Manegoldo di Lautenbach

filosofo e teologo tedesco

Manegoldo di Lautenbach, (in tedesco Manegold o Mangold e in latino: Manegoldus o Manegaudus) (Lautenbach, 1040 circa – 1119?), è stato un filosofo e teologo tedesco.

Manegold von Lautenbach, Liber ad Gebehardum

BiografiaModifica

Nato nell'attuale Alsazia francese, fu prima maestro laico itinerante poi monaco benedettino. Le scarne notizie biografiche non consentono di individuare con certezza il periodo in cui ha operato, comunque databile attorno alla seconda metà dell'XI secolo, per lo più in Francia. Si sa che nel 1094 venne nominato priore del monastero alsaziano appena fondato a Marbach, e che due anni dopo incontrò a Tours il papa Urbano II.

La sua posizione papista lo mette in pessima luce presso l'imperatore Enrico IV e nel 1082 è costretto a trovare rifugio nelle montagne alsaziane per evitare di venire catturato dalle truppe imperiali. Nel 1085 Manegoldo trova asilo all'abbazia di Rottenbuch. Nel 1094, pensando che l'ira dell'imperatore si fosse chetata, Manegoldo accetta di prendere la guida dell'abbazia di Marbach fondata nel 1089 dal cavaliere Burcardo di Gueberschwihr. Alcuni anni dopo l'imperatore apprende della sua presenza a Marbach e lo fa catturare. Manegoldo muore quindi in prigionia in un anno imprecisato fra il 1103 e il 1119.

OpereModifica

I suoi testi più noti sono l'Opusculum contra Wolfelmum coloniensem, del 1080 circa, e il Liber ad Gebehardum (1085), due opere con cui Manegoldo si inserisce nelle polemiche del suo tempo relative alla lotta per le investiture. Schierato dalla parte dei papisti, Manegoldo arriva a elaborare una teoria sull'origine e la legittimità del potere che, secondo alcuni studiosi, ne fa un anticipatore dei filosofi contrattualisti.

Infatti, secondo Manegoldo, il potere proviene da Dio e viene dato da questi al popolo. È quindi il popolo a delegare questo potere, avuto da Dio, al re. Le conseguenze politiche di questa teoria sono evidenti: nel caso in cui il re eserciti il potere male e contra Deum, il popolo ha diritto di ribellarsi, fino al tirannicidio.

Scrive infatti Manegoldo:

«Poiché nessuno è in grado di farsi da sé solo imperatore, è chiaro che è il popolo a innalzare uno sopra tutti così che egli possa governare e reggere l’impero con la giustizia (...) Agli imperatori e ai re che proteggono il regno si devono lealtà e rispetto, ma se essi si volgono all’esercizio della tirannide allora ogni obbedienza e rispetto vengono a mancare. Quando colui che è stato scelto per punire i malvagi diviene egli stesso malvagio e esercita con crudeltà contro i suoi sudditi la tirannide che aveva il compito di allontanare dal regno, è evidente che deve decadere dalla carica concessagli e che il popolo ha il diritto di liberarsi dal suo dominio: è il re divenuto tiranno il primo a rompere il patto. Nessuno può accusare il popolo visto che il re è stato il primo a tradire la fiducia pattuita.»

In un altro brano del Liber ad Gebehardum, Manegoldo spiega con un esempio calzante la sua filosofia pre contrattualista:

«Se qualcuno affida dietro ricompensa il suo gregge di maiali da pascolare e chi lo riceve non solo non porta al pascolo ma se ne impadronisce e poi fa macellare le bestie, è naturale che il legittimo proprietario si deve tenere il compenso pattuito. Se ciò è valido in situazioni così elementari tanto più lo è riguardo a colui che invece di governare gli uomini con giustizia li getta nell’errore: egli deve essere privato di ogni potere.»

Manegoldo sottolinea anche la non conciliabilità della Rivelazione cristiana con le dottrine filosofiche. Nel Contra Wolfelmum ribadisce come né la verginità di Maria dopo il parto né la resurrezione di Cristo siano razionalmente concepibili, concludendo che le Scritture vadano anteposte, in quanto più profonde, alla scienza profana.

Collegamenti esterniModifica

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