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Maẓhar, nome completo Mīrzā Maẓhar Ǧān-i Ǧānān (Delhi, 1699Delhi, 1781), è stato un poeta e religioso indiano, dell'ordine sufi Naqshbandiyya, scrittore in urdu e in persiano[1][2].

Indice

BiografiaModifica

Mīrzā Maẓhar Ǧān-i Ǧānān è un importante santo indiano dell'ordine sufi Naqshbandiyya, che si ispira ad Abū Bakr, coetaneo e suocero di Maometto, il primo califfo dell'Islam dal 632 al 634.[2]

Maẓhar è stato una delle principali guide spirituali della Delhi del XVIII secolo,[3] in un periodo storico che evidenziava il declino dell'impero Moghul,[2][4] ed è considerato una delle cosiddette "colonne della letteratura urdu", insieme a Mirza Sauda, Dard, Mir Taqi Mir, ai tempi del sovrano Aurangzeb.[1][5][6]

Caratteristico è il fatto che in questo periodo d'oro della letteratura urdu, moduli, stilemi e motivi sono in buona parte tratti dalla prestigiosa tradizione poetica della letteratura persiana, che convivrà d'ora in avanti con quella urdu, al punto che spesso poeti e scrittori, tra i quali Maẓhar furono bilingui (persiano-urdu).[1]

Maẓhar scrisse in urdu e in persiano poesie molto apprezzate e guidò una scuola mistica e poetica che ebbe grande importanza,[1][7]ci ha lasciato un diwan persiano chiamato Diwan-e Mazhar, tre raccolte delle sue lettere e un'antologia di poesie selezionata dai maestri persiani classici chiamata Khairat-e Jawaahir.[7]

La biografia più popolare di Maẓhar sono le Le stazioni di Maẓhar (Maqāmāt-i Maẓhariyya), scritta dal più importante discepolo e successore, Šāh Ġulām 'Alī (-1823), sepolto accanto a lui nel mausoleo di Delhi, ed è incentrata sulle fasi del suo cammino spirituale, sulle descrizioni dei suoi maestri, sulle sue visioni, e comprendente una raccolta epistolare di Maẓhar riguardante la dottrina della Naqshbandiyya-muǧaddidiyya.[2][7][4]

Maẓhar era un discendente di ʿAlī ibn Abī Ṭālib (599-661), cugino e genero del profeta Maometto. I suoi antenati appartenevano alla tribù afgana dei Qāqšāl, che per lungo tempo avevano servito la dinastia dei Moghūl.[2][8]

Mīrzā Ğān, padre di Maẓhar, ricevette l'incarico importante nell'esercito di Aurangzeb (1658-1707), di accompagnare l'imperatore nella spedizione militare nel Deccan, anche se rinunciò all'incarico e proprio mentre stava ritornando a Akbarabad, nel giugno del 1699, nacque Maẓhar, al quale fu dato imposto l'appellativo di Ğān-i Ğān, poi divenuto Ğān-i Ğānān.[2]

Maẓhar fu educato dal padre e da importanti maestri approfondendo sia la tradizione profetica sia l'esegesi coranica.[2][3]

All'età di diciotto anni Maẓhar ebbe una visione di un santo di Delhi e da allora decise di avvicinarsi al sufismo, seguendo gli insegnamenti di autorevoli maestri, fino ad ottenere l'autorizzazione ad iniziare ed istruire discepoli.[2]

La vita di Maẓhar era costituita da ore di insegnamento ai discepoli durante il giorno, da meditazioni notturne, da una grande povertà e disapprovazioni nei riguardi dei ricchi e dei potenti.[2]

L'azione riformatrice di Maẓhar si attuò in una fase storica difficile per l'Islam, a causa dei contrasti tra sunniti e sciiti, della perdita del potere degli islamici, dall'affermarsi dell'influenza coloniale britannica, dell'allontanamento da un rigore morale e dall'adesione a valori non islamici.[2]

Maẓhar si dimostrò tollerante nei riguardi delle altre religioni, come l'Induismo, affermando la presenza di profeti nella tradizione brahmanica e la natura divina dei Veda.[2][3][4]

Però Maẓhar morì assassinato per mano di un fanatico sciita il 7 del mese di muharram 1781, a causa di un atteggiamento derisorio di Maẓhar, tenuto durante le processioni commemorative sciite di muharram.[1][7][8]

OpereModifica

  • Diwan-e Maẓhar
  • Khairat-e Jawaahir
  • Raccolta di lettere

NoteModifica

  1. ^ a b c d e Maẓhar, in le muse, VII, Novara, De Agostini, 1966, p. 358.
  2. ^ a b c d e f g h i j k Demetrio Giordani, L'EREDITÀ DI AḤMAD SIRHINDĪ NELL'OPERA DI MĪRZĀ MAẒHAR ĞĀN I ĞĀNĀN, su researchgate.net. URL consultato il 31 gennaio 2019.
  3. ^ a b c (EN) Reifying Religion While Lost in Translation: Mirza Mazhar Jan-i-Janan (d.1781) on the Hindus (PDF), su core.ac.uk. URL consultato il 31 gennaio 2019.
  4. ^ a b c (EN) THE PERILS AND POSSIBILITIES OF INTER-RELIGIOUS TRANSLATION: MIRZA MAZHAR JAN-I JANAN ON THE HINDUS (PDF), su static1.squarespace.com. URL consultato il 31 gennaio 2019.
  5. ^ (EN) Islam in South Asia: A Short History, su books.google.it. URL consultato il 31 gennaio 2019.
  6. ^ (EN) History of Indian Literature, su books.google.it. URL consultato il 31 gennaio 2019.
  7. ^ a b c d (EN) Mirza Mazhar Jan-e Janan, su rekhta.org. URL consultato il 31 gennaio 2019.
  8. ^ a b (TR) Mazhar-ı Cân-ı Cânân (1699-1781), su ademder.com. URL consultato il 31 gennaio 2019.

BibliografiaModifica

  • (EN) Muḥammad Abdul Haqq Ansari, Sufism and Shari'ah: A Study of Shaykh Ahmad Sirhindi's Effort to Reform Sufism, Leicester, 1986.
  • (EN) Muḥammad Husayn Azad (traduzione inglese a cura di F. Pritchett con la collaborazione di S. R. Faruqi), Ab-e Hayat, Delhi, 2001.
  • Michel Chodkiewicz, Qualche aspetto delle tecniche spirituali della tarîqa naqsh-bandiyya, in Quaderno di studi della Tarîqa naqshbandiyya, nº 2, 1996, pp. 91-110.
  • (EN) Thomas Danhardt, Change and Continuity in Indian Sufism: A Naqshbandi-Mujaddidi Branch in the Hindu Environment, Nuova Delhi, 2003.
  • (EN) Yohanan Friedmann, Shaykh Aḥmad Sirhindī: An Outline of his Tought and a Study of His Image in the Eyes of Posterity, Londra, 1971.
  • (EN) Warren Edward Fusfeld, The Shaping of Sufi Leadership in Delhi: the Naqshbandiyya Mujaddidiyya, 1750 to 1920, University of Pennsylvania, 1981.
  • Alessandro Grossato, Elia/Al-Khidr al crocevia fra Islam e Induismo, in Elia e Al-Khidr. L'archetipo del maestro invisibile, Milano, 2004.
  • (EN) Johan G. J. Ter Haar, Follower and Heir of the Prophet: Shaykh Aḥmad Sirhindī (1564–1624) as Mystic, Leida, 1992.
  • (HI) Mawlānā Na'īmullāh Ḫān, Ma'ārif-i Maktūbāt-i Imām-i Rabbānī, Delhi, 1983.

Voci correlateModifica

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