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Mario Pancini

ingegnere italiano
L'ingegnere Mario Pancini all'interno della cabina comandi centralizzati nel 1960.

Mario Pancini (Rovigo, 5 agosto 1912[1]Venezia, 28 novembre 1968) è stato un ingegnere italiano, ricordato per il disastro del Vajont.

BiografiaModifica

La carrieraModifica

Figlio dell'ingegnere Giulio Pancini da Rovigo, dopo la laurea in ingegneria civile alla Regia Università degli Studi di Padova[2] con la tesi Calcolo di una diga ad archi multipli.[3], venne assunto dalla SADE come capocantiere. Insieme all'ingegnere Carlo Semenza, progettò la diga di Sauris, la diga di Pieve di Cadore, la diga di Val di Fassa, la diga di Valle di Cadore e la diga di Val Gallina.

Nel gennaio 1951, insieme al collega Alberico Biadene, mandò una comunicazione al quarto congresso delle grandi dighe di Nuova Delhi, in India, in cui presentava i risultati di dieci anni di sperimentazione in laboratorio, sui vantaggi e gli svantaggi dei cementi per calcestruzzo di massa con le pozzolane, e la sua applicazione alla diga del Lumiei e alla diga di Pieve di Cadore.[4]

Fu il direttore dell'ufficio lavori pubblici al cantiere del Vajont, affidati alla ditta Torno per conto della SADE, e l'ideatore della galleria di sorpasso frana. Durante gli anni di costruzione della diga, abitava a Longarone.[5] Il suo progetto di accelerare artificialmente la scivolata della montagna attraverso invasi e svasi del serbatoio, per poi espropriare altre terre e farlo ritornare a funzionare, venne approvato nel novembre 1960 da Semenza, ma infine considerato un ostacolo per raggiungere il massimo livello e quindi messo da parte nell'autunno del 1961.

Il 2 aprile 1962, alla morte del vecchio Giorgio Dal Piaz, il geologo di fiducia della SADE, subentrò al suo posto come il più stretto collaboratore dell'ingegner Biadene, l'ex vice del defunto Semenza, che da gennaio era diventato il nuovo direttore del servizio costruzioni idrauliche a Venezia.

Il disastro del VajontModifica

Il 30 settembre 1963, l'ingegnere capo Biadene lo mandò a Roma per informare personalmente la sede centrale della Enel-Sade della situazione e del provvedimento preso di iniziare lo svaso. Espresse la preoccupazione per una eventuale frana in fianco sinistro del bacino e, preannunziando una visita di Biadene per il successivo 2 ottobre, pregò l'ingegnere Giacomo Baroncini, direttore centrale delle costruzioni idrauliche Enel, di convincere il consulente geologico governativo, il professor Francesco Penta, di fare un nuovo urgente sopralluogo.

Il giorno dopo, partì per trascorrere le sospirate ferie a Buffalo-Niagara, negli Stati Uniti. Ufficialmente, al cantiere lo sostituì l'anziano ingegnere Beniamino Caruso, il direttore responsabile degli impianti dell'Enel-Sade per il medio Piave. Quest'ultimo, tuttavia, non aveva ricevuto istruzioni da lui. Inoltre, fu temporaneamente revocato il trasferimento, già concesso, a Giancarlo Rittmeyer, un geometra del cantiere. La situazione era chiaramente anomala e, mancando l'ingegnere suo superiore, si riteneva opportuno che rimanesse di guardia qualcuno esperto della situazione.

Il mattino dell'8 ottobre, Caruso si recò al Vajont con Biadene e, a seguito del sopraluogo, venne deciso di chiedere il suo rientro immediato dalle ferie. Così, la mattina del 9 ottobre, Biadene scrisse una lettera al suo vice nell'Hotel Niagara, a New York[6]:

«Venezia, lì 9 ottobre 1963. Egregio ingegnere, la situazione del Vajont mi costringe a scriverle di rientrare a Venezia, anziché andare a Wiesbaden. Questo rientro anticipato è anche consigliato dalla probabile presenza a Venezia, per decisioni, che debbo ritenere importanti, del presidente e del direttore generale tra il 14 e il 19 corrente. Tornando al Vajont, le dirò che in questi giorni le velocità di traslazione della frana sono decisamente aumentate. Ieri mattina sono state per qualche punto di 20 cm nelle 24 ore e questo sia in basso che in alto. Ieri sono stato sul posto con Caruso che segue le cose da vicino e tornerò lassù venerdì, 11 corrente, con l'ing. Baroncini e con il dottor Esu, mandato in avanscoperta dal prof. Penta in vista di un’eventuale visita della commissione di collaudo o, quanto meno, dei componenti più attivi, il prof. Penta e l'ingegner Sensidoni. Le fessure sul terreno, gli avvallamenti sulla strada, le evidenti inclinazioni degli alberi sulla costa che sovrasta la "Pozza", l'aprirsi della grande fessura che delimita la zona franosa, il muoversi dei punti anche verso la "Pineda" che finora erano rimasti fermi, fanno pensare al peggio. Ieri abbiamo telegrafato al Sindaco di Erto e alla Prefettura di Udine, chiedendo che sia ripristinata l'ordinanza di divieto di transito sulla strada; intanto il serbatoio sta calando un metro al giorno e questa mattina dovrebbe essere a quota 700. Penso di raggiungere quota 695 sempre allo scopo di creare una fascia di sicurezza per le ondate. La popolazione è totalmente sgombrata da ieri sera e permane sul posto durante il giorno per la raccolta delle patate. In tutto questo affare quello che è veramente strano è che non si notano ancora cadute di materiali lungo i bordi dell'acqua. Mi spiace darle tante cattive notizie e di doverla far rientrare anzitempo. Grazie della sua cartolina e molti cordiali saluti. F.to dr.ing. N.A. Biadene. P.S. Mi telefona ora il geom. Rossi che le misure di questa mattina mostrano essere ancora maggiori di quelle 60 di ieri, raggiungendo una maggiorazione del 50% !! (cioè da 20 a 30 cm). Si nota anche qualche piccola caduta di sassi al bordo ovest (verso la diga) della frana. Che Iddio ce la mandi buona

Seppe del disastro del Vajont il 10 ottobre, poche ore dopo, attraverso un cablogramma di Biadene[7]:

«Improvviso crollo enorme frana ha provocato tracimazione diga Vajont con gravi danni Longarone. Stop. Diga ha resistito bene. Biadene.»

Lo lesse poi su un giornale distribuito in aereo mentre sorvolavano gli Stati Uniti. Aveva sempre ritenuto il punto debole dell'impianto l'appoggio della diga sulla spalla destra. Per questo aveva fatto eseguire cuciture in acciaio che rendevano solidali gli strati di roccia sui quali si scaricavano le spinte dell'opera. Senza quell'accorgimento, l'imposta non avrebbe resistito alla pressione esercitata dalla lama d'acqua che aveva scavalcato lo sfioratore. Se fosse crollata la diga sarebbero scomparsi, fra gli altri, anche gli abitati di Soverzene, Cadola, Ponte nelle Alpi. Nemmeno la città di Belluno si sarebbe salvata.[8]

«Sono morto anch'io in quel momento. Vi giuro che in quel momento sono morto anch'io.»

(Le parole che disse al ritorno in Italia alle mogli, ai fratelli e ai figli delle vittime.[9])

La morteModifica

 
L'epitaffio alla diga.

Durante la fase istruttoria, aveva sempre sostenuto, oltre l'imprevedibilità del disastro nelle misure in cui avvenne, la propria subordinazione al direttore del servizio costruzioni idrauliche. Era solito chiudere ogni discorso sul processo con: Colpa o non colpa, ci sono duemila morti. Schiacciato dal rimorso, si suicidò nel suo appartamento a Venezia con il gas della cucina, alla vigilia dell'inizio del processo di primo grado, abbandonando sola la madre di 80 anni, cieca e senza risorse, le sorelle, i cognati e i nipoti. Il giudice istruttore Mario Fabbri, al quale aveva annunciato la minaccia del suicidio in caso di rinvio a giudizio per omicidio colposo plurimo, che era comunque un atto dovuto, si occupò della sventurata.[9][10][11][12]

Molti anni dopo, malgrado la perdita di parenti, amici e colleghi in quella tragica notte, i suoi collaboratori sopravvissuti al disastro gli tributarono un reverente ricordo fissando sulla parete della roccia, che affianca il sentiero d'accesso al coronamento della diga, una lastra di marmo con il suo nome, accanto ad analoga lapide che ricorda i loro compagni scomparsi.[13]

Nei mediaModifica

CinemaModifica

FumettiModifica

  • Vajont: storia di una diga, Francesco Niccolini (sceneggiatura) Duccio Boscoli (disegni), Padova, BeccoGiallo, 2018, ISBN 9788833140421, OCLC 1090201035.

NoteModifica

  1. ^ Italia: Ministero dell'educazione nazionale, Bollettino ufficiale, 1939, p. 2051.
  2. ^ Annuario della R. Università degli studi di Padova, 1932, p. 229.
  3. ^ Università di Padova, Annuario, 1937, p. 305.
  4. ^ Joaquín Díes-Cascón Sagrado, Ingeniería de Presas: Presas de Fábrica, 2001, pp. 86-87.
  5. ^ Cameri, p. 141.
  6. ^ Maurizio Reberschak, Documenti. La catastrofe, in Il Grande Vajont, Cierre, pp. 427-428.
  7. ^ Vajont, 9 ottobre '63. L'odore di quella maledetta sera, su ytali.com, 7 ottobre 2016. URL consultato il 10 ottobre 2019.
  8. ^ Cameri, pp. 92-93.
  9. ^ a b Mario Pancini / Floriano Calvino: due ALTRE vittime del Vajont, su fronti opposti, su webcache.googleusercontent.com, 2006. URL consultato il 9 ottobre 2019.
  10. ^ Da solo chiese giustizia per i morti del Vajont, su sopravvissutivajont.org, 29 ottobre 2002. URL consultato il 9 ottobre 2019.
  11. ^ A L'Aquila parla la difesa: Pancini si uccise vittima della paura, su sopravvissutivajont.org, 11 novembre 1969. URL consultato il 2019.
  12. ^ La Presidenza del Consiglio e 10 Ministeri parti civili contro quattro degli imputati, su sopravvissutivajont.org, 27 novembre 1968. URL consultato il 12 ottobre 2019.
  13. ^ Cameri, p. 142.
  14. ^ Vajont, su antoniogenna.net.

BibliografiaModifica

  • Mario Passi, Vajont senza fine, Baldini Castoldi Dalai editore, 2003, ISBN 978-88-6852-039-7.
  • Gianni Cameri, I dimenticati del Vajont - I figli della SADE - Presentazione di Mauro Corona, Biblioteca dell'Immagine, 2010, ISBN 9-788863-910476.

Voci correlateModifica