Lingua araba

lingua semitica, del gruppo centrale
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Arabo
عربية ʿArabiyya
Parlato inAlgeria, Arabia Saudita, Bahrein, Egitto, Emirati Arabi Uniti, Giordania, Kuwait, Iraq, Libano, Libia, Marocco, Mauritania, Oman, Qatar, Siria, Somalia, Sudan, Tunisia, Palestina, Yemen dalla maggioranza, e in molti altri paesi, come lingua di minoranza.
RegioniVicino Oriente arabo, Nordafrica
Locutori
Totale313.177.600 (2018)
Classifica5[1]
Altre informazioni
ScritturaAlfabeto arabo
TipoVSO flessiva
Tassonomia
FilogenesiLingue afro-asiatiche
 Lingue semitiche
  Semitiche Centrali
   Semitiche Centrali Meridionali
Statuto ufficiale
Ufficiale inAlgeria Algeria
Arabia Saudita Arabia Saudita
Bahrein Bahrein
Ciad Ciad
Comore Comore
Gibuti Gibuti
Egitto Egitto
Emirati Arabi Uniti Emirati Arabi Uniti
Eritrea Eritrea
Giordania Giordania
Iraq Iraq
Kuwait Kuwait
Libano Libano
Libia Libia
Marocco Marocco
Mauritania Mauritania
Oman Oman
Palestina Palestina
Qatar Qatar
Siria Siria
Somalia Somalia
Sudan Sudan
Tunisia Tunisia
Yemen Yemen
Una delle lingue nazionali di:
Mali Mali
Niger Niger
Senegal Senegal
Regolato daNel Lega araba Mondo arabo: Arabic Language International Council.
In Algeria Algeria: Consiglio Supremo della lingua araba.
In Arabia Saudita Arabia Saudita: Accademia della Lingua Araba.
In Egitto Egitto: Accademia della Lingua Araba.
In Giordania Giordania: Accademia giordana dell'arabo.
In Israele Israele: Accademia della Lingua Araba.
In Iraq Iraq: Accademia delle Scienze.
In Libia Libia: Accademia della Lingua Araba.
In Marocco Marocco: Accademia della Lingua Araba.
In Siria Siria: Accademia della Lingua Araba.
In Somalia Somalia: Accademia della Lingua Araba.
In Sudan Sudan: Accademia della Lingua Araba.
In Tunisia Tunisia: Beit Al-Hikma Foundation.
Codici di classificazione
ISO 639-1ar
ISO 639-2ara
ISO 639-3ara (EN)
Glottologarab1395 (EN)
Linguasphere12-AAC
Estratto in lingua
Dichiarazione universale dei diritti umani, art. 1
يولد جميع الناس أحرارًا متساوين في الكرامة والحقوق. وقد وهبوا عقلاً وضميرًا وعليهم أن يعاملو بعضهم بعضًا بروح الإخاء.
Yūladu jamī‘u an-nāsi ʼaḥrāran mutasāwina fī al-karāmati wa-l-ḥuqūqi. Waqad wahabū ‘aqlan wa-ḍamīran wa-‘alayhim ʼan yu‘āmila ba‘ḍahum ba‘ḍan bi-rūḥi al-ʼiḫāʼi.
Arabic speaking world.svg
Nazioni dove l'arabo è lingua ufficiale (verde), co-ufficiale parlato dalla maggioranza (blu) o da una minoranza (azzurro) della popolazione.

La lingua araba (الْعَرَبيّة, al-ʿarabiyya o semplicemente عَرَبيْ, ʿarabī) è una lingua semitica, del gruppo centrale. È comparsa per la prima volta nell'Arabia nord-occidentale dell'Età del Ferro e ora è la lingua franca del mondo arabo.[2] Per popolazione araba si intendono coloro che vivono dalla Mesopotamia ad est fino ai monti anti-libanesi ad ovest, nell'Arabia nord-occidentale e nel Nordafrica.

L'arabo classico è la lingua liturgica di 1,9 miliardi di musulmani e l'arabo standard moderno è una delle sei lingue ufficiali delle Nazioni Unite.[3][4][5][6] Si parla di forse ben 319 milioni di persone che la parlano (nativi e non nativi) nel mondo arabo, rendendola la quarta lingua più parlata del mondo.[1]

StoriaModifica

La scrittura dell'arabo classico si sviluppò dalla forma tardo-nabatea dell'aramaico. L'alfabeto aramaico dei nabatei, con la loro capitale Petra, è un precursore della scrittura araba. La scrittura dei graffiti arabi era soprattutto aramaica o nabatea. Secondo il Kitab al-Aghani (Il libro dei canti), tra i primissimi inventori della scrittura araba ci furono due cristiani di al-Hīra (Zayd ibn Bammad e suo figlio). A Zabad (a sud-ovest di Aleppo) sono state trovate delle iscrizioni cristiane in tre lingue (siriaco, greco e arabo), degli anni 512-513 d.C., finora le più antiche testimonianze scoperte della scrittura araba.

È evidente come i cristiani arabi abbiano giocato un ruolo nella storia della lingua araba nel VI secolo. I testi più antichi di un arabo «classico» risalgono al III secolo d.C. e presto si sviluppò una poesia araba in ambito semitico. La lingua e la scrittura araba furono ulteriormente sviluppate alla corte di al-Hīra, la città araba sulla riva occidentale dell'Eufrate del Sud la cui sede vescovile è spesso citata, e che fu un grande centro cristiano ancora prima di Najran nell'Arabia meridionale: qui si studiava l'arte dello scrivere, molto prima che fosse praticata in generale nel resto della penisola arabica. L'arabo fu infine fondamentale per il senso dell'unità e dell'identità degli arabi.

La lingua araba ha preso "in prestito" da altre lingue non solo le parole profane, come ad esempio il termine qaṣr (dal latino castra, «accampamento», «cittadella»), bensì anche parole che sono state molto rilevanti per il Corano e per altri usi della lingua: così la parola qalam (dal greco kalamos), che significa "calamo", attraverso il quale per i musulmani Dio ha insegnato agli uomini ciò che essi prima non sapevano. Dalle fonti semitico-ebraiche o cristiane derivano:

  • sīrat = «il giusto cammino», «guida del cammino» (dal latino strata, «strada lastricata») che si trova in posizione centrale già nelle sure di apertura del Corano;
  • sūra = «un pezzo di scrittura»;
  • rabb = «Signore» (nel Corano riservato solo a Dio);
  • ʿabd = «servo» (nel Corano riservato solo al servizio di Dio);
  • al-raḥmān = «il Clemente» (due volte programmaticamente nelle sure di apertura, assieme alla parola dal suono simile al-raḥīm = il Misericordioso).

Il siriaco qeryqānā (= «lettura» nella liturgia) dimostra un legame con il nome al-Qurʾān (attraverso il verbo affine qara'a «leggere ad alta voce»). Ma ancora più importante: la parola che il Corano conosce "per il solo Dio" fu utilizzata in Arabia già prima di Muhammad per il massimo Dio («il Dio superiore»): Allāh (il padre di Muhammad si chiamava per esempio « servo di Allāh » = 'abd Allāh) risultò, se è di origine puramente araba, dalla contrazione al-Ilāh, cioè «il Dio». Secondo altri autori, però, esso potrebbe aver avuto anche un'origine non araba, bensì generalmente semitica (reminiscenze dell'ebraico Elohim e dell'antico siriaco alaha = «il Dio»). Ad ogni modo, ancor oggi gli ebrei, i cristiani e i musulmani, in arabo non conoscono alcun'altra parola per Dio che Allāh, e per questo Allāh va semplicemente tradotto con «Dio».

La lingua araba fa capo al ceppo semitico, alla cui radice gli studiosi hanno postulato un capostipite unico, definito protosemitico, che fu il probabile mezzo di espressione dei primi semiti nella stadio linguistico comune, cioè prima che il gruppo umano semitico si frammentasse geograficamente in vari gruppi migratori, diversificandosi culturalmente. Quando ciò avvenne, diversi millenni or sono, dal protosemitico derivarono lingue diverse, ciascuna delle quali assunse, con il tempo, peculiari caratteristiche morfologiche e lessicali; la tesi più accreditata comunque indicherebbe il serbatoio dei semiti nella penisola araba. Comunque la lingua araba venne diffusa tra il VII e il XII secolo, sull'onda delle conquiste islamiche, in tutto il Nordafrica, dove venne ad affiancarsi ai dialetti berberi, e in un'ampia fascia che copre tutto il Medio Oriente fino ai confini della Persia. Oggi è lingua ufficiale in tutti i ventidue paesi che aderiscono alla Lega araba; e una delle lingue ufficiali di tre organizzazioni internazionali: la Lega araba, l'Unione africana e l'ONU. Un grande numero di persone parla arabo come seconda lingua, lingua veicolare o lingua del culto. La tradizione islamica considera l'arabo lingua sacra in quanto impiegata nel proprio testo sacro, ovvero il Corano.

Di grammatica non semplice, l'arabo presenta, come le altre lingue semitiche, la flessione interna dei sostantivi e dei verbi. Soltanto lo scheletro consonantico delle parole rimane invariato, mentre infissi e vocali si combinano per ottenere le più sottili sfumature. Ricco di consonanti uvulari, spiranti e faringali ostiche agli europei, si è tuttavia dimostrato una lingua molto adatta alla poesia. Oggi l'arabo si presenta frazionato in un gran numero di dialetti, non sempre mutualmente comprensibili; mentre la lingua classica è da tutti conosciuta come la lingua dei media, delle pubblicazioni, dell'istruzione, della religione e dei rapporti internazionali del mondo arabo.

LetteraturaModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Letteratura araba e Poesia araba.

La letteratura araba prende l'avvio con le Muʿallaqāt, poesie di argomento lirico, erotico o guerresco, scritte nel VI secolo da un gruppo di poeti nell'ambiente dei beduini nomadi, tra cui spiccano ʿAntar e Imru l-Qays. A queste segue a ruota la compilazione del Qurʾān (Corano), per i musulmani parola divina trasmessa dall'arcangelo Gabriele al profeta Muḥammad (Maometto), con la quale si apre il capitolo dell'Islām. Queste prime composizioni rappresentarono l'inizio di quella che, nei secoli successivi, sarebbe diventata una letteratura d'importanza mondiale. Le opere di narrativa, storia, filosofia, teologia, poesia, sia originali sia di derivazione greca e persiana, che meriterebbero di essere menzionate, sono numerose. Ricordiamo ad esempio l'antologia ʾAlf layla wa layla (Le mille e una notte), tuttora apprezzata e continuamente tradotta e ristampata nel mondo. Da allora l'arabo ha continuato ad essere, per centinaia di milioni di persone, una valida lingua letteraria.

Introduzione all'alfabeto e pronuncia puntualeModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Alfabeto arabo, Storia dell'alfabeto arabo, Calligrafia araba e ʿIlm al-ḥurūf.

Introduzione genericaModifica

L'alfabeto arabo, per darne una breve sintesi, consiste di 28 consonanti, più un grafema particolare (hamza) e alcuni simboli grafici particolari. Tre di queste consonanti hanno un valore semi-consonantico (o semi-vocalico, se si preferisce), servendo anche a indicare l'allungamento degli unici tre suoni vocalici esistenti nell'arabo classico (fuṣḥā):

  • a → ا
  • u → و
  • i → ي

In realtà nei vari dialetti (عامية ‘āmmiyya) i suoni vocalici "e" e "o" trovano piena accoglienza. Questo rende particolarmente ardua la soluzione della traslitterazione in alfabeto latino perché, se in arabo classico il nome "Muḥammad" prescriverebbe l'uso appunto delle vocali "u" e "a", nel parlato ciò non è detto che avvenga. Si avrà allora (in modo perfettamente legittimo) "Mohammed" o, addirittura (rispettando la realtà fonetica di certe aree arabofone) "M'hammed". Meno corretto – ma non in maniera dirimente – mescolare le cose e creare ad esempio "Muhammed" o "Mohammad". Spesso si preferisce, per uniformità, usare con coerenza il sistema "classico", comunemente chiamato "arabo letterario". Questo per evitare le varietà fonetiche che si presentano numerose, a seconda delle nazioni arabofone. La stessa cosa vale per l'articolo determinativo arabo "al-" che, con circa metà delle lettere dell'alfabeto, assimila la prima consonante che incontra mentre resta invariato con le restanti lettere. Le lettere che assimilano l'articolo sono dette lettere "solari" e sono le seguenti:

ﺕ (ta), ﺙ (tha), ﺩ (dal), ﺫ (dhal), ﺭ (ra), ﺯ (zay), ﺱ (sin), ﺵ (shin), ﺹ (sad), ﺽ (dad), ﻁ (ta), ﻅ (za), ﻝ (lam) ﻥ (nun); quelle che non lo assimilano sono chiamate lettere "lunari" e sono ﺍ (alif), ﺏ (ba), ﺝ (gim), ﺡ (ḥa), ﺥ (kha), ﻉ (ʿayn), ﻍ (ghayn), ﻑ (fa), ﻕ (qaf), ﻙ (kaf), ﻡ (mim), ﻩ (ha hafīfa), ﻭ (waw), ﻱ (ya).

Si avrà così "ash-shams" (il sole), "ar-rajul" (l'uomo), "an-nūr" (la luce) ecc; mentre si avrà "al-qamar" (la luna), "al-kitāb" (il libro), "al-bint" (la ragazza), ecc.

Le vocali brevi (a, u, i) sono indicate da tre diversi segni posti sopra o sotto la consonante che precede immediatamente quella vocale, con un piccolo tratto obliquo soprastante la "a" (detto fatḥa), con uno identico ma sottostante la "i" (detto kasra) e con una sorta di piccolo nove, con coda più accentuata, soprastante la "u" (detto damma). Tra i simboli particolari appartenenti alla scrittura araba troviamo:

  • sukūn: è un cerchietto posto sopra una lettera e indica l'assenza di vocalizzazione della lettera stessa, e si pronuncia come una leggerissima aspirazione.
  • shadda: un segno simile alla lettera greca "ω" posto in orizzontale sopra una lettera e ne indica il raddoppiamento.

La lingua araba si scrive da destra verso sinistra. Le 28 lettere che compongono l'alfabeto hanno 4 forme differenti a seconda che si trovino all'inizio di una parola, in mezzo, alla fine o isolate. Solo 6 lettere non legano a sinistra con le altre e perciò hanno solo la forma iniziale e finale. Esse sono:

  • alif (ا);
  • ra (ر);
  • zai (ز);
  • dal (د);
  • dhal (ذ);
  • waw (و).

Esistono altri "simboli" particolari che sono costituiti dall'unione di 2 lettere o caratteri:

  • la lam-alif (لا) nata dall'incontro appunto di una lam (ل) e di un'alif (ا);
  • la ʼalif madda (آ) composta da un'alif con una linea ondulata al di sopra ed è come se fosse un'alif seguita da un'altra alif (il suono che rappresenta è una A lunga);
  • la ’alif waṣla composta da un'alif con una specie di ricciolo al di sopra di essa; in corpo di frase non viene pronunciata;
  • La ʼalif maqṣūra (ى) che ha il suono di una "a" lunga posta in fine di parola.

Esistono vari sistemi di traslitterazione dall'arabo.

Brevi accenni alla fonologiaModifica

La pronuncia dell'arabo si differenzia notevolmente tra i vari Paesi in cui è parlato e anche all'interno di essi. Esiste, però, una lingua araba moderna standard che comprende 33 fonemi: 5 vocalici e 28 consonantici.

  Labiali Interdentali Dentali / Alveolari Palatali Velari Uvulari Faringali Glottali
semplici enfatiche
Occlusive sorde     ت طt̪ˁ   كk ق q   ء ʔ
sonore بb   د ضd̪ˁ جd͡ʒ~ʒ~g1      
Fricative sorde ف f ث θ سs ص ش ʃ خx~χ4 حħ هh
sonore   ذ ð ز z ظ ðˁ~zˁ   غ ɣ~ʁ4 ع ʕ  
Nasali م m   ن n          
Vibranti     ر r            
Laterali     ل l2            
Approssimanti       ي j و w    

Quasi tutte le consonanti possono essere brevi o lunghe (geminate). La pronuncia enfatica si realizza avvicinando la parte posteriore della lingua alla faringe.

Nell'arabo standard i suoni [o], [e], [p], [v] e [ʧ] compaiono solo in prestiti stranieri.

La pronuncia può subire il fenomeno della ’imāla ("inclinazione"), che provoca l'innalzamento della vocale /a/ verso il timbro /ɛ/~/e/.

Pronuncia puntuale, inclusi i diacritici/tashkilModifica

Nella tabella sottostante è spiegata in modo puntuale la pronuncia delle lettere base, lettere speciali e diacritici, senza però approfondire le numerose regole di scrittura della hamza, ragion per cui si apprende più facilmente dall'osservazione di numerosi esempi concreti. Vengono aggiunte in dei punti sporadici delle annotazioni storico-filologiche sulle lingue semitiche e su paragoni tra un suono in arabo e una sua eventuale variazione in ebraico moderno.

Lettera/

segno

Trascrizione

IPA

Spiegazione
َ /ɛ:/~/æː/~/a:/;

/ɑ:/

È, di base, una "a" di albero ed è la prima di tre sole vocali in arabo. Questa vocale ha una vasta varietà di pronunce, ma resta inconfondibile. Una pronuncia tipica è infatti quella di una "e" di alfabeto aperta. Se è dopo una consonante faringale o faringalizzata, si sente una "a" molto cupa, strozzata e gutturale, che si avvicina a una /ɑ/, cioè una vocale aperta e posteriore pescata dal fondo della bocca, come l'inglese "car" in pronuncia Oxbridge/Queen English/Received Pronunciation. Il diacritico è sempre quello di un trattino scritto in alto alla consonante a cui si riferisce. Per esempio, se da /b/ ب si vuole ottenere /ba/, pronunciabile anche con una varietà di vocale, si scrive بَ. Se a tutto ciò si aggiunge una 'alif subito dopo, si ottiene l'allungamento vocalico (vedi avanti). In IPA l'allungamento vocalico si indica con due punti dopo la vocale. In arabo, in generale, tutti i diacritici che indicano specificatamente le vocali si dicono "harakaat".
ًا -/an/ È una "an" di andare. Si trova a fine parola se è indeterminata (questo segnetto, detto tanwiin, si usa per creare l'analogo di quello che nelle lingue romanze, incluso l'italiano, è l'articolo indeterminativo) e compare sempre insieme a una 'alif scritta appena dopo come mero supporto grafico (vedi avanti) o, in alcune varianti di scrittura, viene scritta direttamente sopra la 'alif (ma non è la grafia originale). In più, in arabo, tutti gli avverbi finiscono in "an" scritta proprio con il tanwiin. In arabo, l'aggiunta del suono -/n/ per creare il senso di indeterminazione si dice "nunazione" dal nome del suono /n/, in arabo "nuun". L'indeterminazione viene declinata nei tre casi della lingua araba e ha tre uscite (è cioè "triptota"): La -/a/ in arabo è la desinenza dell'accusativo (per fare parallelismi, si pensi a lingue con i casi come il romeno, il tedesco, il polacco, il finlandese che ne ha 16, l'hindi, il greco moderno, il bengali, il russo, il latino, l'Old English e Middle English...). L'indeterminazione all'accusativo, cioè quando il vocabolo è l'oggetto diretto della frase o si trova dopo preposizioni che a prescindere reggono l'accusativo, si forma con /an/. L'accusativo, come terzo caso, si usa sempre con la nunazione in una frase con verbo essere negativo +nome del predicato, e.g. "io non sono uno studente; io non sono musulmano": la parola evidenziata finirà in -an. Dal punto di vista grafico, si noterà la alif con il tanwiin.
ٰ /ɛ:/~/æː/~/ɑ:/ È una "a" di albero, pronunciata però con un lieve allungamento vocalico e tenendo conto delle varietà di /a/. Questo diacritico, la 'alif khanjariiya ألف خنجرية (letteralmente "alif simile a un coltello/pugnale/daga" o "alif pugnale", in inglese "dagger alif"), deriva da una 'alif ا scritta rimpicciolita. Questo diacritico si trova spesso a fine parola in vocaboli indeclinabili/invariabili eccetto per la nunazione e si scrive a prescindere come ىٰ . In poche parole che conservano la grafia arcaica compare come ٰ . Per esempio, alcuni deittici prossimali e la parola "Allah" hanno questo segnetto. Nella parola "Allah", se viene scrita con diacritici, la alif-pugnale è obbligatoria.
ِ /i/ È una "i" di piccolo. Questo diacritico si scrive in basso. Per esempio, se da /b/ ب si vuole ottenere /bi/, si scrive بِ. Se a tutto ciò si aggiunge una 'yaa subito dopo, si ottiene l'allungamento vocalico (vedi avanti).
ٍ -/in/ È una "in" di indolore. Si scrive sempre sotto alla lettera (niente più alif) e compare sempre a fine parola (dunque la consonante è scritta sempre in forma finale) proprio come forma di nunazione per ottenere l'indeterminazione. La /i/ si usa per formare il genitivo/caso obliquo in arabo: tutto ciò che non è né soggetto né oggetto diretto è un caso obliquo, come in hindi, bengali e greco moderno. Per esempio, con -i a fine parola (consonante scritta in forma finale) si ottiene il complemento di specificazione, di termine, di compagnia e unione, di vantaggio e svantaggio e di origine, per fare un piccolo numero di esempi. Se la parola è indeterminata, la nunazione è -in.
ُ /u/ È una "u" di uno, vocale arrotondata/procheila chiusa. Una vocale si dice arrotondata se è pronunciata con le labbra arrotondate fino a formare un cerchiolino. Se la -/a/ forma l'accusativo, se la -/i/ forma il caso obliquo, la -/u/, che è anche l'ultima vocale dell'alfabeto arabo, forma il nominativo, ovvero il soggetto della frase. Le vocali /e/ e /o/ si trovano nei dialetti e in persiano iraniano (ma non nel Dari, cioè il persiano afghano, il parsi parlato in Afghanistan) derivano da un abbassamento vocalico a partire da /i/ e /u/. In arabo marocchino si aggiunge pure la vocale neutra, la schwa /ə/. Questo suono si ottiene immaginando di declamare le consonanti dell'alfabeto ("a, bi, ci, di, e, effe, gi...") togliendo le vocali ai nomi ("a, b, c, d, e, f, g..."). Quanto al diacritico del nominativo, deriva da una piccola waaw و stilizzata in alto alla consonante (/a/ e /u/ si scrivono in alto; /i/ in basso). Se da /b/ ب si vuole ottenere /bu/, si scrive بُ.
ٌ -/un/ È una "un" punto: è la nunazione del caso nominativo se il soggetto della frase e indeterminato. Il diacritico deriva dalla stilizzazione di due وو compattate e fuse insieme.
ْ muta È un cerchiolino vuoto che si scrive sempre sopra una consonante. Si chiama "sukuun" e indica che la consonante non ha vocali, tale per cui di solito forma un cluster consonantico con la consonante successiva. È quasi sempre dentro la parola.
ّ consonante

tensificata

È un segnetto detto "shadda" o "tashdiid" che indica una tensificazione/raddoppio/geminazione della consonante. Per esempio, da una "b" si ottiene "bb": si pensi alle parole "buono" e "abbuonarsi". Siccome in arabo non si scrivono le consonanti tensificate scrivendole due volte di fila (nell'alfabeto latino sì, come anche in sanscrito, hindi e bengali) e non esistono consonanti speciali aventi già in sé il raddoppio (in coreano esistono), gli arabi hanno inventato questo diacritico simile a una lettera "w" scritta in modo sinuoso e stilizzato. Sopra la shadda si scrive l'harakat di /a/ e /u/. Se coinvolge la /i/, la grafia moderna, considerata quella corretta, cambia in modo spettacolare e per l'unica volta la disposizione di /i/: si sposta sopra la consonante e sotto la shadda.
ء /ʔ/ È lo stacco glottale/colpo di glottide (in inglese "glottal stop") ed equivale grossomodo a un colpetto di tosse. In IPA viene indicato come consonante sorda, ma in realtà si sente sempre sonoro.
vedi

spiegazione

In arabo ha più utilizzi. Se una parola inizia con أَ indica e si pronuncia /ʔæ/- (stacco glottale +a breve. Non esistono altri modi di trascrivere questa combinanzione in alfabeto arabo). Se si trova sopra la 'alif il diacritico di un'ondina (e cioè si scrive la "alif madda") آ, si pronuncia /ʔæː/ (stacco glottale +a lunga). La 'alif madda si può trovare sia a inizio parola che all'interno. Nella grafia moderna non esistono altri modi di trascrivere questa combinazione Se si trova come أُ a inizio parola, si pronuncia /ʔu/- (stacco glottale +u breve) Se si trova con una ص indicante qui il silenzio scritta sopra ٱ , questa combinazione (detta "'alif wasla") è muta. Compare ogni volta che l'articolo determinativo 'al أَل perde la /ʔa/ perché preceduta da vocale (e.g. è come se in italiano si dicesse, in un linguaggio vagamente poetico e arcaicheggiante, "il tavolo e 'l bicchiere"). Se compare come اً a fine parola, è la nunazione -/an/ solitamente per avverbi e l'accusativo indeterminato, a cui si aggiunge un predicato nominale negato. Se una parola inizia con إِِ si pronuncia /ʔi/- (stacco glottale +i breve). Se compare con la grafia rara اْ, è muta e si chiama "'alif di protezione" (compare alla terza persona plurale di una coniugazione verbale). Se infine compare come أْ all'interno della parola o alla fine, indica semplicemente lo stacco glottale /ʔ/.

In sintesi, la 'alif serve a tre macro-funzioni: la prima, da quanto si è visto, è di sedia per la hamza/stacco glottale (i grammatici arabi che si rifanno ai secoli di tradizione parlano esplicitamente di sedia, "kursiyy" e riempiono la spiegazione di nomi molto espressivi). La seconda, già accennata, è quella di scrivere la nunazione -an, avente grafia fissa e utilizzabile in tre contesti. Infine, come nuovamente accenntao, serve a ottenere l'allungamento vocalico di "a": basta attaccare una semplice alif dopo una consonante avente il diacritico di "a" breve. Per esempio, se da /ba/ بَ si vuole ottenere /ba:/, si scrive بَا. Si ricorda infine che da una 'alif rimpicciolita si ottiene un allungamento vocalico molto particolare e usato più sporadicamente, la 'alif pugnale. Quanto al solo nome di una lettera, la أ, cioè una semplice 'alif con sopra la hamza (a prescindere dal suo valore e utilizzo), viene comodamente indicata con il nome "'alif hamza". Per esempio, أَ si può indicare velocemente come "'alif hamza con la fatha/a breve". Per la lam-'alif, vedi avanti.

/b/ È una "b" di balena, consonante sonora. In generale, una consonante si dice sonora se il palmo della mano intorno alla gola sente le corde vocali vibrare: si paragonino la "ffff" e la "ssss" con "vvvvv" e "mmmm". Sotto alla consonante è presente un punto: i punti sono preziosi per distinguere le consonanti e permettono di alleggerire o redistribuire il carico mnemonico: a volte le consonanti sono identiche tra loro tranne nel numero di puntini. Anticamente i testi in arabo erano scritti senza diacritici di ogni tipo, incluse le vocali brevi e i puntini per distinguere le consonanti. Questi ultimi vengono considerati diacritici a tutti gli effetti, anche se oggi sono chiaramente obbligatori (le vocali brevi di solito non si usano) e sono detti 'i'jaam. Per leggere un testo in arabo e capirlo, bisogna conoscere bene dunque lo schema consonantico di una parola e i suoi allungamenti vocalici (i segni di vocale lunga restano). A loro volta, i vocaboli in arabo si possono fare derivare dal rimaneggiamento delle radici, indicate nei dizionari organizzati per radice: per esempio, dalla radice "k-t-b" si ottengono "kitaab" (libro), "maktub" (scritto), "kataba, yaktubu" (scrivere. I verbi si indicano con la terza persona maschile al passato e presente; nel presente, si sottolinea la vocale tematica che si impara a memoria, in gran parte dei casi /u/).
/t/ È una "t" di tavolo, consonante sorda. Possiede due punti in alto.
/θ/ È una "t" di tavolo sorda ma pronunciata interdentale, cioè con la punta della lingua tra le due arcate dentarie, come nell'inglese "think". Anticamente, in Old Arabic era */tθ/ siccome aveva un contatto iniziale più marcato tra lingua e denti. In ebraico, questo suono diventa una "sc" di scienza fin dall'ebraico biblico. In Afro-asiatico, da cui discende il Proto-semitico era */tʃ'/, cioè una "ci" di ciao con la voce rauca.
/d͡ʒ/~/ʒ/ È una "gi" di giorno, consonante sonora. Nella parlata colloquiale, si toglie in contatto tra organi, ottenendo un suono presente anche in francese, portoghese e spagnolo antico. In Old Arabic, era */g/, cioè una "g" di galera, consonante sonora. Questo suono viene ritenuto nel dialetto egiziano. Per fare un esempio di questa pronuncia nelle lingue semitiche, si pensi alla parola "cammello" in sumero: "gimel". Oggi questa consonante ha subito dunque una palatalizzazione. In ebraico resta /g/.
/ħ/ È un'aspirazione sorda (come nell'inglese "have") ma pescata dal fondo della gola. In più, il suono è faringale. In generale, un suono si dice faringale (o una consonante si dice "faringalizzata") se il suono si pronuncia con la radice della lingua già tenuta vicina alla parete della gola/faringe, come se si volesse ostruire la gola con la parte in basso/in fondo della lingua (non il dorso, non la punta, non la lamina). Il suono uscirà gutturale, cupo e strozzato e anche la vocale successiva, se presente, si sentirà chiusa, cupa e strozzata. Ebbene, questo suono è un'aspirazione sorda faringale. Attenzione a non fare vibrare l'ugola, ciè il pendaglio in fondo alla gola. La mancanza di un punto in basso indica la gola e un suono fricativo, cioè senza contatto tra organi che ostacolano il suono: è un flusso d'aria che esce dal fondo della gola che non subisce ostacoli che bloccano completamente il flusso d'aria. Si paragonino per esempio l'italiano "s" con "t" e "z": solo il primo suono è fricativo. In ebraico, questo suono si riduce in un'aspirazione non faringale.
/ʁ/~/x/ Viene spesso traslitterata con la pronuncia ricostruita in Old Arabic */x/, cioè una "c" di cane senza contatto tra organi, ma la pronuncia più diffusa (perlomeno oggi) è quella della "r" francese come in "françois", cioè una consonante sorda polivibrante ottenuta facendo vibrare l'ugola e tenendole vicina la radice della lingua ben sollevata. Il punto in alto sembra indicare la lingua alzata e/o l'ugola. In ebraico biblico, il suono ha subito una convergenza con la fricativa faringale sorda /ħ/.
/d/ È una "d" di dente, consonante sonora.
/ð/ È una "d" di dente sonora ma pronunciata interdentale, come nell'inglese "th" di that. Il punto in alto indica la lenizione di /d/.
/r/~/rˁ/; -/ɾ/- È una "r" di rana, consonante polivibrante sonora. Se è intervocalica, si riduce in una "r" monovibrante come nell'italiano "arare", spagnolo "toro" e nell'inglese statunitense "city" e "better". Se è a inizio parola o si assimila con la lam dell'articolo determinativo (la "r" è una lettera solare e non lunare) o ha il segno di shadda/tashdiid sopra, diventa polivibrante come nell'italiano "carro". Nel Nordafrica, la pronuncia si modifica siccome la "r" viene in più faringalizzata. In ebraico, questo suono è identico all'arabo nella pronuncia sefardita, ma la seconda pronuncia, più diffusa, è خ.
/z/ È una "s" di senza ma pronunciata sonora (il suono è presente pure in portoghese, francese, romeno e dialetto shanghainese). In alternativa, si può pensare come una "z" di zero sonora ("z" si pronuncia sonoro nel Norditalia) ma senza contatto tra organi. Il punto in alto è come se indicasse una lenizione di "r". In ebraico, le parole che in arabo sin da tempi più remoti sono distinte con "d" interdentale e /z/ cade siccome si pronunciano tutte /z/ e si scrivono con un'unica lettera fin dall'ebraico biblico.
/s/ È una "s" di senza, consonante sorda. In questo suono confluiscono due suoni in Proto-Semitico, */s/ e */ʃ/, ragion per cui in ebraico si può sentire con entrambi i suoni siccome in questo contesto è conservativo.
/ʃ/ È una "sci" di scienza, consonante sorda. In Old Arabic si pronunciava */ɬ/: era cioè una /ʃ/ sorda pronunciata tenendo contemporaneamente la punta della lingua in posizione di "L" di leva e senza gonfiare le guance. La lettera si distingue da "s" perché ha tre punti in alto. Nella grafia corsiva molto rapida, i tre puntini possono essere stilizzati come un triangolo senza la base o con un segno simile alla lambda maiuscola: Λ. Tutti i suoni che in arabo fin dai tempi remoti erano pronunciati con /ʃ/ sono pronunciati in ebraico come /s/. */ɬ/ era presente pure in Afro-asiatico.
/sˁ/ È una "s" di senza, sorda e faringalizzata. In ebraico biblico la pronuncia era identica, mentre oggi muta in "z" di zanzara, consonante sorda /t͡s/.
/dˁ/ È una "d" di dente, sonora e faringalizzata. Il punto in alto disambigua il contatto tra organi con faringalizzazione annessa. In Old Arabic si pronunciava */tɬʼ/, un suono molto complesso. Ma il dato più interessante è dato dall'apostrofo in IPA, a partire dal quale si può intavolare un lungo discorso storico-filologico: indica la voce rauca, la "creaky voice", che sarebbe l'antenato dell'odierna faringalizzazione in Old Arabic (la voce rauca era già presente pure in Proto-Sumero, una lingua isolata parlata nel 3750 a.C., insieme ai due suoni faringali /ħ/ e /ʕ/ e allo stacco glottale; in fenicio, che invece è una lingua semitica ed è attestata a partire dall'XI° secolo a.C., era presente a 'ayn). La voce rauca in fonetica si ottiene pronunciando la sillaba con la glottide già leggermente chiusa. La glottide è una valvola in fondo alla gola che si individua tossicchiando e con cui si pronuncia proprio lo stacco glottale/colpo di glottide. Quanto alla faringalizzazione, forse era presente in Old Chinese, in base a una proposta di Jerry Norman e alla ricostruzione dell'Old Chinese di Baxter-Sagart (2014). Per rimanere in tema di lingue antiche, il Proto-Semitico (famiglia Afro-asiatica, comparsa forse nel Corno d'Africa) aveva anch'esso la voce rauca e tre vocali, *a, *i, *u con la loro controparte lunga (una simile impostazione era presente pure in Afro-asiatico, avente un caso grammaticale per il nominativo e nessun caso per il complemento oggetto diretto). I suoni interamente faringali esistevano già sia in Proto-Semitico che in Afro-asiatico. In ebraico, anch'essa lingua semitica, le vocali sono invece proliferate e rese con un complesso sistema di diacritici inventati per glossare la Bibbia, anch'essa senza diacritici. Quanto alla scrittura, l'alfabeto arabo e ebraico derivano da una stilizzazione delle lettere da una stilizzazione dei geroglifici detta "alfabeto proto-sinaitico/proto-canaanita" (2100-1500 a.C.) che ha dato poi origine all'alfabeto fenicio, la culla comune che ha dato origine pure all'alfabeto greco, che a sua volta dà origine all'alfabeto proto-italico da cui discende quello latino, adattato poi in ogni lingua romanza e non solo in cui si utilizza (e.g. il norvegese, danese, svedese e islandese usano l'alfabeto latino ma sono lingue germaniche nordiche imparentate tra loro; il sumero invece usava la scrittura cuneiforme). In arabo, la scrittura è diventata un corsivo con poche lettere sempre separate e fino a tre grafie per posizione, mentre in ebraico tutte le lettere sono suddivise e poche lettere hanno una doppia versione in cui "srotolano" verso il basso se si usano a fine parola. Tutti gli alfabeti che segnalano le consonanti e al massimo gli allungamenti vocalici e i dittonghi ma non le vocali brevi si dicono "abjad". Arabo e ebraico, entrambe semitiche, sono imparentate tra loro come grammatica, vocabolario e pronuncia (specialmente l'ebraico biblico, che aveva le faringalizzazioni oggi sparite), ma in più la scrittura araba e larghe fette di vocabolario sono state "esportate" in altre lingue, come il persiano/parsi, l'urdu/variante di lingua indiana parlata in Pakistan e nello swahili, una lingua Bantu (famiglia Niger-kordofaniana) molto diffusa nell'Africa Orientale e una delle lingue ufficiali dell'Unione Africana. L'arabo si è diffuso in Nordafrica a partire dalle conquiste dell'Impero Islamico dopo la morte di Maometto (632 d.C.), il fondatore dell'Islam. Prima in queste zone si parlava il berbero, suddiviso in più varietà, e il tuareg-berbero. Laddove oggi c'è Israele e stati limitrofi (come il Libano, affacciato alla costa e antico suolo dei fenici) si parlava l'ebraico, aramaico, accadico e siriaco (i sumero-babilonesi invece abitavano tra l'Eufrate e il Tigri). Quanto a /dˁ/, la pronuncia era identica in ebraico biblico, ma oggi converge in /t͡s/.
/tˁ/ È una "t" di tavolo, sorda e faringalizzata.
/ðˁ/~/zˁ/ È una "d" di dente sonora e interdentale a cui si aggiunge la faringalizzazione. In arabo colloquiale o dialettale, può mutare in una "s" di senza sonorizzata e faringalizzata. Anche questo suono era identico in ebraico biblico ma oggi converge in /t͡s/.
/ʕ/ È la fricativa faringale sonora: è una consonante e si può ottenere immaginando di pronunciare la vocale neutra schwa (come mero fantoccio fonetico per ottenere la vibrazione delle corde vocali) tenendo fin dalla partenza la radice della lingua vicina alla parete della faringe/gola, anche aiutandosi eventualmente con una chiusura parziale della glottide (enfatizza bene la faringalizzazione, anche se non ne fa parte). Quando si pronuncia una consonante faringale, comunque non si deve forzare la voce, ma puntare sulla naturalezza e fluenza. La fricativa faringale sonora/'ayn si può trovare da sola, raddoppiata e seguita dalle tre vocali, che si pronunciano con continuità tra la 'ayn e la vocale, senza cioè che le due si spezzettino. In ebraico, la 'ayn si pronuncia nella parlata colta se dentro la parola. In ebraico biblico si pronunciava sempre.
/R/~/ɣ/ È una "r" polivibrante come in francese, ma stavolta è sonora come in tedesco ed è /R/ in IPA. Si può immaginare come خ sonorizzata. Questa appena indicata è la pronuncia più diffusa: solitamente viene trascritta in IPA come /ɣ/, cioè una "g" di gatto sonora e senza contatto tra organi. In ebraico, questo suono ha subito una convergenza con la 'ayn e si comporta come la 'ayn.
/f/ È una "f" di farfalla, consonante sorda. In Old Arabic era una */pʰ/, ovvero una "p" di palla sorda e con un'aspirazione, come un omonimo suono in greco antico, hindi, bengali antico, cinese, coreano e in parole che iniziano con p- seguita da vocale in inglese British (e.g. "power"). In Afro-asiatico esistevano *p e *f come due suoni distinti che hanno subito una convergenza in Proto-Semitico */p/.
/q/ È una "c" di cane/"k" di koala sorda ma non è pronunciata con il dorso della lingua sulla parte tondeggiante del palato, ma con la radice della lingua poggiata sulla zona morbida del palato/zona uvulare/velo palatino. Dunque è una "c" molto gutturale. In Old Arabic era una /kʼ/, cioè una "c" accompagnata dalla voce rauca.
/k/ È una "c" di cane/"k" di koala, consonante sorda. Nella sillaba /ki/ /e /kj/- per dittonghi) la pronuncia si modifica leggermente perché tende a palatalizzarsi. Per capire il suo suono, si pronunci alla massima velocità "ke-ki-ke-ki-ke-ki-ke-ki" e si paragoni con "ka-ku-ka-ku-ka-ku".
/l/; /lˁ/ È una "l" di leva, consonante sonora. Nella parola "Allah" al caso nominativo e accusativo (-u; -a) in più è enfatizzata con la faringalizzazione. La /l/ si ritrova anche nell'articolo determinativo 'al, invariabile eccetto per la pronuncia: avviene un fenomeno di assimilazione con tensificazione (segnalata con la shadda/tashdiid) di fronte a parole che iniziano con un gruppo di consonanti pronunciate tipicamente in zona dentale, dette "lettere solari". L'assimilazione non avviene in presenza di tutte le altre, le "lettere lunari". La lettera lam, se seguita dalla 'alif, forma un nuovo digrafo corsivo nato dall'inserimento del bastoncino della 'alif messo in diagonale dentro al gancio/pancia della lam. In alcune grafie le lettere restano separate e ben distinguibili, ma nella grafia corsiva si fondono in una forma che ricorda alla lontana una Y, la lam-'alif, usata in cinque combinazioni elencate sotto.
لاَ /la:/ È il modo in cui gli arabi dicono "no" per negare o all'imperativo per dare divieti. Attenzione: per dire "non sono" in frasi con copula +nome del predicato è "lan +vocabolo con nunazione in -an".
الأَ /ʔal ʔa/ È l'articolo determinativo seguito da una parola che inizia con 'alif hamza con "a" breve.
الآ /ʔal ʔa:/ È l'articolo determinativo seguito da una parola che inizia con 'alif madda. Attenzione all'allungamento vocalico, presente a priori nell'alif madda.
الإِ /ʔal ʔi/ È l'articolo determinativo seguito da una parola che inizia con 'alif hamza con "i" breve.
الأُ /ʔal ʔu/ È l'articolo determinativo seguito da una parola che inizia con 'alif hamza con "u" breve.
/m/ È una "m" di mano, consonante sonora. Davanti alla /f/, si assimila in un suono labiodentale, cioè pronunciato con gli incisivi dell'arcata superiore a contatto con il labbro inferiore, come nell'italiano anfora. Questa consonante in IPA si trascrive con /ɱ/. Se è vicina a una consonante faringalizzata, assimila la faringalizzazione.
/n/ È una "n" di nave, consonante sonora. Di fronte al suono bilabiale /b/ si assimila in una /m/ (ma la grafia non cambia); davanti alla /k/, si assimila in /ŋ/, cioè una /n/ pronunciata con il dorso della lingua sul palato, come nell'italiano panca. Davanti al suono uvulare /q/ si assimila in una /ɴ/, cioè una /n/ cupa, chiusa e gutturale pronunciata con la radice della lingua a contatto con il velo palatino (questo suono si trova pure in giapponese). Anche la /n/ assimila la faringalizzazione se in vicinanza di suoni faringalizzati (e.g. 'ayḍan, "pure"). Attenzione: il suono /n/, se nel suffisso della nunazione, non si scrive con la lettera nuun, ma con i tre suffissi appositi.
/h/ È una comune aspirazione sorda come nell'inglese "have", in questo caso non faringale ma glottidale.
ة -/a(t)/ È una lettera che indica il suffisso del femminile, che in romanizzazione/latinizzazione si può indicare con -a(t). È sempre preceduto da una /a/ (variazioni incluse), che già da sola indica il femminile. Se nella parlata colloquiale non si pronunciano tutti i casi, è muta (cioè si sente solo -/a/ breve finale). Se si indica oralmente il caso (-a, [-an +'alif sorda], -i, -in, -u, -un), questa lettera si pronuncia /t/, cioè una "t" di tavolo, consonante sorda. Dunque i tre casi grammaticali base di una parola femminile sono -atu(n), -ati(n), [-ata(n) +'alif sorda].
-/u:/; /w/-; -/u̯/ È una "u" di quaglia, cioè la /w/ arrotondata chiusa e semivocalica, siccome forma i dittonghi. Se scritta dopo una consonante con il diacritico /u/, indica l'allungamento vocalico -/u:/. Se dopo la /a/, forma il dittongo -/au̯/ come auriga. La semivocale può essere lunga /w:/ se si aggiunge la shadda/tashdiid sopra la lettera. In talune combinazioni con il colpo di glottide dentro la parola, semplicemente è la sedia ortografica per la hamza (ؤْ, ovvero /ʕ/ tenendo conto che in questo esempio ha un sukuun in alto). Questa semivocale in ebraico tende oggi a pronunciarsi /v/, cioè "v" di vela, consonante sonora.
-/i:/; /j/-; -/i̯/ È una "i" di iena, cioè la /j/ semivocalica, siccome forma i dittonghi. Se scritta dopo una consonante con il diacritico /i/ , indica l'allungamento vocalico -/i:/. Se dopo la /a/, forma il dittongi /ai̯/ come Thailandia. La semivocale può essere lunga /j:/ se si aggiunge la shadda/tashdiid sopra la lettera.
ىٰ /ɛ:/~/ɑ:/ È una /a:/ lunga, tenendo conto di tutte le varietà di pronuncia. Si trova alla fine delle parole indeclinabili (al massimo ospitano la nunazione, diventando a prescindere -/a(:)n/) ed è il caso tipico in cui la 'alif pugnale compare.
ىً -/a(:)n/ È una "an" di andare e compare nelle parole indeclinabili che senza nunazione compaiono con la 'yaa senza punti e la 'alif pugnale.
ئ /ʕ/ È scritta come una "j" semivocalica ma senza i due puntini diacritici in basso e si usa in alcune combinazioni come sedia per la hamza. La pronuncia di ئْ è /ʕ/, tenendo conto che in questo esempio ha un sukuun in alto.

Infine, riguardo alle corrispondenze arabo-ebraico tra vocali, la /i:/ e /u:/ (cioè gran parte delle vocali lunghe) restano perlopiù invariate, mentre /a:/ diventava /o:/ (oggi gli allungamenti vocalici, conservati nella grafia, non si pronunciano) per un fenomeno detto "shift canaanita" (Canaanite shift). L'esempio più palese è la parola "pace", in arabo "salaam" (che prima dell'Old Arabic iniziava in */ʃ/) e in ebraico "shalo(o)m".

Quanto alle vocali brevi, la /a/ resta perlopiù invariata o muta in /ɛ/ (cioè una "e" aperta e più spalancata), mentre /i/ e /u/ sono colpite da abbassamento vocalico e diventano /e/ e /o/ come in parsi. Il dittongo "ay" resta perlpiù invariato o si frattura in "ayi", mentre "aw" culmina quasi ogni volta in un allungamento vocalico /o:/ (l'esito è vagamente simile al francese -au- > /o/).

Nei prestiti arabi in swahili, tutte le faringalizzazioni sono perse, la 'ayin è muta perché cade e i suoni non nativi possono essere approssimati dai parlanti non colti. Per esempio, /θ/ sordo interdentale subisce un fronting e diventa /s/.

VariantiModifica

L'arabo moderno standardModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Fuṣḥa.

Nel mondo arabo si parlano molte varianti dialettali della lingua araba, spesso molto diverse tra loro. Tuttavia, esiste una forma di arabo ufficiale standard (fuṣḥā) unica per tutti che viene usata per la comunicazione scritta e in situazioni formali come lezioni universitarie, discorsi pubblici, programmi radiofonici e televisivi di tipo culturale, politico o religioso.

I dialettiModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Dialetti arabi.

Per la comunicazione orale viene usato a livello pubblico l'arabo standard oppure, a livello privato, la lingua dialettale. Alcuni di questi dialetti sono solo parzialmente comprensibili dagli arabi che vengono da paesi diversi; l’insieme di dialetti usati nella comunicazione quotidiana varia infatti non solo da un paese arabo all’altro ma anche da una regione all’altra all’interno dei singoli stati. In particolare i dialetti del Maghreb sono considerati molto diversi dall'arabo standard, ma anche dai dialetti parlati nel Golfo Persico, soprattutto a causa delle forti influenze della lingua berbera e della lingua francese. Mentre le persone di buon livello culturale sono in genere capaci di esprimersi nell'arabo ufficiale, la maggioranza degli arabi usa generalmente solo il proprio dialetto locale. Al giorno d'oggi i dialetti egiziano e levantino sono probabilmente i più conosciuti e compresi nel mondo arabo, grazie alla grande popolarità della filmografia egiziana e siriana.

Nozioni di grammaticaModifica

La frase minimaModifica

Come in ogni lingua, la frase minima è formata dal soggetto (un nome o un pronome) e dal predicato (un verbo, eventualmente accompagnato da un aggettivo, un pronome o un nome, o anche un'intera frase). Le frasi si suddividono in verbali (quando contengono un verbo) e nominali (quando il verbo è assente)[7].

L'arabo non possiede il tempo presente del verbo essere, pertanto fa un largo uso di frasi nominali. Di conseguenza, frasi come "dove sei?", "chi è lui?" e "chi è lei?" si traducono rispettivamente "dove tu?" (أﻳﻥ أنت؟, ’ayna ’anta/’anti?), "chi lui?" (من هو؟, man huwa?) e "chi lei?" (من هي؟, man hiya?).

L'articolo determinativoModifica

In arabo esiste un solo articolo, determinativo e invariabile (-ﺍﻟ, al-), che si comporta come un prefisso, unendosi all'inizio della parola; "il libro" è, quindi, al-kitāb (ﺍﻟﻜﺘﺎﺏ). Le lettere dell'alfabeto a seconda del loro comportamento a contatto con l'articolo si dividono in solari e lunari. Le consonanti "lunari" (quelle labiali, velari e post-velari) prendono l'articolo così com'è, mentre quelle "solari" (tutte le altre) assimilano la lam dell'articolo alla prima lettera del sostantivo, che quindi si raddoppia (es. "il sole": *al-shams > ash-shams).[8]

Per esprimere l'indeterminazione si raddoppiano le lettere ḍamma (ـُ /u/), fatḥa (ـَ /a/) e kasra (ـِ /i/) (la ـُ damma al nominativo indeterminato non usa due segni identici, ma uno solo che deriva dall'unione dei due:ـٌ ); la damma raddoppiata si pronuncia [un], la fatḥa raddoppiata [an] e la kasra raddoppiata [in] (es. "una bella casa": baytun jamīlun; "la bella casa": al-baytu al-jamīlu). Il fenomeno del raddoppiamento grafico della vocale a fine parola si chiama "nunazione", perché dal punto di vista fonetico aggiunge una /n/, che in arabo è espressa dalla lettera nūn.

La ’alif dell'articolo è waṣla, ossia si elide a contatto con un'altra vocale: بابُ ٱلبيت *bābu al-bayt diventa quindi bābu-l-bayt, oppure ancora في ٱلفندق *fī al-funduq diventa fī-l-funduq.

Le declinazioniModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: ʾiʿrāb.

L'arabo è una lingua flessiva che possiede tre casi: il nominativo, la cui marca è la ḍamma (ـُ /u/); l'accusativo, la cui marca è la fatḥa (ـَ /a/); il caso obliquo, la cui marca è la kasra (ـِ /i/), che ha funzioni di genitivo e di preposizionale.

Dal caso obliquo si costruisce il complemento di specificazione (es. "il libro del ragazzo", kitābu-l-waladi), in cui il sostantivo dell'entità posseduta ("il libro") non prende mai l'articolo (pur essendo determinato) e il sostantivo dell'entità possedente ("del ragazzo") è al caso obliquo semplice e prende l'articolo. In una catena di complementi di specificazione (es. "il libro della figlia del maestro") prende l'articolo solo l'ultimo termine (kitābu binti-l-muʿallimi).

L'aggettivo segue sempre il sostantivo e si declina in genere, numero e caso.

Nella lingua parlata e nei dialetti la declinazione non viene evidenziata.

Il verboModifica

 Lo stesso argomento in dettaglio: Verbi arabi.

La radice dei verbi è formata da tre o, più raramente, quattro lettere.

Vi sono nove forme "aumentate", espresse con l'aggiunta di suffissi, che attribuiscono al verbo una sfumatura di significato (es. la seconda forma ha valore perlopiù causativo, la terza di reciprocità, la quinta di passività, etc.).

I verbi irregolari si formano quando nella radice compaiono le semivocali ﻭ e ﻱ, che creerebbero una cacofonia se precedute o seguite dalle desinenze. Un verbo irregolare si dice "assimilato" (1º gruppo dei verbi irregolari) se ha ﻭ o ﻱ all'inizio, "concavo" (2º gruppo dei verbi irregolari) se ha ﻭ o ﻱ al centro e "difettivo" (3º gruppo dei verbi irregolari) se ha ﻭ o ﻱ alla fine.

Il verbo arabo possiede solo due tempi: perfetto e imperfetto.

  1. il passato indica che l'azione si è svolta (passato); ha solo il modo indicativo.
  2. il non-passato indica che l'azione si sta svolgendo (presente) o si svolgerà (futuro); ha i modi indicativo, congiuntivo, imperativo, infinito sostantivato (maṣdar), participio attivo/presente sostantivato (ism al-fāʿil, lett. "nome del facente"), participio passivo/passato sostantivato (ism al-mafʿūl, lett. "nome del fatto") e l'apocopato. L'arabo classico ha inoltre l'energico I e l'energico II, non utilizzati in arabo moderno standard.

La coniugazione completa di tutti i verbi si ricava dal paradigma del verbo ﻓﻌﻝ (faʿala, "fare").

L'infinito sostantivato di faʿala, fiʿl ("il fare"), è un nome d'azione (nomen actionis) sostantivato e significa, quindi, "azione, opera".

Parole di origine araba in italianoModifica

Nel corso del Medioevo entrarono nell'italiano numerose parole arabe, specie in settori in cui gli Arabi eccellevano: navigazione, commercio, matematica, astronomia, medicina.

Alcuni termini marittimi derivati dall'arabo sono "libeccio", "scirocco", "gomena", "cassero" (vocabolo che gli Arabi presero dai Bizantini e questi a loro volta dai Romani; cfr. latino "castrum"[9]). La parola di origine araba "ammiraglio" indicò dapprima "capo, comandante" e solo nel sec. XII in Sicilia e nel XIII altrove si fissò nel significato di "capo delle forze di mare". L'espressione araba dār aṣ-ṣinā‘a ("casa del mestiere", poi "luogo di costruzioni navali") trova accoglimento in Italia sotto diverse forme: arzanà (da cui arsenale) a Venezia, darsena a Genova, tersanaia a Pisa, terzenale ad Ancona, terzanà a Palermo.

Alcuni termini commerciali derivati dall'arabo sono "magazzino", "fondaco", "dogana", "gabella", "tariffa", "fardello", "tara", "zecca", "carato", "risma", "sensale". Attraverso gli scambi commerciali sono giunti i termini "zucchero", "zafferano", "caffè", "azzurro", "lapislazzuli", "limone", "albicocco", "carciofo", "zibibbo", "melanzana", "tamarindo"[10][11], "ribes".

Sono di origine araba i termini matematici "algebra", "algoritmo" e "cifra" (derivante dalla parola araba indicante lo zero, novità essenziale nel sistema di numerazione europeo) e i termini astronomici "Aldebaran", "almagesto", "almanacco" (< al-manākh, "tavole astronomiche"[12]), "zenit", "nadir", "Vega".

Nella medicina entrò il vocabolo arabo "sciroppo". La medicina araba influenzò molto la scuola medica salernitana; proprio da Salerno deve essersi divulgato il termine medico "taccuino" (< taqwīm, "corretta disposizione").

Altri termini arabi sono "zara", "azzardo"[13], "califfo", "sultano", "alcova", "alcool" (< al-kuḥl, "polvere finissima per tingere le sopracciglia"[14]), "alchimia" ("pietra filosofale"), "caraffa", "tazza", "ragazzo" (< raqqāṣ, "fattorino, corriere"[15]), "materasso" (da matrah, "cosa gettata"), "bizzeffe" ("in abbondanza"), "gazzarra" (< algazara, "mormorio"), "salamelecco" (< salām ‘alaikum, "pace a te/voi"), "alambicco", "racchetta" (in origine "palmo della mano", poi "racchetta") e "assassino" (termine che in origine designava i Nizariti, setta degli Ismailiti radunata attorno al Vecchio della Montagna[16]).

Nei termini arabi in "al-" ("alambicco", "algebra" ecc.) o in "a + consonante geminata" ("ammiraglio", "assassino", "azzardo" ecc.) si riscontra un fenomeno frequente in spagnolo, in cui gli arabismi presentano spesso forme in cui compare l'articolo arabo al- ("alcázar", "fortezza, palazzo, reggia"; "alcachofa", "carciofo"; "algodón", "cotone"; "azúcar", "zucchero"; "alhóndiga", "fondaco"), poiché molti di questi termini giunsero in Italia attraverso traduzioni dallo spagnolo.

Premi Nobel per la letteratura di lingua arabaModifica

 
Naǧīb Maḥfūẓ, premio Nobel per la letteratura nel 1988.

BibliografiaModifica

DizionariModifica

Dialetti arabi moderniModifica

GrammaticheModifica

  • Laura Veccia Vaglieri, Grammatica teorico-pratica della lingua araba, 2 voll. (vol. 1: Parte I - Lettura e scrittura, Parte II - Morfologia e nozioni di sintassi, vol. 2: Parte III - Complemento della morfologia e sintassi), I.P.O., Roma, 1937
  • Laura Veccia Vaglieri, Maria Avino, Grammatica teorico-pratica della lingua araba, vol. 1/I: Morfologia e nozioni sintattiche, vol. 1/II: Esercizi in lingua araba moderna, Roma, Istituto per l'Oriente C. A. Nallino, 2011-2014[17]
  • Vito A. Martini, Grammatica araba e dizionario italo-arabo, Milano, ristampa delle edizioni Hoepli, Cisalpino-Goliardica, 1976, ISBN 88-205-0082-5
  • Mario Gerardo Dall'Arche, Corso d'arabo per le scuole secondarie: Vol. I Grammatica, Vol. II Vocabolario, Milano, Edizioni Biblioteca Francescana, 1984
  • Fathi Makboul, Impara l'arabo, Roma, Centro culturale arabo, 1985
  • Rosaria Zanetel Katrib, Gihad Hassan Katrib, Parliamo l'arabo. Grammatica, Padova, Editore Zanetel Katrib, 1987
  • Agnese Manca (Anissa), Grammatica teorico-pratica di arabo letterario moderno, Roma, Associazione Nazionale di amicizia e cooperazione italo-araba, 1989
  • Younis Tawfik, As-salamu alaikum. Corso di arabo moderno, Torino, Ananke, 1996-1999, ISBN 88-86626-53-3
  • Claudia Maria Tresso, Lingua araba contemporanea - Grammatica ed esercizi, Milano, Hoepli, 1997-2019, ISBN 978-88-203-9077-8
  • Lucy Ladikoff Guasto, Ahlan. Grammatica araba didattico-comunicativa, Roma, Carocci, 2002, ISBN 978-88-430-1831-4
  • Olivier Durand, Angela Daiana Langone, Giuliano Mion, Corso di arabo contemporaneo. Lingua standard, Milano, Hoepli, 2010, ISBN 978-88-203-4552-5
  • Monica Ruocco, Fatima Sai, Comprendere e parlare arabo, Hoepli, 2018, ISBN 978-88-203-7754-0
  • Alma Salem, Cristina Solimando, Imparare l'arabo conversando. Corso elementare, Roma, Carocci, 2011, ISBN 978-88-430-5349-0
  • Luc-Willy Deheuvels, Grammatica araba - Manuale di arabo moderno con esercizi e cd audio per l'ascolto, Edizione italiana a cura di Antonella Ghersetti, Bologna, Zanichelli,
    2 voll., vol. 1, 2010, ISBN 978-88-08-16298-4; vol. 2, 2011, ISBN 978-88-08-12103-5
(ed. orig. Manuel d'arabe moderne, II voll., Parigi, L'Asiathèque - Maison des langues du monde, 1993-2008)
  • Jack Smart, Frances Altorfer, Impara l'arabo con Zanichelli, Bologna, Zanichelli, 2013, ISBN 978-88-08-22976-2
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  • Maha Yakoub, Instant Arabo, Milano, Gribaudo, 2017, ISBN 978-88-580-1010-5

Dialetti arabi moderniModifica

  • Olivier Durand, Introduzione ai dialetti arabi, Milano, Centro Studi Camito-Semitici, 1995.
  • Olivier Durand, Dialettologia araba, Roma, Carocci, 2009, ISBN 978-88-430-5066-6.
  • Olivier Durand, Profilo di arabo marocchino. Studi Semitici N.S. 11, Roma, Università di Studi "La Sapienza", 1994.
  • Eugenio Griffini, L'arabo parlato della Libia, Milano, Hoepli, 1913 (rist. Cisalpino-Goliardica 1985, ISBN 88-205-0081-7.
  • Giuliano Mion, Sociofonologia dell'arabo. Dalla ricerca empirica al riconoscimento del parlante, Roma, 2010, ISBN 88-613-4479-8
  • Giuliano Mion, L'arabo parlato ad Amman. Varietà tradizionali e standardizzate, Roma, 2012, ISBN 88-978-3106-0.
  • Carlo Alfonso Nallino, L'arabo parlato in Egitto, Milano, Hoepli, 1900 (rist. Cisalpino-Goliardica, 1983, ISBN 88-205-0080-9).
  • Giulio Soravia, Manuale di arabo parlato basato sul dialetto egiziano, Bologna, Clueb, 2007, ISBN 978-88-491-2958-8.
  • Olivier Durand, Grammatica di arabo palestinese, Studi semitici N.S. 14, Roma, Università di Studi "La Sapienza", 1996.
  • Elie Kallas, Yatabi lebnaaniyyi. Un "livello soglia" per l'apprendimento del neo-arabo libanese, Venezia, Cafoscarina, 1990, ISBN 88-85613-55-1.
  • Wasim Dahmash, Elementi di arabo damasceno, Roma, Edizioni Nuova Cultura, 2010, ISBN 978-88-6134-431-0.
  • Olivier Durand, Annamaria Ventura, Grammatica di arabo mediorientale. Lingua šāmi, Milano, Ulrico Hoepli Editore, 2017, ISBN 978-8820377472

Alfabeto araboModifica

  • Monica Ruocco, Andrea De Benedittis, Introduzione alla scrittura araba, Hoepli, 2019, ISBN 978-8820389468.
  • Jolanda Guardi, Hocine Benchina, Scrivere arabo, Milano, Studio Edizioni, 2001.
  • Antonio Pe, Alif Ba. Pronunciare leggere e scrivere l'arabo con un metodo facile e divertente, Milano, Studio Edizioni, 2003.
  • Quaderno di scrittura. Arabo, le basi, Collana Quaderni, Chivasso, Assimil Italia.
  • Wasim Dahmash, Scrivere l'arabo, Roma, Università La Sapienza - Edizioni Nuova Cultura, 2005, ISBN 88-89362-12-X.
  • Silvia Pierucci Sapio, Le lettere arabe spiegate a mio figlio, Pisa, Marchetti Editore, 2014, ISBN 978-88-99014-03-2.

SociolinguisticaModifica

  • Chérif Choubachy, La sciabola e la virgola, traduzione dal francese di Luisa Cortese, Milano, ObarraO, 2008, ISBN 978-88-87510-51-5
(ed. orig. Le sabre et la virgule, L'archipel, 2007)

Introduzione alla linguaModifica

  • Michele Vallaro, Parliamo arabo? Profilo (dal vero) di uno spauracchio linguistico, Torino, Promolibri Magnanelli, 1997, ISBN 88-8156-063-1
  • Giuliano Mion, La lingua araba, Roma, Carocci, 2007-2017, ISBN 978-88-430-8271-1
  • Martino Diez, Introduzione alla lingua araba. Origini, storia, attualità, Milano, Vita e Pensiero, 2012, ISBN 978-88-343-2321-2
  • (FR) Louis-Jean Calvet, L'expansion de l'arabe, in: La Méditerranée. Mer de nos langues, Cap. 7, pp. 131–149, Paris, CNRS Éditions, 2016, ISBN 978-2-271-08902-1

Influenza dell'arabo sull'italianoModifica

  • Lorenzo Lanteri, Le parole di origine araba nella lingua italiana, Padova, Editore Zanetel Katrib, 1991

NoteModifica

  1. ^ a b Statistica Ethnologue 2009, su ethnologue.com. URL consultato il 23 maggio 2018.
  2. ^ Al-Jallad. The earliest stages of Arabic and its linguistic classification (Routledge Handbook of Arabic Linguistics, forthcoming), su academia.edu.
  3. ^ Christianity 2015: Religious Diversity and Personal Contact (PDF), su gordonconwell.edu. URL consultato il 10 giugno 2017 (archiviato dall'url originale il 25 maggio 2017).
  4. ^ The Future of the Global Muslim Population, su pewforum.org.
  5. ^ "Table: Muslim Population by Country | Pew Research Center's Religion & Public Life Project", su pewforum.org.
  6. ^ Official Languages, su un.org.
  7. ^ L'italiano non prevede un uso sistematico della frase nominale, ma spesso se ne trovano nelle risposte in cui il verbo è sottinteso: "dove è Marco?" → "In giardino". Il latino, in modo simile all'arabo, tende a sottintendere il verbo essere quando è copula: nomen omen "il nome [è] presagio".
  8. ^ L'opposizione fra solari e lunari viene dal fatto che le parole che significano sole (shams, ash-shams) e luna (qamar, al-qamar) sono state scelte come rappresentanti dei due gruppi.
  9. ^ càssero in Vocabolario – Treccani
  10. ^ tamarindo in Vocabolario – Treccani
  11. ^ Bruno Migliorini, Ignazio Baldelli, Breve Storia della lingua italiana, ed. Sansoni, 1984, pag. 79-81.
  12. ^ almanacco in Vocabolario – Treccani
  13. ^ azzardo in Vocabolario – Treccani
  14. ^ àlcol in Vocabolario – Treccani
  15. ^ ragazzo in Vocabolario – Treccani
  16. ^ Manlio Cortelazzo, Paolo Zolli, Dizionario etimologico della lingua italiana, ed. Zanichelli
  17. ^ Si tratta del primo volume (Parte I - Lettura e scrittura, Parte II - Morfologia e nozioni di sintassi) della grammatica di Laura Veccia Vaglieri, ma aggiornato e adattato da Maria Avino. Il volume è stato inoltre diviso fisicamente in due parti, teoria ed esercizi, mentre l'originale si presentava in un volume unico. Il secondo volume dell'opera (Parte III - Complemento della morfologia e sintassi) resta per ora invariato.

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