Mario Moschi

scultore italiano
Firma di Mario Moschi
Fußballspieler, 1936, Berlino, Friedrich-Ludwig-Jahn-Sportpark

Mario Moschi (Lastra a Signa, 6 maggio 1896Firenze, 30 maggio 1971) è stato uno scultore e medaglista italiano.

BiografiaModifica

Origini e formazioneModifica

Figlio dell'impresario edile Galileo e di Antonia Frosini, da adolescente entrò in contatto con lo scultore Oreste Calzolari presso la Manifattura di Terrecotte di Signa, dimostrando un precoce interesse per la scultura, tanto da convincere la famiglia a dedicarsi agli studi artistici[1].

Dal 1911 al 1915 frequentò l'Accademia di Belle Arti di Firenze, allievo, tra gli altri, di Augusto Rivalta, Emilio Zocchi e Domenico Trentacoste, che gli ispirarono un amore per le forme nitide e ben proporzionate della tradizione[1].

Tra le prime opere di questa fase giovanile (1915-16) ci sono il Riratto della madre (Firenze, Galleria d'arte moderna) e il Ritratto della sorella (Firenze, collezione privata), che mostrano una certa vibrazione espressiva ispirata a Medardo Rosso. Nella perduta statua del Seminatore (1916), con cui vinse il concorso Baruzzi a Bologna, aderiva invece alla poetica sociale dello scultore belga Constantin Meunier. Durante la leva nella prima guerra mondiale modellò il rilievo del Soldato austriaco che calpesta i cadaveri dei soldati italiani, opera pure perduta di gusto verista, che dimostrava un'attenzione eclettica ai modelli che in quegli anni si potevano reperire sulla scena artistica continentale[1].

Alla fine del conflitto, grazie all'aiuto del suo maestro Trentacoste, ottenne a Nizza la direzione per un anno di una fabbrica di marmi artificiali[1], e produsse anche caricature per un giornale.

Gli anni del fascismoModifica

 
Il monumento ai caduti di Poggio a Caiano

Tornato a Firenze nel 1923, aprì un proprio studio, dove si dedicava anche alla produzione di medaglie commemorative, un'attività legata alla tradizione italiana e fiorentina in particolare che portò avanti con passione per tutta la vita[1].

Quell'anno partecipò alla prova di primo grado del concorso per il Monumento alla madre italiana per la cappella Capponi nella chiesa di Santa Croce: il suo bozzetto (perduto) fu tra i più apprezzati, anche se il lavoro venne poi affidato a Libero Andreotti, e gli permise di mettersi in luce partecipando l'anno seguente alla Biennale di Venezia, con I giochi dell’amore e Il nido che, sebbene perdute, mostrano nelle riproduzioni fotografiche ancora una sintesi di ispirazioni eclettiche, dalla salda monumentalità di Michelangelo alla stilizzazione arcaicizzanti di Émile-Antoine Bourdelle e Ivan Meštrović[1].

 
La facciata dell'Istituto agronomico per l'oltremare a Firenze, coi rilievi di Mario Moschi

Negli anni Venti il regime promosse una capillare commemorazione dei caduti della prima guerra mondiale, che venne detta "monumentomania". A questo programma parteciparono tantissimi giovani scultori che, aderendo spesso alla nuova estetica déco, poterono mettersi in luce. Tra questi, Moschi ricevette due incarichi importanti: il primo col Monumento ai caduti di Rifredi (1925-1927), per il quale compose un gruppo di tre figure con un arciere che ricorda l'Ercole di Bourdelle; il secondo, ancora più ambizioso, di Poggio a Caiano (1928-30, dove scolpì sulle facce di un cubo di marmo tre rilievi dalla monumentalità salda e distesa, percorsa tuttavia da tensione lineare, che divenne poi una delle sue caratteristiche più riconoscibili dello stile maturo[1].

Con queste opere ebbe il suo primo riconoscimento pubblico, ottenendo tra l'altro il plauso di Libero Andreotti e di Ugo Ojetti[1].

Dal 1928 al 1939, grazie all'amicizia col podestà di Arezzo Pier Ludovico Occhini, eseguì una serie di opere per la città toscana, a partire da alcune statue a tutto tondo, di gusto déco, per la sua villa La Striscia[2], a cui seguirono il Monumento ai caduti del liceo Petrarca (bozzetto in stucco del 1936, e versione in bronzo fusa per interessamento del ministro dell’Educazione nazionale Giuseppe Bottai), i, rilievo della Madonna del canarino per un tabernacolo di via della Minerva, e due grandi tondi a rilievo in gesso con le effigi di Vittorio Emanuele III e di Benito Mussolini per il foro Boario (Arezzo, Archivio storico comunale), in cui mise a frutto su scala monumentale la sua esperienza nella medaglistica[1].

 
L'ingresso della Residenza del circolo ufficiali alla Scuola di Guerra aerea di Firenze

Nel 1933 venne eletto Accademico onorario dell'Accademia delle Arti del Disegno di Firenze[3] e docente di scultura all'Istituto d'Arte di Firenze. In quegli anni partecipò a numerose rassegne nazionali e internazionali, tra cui Budapest (1936), Napoli (1937), Arezzo (1938, con Testa di bimbo), Roma (1939 con Piccolo lottatore), Milano (1941 con Lottatori e Ritratto) e a Firenze con regolarità a diversi Premi del Fiorino e alla Società delle Belle Arti. Nel 1939 espose a San Remo Lotta greco-romana[4].

Al di là delle commissioni pubbliche del regime, Moschi si andava infatti interessando in quegli anni soprattutto ai temi sportivi, presentando figure di atleti (tennisti, tuffatori, bocciatori, tiratori di fune, calciatori) sia in scala monumentale che in bronzetto in numerose mostra nazionali e internazionali nel corso di tutti gli anni Trenta[1].

L'esempio più noto di questo filone è la statua a tutto tondo del Calciatore, modellato nel 1931 e collocato all'ingresso della tribuna del nuovissimo Stadio Giovanni Berta a Firenze; una seconda versione (Calciatore Stop in corsa) partecipò nel 1933 alla "I Mostra del Sindacato nazionale fascista di belle arti" di Firenze e nel 1934 alla Biennale di Venezia (premio del CONI), per vincere infine uno dei concorsi artistici legati alle Olimpiadi di Berlino del 1936, venendo collocata al Friedrich-Ludwig-Jahn-Sportpark di Berlino[1].

 
L'Università di Trieste

Un altro filone dell'attività di Moschi di quegli intensi anni è la decorazione plastica di nuove architetture razionaliste, a fianco di alcuni dei più noti architetti di quegli anni. Ad esempio realizzo per la Palazzina Reale di Santa Maria Novella a Firenze il rilievo marmoreo con Michelangelo che dirige i lavori delle fortificazioni durante l’assedio di Firenze (1934), due sovrapporte per la Scuola di applicazione per la Regia Aeronautica (1937-1937), due grandi metope per il portale dell'Istituto agricolo coloniale per l’Africa italiana (1938) e infine il grandioso altorilievo per l'altorilievo destro dell'Università di Trieste (Allegoria del fascismo e le sanzioni, dal 1939)[1].

Nel 1941 è nominato titolare di scultura all'Istituto d'Arte di Lucca, per "chiara fama". Nel 1942 fece la sua ultima partecipazione alla Biennale di Venezia (con La vittoria del lavoro e delle armi), dopo un ventennio pressoché ininterrotto[1].

Il DopoguerraModifica

 
La fontana di piazza Vasari a Firenze

Il dopoguerra rappresentò un momento di crisi per la maggior parte degli artisti che avevano lavorato per il regime, sia per ragioni politiche, poiché venivano considerati "compromessi" col fascismo, sia estetiche, per il diffondersi della nuova estetica informale, così lontana dalla tradizione figurativa del "ritorno all'ordine" degli anni Venti e Trenta[1].

Moschi, mantenendosi fedele alla tradizione, venne escluso dal panorama delle commissioni pubbliche ufficiali, dedicandosi tuttavia con successo al mercato privato, soprattutto all'estero, e alla medaglistica. Risalgono ad esempio agli anni 1947-1949 una serie di sculture in marmo spedite al cimitero del Forest Lawn Memorial Park di Glendale, presso Los Angeles[1].

Nel 1948 fu tra i fondatori del Gruppo Donatello, e come tale venne raffigurato poi in un affresco commemorativo in piazza Vasari a Firenze. L'amicizia con Piero Bargellini e Rodolfo Siviero gli permise tuttavia di ricevere, nel corso degli anni Cinquanta e Sessanta, una serie di commissioni per fontane e piccoli monumenti per Firenze, in cui portò avanti il suo gusto per la tradizione neoquattrocentesca[1].

In quel periodo il gusto per la poetica figurativa ritrovava comunque una sua strada, portata avanti con forza ad esempio dal fiorentino Pietro Annigoni. In questo quadro Moschi ottenne di nuovo delle commissioni importanti, prima fra tutte il completamento della decorazione della facciata dell'Università di Trieste (Glorificazione del lavoro e della cultura, 1956-58), la statua della Medicina per l'Università di Cagliari (1962, commissionata attraverso l'intermediazione di Rodolfo Siviero), i battenti del portale della chiesa del Sacro Cuore di Sassari (1968), la Strage degli innocenti del monumento alla memoria dell'Eccidio di Civitella (Civitella in Val di Chiana, 1969)[1].

È sepolto nel cimitero di Trespiano, accanto ai genitori per i quali scolpì i due medaglioni della lapide; la sua lapide venne scolpita dall'allievo Sergio Benvenuti.

Opere principaliModifica

EsordiModifica

Anni del RegimeModifica

DopoguerraModifica

NoteModifica

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