Ludovico Ariosto

poeta e commediografo italiano, autore dell'Orlando furioso
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Ludovico Ariosto
Tiziano, ritratto indianapolis.jpg
Tiziano, Ritratto dell'Ariosto, 1515 circa, olio su tela, Indianapolis Museum of Art

Governatore della Garfagnana
Durata mandato 20 febbraio 1522[1] –
marzo 1525[2]

Dati generali
Università Università degli Studi di Ferrara
Professione scrittore, diplomatico
Firma Firma di Ludovico Ariosto

Ludovico Ariosto (ludoˈviːko aˈrjɔsto, - ariˈɔsto; Reggio Emilia, 8 settembre 1474Ferrara, 6 luglio 1533[3][4]) è stato un poeta, commediografo, funzionario e diplomatico italiano.

Riccardo Secchi, monumento a Ludovico Ariosto nel parco del Popolo di Reggio Emilia.
Busto del poeta nella casa di Ludovico Ariosto, a Ferrara.
Busto del poeta sul monumento funebre in palazzo Paradiso.

È considerato nella storia della letteratura italiana ed europea uno degli autori più celebri ed influenti del Rinascimento ed è ritenuto, nel quadro della rifondazione dei generi teatrali, l'iniziatore della commedia "regolare" con Cassaria e I suppositi.[5]

Il suo Orlando furioso è tra i poemi più importanti della letteratura cavalleresca quindi è considerato il codificatore della favola romanzesca e tra i massimi esponenti e cantori di Ferrara legati al rinascimento estense con Matteo Maria Boiardo e Torquato Tasso[6] e un seguace dei precetti sulla fondazione di una lingua nazionale italiana dell'amico Pietro Bembo.[7][8]

La sua ottava rima, definita "ottava d'oro", rappresenta una delle massime espressioni raggiunte dalla metrica poetica prima dell'illuminismo[9][10] e rappresentò l'apice raggiunto dall'umanesimo ferrarese anche con il suo recupero del teatro classico.

BiografiaModifica

 
Xilografia della casa dove nacque Ludovico Ariosto presente in La Patria. Geografia dell'Italia. Provincie di Parma e Piacenza di Gustavo Strafforello, pubblicato dall'Unione Tipografico Editrice nel 1902[11]

Ludovico Ariosto nacque a Reggio Emilia l'8 settembre 1474, primo di dieci figli[12] avuti da Daria Malaguzzi Valeri e Niccolò Ariosto. Il padre, di origini bolognesi, fu tra i primi appartenenti al ramo ferrarese della nobile famiglia degli Ariosti[3][13][14] ed era capitano della rocca di Reggio, presidio militare degli Este al tempo di Ercole I. Daria Malaguzzi apparteneva invece con tutta la sua famiglia alla nobiltà reggiana.[N 1][15][16]

Due sorelle di Ludovico furono monache domenicane. Dorotea Ariosto nel convento annesso alla chiesa di San Rocco (scomparsa)[17] e Virginia Ariosto nel convento di Santa Caterina Martire.[18] Anni dopo anche una pronipote del poeta, Anna Maria, fu monaca nel monastero di Santa Caterina col nome di suor Marianna.[19]

FormazioneModifica

Reggio Emilia e Rovigo (1474-1482)Modifica

Nel 1479 il padre lasciò il comando del presidio militare reggiano e si trasferì con un analogo incarico a Rovigo lasciando Ludovico e l'intera famiglia a Reggio Emilia sino all'inizio del 1481. Nella città veneta Niccolò poté godere di vantaggi economici, come una residenza a titolo gratuito, e quando anche il giovane Ludovico vi si trasferì vi rimase pochissimo tempo poiché con lo scoppio della guerra tra il Ducato di Ferrara e la Repubblica di Venezia, nel 1482, le truppe della Serenissima entrarono in città. Il padre venne catturato assieme al commissario ducale Giacomo dal Sacrato ma prima della presa di Rovigo aveva avuto il tempo di rimandare la sua famiglia a Reggio Emilia, accolta dai parenti della moglie e potendo contare sul Il Mauriziano, che i Malaguzzi avevano acquistato già nella prima metà del XV secolo. La concitazione del momento creata dall'urgenza di fuggire dai pericoli ed altri problemi di trasferimento fecero perdere tutte le proprietà ed i beni che erano stati raccolti a Rovigo che quindi andarono perduti. Lo stesso Ludovico, che all'epoca aveva otto anni, in seguito non ricordò questo breve intervallo della sua vita anche se citò Rovigo nel suo massimo poema, definendola città delle rose.[20] Il padre venne liberato subito dopo la resa di Rovigo.[21]

Ferrara (1482-1497)Modifica

 
Case Ariosti in via Giuoco del Pallone a Ferrara. Fu residenza dello zio del poeta, Brunoro Ariosti

Nel 1482 gli Ariosto giunsero a Ferrara, stabilendosi in un edificio in strada di Santa Maria delle Bocche (dal nome di una chiesa che venne demolita) vicino alla chiesa di San Gregorio Magno[22], dove nel 1478 il vescovo Bartolomeo Della Rovere aveva investito i quattro fratelli Nicolò, Lodovico Bruno e Francesco.[23] Nella città estense il padre ricoprì le cariche di tesoriere generale delle truppe e di capo dell’amministrazione comunale[24] e affidò il giovane primogenito dal 1484 al 1486 al pedagogo Domenico Catabene di Argenta, e dal 1486 al 1489 a Luca Ripa (celebre intellettuale di corte residente vicino alla casa degli Ariosti, in contrada San Gregorio), che gli insegnarono grammatica.[25][26][27] Natalino Sapegno avvertì come «dell'agitata carriera paterna dovettero risentire l'infanzia e l'adolescenza dell'A., che certo lo seguì nei frequenti e repentini trasferimenti, da Reggio a Rovigo, a Ferrara, a Modena, e poi nuovamente a Ferrara.»[2] Di fatto dal primo marzo 1489 Niccolò era diventato capitano di Modena e fece in modo che il figlio fosse al suo fianco e che seguisse dei rudimenti linguistici da un altro importante grammatico.[28]

 
Stemma degli Ariosto

In breve ritornò a Ferrara e venne affidato agli zii. Qui, contro la sua volontà, si iscrisse all'ateneo cittadino[29] l'Università degli Studi di Ferrara e in cinque anni ottenne il titolo di giusperito.[28] I suoi interessi tuttavia non erano indirizzati alla legge ma al teatro, e la corte estense offriva al giovane ogni migliore occasione in questo campo. A Ferrara da tempo convenivano note compagnie teatrali e la stessa grande piazza del palazzo ducale era stata in varie occasione trasformata in spazio teatrale.[30]

Nel 1493 prese parte ad alcune rappresentazioni della compagnia teatrale di corte, accompagnando il duca Ercole I d'Este a Milano e Pavia ad agosto,[31] e stese un testo drammatico, Tragedia di Tisbe, ispirato alle Metamorfosi di Ovidio.[25][27][32] Così dal 1494 abbandonò gli studi giuridici[33] per dedicarsi agli studi ed alle attività umanistiche sotto la guida del monaco agostiniano Gregorio da Spoleto,[34] precettore di Rinaldo d'Este (fratello di Ercole I), Ercole Strozzi e Alberto III Pio di Savoia presso il palazzo Paradiso.[35][36]

Con molta probabilità tra i due intercorse un rapporto molto affettuoso, che si declinò in un periodo durato fino al 1497 (anno dopo il quale maestro fu Sebastiano dall'Aquila) e che fu ricordato dall'autore nella Satira VI «da cui traspare, all'interno un legame non solo intellettuale, un sincero attaccamento del poeta verso la figura reverenda del maestro»:[36][37]

Passar venti anni io mi truovavo, et uopo
aver di pedagogo: che a fatica
165inteso avrei quel che tradusse Esopo.
Fortuna molto mi fu allora amica
che mi offerse Gregorio da Spoleti,
168che ragion vuol ch’io sempre benedica.
Satira VI, vv. 163-168

Negli ultimi anni del XV secolo e durante il suo periodo di formazione ebbe modo di approfondire i rapporti con Pietro Bembo, che proprio tra il 1977 e il 1499 era a Ferrara per il suo primo soggiorno in città col padre, prima di dover tornare a Venezia.[38][39]) Col Bembo, che mantenne come amico sino alla fine della sua vita,[40] approfondì le conoscenze per il lavoro di Francesco Petrarca provando entusiasmo crescente per le prospettive letterarie che questo offriva[41] e quindi iniziò a realizzare le sue prime composizioni in versi ed epigrammi in latino. Tra il 1494 e gli inizi del XVI secolo questi primi lavori, che seguirono la composizione classica giovanile rappresentata dalla Tragedia di Tisbe, ebbero come temi vari argomenti e furono giudicati abbastanza criticamente da Lilio Gregorio Giraldi, di cinque anni più giovane di Ariosto, che li definì «duriuscula», ovvero «duretti alquanto». Rappresentarono tuttavia un primo approccio al mondo classicista che, negli anni a seguire, avrebbe portato a risultati più ragguardevoli.[27][42][43]

Al servizio del cardinale Ippolito d'EsteModifica

Ludovico «famigliare» di Ercole I d'Este (1498-1503)Modifica

 
Il Mauriziano, la villa dove soggiornò Ludovico nelle estati tra il 1494 e il 1497 e tra il 1502 e il 1503, di proprietà della madre Daria e acquistata nella prima metà del XV secolo dalla sua famiglia[44]

Nel 1498 Ludovico venne accolto alla corte di Ercole I d'Este, già celebre come mecenate ed intenzionato a dar lustro alla sua casata, sostenuto in questo dalla consorte Eleonora d'Aragona. Il duca aveva già nominato il poeta Matteo Maria Boiardo suo ministro, aveva offerto protezione a Pandolfo Collenuccio esule da Pesaro e il giovane Ludovico fu all'inizio un «famigliare e nulla più». Questo rappresentò per lui la possibilità di occuparsi maggiormente della produzione lirica in lingua volgare. Il periodo rimane ben testimoniato dalle sue rime che tuttavia non giunsero mai allo status di un organico canzoniere.[27][45]

Nel febbraio 1500, alla morte del padre, divenne il capo famiglia e su di lui ne ricaddero le responsabilità e la «cura dei domestici affari», oltre alla casa ferrarese in via Giuoco del Pallone.[3][22][46] Il fratello Galasso[47] divenne cortigiano del cardinale Innocenzo Cybo e Alessandro[48] entrò a far parte della cerchia attorno al cardinale Ippolito d'Este e Carlo, nel Regno di Napoli, si avviò all'attività di commerciante. [N 2]

Ludovico venne costretto dalla sua nuova condizione a tralasciare la sua attività poetica e ad allontanarsi da Ferrara per controllare e amministrare i poderi degli Ariosti a Reggio e soggiornando in periodi prolungati, sino al 1503, nella casa materna, Il Mauriziano.[49] Nel 1502 ricevette l'incarico di capitano del castello di Canossa[50] e l'anno successivo nacque il suo primo figlio, Giambattista. Lo ebbe dalla domestica Maria che stava nella casa della famiglia fin dai tempi di Niccolò e il padre non lo riconobbe mai completamente e lo escluse dal suo testamento del 1522.[2][51]

Mansioni da chierico (1503-1509)Modifica

 
Il cardinale Ippolito d'Este ritratto nel Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica da S. Pietro sino ai giorni nostri, curato da Gaetano Moroni e pubblicato nel 1840

Nel 1503 Ariosto rientrò a Ferrara da Reggio Emilia e, divenendo membro della corte estense che in quegli anni esercitava un ruolo di primo piano a livello internazionale, iniziò a far parte nel nuovo clima culturale che attraversava l'intera penisola. Secondo Natalino Sapegno la città di Ferrara attirò nel periodo a cavallo tra il XV e il XVI secolo quasi tutti i maggiori letterati e uomini di cultura del tempo che qui rimasero anche per periodi prolungati, tra questi Michele Marullo Tarcaniota, Pandolfo Collenuccio, Aldo Manuzio, Pietro Bembo, Gian Giorgio Trissino, Matteo Bandello, Ercole Bentivoglio, e Bernardo Tasso. Ariosto cominciò così a creare una fitta e vasta trama di rapporti e amicizie che descrisse poi nelle ottave iniziali del XLVI canto dell'Orlando Furioso.[2]

Nei primi anni fu al servizio del cardinale Ippolito d'Este, figlio del duca Ercole[52][53] ottenendo in breve gli ordini minori e quindi lo status di chierico. Ciò gli permise di usufruire di benefici ecclesiastici e di rendite,[54] come quella della ricca chiesa parrocchiale di Santa Maria dell'Oliveto di Montericco in provincia di Reggio Emilia alla quale però rinunciò per una controversia con il conte Ercole Manfredi.[55]

Come in seguito espresse nella Satira I quel periodo non fu felice per Ariosto poiché «non aveva né inclinazione né talento» per i compiti che il cardinale gli affidava. Spesso Ippolito si serviva di lui nel ruolo di diplonatico ed ambasciatore segreto per gli affari che intratteneva con i membri delle principali casate italiane e queste sue attività da «cortigiano poeta», da «cameriere segreto»[56] e da «poeta cavallaro» (come le definì nella Satira VI[57]) gli impedirono di dedicarsi come avrebbe voluto alla sua attività letteraria.[58]

Prime commedie in volgare (1508-1509)Modifica

 
Isabella d'Este nella copia di un cartone attribuito a Leonardo da Vinci.

Mentre si trovava al servizio di Ippolito d'Este, malgrado le difficoltà da lui lamentate e legate al poco tempo che gli incarichi assegnatigli dal cardinale gli lasciavano, Ariosto realizzò alcune delle opere che lo fecero conoscere come letterato. Nel 1507 stava ad esempio lavorando ad una «gionta a lo Innamoramento de Orlando», espressione usata dal duca Alfonso I d'Este per descrivere al fratello Ippolito l'Orlando furioso, che in tal modo veniva inteso come il seguito del poema cavalleresco Orlando innamorato, di Matteo Maria Boiardo. Alcune fonti anticipano addirittura di alcuni anni, cioè al 1504, i primi abbozzi sia delle commedie sia del Furioso.[59][2][60] La riprova di questi lavori preparatori si ebbe quando il poeta fu a Mantova e venne ricevuto alla corte della marchesa Isabella d'Este. Ariosto era stato incaricato di portare l'omaggio e le felicitazioni del fratello Ippolito per la nascita del figlio Ferrante I Gonzaga, avvenuta nel gennaio 1507 e in tale occasione il poeta le recitò anche alcuni brani delle sue opere, che evidentemente aveva già composto.[54][61]

Nel 1508 presentò alla corte estense la sua prima opera teatrale completa, dopo la giovanile e perduta Tragedia di Tisbe, la commedia Cassaria. L'opera fu rappresentata il 5 marzo durante il carnevale[62][63] e venne seguita l'anno successivo da I suppositi.[64][65] Entrambe si possono definire "commedie regolari", ispirate a Tito Maccio Plauto e Publio Terenzio Afro e volgarizzate dal Boiardo anni prima creando il nuovo filone del teatro comico cinquecentesco in lingua volgare.[54][60][66]

Nel 1509 nacque il secondogenito di Ariosto, Virginio, avuto da Orsolina di Sassomarino, figlia del chiodaiolo ferrarese Giovanni. Virginio venne subito riconosciuto dal padre, cosa che non era avvenuta col primogenito Giambattista, e poté godere di un'attenzione particolare per tutta la vita, e accompagnò il padre anche in Garfagnana.[67][68] Il poeta rimase legato a Orsolina per molti anni e nel 1514 le comprò una casa nella strada di San Michele Arcangelo (poi via del Turco).[68]

Missioni a Roma (1509-1512)Modifica

Nel 1509 Alfonso I d'Este combatté contro la Repubblica di Venezia poiché aveva conquistato Rovigo ed alcune terre della Serenissima a nord del Po, compresa la rocca di Legnago.[69] Ludovico venne coinvolto nelle battaglie che seguirono, sino alla sconfitta delle forze estensi. Il 16 dicembre venne mandato urgentemente a Roma per chiedere aiuti a papa Giulio II, e poi tornò a Roma ancora due volte l'anno successivo. La prima volta tentò di far revocare una scomunica contro il duca colpevole di essersi schierato contro la Lega Santa e di far accogliere le richieste di sfruttamento della salina di Comacchio e la seconda fu mandato dal cardinale Ippolito che tentava una conciliazione col papa dopo aver assunto la carica di abate dell'abbazia di Nonantola.[70] Nel 1512 tornò a Roma una quarta volta, al seguito del duca.[71] In tali occasioni diede prova di abilità diplomatiche ma non ebbe successo. La seconda volta rischiò pure di essere gettato in mare e dovette fuggire travestendosi «inseguito dagli sgherri del papa»[28][72][66] come descrisse poi in un'epistola indirizzata a Federico II Gonzaga del primo ottobre del 1512.[73][74]

 
Morte di Gaston de Foix-Nemours durante la battaglia di Ravenna, dipinto di Ary Scheffer conservato all'Ermitage di San Pietroburgo.

Quel periodo si concluse con un altro incarico pericoloso, quello di messaggero ed esploratore per conto del duca nella zona di Ravenna quando la città venne saccheggiata, dopo la conclusione della famosa battaglia del 1512. In tale occasione assistette a scene che rimasero per sempre impresse nella sua memoria e che in seguito descrisse nell'Elegia XIV[2]:[75]

Io venni dove le campagne rosse
eran del sangue barbaro e latino
39che fiera stella dianzi a furor mosse.
E vidi un morto all'altro sì vicino
che, senza premer lor, quasi il terreno
42a molte miglia non dava il cammino.
E da chi alberga fra Garonna e Reno
vidi uscir crudeltà, che ne dovrai
45tutto il mondo d'orror rimaner pieno.
Elegia XIV, vv. 37-45

Ritorno a Roma e incontro a Firenze con Alessandra Benucci (1513)Modifica

Un'importante svolta nella vita di Ariosto si concretizzo nel 1513 con due avvenimenti importanti. Il primo si ebbe quando al soglio pontificio fu elevato Giovanni di Lorenzo de' Medici, figlio di Lorenzo ed amico da tempo di Ariosto, che assunse il nome di Leone X.[76] Il poeta nella Satira III lo descrisse con parole encomiastiche e riconoscenti:[77]

e fin che a Roma se andò a far Leone,
io gli fui grato sempre, e in apparenza
99mostrò amar più di me poche persone;
e più volte, e Legato et in Fiorenza,
mi disse che al bisogno mai non era
102per far da me al fratel suo differenza.
Satira III, vv. 97-102

Ariosto si recò a Roma per assistere all'incoronazione e per rendere omaggio al nuovo pontefice. Non è certo se fu col seguito del duca Alfonso I d'Este oppure assieme agli ambasciatori Ermes Bentivoglio[78] e Sigismondo Cantelmo[79] al seguito del cardinale Ippolito d'Este.

Dopo la cerimonia Ariosto si trattenne a Roma sentendosi accolto dalla benevolenza del figlio di Lorenzo il Magnifico senza ottenere tuttavia alcuni vantaggi personali ai quali mostrava interesse[66] e in seguito, durante il viaggio di ritorno, avvenne il secondo episodio che gli modificò la vita. Durante la festa di san Giovanni Battista che si tenne a Firenze 24 giugno del 1513 incontrò Alessandra Benucci, in quel momento moglie dell'amico Tito Strozzi.[80][81][82] Visto che entrambi vivevano a Ferrara e ne frequentavano la corte non si esclude tuttavia che già si fossero visti in precedenza.

In seguito a questo incontro iniziarono a vedersi segretamente. Lo Strozzi morì poco tempo dopo e la loro relazione divenne duratura, pur rimanendo molto riservata. Il loro rapporto divenne più stretto sinché celebrarono segretamente le loro nozze, tra il 1528 ed il 1530.[83] Tennero celata pubblicamente la cerimonia sia perché Ariosto non venisse privato dei benefici ecclesiastici sia perché la Benucci non perdesse a sua volta i diritti sui figli e sull'eredità del marito defunto.[3][80][84][85]

Prima edizione dell'Orlando Furioso e distacco dal cardinale Ippolito (1514-1517)Modifica

Ariosto tornò a Ferrara dopo i viaggi a Roma e Firenze e dal 1514 poté dedicarsi a nuove rappresentazioni delle sue commedie Cassaria e I Suppositi ma questa parentesi fu breve e il 30 ottobre di quell'anno dovette nuovamente recarsi a Roma al seguito del cardinale Ippolito. Papa Leone X, che aveva già aperto il Concilio Lateranense V, era intenzionato ad intervenire in molti aspetti delle relazioni tra gli Stati italiani e questo anche in relazione alla vittoria francese a Ravenna.[86]

Durante il viaggio, verso il passo del Furlo nei pressi del Candigliano, egli fu colto da malore e dovette trattenersi a Fossombrone; ivi compose, «con la febbre alta, in un momento in cui disperava addirittura della guarigione» il Capitolo X, diretto esplicitamente al suo signore protettore:[87]

 
Prima pagina dell'edizione Mazzocco dell'Orlando Furioso conservata presso la Biblioteca comunale Ariostea ferrarese, con la dedica al cardinale Ippolito
Del bel numero vostro avrete un manco,
signor: ché qui restio dove Apenino
3d'alta percossa aperto mostra il fianco,
che per agevolar l'aspro camino
Flavio gli diede, in ripa l'onda ch'ebbe
6mal fortunata un capitan Barchino.
Restomi qui, né, quel ch'Amor vorrebbe,
posso a Madonna sodisfar, né a voi
9l'obligo scior che la mia fé vi debbe.
Tiemmi la febre, e più ch'ella m'annoi,
m'arde e strugge il pensar che, l'importuna,
12quel che devea far prima ha fatto poi.
Capitolo X, vv. 1-12[88]

Il 22 aprile 1516 per lo stampatore Giovanni Mazzocco di Bondeno uscì la prima edizione «rozza e mancante»[89] in quaranta canti dell'Orlando Furioso, col privilegio di stampa di Leone X e dedicato al cardinale.[80][90] Costui non apprezzò affatto il poema, tanto che si tramanda l'episodio in cui questi, ritornato a Ferrara da una delle sue frequenti missioni a Roma, dove con molta probabilità aveva avuto modo di leggerlo tutto o in larga parte, non appena vide l'Ariosto gli chiese:[91]

«Messer Lodovico, dove avete mai trovate tante fanfaluche?»

Ciononostante, lo scritto godette di uno straordinario successo presso i contemporanei,[89][92] come testimonia la lettera di Niccolò Machiavelli indirizzata all'amico Lodovico Alamanni, nella quale egli lo giudicò «bello tutto, e in di molti luoghi mirabile».[93] Ormai logorati da tempo, i rapporti tra l'Ariosto e Ippolito giunsero a un definitivo punto di rottura l'anno successivo: il cardinale doveva infatti recarsi a Buda, presso la sua nuova sede vescovile, ma l'autore rifiutò di seguirlo, congedandosi definitivamente dal servizio di cortigiano.[3] Come scrive Riccardo Bruscagli, docente presso l'Università di Firenze: «È questa l'occasione della prima Satira, in cui l'Ariosto difende pacatamente ma fermamente la sua posizione, segnando con rigore il confine tra gli obblighi del servizio cortigiano e la sua propria indipendenza di uomo privato, dedito ai suoi affetti e alla sua vocazione letteraria.»[80]

L'autore perdette inevitabilmente i suoi benefici ecclesiastici, tra cui le proprietà del Castel San Felice e di Santa Maria in Benedellio, sebbene gli venne lasciato il beneficio di Sant'Agata sul Santerno e un terzo degli utili della Cancelleria Arcivescovile di Milano, ottenuti grazie a un contratto con un appartenente della ricca famiglia dei Costabili.[94]

Al servizio del duca Alfonso I d'EsteModifica

Difficoltà economiche (1518-1521)Modifica

Nel 1518 il duca Alfonso I d'Este, «ben informato del ristretto patrimonio degli Ariosti, memore dei buoni servigi [...] prestati alla Casa Estense» ammise tra i suoi stipendiati il poeta,[95] in quel momento «negletto e privo d'impiego» (aveva solamente versificato la Cassaria e rappresentatala ancora una volta a teatro).[96]

L'Ariosto, in una condizione di nuova «"servitù" [...] ma di minor disagio e probabilmente più dignitosa»[2] godette di un grande prestigio letterario e la sua carriera teatrale registrò grandi successi, tra cui la rappresentazione nel 1519, a Roma, de I suppositi, con la scenografia di Raffaello Sanzio.[97][98] Tuttavia la situazione economica era tale ancora da non permettergli di raggiungere quell'indipendenza che a lungo cercava: l'eredità del cugino Rinaldo, morto senza testamento ed eredi, che in quell'anno era riuscito ad ottenere, non riuscirono di fatto a sollevarlo, ma anzi lo costrinsero a una diatriba, protrattasi per tutto il resto della sua vita, sul possesso della tenuta delle Arioste di Bagnola con la camera ducale, che la esigette come sanare il debito di certi canoni da lui non pagati.[2][99]

Nel 1520 spedì una copia in versi sdruccioli della sua terza commedia, Il Negromante (sbozzata intorno al 1509), a Leone X,[100][101] mentre nel 1521 mandò alle stampe, per Giovan Battista Pigna, una seconda edizione revisionata del Furioso, sempre in quaranta canti e con il privilegio del pontefice.[58][97][102]

Governatore della Garfagnana (1522-1525)Modifica

 
Epigrafe che ricorda il soggiorno nella Rocca di Ludovico Ariosto durante il suo incarico in Garfagnana.

Alfonso I d'Este, consapevole delle necessità economiche del poeta ma anche delle sue abilità come amministratore, nel 1522 gli affidò il governo della Garfagnana.[103][97] Ariosto partì per Castelnuovo di Garfagnana quello stesso 20 febbraio[1] dopo aver fatto testamento e aver messo ordine nei suoi affari.[2] La regione necessitava di un governo forte sia per il carattere della popolazione sia perché parte del territorio era in preda al banditismo[104] e l'Ariosto si trovò nella necessità di contrastare tale fenomeno che era particolarmente evidente nell'alta Garfagnana, a Ponteccio.[105]

Malgrado i timori manifestati già prima della partenza ricevette una buona accoglienza, «per insino da' Masnadieri, uomini quasi ferini e privi d'umanità», che già conoscevano la fama del poeta, quella del padre e della sua famiglia.[106] Tuttavia, come egli stesso scrisse nel 1523 nella Satira IV dedicata al cugino Sigismondo Malaguzzi, quell'incarico fu per lui pieno di frustrazioni e scontentezze obbligandolo ad un patetico tenore di vita, a subire un'«endemica anarchia»[97] e la lontananza dai suoi studi, dalle amicizie e da Ferrara. In particolare gli mancava Alessandra Benucci, alla quale era molto legato e che poteva vedere solo nelle rare occasioni nelle quali veniva richiamato alla corte estense.[1][2][107] La sua residenza a Castelnuovo fu tuttavia adeguata al suo ruolo, e infatti visse nella rocca che in seguito avrebbe preso il suo nome.[108]

Tra gli affetti in Grafagnana ebbe vicino solo il figlio Virginio, ancora adolescente e che stava educando agli studi classici, oltre all'amicizia di Bonaventura Pistofilo, signore di Pontremoli e segretario del duca. Quest'ultimo gli propose di divenire ambasciatore ducale presso il neoeletto papa Clemente VII[109][110] ma il poeta, nella Satira VII a lui dedicata, rifiutò l'offerta pur ringranzandolo:[111]

«Io te rengrazio prima, che più fresco
sia sempre il tuo desir in essaltarmi,
e far di bue mi vogli un barbaresco;»

(Satira VII, vv. 19-21)

Durante la sua reggenza della Garfagnana Ariosto confermò le sue doti di amministarore pratico e giusto, contrastando l'azione dei briganti, mantenendo il controllo tra le diverse fazioni locali e superando i pericoli legati a pestilenze e carestie. Poté tuttavia contare su pochi armati da lui personalmente stipendiati e dovette subire un atteggiamento troppo permissivo del duca.[1][2][58]

In particolare i suoi rapporti con il Moro, capo brigante a Sillico, furono emblematici della situazione. Il bandito godeva fama di difensore della povera gente contro il potere vessatorio del governo mentre in realtà fu uno dei più feroci banditi della Garfagnana. Quando, a fatica, Ariosto riuscì a catturarlo e condannarlo a morte, il duca Alfonfo fece in modo di liberarlo, e questo perché spesso il bandito e la sua banda venivano arruolati come mercenari.[1]

Ritorno a Ferrara e la casa nel quartiere Mirasole (1525-1528)Modifica

 
Casa di Ludovico Ariosto, Esterno (1838). Illustrazione tratta da Il servitore di piazza: Guida per Ferrara di: Francesco Avventi.[112]
 
Epigrafe in cotto posta sulla facciata della casa di Ariosto, in via Ariosto (già via Mirasole) a Ferrara.

Ludovico Ariosto tornò a Ferrara nel settembre del 1525, mentre il duca era in viaggio verso Madrid per incontrare Carlo V d'Asburgo. In quel momento conobbe e divenne amico di Ercole Bentivoglio col quale iniziò ad incontrarsi ed a confrontarsi a lungo, nel cortile del Castello Estense[113] Intanto venne ristampato ancora incompleto il suo poema ed egli non approvò tale scelta perché esso era composto ancora di quaranta canti; ma ormai era divenuto famoso in tutta la penisola. Il 30 marzo 1526 uscì l'edizione di Giovanni Angelo Scinzenzeler di Milano e pochi mesi dopo, ad agosto, fu data alle stampe una nuova edizione a Venezia, da Sisto Libraro.[114][115]

Nel giugno 1526 le eredità e le proprietà in comune con i fratelli vennero divise e Ariosto decise di vendere la casa paterna in via Giuoco del Pallone, nella parte medievale cittadina, per comprare da Bartolomeo Cavalieri (vecchio cortigiano di Ercole I d'Este) presso il notaio Ercole da Pistoia una casa più piccola, nella nuova contrada di Mirasole. La contrada era diventata un quartiere cittadino da pochi anni, con la grande Addizione Erculea e la piccola casa venne adattata alle sue esigenze. L'edificio, attribuito all'architetto Girolamo da Carpi, venne restaurato dopo l'acquisto e dal 1528 divenne la sua nuova casa di famiglia con un giardino realizzato grazie all'acquisto del terreno circostante e da lui curato personalmente.

Il trasloco avvenne il giorno di Pasqua (o il 29 settembre, giorno di San Michele, come era tradizione a Ferrara e nell'intera Pianura Padana[116] dell'anno successivo), e il poeta vi ci trasferì col figlio Virginio[2][117][118][119] e con l'amata Alessandra Benucci per trascorrervi gli ultimi anni della sua vita.[120]

Sulla facciata principale, sopra l'ingresso, fece mettere una piccola lapide in cotto, sulla quale fu inciso, in latino:[117]

(LA)

«Sic domus haec Areosta propitios Deos habeat olim ut Pindarica.»

(IT)

«Così, questa casa degli Ariosti abbia propizi gli dei come, un tempo, quella di Pindaro.»

Sembra inoltre che avesse fatto inserire, nel fregio d'ingresso, il distico

(LA)

«Parva, sed apta mihi, sed nulli obnoxia, sed non sordida: parta meo sed tamen aere domus.»

(IT)

«Piccola è questa casa, ma sufficiente per me, nessuno vi ha ragioni sopra, è pulita, infine è stata fatta con i miei denari.»

Con molta probabilità tuttavia tali versi erano già presenti.[117]

Successo teatrale e missioni da funzionario presso il duca (1527-1531)Modifica

Col duca Alfonso I d'Este Ludovico Ariosto ebbe modo di esprimere la sua vena poetica in modo completo e anche di cimentarsi con la rappresentazione teatrale. Anche il Ruzante venne accolto in quel periodo a corte,[121] ma fu l'Ariosto che ottenne i maggiori successi. «Dilettandosi molto [...] di sceniche rappresentazioni» ed essendo che «amava certamente [...] grandemente l'Ariosto [...] tanto che Virginio nelle sue memorie arrivò a dire, che Lodovico tenne col duca medesima intrinsichezza», permise al poeta di continuare a produrre commedie e di migliorare quelle già realizzate. Un avvenimento assolutamente eccezionale fu, nel 1527, la creazione del primo teatro stabile d'Europa, il Teatro di Sala Grande di Corte, che gli venne affidato.[122] Il teatro aveva con scene fisse in legno e grandi tribune ma questo importante apparato scenico purtroppo andò distrutto in un incendio poco tempo dopo essere stato inaugurato.[123] Qui vennero rappresentate innanzi a principi ed «onorati cittadini» dell'epoca le opere dell'Ariosto, tra cui La Lena, il cui prologo venne recitato nel 1528 innanzi al figlio del duca, Francesco.[124]

L'autore quindi si trovò pertanto a perseguire finalmente i suoi studi e le sue occupazioni letterarie con grande libertà, godendo del prestigio dei suoi lavori e del consenso della corte: riscrisse in endecasillabi sdruccioli La Cassaria ed I suppositi, perfezionò Il Negromante e avviò una revisione dell'Orlando Furioso, toscanizzando il testo ed ampliandolo con nuovi canti.[97][125][126]

D'altronde i compiti di funzionario furono esigui e di carattere eccezionale; oltreché addetto al Magistrato dei Savi tra il 1528 ed il 1530,[2] fu soprattutto appresso al duca in varie occasioni: nel 1529 a Modena, per scortare Carlo V fino al passo di sant'Ambrosio,[28] ai confini dello Stato Pontificio, dove sarebbe stato incoronato da Clemente VII imperatore del Sacro Romano Impero e re d'Italia;[127] a metà novembre del 1530 a Venezia, tra gli ambasciatori di Alfonso che si era incontrato con Francesco II Sforza per trattare «i comuni interessi»;[128] tra primavera ed estate del 1531 ad Abano Terme, dove l'Este si era dovuto fermare per fare dei bagni curativi;[129] nell'ottobre dello stesso anno fu ambasciatore presso il capitano dell'esercito spagnolo Alfonso III d'Avalos (il quale volle concedergli una ricca pensione per via del suo prestigio letterario) a Correggio, dove ebbe modo in più d'incontrare la poetessa Veronica Gambara, con la quale intrattenne un rapporto epistolare.[130][131]

Ultima edizione dell'Orlando Furioso (1532)Modifica

Seppur gratificato dal successo delle sue rappresentazioni al Teatro di Sala Grande di Corte,[2][97] l'Ariosto concentrò comunque le ultime energie nella correzione e nell'ampliamento del suo poema cavalleresco, spendendo tutto l'inverno e il maggio del 1532 a «emendare [...] , riordinare, e trascrivere» e faticando da maggio fino ai primi di ottobre ad «assistere alla revisione de' fogli di mano in mano che uscivano dal torcolare».[132] Soffrì tuttavia dell'«imperizia» degli stampatori e dei correttori, che lo costrinsero a numerosi viaggi dalla sua casa alla tipografia di Franco Rosso da Valenza: tale «nojosissima» attività lo minò nella salute, anche perché egli si accorse in corso d'opera della necessità di un'ennesima revisione, che tuttavia non sarebbe riuscito nemmeno a cominciare.[133]

L'edizione, in quarantasei canti, uscì il primo ottobre di quell'anno,[134] e generò un grande scalpore presso le corti italiane: il poeta ne mandò delle copie ai principi e ai signori delle corti italiane, come il giovane duca d'Urbino Guidobaldo II, «per sentire i giudizi altrui, e principalmente per onorare la Casa Estense, e far cosa gradita ai Personaggi allora viventi, nel Poema ricordati con lode».[135]

Mantova e la "favola" dell'Incoronazione (1533)Modifica

 
Uno dei ritratti di Ludovico Ariosto con la corona trionfale

Alfonso I d'Este, che aveva avuto un importante sostegno dall'imperatore Carlo V d'Asburgo per il mantenimento di Modena nel ducato malgrado il parere contrario del papa Clemente VIII e che aveva già incontrato il sovrano in altre occasioni[136][137] verso la fine di ottobre del 1532, partì da Ferrara verso il Friuli accompagnato da una scorta di duecento cavalieri. Arrivò a Conegliano, qui incontrò Carlo V e poi lo accompagnò a Mantova dove arrivarono il 7 novembre. Anche l'Ariosto, già con la salute compromessa, arrivò a mantova con un percorso più breve e diretto, con un battello lungo il corso del Po e vi rimase per poco più di un mese.[138] In quest'occasione presentò il suo poema e Carlo V lo apprezzò a tal punto che decretò gli venisse conferita la corona d'alloro. Che la cerimonia fosse stata o meno celebrata non è chiaro: la dicitura "Ariosto Poeta" iniziò a diffondersi di fatto soltanto dopo la morte di lui e su testi celebrativi come Il fioretto delle cronache di Mantova di Stefano Gionta e Storia di tutte le cose degne di memoria di Marco Guazzo. In seguito tale notizia venne ripresa da diversi altri autori come Girolamo Baruffaldi il vecchio, Apostolo Zeno e Ludovico Antonio Muratori e l'iconografia ufficiale iniziò a rendere tale incoronazione ancora più credibile con statue, ritratti, medaglioni e incisioni, tutti realizzati successivamente.[139]

Certamente, come scrive Baruffaldi il giovane, «bisogna concludere, o che la Incoronazione dell'Ariosto fu mera favola, o tutto al più, che qualche privato Diploma o Chirografo di Carlo V. diede al Poeta il titolo, o privilegio di Poeta Laureato, senza che mai avesse luogo l'atto solenne e pubblico della Incoronazione.»[140]

MorteModifica

 
Xilografia della tomba di Ludovico Ariosto presente nel saggio La patria, geografia dell'Italia. Province di Ravenna, Ferrara, Forlì e Repubblica di San Marino di Strafforello Gustavo, pubblicato dall'Unione Tipografico Editrice nel 1901
 
Entrata del palazzo Paradiso, biblioteca comunale Ariostea.

Lo stato di salute di Ariosto si aggravò dopo il ritorno da Mantova e l'enterite lo costrinse a letto dalla fine di ottobre del 1532.[141] In queste condizioni ritenne di scrivere un secondo testamento nel quale finalmente il primogenito Giambattista avuto nel 1503 da Maria, pur non venendo dichiarato legittimo, venne riconosciuto ed ebbe la concessione di un vitalizio.[142] Un duro colpo venne al poeta dall'incendio che distrusse l'ultimo giorno dell'anno il Teatro di Sala Grande di Corte, che il duca Alfonso aveva costruito per lui. L'intera «Scena stabile» andò perduta, con gran danno anche per Ferrara.[122] L'evento fu un grosso colpo per il poeta, che tanto si era speso per quel progetto, non si riebbe e spirò il 6 luglio 1533.[143]

Michele Catalano scrive che alcune fonti, sin da quel secolo, cominciarono erroneamente ad indicare altre date, come ad esempio il 6 giugno.[144][145][93] La notte stessa nella quale morì il suo corpo venne traslato dalla sua casa alla chiesa di San Benedetto. Furono alcuni monaci di quel convento a svolgere tale compito e, arrivati, seguirono le sue disposizioni seppellendolo con grande semplicità e senza sfarzi. La notizia della sua morte venne comunicata alla corte estense solo alcuni giorni più tardi.[2] Il fratello Gabriele tentò di far costruirne una tomba più adatta alla sua fama ma non ottenne alcun risultato, e cosa analoga provò il figlio Virginio, cioè far trasferire le sue spoglie in una cappella dedicata a San Lorenzo che nel frattempo era stata costruita nel giardino della casa parerna, in contrada Mirasole, ma senza ottenere successo. Per circa quarant'anni la sua tomba rimase quella prima ed umile dove venne portato subito dopo la morte e che cominciò però a venir visitata sempre più frequentemente da poeti e letterati italiani e stranieri.[146]

Nel 1573 venne avviata, grazie al gentiluomo ferrarese Agostino Mosti (che era in quell'anno venuto a mancare e aveva, in quanto ammiratore dell'opera ariostesca, stanziato parte del suo patrimonio per finanziare l'impresa), l'edificazione di un monumento in marmo nella cappella della Natività di Gesù Cristo, a destra dell'altare maggiore, in cui le spoglie furono traslate il 6 giugno, quarantesimo anniversario della morte.[147] A esso seguì un nuovo sepolcro, realizzato nel 1612 dallo scultore mantovano Alessandro Nani su disegno dell'architetto Giovan Battista Aleotti, sul quale vennero incise due epigrafi in latino: uno in versi di anonimo gesuita e l'altro in prosa di Giovanni Battista Guarino (ma ritoccato da Bernardino Stefonio, dotto gesuita).[148][149]

(LA)

«D · O · M
Ludovico · Areosto
ter · illi · max · atq · ore · omnium · celeberr
vati · a · Carolo · V · Cæs · coronato
nobilitate · generis · atq · animi · claro
in · reb · pub · administran · in · regen · populis
in · graviss · ad · summ · pont · legationib
prudentia · consilio · eloquentia
præstantiss

Ludovicus · Areostus · pronep · ne · quid
domesticæ · pietat · ad · tanti · viri
gloriam · cumulan · defuisse · videri
possit · magno · patruo · cuius · ossa
hic · vere · condita · sunt · p · c
Ann · sal · cic · iccxii
vix · Ann · lix
obiit · Ann · sal · cic · ic · xxxiii
viii · idvs · ivnii
»

(L'epigrafe in prosa sulla lapide tombale)

Con l'arrivo delle truppe d'invasione francesi a Ferrara la situazione mutò. Dutante il periodo della Repubblica Cisalpina la chiesa che aveva sino a poco prima ospitato il monumento funebre venne trasformata in caserma subendo il destino di numerosi luoghi di culto cittadini, molti dei quali soppressi. Prima che si realizzassero completamente le disposizioni francesi riguardanti la chiesa di San Benedetto il generale Sextius Alexandre François de Miollis fece spostare l'intero monumento con le ceneri il 6 giugno 1801. La cerimonia fu solenne perché non intendeva solo rendere omaggio al poeta, che il de Miollis apprezzava essendo anche uomo di cultura, ma voleva sancire il passaggio formale della conservazione della memoria affidata non più alla Chiesa ma all'istituzione laica dello Studium.[150] La sede scelta fu quindi il palazzo Paradiso, allora sede dell'ateneo, poco lontano dalle case Ariosti di via Giuoco del Pallone nelle quali il poeta e la sua famiglia vissero a lungo e «dov'egli da giovine recavasi a udire le lezioni di Gregorio da Spoleti».[2][151][152]

Una volta spostato il monumento la sala che lo accolse venne adattata in modo che apparisse nel giusto risalto e la parete sullo sfondo venne affrescata, oltre che con l'immagine di Ariosto, con figure allegoriche ed angeli. Le ricche decorazioni pittoriche furono eseguite da Giuseppe Santi, artista di Bologna molto apprezzato dai francesi e ormai residente a Ferrara.[153]

Immagine letteraria e personalità di AriostoModifica

Ariosto, nelle sue opere, lascia di sé un'immagine di uomo amante della vita vicina alla famiglia, tranquilla, senza atteggiamenti eroici

«E più mi piace posar le poltre
membra, che di vantarle che alli Sciti
sien state, agli Indi, a li Etiopi et oltre. [...]
Chi vuole andare a torno, a torno vada:
vegga Inghelterra, Ongheria, Francia e Spagna;
a me piace abitar la mia contrada»

(Ludovico Ariosto, Satira III)

e descrive le sue condizioni a volte quasi di povertà o di serie difficoltà. Questo avviene, ad esempio, nel periodo della sua permanenza in Garfagnana come rappresentate del governo estense, quando ebbe come residenza la rocca di Castelnuovo, certamente non nelle condizioni che poi assunse ma neppure un'umile dimora. L'immagine che ci presenta di sé quindi è letteraria, di «una scelta matura e meditata».[154] Per dovere o per scelta egli viaggiò molto dimostrando in questo notevoli doti pratiche e di amministratore attento.

Ludovico Ariosto è ritenuto uno dei più importanti rappresentanti del Rinascimento maturo, con Francesco Guicciardini e Niccolò Machiavelli.[155] e rappresenta l'ultimo grande umanista di fronte alla crisi dell'Umanesimo. Raffigura ancora l'uomo che si pone al centro del mondo come un demiurgo in grado di plasmarlo con l'arte mentre nella sua vita reale e sociale rimane un cortigiano subordinato alla volontà del suo signore.

Umanesimo nell'AriostoModifica

Una scelta importante che fece fu quella del volgare per scrivere le sue opere e questo si deve in larga misura a Pietro Bembo.[156]

Secondo alcune fonti ha coniato il termine "umanesimo" (mutuato dal latino humanus o dall'espressione studia humanitatis[157]), per indicare «l'insieme di studi e discipline liberali incentrati sull'uomo e sulla sua natura».[158] Nel 1785 il gesuita e letterato Andrea Rubbi[159] nelle note dell'edizione veneziana dell'Orlando furioso, scrisse: «Tutti gli altri nostri poeti o moderni o antichi tanto sono inferiori all'Ariosto quanto lo è uno scrittore ad un genio. Genio faceto nelle commedie, genio critico nelle satire, genio amabile nel lirico italiano e latino; ma genio grande nell'epica. Niuno aspiri al suo sublime, se non ha la forza della sua anima.»[160] Certamente in quel periodo storico per la corte di Ferrara rappresentò l'apice dell'umanesimo ferrarese con il suo recupero del teatro classico con la sua Cassaria.

OpereModifica

LiricheModifica

 
Caio Valerio Catullo, uno degli autori presi a modello dall'Ariosto per la sua produzione lirica in latino e in volgare

CarminaModifica

Negli anni della sua formazione, circondato dall'affetto e dall'influenza del maestro Gregorio da Spoleto e degli umanisti suoi amici, Ludovico Ariosto ebbe modo di cimentarsi nella scrittura di versi latini: risalenti quasi tutti al periodo che va dal 1493 al 1502,[N 3] non furono mai sistemati in forma di canzoniere[161] e rappresentano la testimonianza, non tanto artistica, ma documentaria, degli studi dell'autore dei poeti classici, quali Orazio, Virgilio, Tibullo e Catullo (che avrebbero lasciato un'impronta indelebile sullo stile e sul gusto del poeta).[27][162]

In particolare da Catullo e Orazio, ma anche Ovidio, l'autore mutua la varietà tematica, riproponendo in alcuni casi situazioni topiche, come l’invettiva contro la vecchia mezzana o le dediche ad amici o conoscenti facenti parte della cultura ferrarese (quali Alberto Pio da Carpi, a cui è indirizzata un’ode sul ritorno dalla Francia del maestro Gregorio Elladio e un epicedio per la morte della madre Caterina avvelenata dalla cameriera, e Ercole Strozzi, che è invece destinatario di un’elegia sulla morte del poeta greco Michele Marullo). Non mancano tuttavia altri componimenti maggiormente autobiografici, amorosi o legati alla realtà storica del presente: esempi ne sono l’ode al cugino Pandolfo (in cui si cita la discesa di Carlo VIII in Italia), e l’epitalamio per le nozze di Lucrezia Borgia e Alfonso I d'Este.[161]

L'Ariosto assecondò la tradizione dell’umanesimo padano che a Ferrara aveva avuto i suoi campioni in Matteo Maria Boiardo e di Tito Vespasiano Strozzi, la cui ricerca linguistica era stata apprezzata dalla comunità letteraria della penisola.[161] Pur non raggiungendo il loro risultato, egli si dimostrò comunque un abile verseggiatore; come infatti scrive Antonio Piromalli:[163]

«I Carmina dell'Ariosto, che hanno come modelli Tibullo e Catullo, sono lontani dall'eleganza formale del Navagero e del Bembo ma anche dalla sciatteria dei numerosi latineggiatori che sono a Ferrara, hanno una nuova energia di sentimento.»

L'opera di ricomposizione di questo corpus poetico venne condotta da Giovan Battista Pigna, il quale nel 1553, per Vincenzo Valgrisi di Venezia, lo fece stampare (unitamente a una selezione dei suoi versi) nel 1553 come Carmina.[161]

RimeModifica

 
Dipinto raffigurante Giovanni delle Bande Nere (1546-1548), opera di Francesco Salviati conservata nella Galleria Palatina

Ariosto scrisse questi componimenti in volgare per un lungo periodo iniziando attorno al 1493 e continuando sino al 1527. Non li raccolse mai in un corpus sistematico e vennero pubblicati postumi, nel 1546, con altri componimenti in latino sotto forma di liriche. le Rime raccolgono cinque canzoni, quarantuno sonetti, dodici madrigali, ventisette capitoli in terzine dantesche e due egloghe. Sono dedicate per lo più alla donna da lui maggiormente amata, Alessandra Benucci ma non mancano componimenti diversi, come quello dedicato alla congiura del 1508 contro Alfonso I d'Este ordita dai suoi fratelli Giulio e Ferrante o quello per morte nel 1526 di Giovanni delle Bande Nere.[164]

Le Rime di M. Lodovico Ariosto non più viste, et nuovamente stampate a instantia di Iacopo Modanese, ciò è Sonetti Madrigali Canzoni Stanze Capitoli[165] furono pubblicate soltanto da Iacopo Coppa (detto Iacopo Modenese) nel 1546, a Venezia, grazie anche alla protezione che il Coppa ottenne dalla nobildonna Caterina Barbaro, la quale nell'edizione veneziana sottoscrisse una dedica a Lodovico Morosini. [166]

Queste opere in versi dimostrano come l'Ariosto fosse lontano e dal petrarchismo ortodosso promosso dal Bembo e dalla produzione poetica cortigiana ferrarese di quegli anni, artificiosa e circonvoluta, quale era ad esempio quella di Matteo Maria Boiardo.[162] Le rime ariostesche si distinguono così sia dal municipalismo dei canzonieri delle corti settetrionali sia dal recupero metodico dello stile di Petrarca operato dal Bembo.[167][168] Ariosto adotta soluzioni narrative libere e realistiche, oltre lo stretto regionalismo e senza un punto rigido di riferimento, toccando la vita quotidiana e secondo una poetica più colloquiale.[169]

TeatroModifica

Plauto e Terenzio, i due modelli di riferimento dell'Ariosto commediografo

Sebbene per i posteri legato in larga parte alla fama dell'Orlando Furioso, Ludovico Ariosto conobbe in vita un immediato e duraturo successo grazie alla sua attività da commediografo, che, attraverso un'«importante stagione rappresentativa dei volgarizzamenti plautini e terenziani promossa da Ercole I d'Este negli anni Ottanta del Quattrocento», diede lustro non solo al suo nome ma anche a quello di Ferrara, andata infatti a configurarsi come il centro propulsivo della scena cinquecentesca.[5][170] Il ventennio che inquadra le commedie (1508-1528) è suddivisibile in due periodi ben distinti (separati dall'infelice parentesi delle missioni diplomatiche a Roma presso Giulio II), nei quali l'autore «conferma la sua continua ricerca di una lingua comica adeguata, scioltamente dialogica ma al tempo stesso ritmica, stilisticamente sostenuta»:[171]

  • Il primo (1508-1509) vede la realizzazione e la rappresentazione de La Cassaria e I Suppositi, redatte in prosa ritmica e sensibilmente legate alla tradizione latina di Plauto e Terenzio, dai quali riprende sistematicamente le situazioni (lo scambio d'identità, i colpi di scena, l'agnizione finale etc...) e il sistema dei personaggi (come il servo furbo e parassita, il padre avaro, il giovane innamorato e così via).[3][172]
  • Il secondo (1520-1528) accoglie il passaggio dalla prosa alla poesia, con la versificazione delle precedenti opere e la creazione de Il Negromante e La Lena, innestati su endecasillabi sdruccioli (volti a elevarne la caratura letteraria[60][173]) dalla cadenza monotona e tuttavia dissimulata da «una sintassi agile e variata, capace di mimare adeguatamente la disinvoltura del parlato»; dal punto di vista contenutistico, mostrano una ben più matura analisi dei caratteri, mutuata dalla parallela evoluzione del genere, che aveva ne La Calandria di Bernardo Dovizi da Bibbiena (del 1513) e La Mandragola di Niccolò Machiavelli (del 1518) i suoi esempi massimi,[171] e della costruzione della trama.[174]

Le commedie ariostesche rivestirono un ruolo di cruciale importanza nel progetto di rifondazione dei generi teatrali del Rinascimento, dettando il canone della drammaturgia «regolare»: questo si espleta nella struttura in cinque atti, nelle scenografie sfarzose e nel ricorso di topoi della latinità.[60] Ciononostante gli storici letterari successivi ne evidenziarono anche i difetti, giudicandole troppo ancorate ai modelli di partenza e non pienamente riuscite sotto il profilo espressivo e linguistico.[2][173] Di fatto la ricerca del parlato toscano, condotta attraverso l'adozione di termini colloquiali presi dal Decameron di Giovanni Boccaccio e dagli scrittori comici quattrocenteschi,[173] non portò a un'acquisizione soddisfacente della lingua; come scrive Bruscagli:[5]

«La commedia, rappresentando vicende private e borghesi in un contesto cittadino, richiedeva [...] un linguaggio colloquiale e quotidiano: un'esigenza di fronte alla quale Ariosto si muove non senza imbarazzo, rifiutando di attingere al dialetto ferrarese e adottando di conseguenza una lingua fortemente letteraria, toscana, che egli naturalmente non può maneggiare con la disinvoltura dei toscani nativi.»

Tragedia di TisbeModifica

 
Tisbe si uccide dopo aver visto morire Piramo. Illustrazione di Les métamorphoses d'Ovide, stampato a parigi nel 1768.

La Tragedia di Tisbe fu il primo componimento giovanile di Ariosto scritto quando ancora non aveva compiuto vent'anni, nel 1493, e stava seguendo gli studi giuridici presso l'ateneo ferrarese. Si può considerare una delle sue opere minori ma venne ricordata, dopo la sua morte, anche dal fratello Gabriele nel suo Epicedio in morte del fratello:

«Nec tantum dederas haec ludis signa futurae,
Sed puer et Tysbes deducis carmen in actus,
Parvaque devincis praecoci crura cothurno.»

(Gabriele Ariosto, Epicedio in morte del fratello, versi 221-223.)

Il ricordo di Gabriele Ariosto è sicuramente legato al fatto che questo lavoro fu messa in scena dall'adolescente Ludovico nella casa di famiglia, e che i fratelli lo aiutarono nell'organizzazione.[175]

La tragedia si ispira a Le metamorfosi di Publio Ovidio Nasone e in particolare alla storia di Piramo e Tisbe. Secondo Ovidio l'amore dei due giovani era contrastato loro parlavano attraverso una crepa nel muro che separava le loro abitazioni. Per una tragica fatalità Piramo crede morta Tisbe e si suicida, e poco dopo anche lei, visto morire l'amato, si toglie la vita. Non fu solo Ariosto a riprendere questo mito, già citato nel Decameron di Giovanni Boccaccio e circa un secolo più tardi da William Shakespeare in Romeo e Giulietta.[176][177]

Il lavoro manoscritto andò perduto probabilmente durante il XVIII secolo dopo essere stato a lungo conservato dagli eredi del poeta.[27][178][179]

CassariaModifica

 
Gabriele Giolito de' Ferrari in un ritratto di Tiziano Vecellio del 1554. De' Ferrari curò alcune edizioni di commedie di Ariosto.

Cassaria fu la prima commedia di Ariosto ad essere rappresentata davanti alla corte estense. Lo spettacolo avvenne il 5 marzo 1508, durante il periodo di carnevale. La versione iniziale fu in prosa ma circa venti anni dopo, nel biennio 1528-1529, venne riscritta in endecasillabi e la prima presentazione di questa nuova versione avvenne nel 1531.[180][180]

L'opera è dovuta all'ammirazione che Ariosto nutriva per alcuni autori latini come Tito Maccio Plauto e Publio Terenzio Afro ed al grande interesse per questa forma di spettacolo manifestata sia dal duca Ercole I d'Este sia dal figlio Alfonso. Ariosto era stato coinvolto in questo progetto degli Este già dal 1493.[181]

La presentazione del 1508 fu molto curata, con una scenografia affidata a Pellegrino da San Daniele. Riscosse notevole successo, tanto che il cortigiano Bernardino Prosperi ne informò con una lettera entusiasta la duchessa di Mantova Isabella d'Este, sorella del duca di Ferrara e riconosciuta autorità culturale rinascimentale.[181]

La trama, mutuata dall'opera plautino-terenziana, è incentrata su due giovani greci di Mitilene, Erofilo e Caridoro, che si innamorano di Eulalia e Corisca, due schiave del vanesio Lucranio, e per averle si servono di una cassa, la quale sarà al centro di una serie di scambi di personalità e di giochi farseschi, a cui sapranno trovare una soluzione soltanto i servi scaltri e i «giuntatori».[180][181] Fin dal prologo in terzine viene esplicata la novità del progetto, non dal punto di vista dell'azione drammaturgica o dei caratteri in gioco, ma da quello linguistico, ovverosia concernente la lingua, un «acerbo» toscano illustre:[170]

«La vulgar lingua, di latino mista
è barbara e mal culta; ma con giochi
si può far una fabula men trista.»

Il testo fu pubblicato in una prima stampa senza indicazioni su editore e luogo nel 1509 e in seguito, sempre nel XVI secolo, da questa ne vennero tratte altre otto. Quella del 1546 di Gabriele Giolito de' Ferrari fu tra le più curate.[173][181]

I SuppositiModifica

 
Frontespizio de I Suppositi nell'edizione del 1551

I suppositi fu la seconda commedia di Ariosto a venir pubblicamente rappresentata davanti alla corte, un anno dopo la Cassaria e nella stessa occasione del carnevale, nel 1509[182] seguendo il modello della commedia latina di Publio Terenzio Afro.[183][184]

La rappresentazione ebbe luogo nel salone grande del palazzo ducale e lo stesso Ariosto ne recitò il prologo. Si ispirò all'Eunuchus di Terenzio e ai Captivi di Plauto[185] ed è un lavoro più maturo rispetto alla Cassaria con una successione cronologica degli avvenimenti maggiormente curato ed una minor importanza concessa al gioco linguistico.[186] La trama è tutta impostata sullo scambio di persona che coinvolge il giovane studente Erostrato, innamorato di Polinesia, e il servo Dulippo. Dopo momenti anche drammatici la vicenda ha un lieto fine.[170] La scelta di ambientare a Ferrara la vicenda creò un maggior coinvolgimento degli spettatori che riconobbero fatti e luoghi del periodo.[183]

Una seconda e importante rappresentazione ebbe luogo la domenica di carnevale del 5 marzo 1519 nel Palazzo Apostolico a Roma, per iniziativa del cardinale Innocenzo Cybo. Papa Leone X rimase affascinato dalla rappresentazione, anche grazie alla scenografia con la veduta su piazza delle Erbe di Ferrara preparata da Raffaello Sanzio, e chiese di altri lavori di Ariosto.[97][98][170][183]

La prima edizione pubblicata fu pirata, tratta dai copioni per gli attori. La prima stampa ufficiale risale al 1524 e fu realizzata a Roma.[183]

Il NegromanteModifica

Bernardo Dovizi da Bibbiena e Niccolò Machiavelli, a cui Ariosto guardò per le sue ultime commedie, soprattutto Il Negromante

Il Negromante fu la prima commedia in versi dell'Ariosto. Già sbozzata nel 1509, la realizzò in due versioni differenti, una romana e l'altra ferrarese: della prima ne venne inviata una copia il 16 gennaio 1520 a Leone X, con la speranza di una rappresentazione romana volta a bissare il successo de I Suppositi dell'anno prima, senza che però il tutto andasse in porto; la seconda venne invece messa in scena nel corso del carnevale 1528, nello stesso giorno della Lena e della Moscheta di Ruzante, sfruttando le stesse scenografie. Entrambe le redazioni furono stampate postume: quella di Roma nel 1535 a Venezia, mentre quella di Ferrara presso Giolito de’Ferrari nel 1551.[187][188]

L'opera tratta di Lachelino,[N 4] un finto mago e negromante (modellato su Ruffo, della Calandria di Bibbiena, e su Callimaco, della Mangragola di Machiavelli[189]) che imbroglia e deruba tutte le persone con le quali ha a che fare; tuttavia, grazie all'intervento del servo Temolo, le sue malefatte verranno smascherate.[N 5][187]

StudentiModifica

I Studenti è una commedia che Ariosto iniziò a scrivere in versi in un periodo particolare della sua vita, attorno al 1518. Si era distaccato dal cardinale Ippolito d'Este, e questo lo aveva sollevato da mansioni per le quali non si sentiva portato, ma così si era ritrovato in difficoltà economiche dalle quali fu sollevato dal nuovo incarico a corte conferitogli da Alfonso I d'Este. Questa relativa tranquillità però durò poco, perché la morte del cugino Rinaldo, avvenuta nel 1519, e le questioni legate alla sua eredità gli crearono molti problemi.[190][191]

In tale situazione il lavoro risultò frammentario, simile strutturalmente ai Suppositi, con un intreccio confuso e interrotto definitivamente alla quarta scena del quarto atto. In seguito non riprese più quel testo, forse preso dall'incarico in Garfagnana.[192]

Il lavoro abbandonato dal poeta venne ripreso in seguito dal fratello Gabriele[193] che ne cambiò il titolo in La scolastica e anche dal figlio Virginio Ariosto, che a sua volta la intitolò L'imperfetta.[194][195]

La scolastica, tra le due, fu la più riuscita, e venne pubblicata a Venezia, mentre la seconda ebbe meno fortuna. Lo stesso Ariosto, in tarda età, ammise di non aver mai ultimato questa sua opera ma le motivazioni che lo portarono a questo non sono mai state chiarite in modo certo.[191]

La trama della commedia, ambientata a Ferrara, vede due giovani studenti innamorati di Ippolita che, con i loro servi, si scambiano di persona e riusciranno a farsi assumere dal padre di lei come contadini. L'intreccio però diventa complesso, e la commedia vira verso considerazioni di carattere morale più che ludiche.[196]

La LenaModifica

 
Frontespizio dell'edizione de La Lena del 1535

La Lena è l'ultima e la più matura commedia di Ariosto, ritenuta la migliore tra quelle scritte dal poeta. Come già era avvenuto con I Suppositi l'ambientazione è ferrarese ma in questo caso la stesura iniziale è già in versi.[197][198] La scrittura tende ad essere più essenziale senza cedere a siparietti e giochi letterari o scenografici[60][97][199]

Fu composta nel 1528 e venne rappresentata per la prima volta a Ferrara durante il periodo carnevalesco dello stesso anno, come era quasi tradizione per le opere teatrali di Ariosto, e nello stesso periodo vennero messe in scena il Negromante e la Moscheta del Ruzante. Venne poi rappresentata l'anno successivo e quindi nel 1532 con altre scene ed un nuovo prologo inserita in ciclo di spettacoli ai quali fu presente lo stesso Ruzante.[200]

Ancora una volta il richiamo all'attualità cittadina del tempo permette agli spettatori di ritrovarsi ma su tutta la vicenda aleggia una sorta di attesa pessimista del futuro, un richiamo alla realtà della società con le sue corruzioni, i raggiri ed il degrado.[198] La trama è incentrata sull'innamoramento del giovane Flavio per Licinia. I genitori dei due giovani sono coinvolti nella vicenda, e la figura di Lena è quella di una ruffiana legata al padre di lei. Vi sono intrighi e un servo, Corbolo, sa condurre gli sviluppi sino alla conclusione che corona il sogno dei due giovani.[197]

La versione del 1532, la definitiva, fu stampata postuma tre anni dopo a Venezia, in due edizioni assieme al Negromante. Una stampa del 1551 curata da Giolito de' Ferrari prese a modello una stesura che il figlio Virginio Ariosto gli aveva inviato.[197]

EpistolarioModifica

 
Particolare del ritratto di Tiziano del Doge Andrea Gritti

Ludovico Ariosto intrattenne rapporti epistolari con numerose personalità del mondo politico e culturale, oltreché con la sua famiglia nei frequenti periodi di lontananza. Tali missive, circa duecentoquattordici, furono raccolte in un epistolario sullo scorcio di Francesco Petrarca con le Epistole, praticamente sconosciuto fino alla seconda metà del XIX secolo. Infatti Antonio Cappelli nel 1887 pubblicò per i tipi della casa milanese Ulrico Hoepli il corpus, con le lettere ordinate cronologicamente e che comprendevano corrispondenza di carattere sia privato (come quella con la Benucci) sia pubblico, con documenti ufficiali e diplomatici, indirizzati a personalità politiche e a signorie o a entità statali (come ad esempio al cardinale Ippolito o al doge Andrea Gritti della Serenissima[201]). In appendice inserì preziosi privilegi legati alle stampe originali dell'Orlando Furioso del 1516 e del 1532.[202]

Sino alla pubblicazione ottocentesca ed anche dopo questi suoi scritti vennero giudicati marginali e poco importanti (ad esempio da Benedetto Croce) se rapportati al resto della produzione letteraria dello stesso autore, tuttavia la critica ne ha rivalutato progressivamente la sua valenza per ricostruire la figura umana dell'Ariosto:[203] la lettura di questi documenti permette infatti di cogliere il suo stile pratico ed asciutto, capace di sintetizzare i temi trattati.[60][204][205]

Romanzo cavallerescoModifica

ObizzeideModifica

l'Obizzeide, opera incompiuta che segna un passaggio importante nei lavori di Ariosto, si può intendere come preparazione al suo poema maggiore[206] e conferma la frammistione tra generi, operata già da Matteo Maria Boiardo, che unisce il tema dell'amore a quello delle armi.[207][208] Ispirandosi a tantissimi autori del mondo classico, come Omero, Virgilio, Orazio, Catullo e Ovidio e agli autori in volgare come Dante, Petrarca e Boccaccio si allinea all'umanesimo del XV secolo. Rivisita l'epica cavalleresca medievale ma non rinuncia mai a dare alle vicende un legame con la quotidianità.[207][206]

Strutturalmente è un poema epico in terza rima che si interrompe dopo soli duecentoundici versi, composto a partire dal 1503 e abbandonato attorno al 1504.

Le intenzioni sono encomiastiche, celebrative della casata estense, cantando le imprese di Obizzo III d'Este, l'antenato del duca Alfonso che ottenne da papa Clemente VI il vicariato sulla città di Ferrara e tale scelta è legata al particolare momento che stava vivendo Ariosto, da poco rientrato a Ferrara ed accettato a corte nella cerchia del cardinale Ippolito d'Este.[206][209]

Orlando furiosoModifica

 
Incisione ritraente Matteo Maria Boiardo

L'Orlando furioso è un poema cavalleresco in ottave a schema ABABABC, con cui Ariosto si propone di continuare e concludere la storia incompiuta dell'opera di Boiardo Orlando innamorato esattamente dove essa si era interrotta.[210] Dal ferrarese mutua l'artificio narrativo della "recita", ovvero il trasporre su carta il modo di narrare le avventure cavalleresche tipico dei canterini, dei giullari di corte, dei maggi nell'Appennino e dei pupi in Sicilia, «attenuandone però l'integrale oralità a vantaggio di un registro morale più pronunciato, e di una voce autoriale più personalmente caratterizzata».[93][211]

 
Un'incisione di Torquato Tasso, «rivale a distanza di Ariosto»[93]

Le tre edizioni che si sono succedute testimoniano la natura di «opera in progress, sia sotto il profilo formale [...] sia sotto quello narrativo»: infatti, la prima, del 22 aprile 1516, è in quaranta canti e risente ancora di un concepimento «all'interno di una prospettiva ancora molto boiardesca, ferrarese (come dimostra soprattutto il linguaggio, fortemente colorito di forme padane e ancora vicino al pittoresco dettato dell'Innamorato)»;[212] la seconda, del 13 febbraio 1521, presenta undici canti sostitutivi e una lieve revisione linguistica; infine, la terza del primo ottobre 1532 vede vi l'aggiunta di diversi episodi significativi come quello di Olimpia (canti IX-XI) e soprattutto di Marganorre (XXXVII) e una toscanizzazione della materia ormai completa, frutto non tanto di «un'acquiescenza alla dittatura linguistica di Bembo (che aveva pubblicato le Prose della volgar lingua nel 1525)», né di «una mera compiacenza estetica», bensì di una «mossa ben più decisiva, [...] "politica": si trattava in poche parole di trasformare il poema di cavalleria da oggetto di culto delle piccole signorie padane in un grande genere italiano, nazionale, capace di entrare nel canone del nuovo classicismo volgare».[210][213][214]

 
Frontespizio della prima edizione, del 1516.

La fabula non è riassumibile; infatti un'elevata quantità di episodi, di eventi e di novelle si frappongono al romanzo e la peculiare costruzione a intreccio si sviluppa sostanzialmente su tre narrazioni principali: quella militare, costituita dalla guerra tra i paladini difensori della religione cristiana e i saraceni infedeli; quella amorosa, incentrata sulla fuga di Angelica e sulla pazzia di Orlando, e infine quella encomiastica, con cui si lodava la grandezza dei duchi d'Este e dedicata alle vicende amorose tra la cristiana Bradamante e il saraceno Ruggiero.[210][215]

I temi affrontati vanno dalla follia (di Orlando) alla magia, passando per la guerra, l'eroismo e l'encomio (tipicamente cortigiano, verso il cardinale Ippolito, definito «generosa Erculea prole»);[216] in tutto ciò, nel poema «vige la legge per cui ciò che si cerca non si trova, e si trova chi non si cerca»: ed è così che la storia cavalleresca risulta un'ampia rappresentazione della vicenda umana regolata da un'ineluttabile casualità. E poco importa che il poeta ne sia «l'accortissimo regista»: il lettore si perde nei vicoli ciechi del labirinto narrativo, provando un senso di forte straniamento. In questo senso, il Furioso si colloca nel filone delle opere di Machiavelli e di Francesco Guicciardini, contemporanei all'Ariosto, che registrano pure loro «l'esperienza dell'impari confronto con la fortuna, con una realtà delle leggi mutevoli, elusive e sfuggenti, che procede per ribaltamenti incontrollabili, cocenti smentite e improvvisi colpi di scena.»[217]

Come detto, il successo del poema fu immediato; scrive Bruscagli:[93]

«Questo favore dei lettori, anche dei più esigenti, non si smentì con le edizioni successive, del 1521 e del 1532, le quali anzi, allontanandosi dal colore linguistico vivacemente municipale della prima e adeguandosi a un ideale di toscanismo stretto, di perfetta omogeneità e raffinatezza espressiva, risposero con singolare tempestività all'"edonismo linguistico" (Segre) del secolo, al suo gusto sempre più accentuato di euritmia e di bellezza formale. Sì che alla fine del Cinquecento Torquato Tasso [...] doveva riconoscere che il Furioso "è letto e riletto da tutte l'età, da tutti i sessi, noto a tutte le lingue, piace a tutti, tutti il lodano, vive e ringiovanisce sempre nella sua fama, e vola glorioso per le lingue dei mortali".»

SatireModifica

 
Una parte della Satira I, autografa

Ariosto compose le sue sette Satire indirizzandole a parenti e amici quali i cugini Annibale e Sigismondo Malaguzzi, il futuro cardinale Pietro Bembo e Bonaventura Pistofilo, segretario del duca di Ferrara. Il modello al quale si ispirò, a partire dal nome scelto, fu quello delle satire di due autori latini, e cioè le Satire di Decimo Giunio Giovenale (nella versione in volgare del 1480 dovuta a Sommariva) e le Satire di Quinto Orazio Flacco. Altri modelli importanti furono inoltre il Sermonum liber di Tito Vespasiano Strozzi e i capitoli ternari di Antonio Vinciguerra[218] pubblicati nell'Opera nova del 1505.[219]

Questi lavori hanno la forma di lettera in terzina dantesca e seguono la struttura della satira latina creando, in tal modo, un genere letterario nuovo, il satirico moderno.[60][80][220] L'influenza di Decimo Giunio Giovenale si nota in particolare nelle prime due satire, ma anche in altre, come nella Satira V, sono presenti versi che richiamano il poeta satirico latino, sebbene mediati dalla resa di Giovanni Boccaccio; Alessandro Capata di Internet Culturale ad esempio cita «quanto scrive Ludovico in Satire I, 79-81: ‘Io mi riduco al pane; e quindi freme / la colera; cagion che alli dui motti / gli amici et io siamo a contesa insieme’ rinvia esplicitamente al motivo polemico contenuto in Giovenale, V 159-160: ‘effundere bilem / cogaris’ e 169: ‘stricto pane tacetis’. L’invocazione contenuta in Satire I 115-117 rivolta ad Andrea Marone, poeta di corte e familiare di Ippolito d’Este che aspirava ad accompagnare il cardinale in Ungheria, scartato a favore di Celio Calcagnini, riecheggia simili versi di Giovenale. ‘Fa a mio senno, Maron: tuoi versi getta / con la lira in un cesso, e una parte impara, / se beneficii vuoi, che sia più accetta’ (Satire I 115-117). ‘Siqua aliunde putas rerum expectanda tuarum / praesidia atque ideo croceae membrana tabellae / impletur, lignorum aliquid posce ocius et, quae / componis, dona Veneris, Telesine, marito / aut clude et positos tinea pertunde libellos’ (Giovenale, VII 22-26).»[221]

La prima satira venne composta nel 1517 e l'ultima nel 1524. In quell'arco temporale Ariosto si dedicò a tutte le stesure dell'Orlando Furioso e questo strumento letterario di tipo diverso gli permise di esprimere i sentimenti che provava sentendosi non compreso dalla corte, anche maltrattato. Con i versi delle Satire dichiarò la sua libertà personale e la lontananza dal clima di corruzione che vedeva nella politica. Volle in tal modo lasciare di sé l'immagine di un dimesso antieroe calato nella normalità del quotidiano.[220][222]

L'opera venne pubblicata postuma la prima volta nel 1543, in forma clandestina e non ufficiale, e l'operazione venne attribuita a Francesco Rosso di Valenza. La prima pubblicazione ufficiale si ebbe nel 1544 ed uscì a Venezia ad opera di Francesco Bindoni e Maffeo Pasini mentre una terza edizione, del 1550, fu stampata da Giolito de’ Ferrari e curata da Anton Francesco Doni[223] e una quarta, del 1554, venne edita da Plinio Pietrasanta con Girolamo Ruscelli come curatore.[219]

ErbolatoModifica

Erbolato (termine che indica un "venditore di erbe medicinali" o "erborista"[224]) è una piccola operetta in prosa pubblicata postuma nel 1545.[225] Venne scritta in tarda età da Ariosto, dopo il 1524 o addirittura dopo il 1530. La sua genesi è legata probabilmente alla necessità di disporre di un testo da far recitare durante le pause o gli intermezzi delle rappresentazioni teatrali. Contiene numerose allusioni satiriche e parodie della professione medica senza scordare gli spunti di riflessione più seria sulla natura non sempre benigna.[226] Il testo, recitato dal personaggio inventato di Antonio da Faenza, inizia con lodi per la scienza medica e poi passa ad enumerare con grandi esagerazioni le virtù del suo miracoloso elettuario. Questa figura di ciarlatano si dovrebbe ispirare a due medici realmente esistiti. Il primo, il faentino Antonio Cittadini, docente nello Studium di Ferrara e in quello di Pisa, era morto pochi anni prima. Il secondo, Niccolò da Lunigo, pure lui presente a Ferrara in quel periodo, aveva inventato una medicina capace di curare ogni infermità e prolungare enormente la durata della vita. Il preparato sarebbe stato usato dai fratelli del duca Ercole I d'Este che in tal modo avrebbero superato l'età di ottant'anni (cosa del tutto falsa). Lo scopo della breve operetta è quello di far riflettere sulle false promesse e sulla creduloneria di chi ascolta tali personaggi. Fu Iacopo Coppa a curare la pubblicazione dopo la morte del poeta, affidandosi alla tipografia veneziana di Pietro Nicolini da Sabbio nel 1543; in seguito ad un lungo oblio, l'opera fu riscoperta a partire dal XVIII secolo.[227][228][229]

IV centenario ariostesco del 1933 a FerraraModifica

 
Frontespizio del Catalogo della Esposizione Della pittura Ferrarese del Rinascimento Ferrara, edizione originale del 1933. XI E.F..

Nel 1933 a Ferrara, per volontà di Italo Balbo e dell'amico e podesta cittadino, l'ebreo e fascista Renzo Ravenna, venne organizzata una mostra per celebrare il IV centenario ariostesco.[230][231][232] Forse la mostra fu proposta e decisa dallo stesso Balbo già nel 1931, e nella sua organizzazione vennero coinvolti esperti del settore come il critico d'arte Nino Barbantini e lo storico dell'arte Adolfo Venturi, oltre al responsabile delle Belle Arti Arduino Colasanti. L'esposizione ebbe risonanza nazionale, l'Istituto Luce realizzò alcuni filmati ed ebbe un successo notevole per l'epoca, con oltre settantamila visitatori, tra i quali i Principi di Piemonte e Vittorio Emanuele III di Savoia. Tra gli assenti vi fu Benito Mussolini.[233]

Nello Quilici, allora direttore del Corriere Padano, organizzò l'evento affiancato da numerose personalità e come siti scelti per i vari eventi, oltre al palazzo dei Diamanti, vi furono le Mura degli Angeli, il Castello Estense, il palazzo di Ludovico il Moro, Casa Romei, il chiostro di San Romano e l'isola Bianca sul Po.[234][235][236]

Il IV centenario, come spiegato, fu fortemente voluto da Italo Balbo che perseguiva il fine di rivalutare l'importanza di Ferrara rifacendosi agli antichi spledori del periodo estense. Balbo del resto era noto non solo come gerarca e quadrumviro fascista ma anche come aviatore, e in quella veste amava paragonarsi a personaggi mitici. Tra questi la figura di Astolfo fu quella che sentì più vicina e più lo affascinò, l'Astolfo descritto da Ludovico Ariosto.

«L'ombra del grande paladino mi perdoni se... ho preso il suo posto sulla groppa dell'alato Ippogrifo e me ne sono andato qua e là scorrazzando.»

(Italo Balbo paragona sè stesso all'eroe del poema cavalleresco.[237])

Esposizione della pittura ferrarese del rinascimentoModifica

Il IV centenario ariostesco del 1933 fu strettamente legato all'esposizione della pittura ferrarese rinascimentale perché le intenzioni di Italo Balbo erano di riportare Ferrara all'antico splendore andato perduto con la devoluzione del 1593 e quindi di celebrare il suo passato storico ed artistico:[238][239]

«Sono note le ragioni che, tra il 1928 e il 1933, portarono autorità ferraresi e romane a sostenere le celebrazioni dell'Ottava d'Oro e di Ludovico Ariosto. Il ruolo di Balbo fu determinante: era questa la stagione del quadrumviro fascista, forte appunto di un programma generale ferrarese ed estense. Una mostra d'arte antica poteva fare proprio allora la sua apparizione da protagonista, approvata e sostenuta anche dalle Belle Arti e dal Comune. Ma la stessa iniziativa di Palazzo dei Diamanti deve essere immaginata in un arco progettuale tessuto per molte fila con la forza d'una ricostruzione sperata della città devoluta nel 1598: ed allontanata con violenza dalla storia.»

(Andrea Emiliani, 1933 - Anno XI, in Ferrara - voci di una città n. 19, dicembre 2003[238])

L'Esposizione della pittura ferrarese fu in effetti il momento più importante delle celebrazioni, un avvenimento di risonanza mondiale inaugurato dai Principi di Piemonte il 7 maggio 1933. Le opere degli artisti ferraresi si trovavano ormai disperse in musei e gallerie pubbliche e private in Europa negli Stati Uniti, oltre che in altre città italiane, e per l'occasione i dipinti tornarono da New York, Parigi, Berlino, Vienna, Amsterdam, Budapest e Liverpool.[240]

L'Ottava d'OroModifica

Nell'ambito delle celebrazioni ariostesche fu importante la serie di conferenze e di pubbliche letture chiamate l'Ottava d'Oro. Queste si svilupparono nell'arco di più di quattro anni, a partire dal 1928. E alle manifestazioni pubbliche presero parte Riccardo Bacchelli, Antonio Baldini, Attilio Momigliano, Massimo Bontempelli, Filippo Tommaso Marinetti, Curzio Malaparte e molti altri.[241][242]

«Conferenze e cerimonie che, per lo più, si svolgevano al chiuso, In Castello o nei grandi palazzi dei Diamanti, di Lodovico il Moro, di Renata di Francia, del Paradiso; ma, talvolta, nella buona stagione, anche ALL'aperto, sulle Mura degli Angeli, nell'isola Bianca IN mezzo al Po e, per ben tre volte, al parco Massari. E fu, appunto, a una di queste tre che mio padre e mia madre, invitati, portarono me, ragazzino.»

(Gaetano Tumiati, L'Ottava d'Oro , in Ferrara - voci di una città n. 12 -6/2000[241])

Accademia AriosteaModifica

A Ferrara, durante l'occupazione francese, venne istituita il 15 novembre 1803 l'Accademia Ariostea e fu nominato suo segretario perpetuo Girolamo Baruffaldi, tra i massimi studiosi locali del tempo ed autore di vari saggi sull'Ariosto.[243][244] Il sito scelto per la sua sede fu quello del teatro degli Intrepidi, voluto dall'omonima Accademia e progettato intorno al 1604 da Giovan Battista Aleotti su incarico del marchese Enzo Bentivoglio, andato distrutto in in incendio nel 1640.[N 6][245] All'inaugurazione dell'accademia intervennero le massime autorità cittadine.[246]

Ludovico Ariosto nella cultura di massaModifica

 
Moneta con effigie di Ludovico Ariosto conservata nel Metropolitan Museum of Art di New York

Non soltanto l'Orlando Furioso ispirò numerose opere di altri artisti, andando dal Teatro al Cinema, ma anche la figura stessa dell'Ariosto: egli è infatti protagonista di Ariosto to his Mistress, poesia del 1836 di Letitia Elizabeth Landon, nella quale presenta viene immaginato mentre presenta la versione completa del suo Orlando Furioso a una giovane ragazza della quale è innamorato;[247] in Assassin's Creed: Revelations, trasposizione letteraria di Anton Gill del videogioco del 2012, Ezio Auditore, al termine del suo viaggio a Masyaf, dopo aver sposato Sofia Sartor e aver avuto da lei un figlio, decide nel 1513 di ritirarsi dall'Ordine degli Assassini, non prima di aver nominato come suo successore proprio il poeta ferrarese.[248]

L'8 settembre 2014, in occasione dei 540 anni dalla sua nascita, Google dedicò ad Ariosto un Google Doodle, raffigurante un drago attorcigliato in un mare che attacca un cavaliere in sella a un ippogrifo (chiaramente un riferimento al personaggio di Astolfo) mentre una donna siede in uno scoglio.[249]

Ferrara e Ludovico AriostoModifica

Sono molti, nella città estense, i luoghi ed i monumenti che ricordano il poeta.[250]

Luoghi e monumentiModifica

Casa di Ludovico Ariosto

La casa che Ariosto si fece adattare dopo averla acquistata dalla famiglia di Bartolomeo Cavalieri[251] e attribuita a Girolamo da Carpi. Qui visse i suoi ultimi anni col figlio Virginio e la moglie Alessandra Benucci, dal 1528 alla morte, e si dedicò alla rifinitura del suo poema più noto, l'Orlando furioso.

Via Ludovico Ariosto

Sull'importante via cittadina, traversa di viale Cavour che inizia dall'incrocio sul quale si trova il Palazzo dell'Aeronautica, oltre alla casa del poeta, si trovano monumenti notevoli, tra questi la sede del rettorato dell'ateneo dal 2015.

Ferrara e Ludovico Ariosto. Luoghi e monumenti
 
Parva sed apta mihi, la casa di Ludovico Ariosto a Ferrara in uno scatto di Paolo Monti del 1965 (Fondo Paolo Monti, BEIC)
 
Ex convento di Santa Lucia, in via Ariosto. Dal 2015 è sede del rettorato dell'ateneo ferrarese
 
Monumento a Ludovico Ariosto in Piazza Ariostea
 
Ingresso della biblioteca comunale Ariostea in palazzo Paradiso, via delle Scienze
 
Vicolo del Granchio con il volto che unisce le case Ariosti divenute in parte Case Cavallini Sgarbi, sede della Fondazione Elisabetta Sgarbi
 
Tomba di Ludovico Ariosto, nella sala dedicata al monumento funebre in palazzo Paradiso
 
Prima sede del Liceo Ariosto in via Borgoleoni
Piazza Ariostea

Nata con l'Addizione Erculea col nome di piazza Nuova e poi per un breve periodo anche piazza Napoleone, venne definitivamente dedicata al poeta. Sulla colonna al suo centro, dal 25 novembre 1833, fu collocata la statua di Ludovico Ariosto. La piazza è utilizzata per varie manifestazioni, tra queste il Palio di Ferrara.

Monumento a Ludovico Ariosto

Al centro della piazza Ariostea, sulla colonna rinascimentale, si trova la statua scolpita da Francesco Vidoni su disegno di Francesco Saraceni. È in pietra Custoza di Vicenza ed è oggetto occasionali restauri, l'ultimo dei quali iniziato nel 2019.[252]

Biblioteca comunale Ariostea

La principale biblioteca cittadina, già delizia estense e chiamata palazzo Paradiso, poi sede universitaria per l'Università degli Studi di Ferrara, ricorda l'Ariosto nel suo nome.

Case degli Ariosto o degli Ariosti

Non sono sempre direttamente legate al poeta ma alla sua famiglia, e si trovano in due vie cittadine, via del Carbone e via Giuoco del Pallone. Nella prima si può vedere il palazzo che fu di Lippa Ariosti, moglie di Obizzo III d'Este e una targa in marmo ricorda la famiglia e riporta due versi del poeta. Nella seconda, al numero civico 31, si trova il palazzo del quattrocento di Brunoro Ariosti, zio di Ludovico, che fu anche dimora del poeta. Qui Ludovico compose parte della prima stesura dell'Orlando Furioso. Quattro appartamenti del palazzo sono divenuti proprietà della Fondazione Elisabetta Sgarbi.

Tomba di Ludovico Ariosto

Il monumento funebre venne eretto molti anni dopo il trasferimento dei resti del poeta in San Benedetto per iniziativa di Agostino Mosti. Lo stesso monumento poi venne sostituito da un secondo, molto più ricco e imponente, sempre nello stesso edificio religioso.

In seguito all'invasione di Ferrara da parte delle truppe francesi nel periodo napoleonico ed alla conseguente soppressione di moltissime chiese e conventi, legata spesso alla requisizione delle opere d'arte o degli arredi preziosi, il monumento, per disposizione del generale Sextius Alexandre François de Miollis, fu trasferito nel palazzo Paradiso, dove viene conservato.

Liceo Ariosto

Storica istituzione scolastica cittadina, fondata il 3 dicembre 1860 come Regio Liceo statale e dedicato al poeta nel 1865. La scuola venne frequentata anche dallo scrittore Giorgio Bassani.

EpigrafiModifica

Ferrara e Ludovico Ariosto. Epigrafi
 
Case degli Ariosto. Epigrafe sulla casa di Pandolfo Ariosto, in via del Carbone
 
Epigrafe nella chiesa di San Benedetto di Ferrara, in corso Porta Po
 
Epigrafe coi versi di Ludovico Ariosto che ricordano Ercole I d'Este in corso Ercole I d'Este
 
Epigrafe posta nello scalone d'onore di palazzo Paradiso, già sede dell'Università degli Studi di Ferrara
 
Epigrafe posta sulla Magna Domus, Casa dell'Ariosto in via Giuoco del Pallone all'angolo con vicolo del Granchio.
 
Epigrafe con alcuni versi tratti dalle Satire posta sul Palazzo Municipale di Ferrara di fronte alla Cattedrale di San Giorgio
Epigrafe nella chiesa di san Benedetto

La Chiesa di San Benedetto fu il secondo luogo di sepoltura del poeta, che subito dopo la sua morte venne tumulato in una piccola stanza nel vicino monastero per poi essere trasferito nell'edificio religioso solo anni dopo il suo completamento, nel 1573.

Epigrafe posta all'inizio di corso Ercole I d'Este

«I versi di Ludovico Ariosto che ricordano Ercole I d'Este:
ERCOLE OR VIEN . . . . . . . . . . .
NON PERCHE' LA FARA' CON MURO E FOSSA
MEGLIO CAPACE A' CITTADINI SUI.
E L'ORNARA' DI TEMPLI E DI PALAGI,
DI PIAZZE, DI TEATRI E DI MILLE AGI:
. . . . . . . . . . . . . . . . . . .
DALL'ORLANDO FURIOSO
DI LUDOVICO ARIOSTO - III, 46,48
A CURA DELLA FERRARIAE DECUS - 1974»

L'epigrafe è stata posta dalla Ferrariae Decus all'inizio del corso, vicino al Castello Estense, sulla facciata del palazzo della Borsa.

Epigrafe posta nello scalone d'onore di palazzo Paradiso, già sede dell'Università degli Studi di Ferrara

«Testo dell'epigrafe:
LODOVICO ARIOSTO
COLLA POTENZA DEL GENIO
ESCOGITO'
E COLLA DOVIZIA DELL'ELOQVIO
PINSE SCOLPI' ARCHITETTO'
LE PIV'CARE MERAVIGLIE DEL BELLO
..................
GLI STVDENTI DI QVESTA LIVERA VNIVERTITA'
IN FRATELLEVOLE GARA
COI RAPPRESENTANTI LE ALTRE DEL REGNO
A LVI TRIBVTAVANO ONORI
NEL MAGGIO MDCCCLXXV. VOLGENDO IL SVO IV CENTENARIO
.........
FERRARA
ONESTAMENTE ALTERA
PER LA GLORIA DI TANTO FIGLIO
NE ADEMPIA ANCO IL PREGAGIO
FIORENDO OGNORA
"DI TUTTI I LIBERALI E DEGNI STVDI"»

Epigrafe posta sulla facciata del Palazzo Municipale di Ferrara, di lato al Volto del Cavallo.

Davanti all'epigrafe si trova la colonna costruita con le lapidi del cimitero ebraico cittadino e sulla quale è posta la statua del primo duca di Ferrara, Borso d'Este.

Vie e luoghi dedicati a Ludovico AriostoModifica

 
Rue de l'Arioste, strada dedicata all'autore nel XVI arrondissement di Parigi

Sono numerosi in Italia e in varie città del mondo le vie, le piazze ed i luoghi dedicati al poeta, come a Reggio Emilia, Ferrara, Vasto, Milano, Roma, Parigi, Cagliari, Scorzè, Firenze, Lugano e così via.

Opere bibliograficheModifica

  • Delle Satire E Rime del Divino Ludovico Ariosto Libri II. Con Le Annotazioni Di Paoli Rolli, ..., a cura di Paolo Rolli, Abramo Vandenhoek, 1760.
  • Satire, a cura di Giovanni Gaspare Orelli, Orell, Fuessli e Comp., 1842.
  • Orlando Furioso e cinque canti - Volume secondo, a cura di Remo Ceserani e Sergio Zatti, UTET, 2006, ISBN 88-02-07472-0.
  • Lettere di Ludovico Ariosto con prefazione storico-critica, documenti e note per cura di Antonio Cappelli, a cura di Antonio Cappelli, terza, Milano, Ulrico Hoepli, 1887.
  • Orlando furioso: di M. Lodovico Ariosto (co' cinque canti; pubblicato da Andrea Rubbi), Venezia, Antonio Zatta e figli, 1785, OCLC 456819990.
  • La rime di M. Lodovico Ariosto non piu uiste: & nuouamente stamptata à instantia di Iacopo Modaneae, cio è sonetti, madrigali, canzoni stanze. capitoli., In Vinegia : , M D XLVI [1546], Iacopo Modanese con priuilegio del sommo Pontefice, & del eccelso Senate Veneto, M D XLVI [1546], OCLC 20474665.
  • Le Satire di M. Lodovico Ariosto ... Con due Satire non piu uedute, curato da Anton Francesco Doni, Vinegia, Gabriel Giolito de Ferrari, 1550, OCLC 556743405.
  • Opere minori, curato da Cesare Segre, Milano, R. Ricciardi, 1965, OCLC 845011934.

NoteModifica

Annotazioni
  1. ^ L'origine dello stretto rapporto con la signoria di Ferrara risale a Lippa Ariosti, figlia di Iacopo Ariosti nobile bolognese, la quale nel 1347, in punto di morte, si sposò con Obizzo III d'Este. Cfr. Baruffaldi, pp. 10-11.
  2. ^ egli adempì a questo compito non senza sofferenza ma «rivelando doti di accorto e paziente massaio, provvedendo ad assistere amorevolmente la madre, ad accasare le sorelle senza intaccare l'eredità comune, e a collocare con onore i fratelli»
  3. ^ Fa eccezione un De vellere aureo del 1509.
  4. ^ Iachelino nella versione ferrarese.
  5. ^ Nella versione ferrarese, il testo presenta un nuovo prologo, una maggior presenza di Lachelino, e tre scene finali nelle quali quest'ultimo viene ulteriormente punito e beffato.
  6. ^ L'Accademia degli Intrepidi aveva acquistato l'edificio dagli Este, che lo usavano come granaio. Cfr. Teatro degli Intrepidi, su museoferrara.it. URL consultato il 1º ottobre 2020.
Fonti
  1. ^ a b c d e Paola Taddeucci, Il poeta-governatore nell'inferno della Garfagnana, in Il Tirreno. URL consultato il 4 ottobre 2020.
  2. ^ a b c d e f g h i j k l m n o p q Natalino Sapegno, ARIOSTO, Ludovico, su Dizionario Biografico degli Italiani - volume 4, 1962. URL consultato l'8 ottobre 2020.
  3. ^ a b c d e f Ludovico Ariosto, in Treccani.it – Enciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. URL consultato il 16 marzo 2020.
  4. ^ Catalano, pp. 632-634
  5. ^ a b c Bruscagli, p. 358
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BibliografiaModifica

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