi Romani 3,28; anche 1,17; 3,20-30; 2-5,4,16-24; Galati 2,16; 3,6-24); questa affinità di espressione è così straordinaria da lasciare presupporre un qualche tipo di connessione, in funzione di una confutazione o correzione. L'ipotesi più soddisfacente è che Giacomo cercasse di correggere una comune interpretazione falsata della teologia paolina sulla giustificazione per fede; secondo questa interpretazione, contrariamente all'autentico insegnamento di Paolo, il credente non avrebbe bisogno di adempiere ad obblighi morali"; gli esegeti dell'interconfessionale "Parola del Signore Commentata" rilevano, inoltre, che "nella lettera di Paolo ai Romani 3,21-30, leggiamo che anche facendo azioni buone nessuno può meritarsi la lode di Dio [...] Giacomo visse probabilmente in una comunità che aveva male interpretato Paolo. Per questo motivo egli deve controbattere con enfasi, affermando che non basta «credere che Dio esiste»: a questa «fede» deve fare seguito il giusto comportamento. In questo modo egli si pone in una posizione di contrasto nei con fronti del testo adottato da Paolo (confronta la traduzione letterale di Giacomo 2,14-24 con Romani 3,28, Giacomo 2,21-23 con Romani 4,1-3), mentre probabilmente avrebbe potuto concordare con le dichiarazioni di Paolo interpretate nel modo giusto». (Raymond E. Brown, Joseph A. Fitzmyer, Roland E. Murphy, Nuovo Grande Commentario Biblico, Queriniana, 2002, pp. 1195-1196, ISBN 88-399-0054-3; Parola del Signore Commentata, traduzione interconfessionale, Nuovo Testamento, LDC/ABU, 1981, pp. 686-687.).

RiferimentiModifica

  1. ^ a b Nuovo commentario biblico. Atti degli Apostoli, Lettere, Apocalisse, Borla, 2006
  2. ^ Raymond E. Brown, Joseph A. Fitzmyer, Roland E. Murphy, Nuovo Grande Commentario Biblico, Queriniana, 2002, pp. 1191-1192, ISBN 88-399-0054-3.
  3. ^ Schnelle; Brown; Mack.
  4. ^ Bibbia TOB, Elle Di Ci Leumann, 1997, pp. 2800-2801, ISBN 88-01-10612-2.
  5. ^ Raymond E. Brown, Joseph A. Fitzmyer, Roland E. Murphy, Nuovo Grande Commentario Biblico, Queriniana, 2002, pp. 1191-1192, ISBN 88-399-0054-3.
  6. ^ Bart Ehrman, Il Nuovo Testamento, Carocci Editore, 2015, pp. 473-475, ISBN 978-88-430-7821-9.
  7. ^ Bibbia di Gerusalemme, EDB, 2011, p. 2874, ISBN 978-88-10-82031-5.
  8. ^ Kummel, Introduction to the New Testament, pp. 412-3; Udo Schnelle, The History and Theology of the New Testament Writings, pp. 385-386.
  9. ^ a b Sophie Laws, Epistle of James, 1980
  10. ^ (EN) C. Jack Trickler, A Layman's Guide to Who Wrote the Books of the Bible?, Bloomington, Indiana, 2006, pp. 309-310
  11. ^ Bibbia TOB, Elle Di Ci Leumann, 1997, p. 2800, ISBN 88-01-10612-2.
  12. ^ Bibbia di Gerusalemme, EDB, 2011, p. 2873, ISBN 978-88-10-82031-5.
  13. ^ Nella prefazione alla sua traduzione della Bibbia in tedesco nota come Septemberbibel (Wittenberg, 21 settembre 1522).
  14. ^ Raymond E. Brown, Joseph A. Fitzmyer, Roland E. Murphy, Nuovo Grande Commentario Biblico, Queriniana, 2002, pp. 1195-1196, ISBN 88-399-0054-3.

BibliografiaModifica

  • James B. Adamson, The Epistle of James, Wm. B. Eerdmans Publishing Co. 1995.
  • Raymond Edward Brown, An Introduction to the New Testament, New York: Doubleday, 1997, pp. 725–747.
  • Peter Davids, The Epistle of James: A Commentary on the Greek Text, Wm. B. Eerdmans Publishing Co. 1982.
  • Burton Mack, Who Wrote the New Testament? The Making of the Christian Myth, San Francisco, CA: HarperCollins, 1996, pp. 213–215.
  • Udo Schnelle, tradotto da M. Eugene Boring, The History and Theology of the New Testament Writings, Minneapolis: Fortress Press, 1998, pp. 383–398.

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