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Madonna della Scodella

dipinto di Antonio da Correggio
Madonna della Scodella
Correggio 041.jpg
AutoreCorreggio
Data1528-1530 circa
Tecnicaolio su tavola
Dimensioni216,7×137,3 cm
UbicazioneGalleria Nazionale, Parma
Dettaglio

La Madonna della Scodella è un dipinto a olio su tavola (216,7x137,3 cm) di Correggio, databile al 1528-1530 circa e conservato nella Galleria Nazionale di Parma.

StoriaModifica

La tavola fu realizzata da Correggio per la chiesa del Santo Sepolcro di Parma: venne probabilmente commissionata all'artista nel 1524, quando un tale Cristoforo Bondini, morendo, lasciò in legato alla chiesa la somma di 15 lire per la realizzazione di una pala per l'altare di san Giuseppe[1]. Risulta completata nel 1530 come rivela l'iscrizione sulla cornice originale DIVO IOSEPPO DEIPARAE VIRGINIS CUSTODI / FIDISS COELITUSQ DESTINATO HVIVSCE / ARAE COMUNI AERE ERECTORES DEVOTI / ALACRESQ EREXERE / DIE II IVNII forse eseguita su disegno dello stesso Correggio[2].

Sono noti due disegni preparatori del quadro[3].

Giorgio Vasari citò l'opera "tavola di pittura divina" nella seconda edizione delle Vite parlando di Girolamo da Carpi, che l'avrebbe studiata nella chiesa del Santo Sepolcro[4]: rimase in tale sede fino al 1796, quando venne requisita dal governo napoleonico e trasportata a Parigi; venne restituita nel 1815, dopo la disfatta di Napoleone a Waterloo, e collocata, nell'anno seguente, nella Galleria Ducale. Nel 1893, su proposta di Corrado Ricci, fu reinserita nella cornice originale.

Per la datazione del dipinto viene comunemente proposta la data del 1528-1530: Cecil Gould ritiene che solo gli angeli nella parte alta della tela siano stati eseguiti in questi anni e che la parte inferiore dell'opera risalga, invece, alla metà del terzo decennio del XVI secolo[5].

L'opera ebbe un'eccezionale fortuna figurativa: fu studiata fra gli altri da Lelio Orsi, da Federico Barocci[6], da Lanfranco, Domenichino e, più tardi, da Carlo Maratta e Pompeo Batoni.

Descrizione e stileModifica

Il dipinto illustra un episodio dell'infanzia di Gesù narrato nel vangelo apocrifo dello pseudo-Matteo: nel corso del viaggio di ritorno in Palestina dopo la fuga in Egitto, durante una sosta all'ombra di una palma da dattero, la sacra Famiglia si sarebbe sfamata grazie alla pianta che, straordinariamente piegata, offriva i suoi frutti ai viaggiatori.

La Vergine è rappresentata nell'atto di raccogliere con una scodella dell'acqua apparsa in maniera miracolosa per dissetare il Bambino: da qui deriva la denominazione tradizionale dell'opera. Il titolo con cui è conosciuta è anche significativo dell'importanza visiva che il Correggio volle riservare, qui come nella Madonna della Cesta, al semplice oggetto della scodella[7].

Tale iconografia non aveva conosciuto grande fortuna nella produzione artistica italiana. Era invece più frequente al Nord, come testimoniano opere di Albrecht Altdorfer e di Lucas Cranach[8].

Il ruolo di protagonista di Giuseppe rispondeva alle esigenze della Confraternita che aveva commissionato il dipinto. L'immagine è costruita su una linea diagonale, che apre a sinistra con la scodella d'argento e segue l'intreccio di mani fra la Vergine, il Bambino e san Giuseppe. La posa del Bambino, in un calcolato contrapposto, gli permette di fare da trait d'union fra la scena rappresentata e il mondo reale degli osservatori a cui rivolge uno sguardo ammiccante.

In alto una gloria di angeli si libra in un animato girotondo memore degli affreschi della cupola del Duomo di Parma.

NoteModifica

  1. ^ L. Pungileoni, op. cit., vol. II, p. 198.
  2. ^ Corrado Ricci, La Madonna della scodella, in "Parma per l'Arte", VI, 17 giugno 1894.
  3. ^ A.E. Popham, op. cit., cat. n. 76-77.
  4. ^ G. Vasari, in op. cit., vol. VI, p. 472.
  5. ^ C. Gould, op. cit., pp. 101-103.
  6. ^ Un'opera derivata
  7. ^ Spagnolo 1, p. 122: “Non sappiamo esattamente quando queste opere cominciassero ad essere chiamate con questi titoli, ma sicuramente nel primo Seicento essi erano già in uso. Probabilmente anche prima non doveva sfuggire a nessuno che il Correggio aveva dato in quei lavori, come in altri successivi, un'eccezionale importanza a quegli oggetti simbolici trattandoli come strumenti d'uso quotidiano e facendoli partecipare come tali, e non come simboli statici e astratti, alla storia sacra. Questo processo di animazione degli attributi, iniziato da Leonardo nel primissimo Cinquecento e poi sviluppato da Michelangelo e Raffaello e quindi da artisti come Andrea del Sarto e il Correggio, rappresentava, come è stato notato, una delle più profonde innovazioni di quella che Vasari definiva la «maniera moderna»”
  8. ^ Immagine

BibliografiaModifica

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