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Beati Martiri Clarettiani di Barbastro
Martiri Claretiani di Barbastro drappo esposto a san Pietro.png
 

Drappo esposto sulla facciata della basilica di san Pietro durante la cerimonia di beatificazione e conservato nella chiesa annessa al museo dei martiri di Barbastro

 
Morte1936
Venerato daChiesa cattolica
Beatificazione25 ottobre 1992
Ricorrenza13 agosto

I Martiri Clarettiani di Barbastro furono cinquantuno persone, per la maggior parte giovani studenti del locale seminario Clarettiano, seviziati e uccisi da miliziani anarchici fedeli al governo repubblicano, guidato dal Fronte Popolare di ispirazione marxista. L'eccidio si svolse nel 1936, all'inizio della Guerra civile spagnola, nella città aragonese di Barbastro, in Spagna.[1] Sono stati beatificati da papa Giovanni Paolo II il 25 ottobre 1992.

Indice

Il contestoModifica

Localizzazione geografica di Barbastro

La CongregazioneModifica

 
Ricostruzione in scala del seminario al tempo degli eventi

I Missionari figli del Cuore Immacolato di Maria sono una congregazione fondata da Antonio María Claret y Clará (1807-1870) nel 1849 per la predicazione delle missioni popolari. Le prime comunità di Missionari che si formarono in Aragona erano situate nelle città di Jaca e di Huesca, ma vennero presto sciolte. Risale al 1876 la fondazione di una nuova comunità nella città di Barbastro. I missionari si installarono in un antico palazzo, ricevuto da una donazione nel quartiere di sant'Ippolito.[2] Si trova incastonato tra la calle Costa e la calle Conde, non lontano dalla stazione ferroviaria. Con la chiesa annessa, formava un esteso comprensorio chiuso su se stesso, con due patii interni: uno chiamato "la luneta" con un muro che veniva usato come parete per il gioco della palla basca, e l'altro chiamato "il patiuzelo" oscuro e freddo d'inverno che era poco più di un lucernario per dare aria alle camere prospicenti.[3]

All'epoca degli eventi l'Istituto aveva già definito un proprio corso di studi molto esigente che preparava a tempo pieno i futuri missionari per quattordici anni; cinque prima del noviziato, e otto dopo il noviziato; tre di liceo e cinque di teologia. A studi terminati, e una volta ricevuta l'ordinazione sacerdotale, i novelli missionari facevano un altro anno di avviamento pratico ai vari campi di apostolato. In tutto questo lunghissimo tirocinio le vacanze si trascorrevano nello stesso istituto e soprattutto non erano previsti periodi di ritorno in famiglia, mentre i familiari potevano fare visita ai loro figli.[4]

La diocesi di BarbastroModifica

La diocesi di Barbastro era relativamente piccola, nel 1936 contava meno di 40.000 abitanti. La cittadina, non tanto grande e dedita in particolare all'agricoltura, detiene un primato di prestigio: A Barbastro, infatti, san Giuseppe Calasanzio dopo essere stato ordinato sacerdote e prima di partire per Roma, lavorò come assistente del vescovo e qui - anni dopo - venne fondato il primo collegio dei padri Scolopi in Spagna.

La popolazione era distribuita in circa 150 parrocchie, sparse in villaggi rurali. Allo scoppio della guerra civile nella diocesi erano incardinati 140 sacerdoti e 21 seminaristi. Proprio in questa piccola diocesi nel corso della guerra avverranno le più inusitate violenze antireligiose, arrivando a stabilire il triste primato della più alta percentuale di morti tra il clero diocesano: 123 sacerdoti su 140: l'87,8%; oltre la tortura, l'evirazione e l'uccisione del proprio vescovo Florentino Asensio Barroso. A questa strage si devono sommare i 51 clarettiani, i 18 martiri benedettini di Barbastro, i 10 scolopi di Barbastro, i 5 scolopi di Tamarite e i 5 scolopi di Peralta ucciso dagli anarchici della colonna Ascaso.[5]

La situazione in cittàModifica

Gli eventi si svolsero nei primi drammatici giorni della guerra civile spagnola, e furono preceduti da anni di conflitti sociali e di odio popolare nei confronti della chiesa, che sfociarono in aperta persecuzione nei mesi immediatamente successivi all'inizio della guerra. Gli anarchici erano la fazione più attiva ed organizzata della variegata compagine delle sinistre di Barbastro, che comprendeva circa 440 affiliati alla CNT, lavoratori disoccupati e contadini provenienti dai centri rurali della zona, comunisti e militari della caserma cittadina, emigranti che venivano o transitavano da o verso Barcellona o la Francia. Erano soliti riunirsi per concordare una strategia volta a fronteggiare l'eventualità di un colpo di stato militare e che prevedeva - nel caso si verificasse questo evento - di impadronirsi della sezione di mitragliatrici presenti di fronte alla caserma e di far saltare il distributore di benzina che si trovava sulla strada per Monzón.[6] Barbastro, dopo il colpo di stato, venne a trovarsi a ridosso della linea del fronte, in una posizione strategica a poca distanza da Huesca. La città si trasformò in un'importante roccaforte e un punto di passaggio tra Barcellona e Saragozza e numerosi miliziani vi transitavano procedendo dalla costa verso il fronte con l'intenzione di conquistare la città di Saragozza.[7]

Gli eventiModifica

 
Sono evidenziate in rosso e in blu le aree controllate dai nazionalisti e dai repubblicani nel luglio 1936

Una quarantina di seminaristi arrivarono a Barbastro dalla vicina Cervera all'inizio di luglio. La decisione venne ponderata dai superiori per sfoltire la comunità di questa città sulla quale aleggiava un'aperta ostilità. Tra le opzioni poste al vaglio ci furono anche Andorra e la Francia, ma venne scelto il seminario di Barbastro, dove l'ordine era presente da tempo e dove sarebbe stato possibile ricorrere alla protezione del contingente militare, il cui comandante era notoriamente di destra. Non ultimo, a Barbastro i futuri sacerdoti avrebbero potuto sottoporsi al servizio militare obbligatorio somministrato dal locale distretto.

Il giorno dopo il colpo di stato militare, il 18 luglio 1936, in città si viveva una palpabile tensione. Il comandante della guarnigione, il colonnello José Villalba Rubio, aveva rassicurato il superiore padre Munárriz con il solito laconico comunicato: le truppe erano in attesa e pronte a rispondere ad eventuali attacchi. In particolare, due giorni prima il padre Munárriz, durante un incontro con Villalba, chiese esplicite garanzie per i suoi giovani e volle sapere quale fosse la situazione in città e nella regione. Ancora una volta il colonnello lo rassicurò e gli disse che nulla sarebbe successo. Queste le parole riportate da Atilio Parussini nel suo resoconto:

"Non si verserà neanche una goccia di sangue. Se poi ci sarà un inizio di rivolta delle masse, mi basterà uscire per le vie della città con un plotone di soldati in assetto di guerra, e tutto tornerà alla calma e alla normalità."[8]

La notte del 18, tra sabato e domenica, centinaia di persone armate controllavano di fatto la città, grazie all'indecisione dei militari. Sotto il "Comitato di unione rivoluzionaria e antifascista" si trovarono elementi della UGT e della CNT, oltre che repubblicani e anarchici. All'alba la capitale del Somontano era rossa, la bandiera anarchica sventolava sugli edifici, sulle facciate delle case e nelle piazze. Dopo il golpe militare, la guarnigione di Barbastro comandata dal colonnello José Villalba Rubio rimase fedele alla Repubblica.

La perquisizione del seminarioModifica

 
La campana dell'obbedienza. Serviva per convocare i confratelli agli atti comuni, e venne usata per l'ultima volta in occasione della perquisizione

Alle ore 17,30 del 20 luglio del 1936, una sessantina di miliziani anarchici armati entrarono nel seminario dove si trovavano 9 sacerdoti, 12 fratelli e 39 studenti. La folta pattuglia di armati era guidata da Eugenio Sopena, membro del comitato rivoluzionario e con un forte ascendente sui miliziani. Presero possesso del vestibolo, muovendosi con circospezione perché temevano di incontrare resistenza. Sopena chiese che tutti gli occupanti del seminario si presentassero al piano terreno e il superiore fece suonare la campana per convocare tutti i presenti. In pochi secondi le rampe delle scale e i pianerottoli si popolarono di giovani che nelle loro lunghe tonache scendevano e si riunivano di fronte ai fucili spianati dei miliziani, lasciandoli attoniti. Schierati tutti i clarettiani con le spalle al muro, procedettero alla perquisizione personale, quindi passarono alla perquisizione dello stabile, che venne perlustrato in modo minuzioso, con il calcio dei fucili saggiavano tramezzi e pareti in modo da trovare dei nascondigli, al sagrestano chiesero perfino di vuotare tutti i vasi di fiori e i loro supporti. Ma di armi non riuscirono a trovarne, e la delusione li rese furiosi: Per un'ora e mezza minacciarono con urla e con bestemmie i superiori perché confessassero di possedere e nascondere armi. Intanto dal portone lasciato aperto entrarono curiosi e malintenzionati che iniziarono a svaligiare la chiesa e a raccogliere sul marciapiede banchi, sedie e quanto era asportabile perché fosse bruciato. Spingendosi all'interno urlavano di ammazzarli tutti e di farla finita, ma Sopena, che temeva che la situazione potesse sfuggirgli di mano, fece leva sulla sua autorevolezza e sul suo prestigio e disse:

"Ascoltate! In nome della Confederazione Nazionale dei Lavoratori e della Federazione Anarchica Iberica, che rappresento, non possiamo permettere che si commetta un massacro! Qui non si uccide nessuno! Noi abbiamo il mandato di prenderli tutti in ostaggio! È una misura preventiva indispensabile! Poi li si giudicherà come si deve e li si tratterà secondo quello che hanno fatto!"[9]

Tagliando corto, il Sopena decise di arrestare i tre superiori, padre Filippo di Gesù Munárriz Azcona, padre Leonzio Pérez Ramos e padre Giovanni Díaz Nosti. Prima di lasciare i confratelli, il padre Munárriz supplicò i dirigenti di ricoverare i fratelli anziani e malati, gli venne concesso anche un ultimo saluto ai suoi studenti, ai quali - avendogli qualcuno domandato se non fosse stato meglio farsi trovare in borghese - aveva detto "No! Restate con l'abito dell'Istituto". Vennero condotti in una cella nel palazzo del municipio, passando per le vie dove più folta era la presenza della folla inferocita.

 
Ricostruzione in scala del complesso degli edifici del municipio al tempo degli eventi. Di fronte, il municipio; sulla destra l'edificio del collegio dei padri Scolopi

La detenzione dei superiori non calmò la folla, che da fuori continuava a chiedere un massacro immediato nel cortile del seminario. Improvvisamente il giovane studente Atanasio Vidaurreta svenne e crollò a terra. Un miliziano, vedendo alcuni affannarsi ad aiutarlo, disse "Dategli il colpo di grazia e facciamola finita!" Solo un ulteriore intervento del Sopena consentì il ritorno di una certa serenità. Ne approfittò il padre Masferrer, che salì nella cappella per portare con se le particole consacrate e Sopena non ebbe difficoltà ad autorizzarne la distribuzione agli studenti. Un altro padre corse in chiesa e prese le particole lì presenti, ma questa volta, consapevole della probabile detenzione a cui andavano incontro, avvolse le particole in corporali e mise tutto in una valigetta da portare con sé.

A quel punto arrivò l'ordine di trasferire tutti i rimanenti religiosi nel salone degli atti accademici del collegio degli Scolopi, adiacente al municipio, che sarebbe diventato una prigione di fortuna. A questo punto la comunità clarettiana di Barbastro si trovò divisa in tre gruppi praticamente isolati: I tre padri superiori in una cella del carcere nell'edificio del municipio, due seminaristi e un anziano fratello in ospedale e i rimanenti giovani seminaristi nel salone-teatro del collegio degli Scolopi. L'unico collegamento tra di essi rimase il fratello Raimondo Vall, che era addetto alla cucina del seminario, e che vestiva abiti civili al momento della perquisizione, a cui fu sempre rifiutata la qualifica di religioso, dato che ai carcerieri faceva comodo la sua funzione di cuoco. I miliziani si limitarono a inveire contro di lui, dandogli del "servo dei preti", della "vittima dell'oscurantismo religioso", ma lasciandogli una certa libertà d'azione che si rivelò preziosa per alleviare le pene della lunga detenzione.

La detenzioneModifica

 
Ricostruzione in scala del salone degli atti del collegio dei padri Scolopi, prigione di fortuna della maggior parte dei clarettiani

La cella municipale nella quale furono reclusi i superiori era al terzo piano dell'edificio del municipio e vi si giungeva mediante una scala stretta e dai gradini consumati, lo spazio ricavato nel sottotetto era di 5 metri di lato, quella sera del 20 luglio del 1936 vi erano detenuti i canonici Félix Sanz e Mariano Sesé, il deputato di destra Moncasi, Salvador Perrella Estaduti e Salvador Perrela Blasco, padre e figlio, di origini italiane, i fratelli Sicura e alcuni altri, oltre ai tre superiori clarettiani. La luce entrava da una finestrella larga solo 15 centimetri e che attraverso le larghe pareti lasciava passare poca aria. L'unico sopravvissuto di quei detenuti, un contadino di Salas Bajas, poté in seguito riferire preziose testimonianze degli avvenimenti. Nei giorni successivi la cella arrivò ad ospitare 21 detenuti, non c'era neppure una sedia o un giaciglio su cui riposare, i prigionieri dovevano sedersi sul pavimento e avevano a loro disposizione la sola coperta che si erano portati da casa. Non era previsto alcun vitto e i detenuti mangiavano ciò che le famiglie preparavano loro. Un secchio in un angolo nascosto da una tenda fungeva da servizio igienico, che in quell'estate torrida rendeva l'aria irrespirabile. I religiosi recitavano il breviario dopo pranzo e il rosario con gli altri detenuti. Cercarono di rincuorare i compagni di cella, nessuno sapeva quanto tempo dovessero passare in quelle condizioni. I nuovi detenuti portavano le ultime notizie sulla situazione a Barbastro, sulle promesse ondivaghe del colonnello Villalba, sulla sollevazione in Africa e nella penisola. Altro testimone importante fu Andrés Soler Puente, un carceriere, che dichiarò:

"Osservai che pregavano molto, e stavano sempre loro tre insieme in un angolino, entrando a sinistra. A volte si aggiungeva il parroco di Cregenzán, don Vicente Salanova. Sembravano rassegnati, tristi, quasi senza parlare con nessuno. Non prendevano parte alle discussioni, non perché non volessero prendere posizione sulle questioni, ma perché sembravano assorti nelle loro cose, nelle loro preghiere..."

La maggior parte dei religiosi fu reclusa nel salone degli atti del collegio dei padri Scolopi, un ambiente ampio, leggermente seminterrato, lungo 25 metri e largo 6, con cinque finestroni che davano sulla piazza antistante. Su un lato del salone si ergeva un palcoscenico di legno, dal lato opposto una gradinata, sempre di legno, aveva la funzione di consentire ai collegiali si assistere seduti alle funzioni collettive. Nel mezzo rimaneva un ampio spazio che poteva essere usato secondo le necessità. In questo spazio saranno reclusi anche i benedettini del monastero del Pueyo e gli stessi Scolopi. Essendo stati separati dai superiori, il padre Nicasio, consultore in seconda del seminario, divenne il superiore dei detenuti.

I carcerieri cercarono in ogni modo l'apostasia dei giovani seminaristi, proposero loro di togliere la veste e di unirsi alle milizie per raggiungere il fronte, fecero perfino in modo che delle prostitute entrassero nel salone, che si avvicinassero ai giovani seminaristi, tentandoli con le loro nudità, ma nessuno cedette.

La fucilazione dei superioriModifica

 
Beato padre Filippo di Gesù Munárriz Azcona, superiore del seminario

La mattina del 2 agosto il comitato rivoluzionario emise il primo buono timbrato per l'esecuzione di 20 persone a scelta degli esecutori tra quelle detenute nelle carceri, così tra le 2 e le 3 di notte alcuni miliziani svegliarono i detenuti, dodici sacerdoti e otto laici, tra i quali il beato Ceferino Giménez Malla, li fecero salire su un camion e li condussero al cimitero dove vennero fucilati. Dietro a loro era stata scavata una fossa comune. Morirono così i primi tre clarettiani:

Le successive fucilazioniModifica

Dal salone nel quale erano reclusi i clarettiani uscirono in tre gruppi il 12, il 13 e il 15 agosto, legati con le mani dietro la schiena per essere trasportati in camion sul luogo della fucilazione. Dopo averli fatti scendere dai camion, li mettevano in fila sul ciglio della strada che conduceva a Berbegal, in due località distanti solo poche centinaia di metri.

Li uccisero mediante fucilazione, e dando loro il colpo di grazia con la rivoltella, tra la mezzanotte e le 4 del mattino alla luce dei fari dei camion, senza la presenza di testimoni. Vennero quindi seppelliti in fosse comuni. Un semplice monumento ricorda oggi il luogo del martirio. Le spoglie dei martiri riposano nella cripta del museo eretto dai Clarettiani nel luogo che fu il loro seminario.[10]

Martirizzati il 12 agosto 1936Modifica

 
Beato padre Sebastiano Calvo Martínez

Alle 3 di mattina irruppero nel carcere una dozzina di miliziani armati, accesero le luci e svegliarono di soprassalto tutti i detenuti. Portavano con sé delle corde insanguinate, un dirigente chiese chi fosse il superiore e gli venne risposto che i superiori erano stati separati dalla comunità giorni prima. Il dirigente ordinò che si presentassero i sei più anziani, scesero così dal palco e si misero in fila di fronte ai miliziani i seguenti religiosi:

I miliziani legarono loro le mani dietro alla schiena e poi li legarono a due a due per i gomiti. Il padre Pavón cercò con lo sguardo uno dei due sacerdoti che rimanevano nel salone. Il padre Ortega, che era come paralizzato sul palco, in maniera solenne ma a voce bassa pronunciò le parole sacramentali: «Io vi assolvo da tutti i vostri peccati, nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo»".[11] Il padre Cunill domandò se fosse possibile portare con sé un libro, ma il dirigente rispose che dove li stavano portando non mancherà loro nulla. Aggiunsero al gruppo un sacerdote diocesano, il padre Marcelino de Abajo, sacrestano della cattedrale, li fecero uscire dal teatro e li caricarono su un camion. Nel salone fecero spegnere le luci e ordinarono di dormire, ma nessuno lo fece. I clarettiani si riunirono in piccoli gruppi per pregare. Alle 4 meno 7 minuti udirono una forte scarica di fucileria che annunciava l'avvenuta esecuzione.

Martirizzati il 13 agosto 1936Modifica

 
Beato padre Secondino Ortega García

Martirizzati il 15 agosto 1936Modifica

 
Beato padre Luigi Masferrer Vila

Martirizzati il 18 agosto 1936Modifica

 
Beato Giacomo Falgarona Vilanova

Gli ultimi due martiri non condivisero la prigionia degli altri nel salone degli scolopi, perché subito dopo la perquisizione del seminario furono ricoverati nell'ospedale della città. Una volta dimessi, però, vennero arrestati e seguirono i loro compagni di martirio la mattina del 18 agosto.

TestimonianzeModifica

Due seminaristi di nazionalità argentina, Attilio Cecilio Parussini Sof e Paolo Hall Fritz, vennero liberati alcuni giorni prima della fucilazione.

Nonostante la loro nazionalità straniera, essi erano stati imprigionati con gli altri e avevano vissuto le stesse sevizie dei loro confratelli. All'alba del 13 agosto furono condotti alla stazione ferroviaria, da dove partirono per Barcellona. Qui furono espulsi dal paese e imbarcati per l'Italia. Una volta raggiunta la casa madre dei Clarettiani di Roma, riportarono per iscritto i fatti di Barbastro, esponendo con serenità quei tragici eventi.

Fino a poco prima della liberazione erano convinti che avrebbero dovuto affrontare la stessa sorte dei loro compagni martirizzati il 2, il 12 e 13 agosto. In una lettera scritta ai genitori, Parussini testimonia le violenze subite e l'eroicità dei religiosi nell'affrontare la morte:[12]

«...Ogni giorno, al mattino e alla sera, ci disponevano su due file, ci contavano e perquisivano il salone. All'esterno sentivamo molto rumore e vedevamo le bandiere comuniste ovunque. Più di quattro volte abbiamo ricevuto l'assoluzione generale pensando fossimo prossimi alla morte. Un giorno siamo stati più di un'ora fermi, senza fiatare, in attesa della scarica che ci avrebbe uccisi. Che orrore! Ogni minuto diventa interminabile e si desidera che tutto finisca in quel momento per non protrarre quell'agonia, ma non termina se non con una bestemmia e una risata beffarda delle guardie...»

«...Quasi ogni giorno ci dicevano: "questa sera ... o domani ... vi passeremo per le armi." Ci chiamavano assassini, traditori ... che stavano per ucciderci perché non dessimo i voti, perché portavamo la veste talare ... che se decidessimo di toglierla per arruolarci avrebbero risparmiato le nostre vite ..., ecc, e mille altri insulti e volgarità che si possono trovare solo nella bocca di un indemoniato; e questo, vi dico, era il ritornello di ogni giorno.»

Paolo Hall Fritz giunto a Roma, riporta alcuni momenti della prigionia:

«...La mattina del 13 agosto, dopo che avevano condotto fuori dal salone un gruppo dei nostri compagni, tornarono a dirci che i prossimi saremmo stati noi... ...Pregavamo per i nostri fratelli, chiedendo per tutti il sacro dono della perseveranza fino alla fine, così come avevamo fatto per il gruppo che li aveva preceduti la sera prima. Iniziammo a pregare recitando il rosario, meditando i misteri del dolore. Quando udimmo gli spari di mitraglia e poi di rivoltella, abbiamo continuato con i misteri gloriosi...»

I detenuti scrissero su tutto ciò che potesse fungere allo scopo: breviari, devozionari, fogli di giornale, carta per il confezionamento di alimenti, sui rivestimenti in legno del palcoscenico e delle scale, sulle pareti. Gran parte di questi documenti andò perduta a causa delle perquisizioni e dei successivi falò, ma alcuni di essi vennero fatti uscire dalla prigione e salvati dalla distruzione. Tra essi, in particolare, sono tre i documenti che narrano della prigionia e dei sentimenti dei seminaristi prossimi alla morte:

Il parallelepipedoModifica

Si tratta di un piccolo pezzo di legno che uno dei giovani, di cui non conosciamo l'identità, trovò nel teatro e sul quale scrisse con grafia ferma: "CHRISTE, MORITURI TE SALUTANT"

Lo sgabelloModifica

Era uno sgabello che si trovava sopra i pedali del pianoforte, forse per proteggerli. Era quasi di forma quadrata, di 33 cm di lato. Nella parte interna, non verniciata, rimasero scritte in spagnolo, catalano e latino le ultime note di sette persone:

(ES)

«Barbastro, 12 Agosto 1936
Con el corazón henchido de algría santa, espero confiando el momento cumbre de mi vida, el martirio, que ofrezco por la salvación de los pobres moribundos que han de exhalar el último respiro en el día en que yo derrame mi sangre por mantenerme fiel y leal al divino Capitán Cristo Jesús. Perdono a todo corazón a todo los que ya voluntaria o involuntariamnete me hayan ofendido. Muero contento. Adiós y hasta el cielo. Juan Sánchez Munárriz»

(IT)

«Barbastro, 12 Agosto 1936
Col cuore colmo di allegria santa, attendo fiducioso il momento più alto della mia vita, il martirio, che offro per la salvezza dei poveri moribondi che esaleranno l'ultimo respiro il giorno in cui io spargerò il mio sangue per mantenermi fedele e leale al divino Capitano Cristo Gesù. Perdono di tutto cuore coloro che volontariamente o involontariamente mi hanno offeso. Muoio contento. Addio e arrivederci in cielo. Juan Sánchez Munárriz»

(Giovanni Sánchez Munárriz, iscizione autografa sul legno dello sgabello)
(ES)

«Barbastro, 12 Agosto 1936
Así como Jesucristo en lo alto de la cruz exipró perdonando a su enemigos, así muero yo, mártir perdonándolos de todo córazon y prometiendo rogar de un modo particular por ellos y sus familias. Adiós. Tomás Capdevila Miró, C.M.F.»

(IT)

«Barbastro, 12 Agosto 1936
Così come Gesù Cristo dall'alto della croce spirò perdonando i suoi nemici, così muoio io, martire pordonando loro di tutto cuore e promettendo di pregare in modo particolare per loro e le loro famiglie. Addio. Tomás Capdevila Miró, C.M.F.»

(Tommaso Capdevila Miró, idem)
(ES)

«No se nos ha encontrado ninguna causa política, y sin forma de juicio morimos todos contentos por Cristo y su Iglesia y por la fe de España. Por los mártires. Manuel Martínez, C.M.F.»

(IT)

«Non hanno trovato alcun pretesto politico, e senza processo moriamo tutti contenti per Cristo e la sua Chiesa e la Fede della Spagna. Per i martiri. Manuel Martínez, C.M.F.»

(Emanuele Martínez Jarauta, idem)
(ES)

«Día 12.
Pasamos el día en religioso silencio y preparándonos para morir mañana; sólo el murmullo santo de las oraciones se deja sentir en esta sala, testigo de nuestra duras angustias; si rezamos es para perdonar a nuestros enemigos. ¡Sálvalos, Señor, que no saben lo que hacen! Navarra - Sr. Faustino Perez. - Baríndano, es la dirección de su familia»

(IT)

«giorno 12.
Trascorriamo il giorno in religioso silenzio preparandoci a morire domani; si sente solo il brusio santo delle orazioni in questa sala, testimone della nostra profonda angoscia. Se preghiamo è per perdonare i nostri nemici. Salvali Signore, perché non sanno quello che fanno. Navarra - Sr. Faustino Perez. -Baríndano, è l'indirizzo della sua famiglia.»

(Faustino Pérez García, idem)
(LA)

«Domine, dimitte illis, nesciunt quid faciunt. A. Sorribes»

(IT)

«Signore perdona loro perché non sanno quello che fanno. A. Sorribes»

(Alfonso Sorribes Teixidó, idem)
(CA)

«Verge Moreneta, salveu Catalunya i su Fe. A. Sorribes»

(IT)

«Vergine Moretta[13], salvate la Catalogna e la sua fede. A. Sorribes»

(Alfonso Sorribes Teixidó, idem)
(ES)

«12.
Queridos padres: Muero mártir por Cristo y por la Iglesia. Muero tranquilo cumpliendo mi sagrado deber. Adiós, hasta el cielo. Luis Lladó»

(IT)

«12.
Amati genitori: Muoio martire per Cristo e per la Chiesa. Muoio tranquillo compiendo il mio dovere. Addio, arrivederci in cielo. Luis Lladó»

(Luigi Lladó Teixidor, idem)
(ES)

«Quisieras ser sacerdote y misionero; ofrendo el sacrificio de mi vida por las almas. ¡Reinien los SS.CC. de Jesús y María. Javier Luis Bandrés»

(IT)

«Desideravo essere sacerdote e missionario; offrendo il sacrificio della mia vita per le anime. Regnino i SS.CC. di Gesù e di Maria. Javier Luis Bandrés»

(Saverio Luigi Bandrés Jiménez, idem)


La lettera di addioModifica

La sera del 13 agosto i detenuti rimasti ricevettero la notizia che sarebbero stati fucilati quella stessa notte. Uno di essi, Faustino Pérez García, scrisse a nome di tutti la seguente lettera di addio. È scritta su un involucro per il cioccolato ed è stata firmata dagli altri seminaristi. Ognuno aggiunse il proprio ultimo desiderio spirituale.

(ES)

«Anteayer, día 11, murieron, con la generosidad con que mueren los mártires, 6 de nuestros hermanos; hoy, 13, han alcanzado la palma de la victoria 20, y mañana, 14, esperamos morir los 21 restantes. ¡Gloria a Dios! ¡Gloria a Dios!

¡Y qué nobles y heroicos se están mostrando tus hijos, Congregación querida!. Pasamos el día animándonos para el martirio y rezando por nuestros enemigos y por nuestro querido Instituto; cuando llega el momento de designar las víctimas hay en todos serenidad santa y ansia de oír el nombre para adelantarse y ponerse en las filas de los elegidos; esperamos el momento con generosa impaciencia, y cuando ha llegado, hemos visto a unos besar los cordeles con que les ataban, y a otros dirigir palabras de perdón a la turba armada; cuando van en el camión hacia el cementerio, les oímos gritar ¡Viva Cristo Rey! El populacho responde ¡Muera! ¡Muera! Pero nada los intimida. ¡SON TUS HIJOS, CONGREGACIÓN QUERIDA, estos que entre pistolas y fusiles se atreven a gritar serenos cuando van a la muerte VIVA CRISTO REY!

Mañana iremos los restantes y ya tenemos la consigna de aclamar, aunque suenen los disparos, al Corazón de nuestra Madre, a Cristo Rey, a la Iglesia Católica y a Ti, MADRE COMÚN DE TODOS NOSOTROS. Me dicen mis compañeros que yo inicie los vivas y que ellos responderán. Yo gritaré con toda la fuerza de mis pulmones, y en nuestros clamores entusiastas adivina tú, Congregación querida, el amor que te tenemos, pues te llevamos en nuestros recuerdos hasta estas regiones de dolor y muerte.

Morimos todos contentos sin que nadie sienta desmayos ni pesares; morimos todos rogando a Dios que la sangre que caiga de nuestras heridas no sea sangre vengadora, sino sangre que entrando roja y viva por tus venas, estimule su desarrollo y expansión por todo el mundo.

¡Adiós, querida Congregación! Tus hijos, mártires de Barbastro, te saludan desde la prisión y te ofrecen sus dolorosas angustias en holocausto expiatorio por nuestras deficiencias y en testimonio de nuestro amor fiel, generoso y perpetuo.

Los mártires de mañana, 14, recuerdan que mueren en vísperas de la Asunción; ¡y qué recuerdo éste! Morimos por llevar la sotana y morimos precisamente en el mismo día en que nos la impusieron.

Los mártires de Barbastro, y en nombre de todos, el último y el más indigno,

Faustino Pérez, C.M.F.

¡Viva Cristo Rey! ¡Viva el Corazón de María! ¡Viva la Congregación! Adiós, querido Instituto. Vamos al cielo a rogar por ti. ¡Adiós! ¡Adiós!»

(IT)

«Amata Congregazione: l'altro ieri, giorno 11, sono morti con la generosità con cui muoiono i martiri 6 dei nostri fratelli; oggi, giorno 13, hanno guadagnato la palma della vittoria 20 di loro, e domani, giorno 14, speriamo di morire noi, i 21 rimasti. Gloria a Dio! Gloria a Dio!

Come nobilmente ed eroicamente si comportano i tuoi figli, Congregazione amata! Passiamo il giorno incoraggiandoci al martirio, e pregando per i nostri nemici e per l’Istituto. Quando giunge il momento in cui designano le vittime, v’è in tutti noi santa serenità e il desiderio che sia scandito il nostro nome, per fare un passo avanti e collocarci nella fila degli eletti. Aspettiamo il momento con generosa impazienza e quando giunge, abbiamo visto alcuni di noi baciare le corde con cui li legavano, altri esprimersi con parole di perdono nei riguardi della torma armata. Quando procedono sulla strada verso il cimitero, li abbiamo sentiti gridare: “Viva Cristo Re!”. Il popolo risponde rabbiosamente: “A morte! A morte!”; ma non intimidisce nessuno. Sono i tuoi figli, amata Congregazione, che, tra pistole e fucili, osano gridare serenamente: “Viva Cristo Re!”.

Domani toccherà a noi. E ci siamo dati la consegna di acclamare sia pure fra gli spari al Cuore di Maria, a Cristo Re, alla Chiesa Cattolica, e a Te, Madre comune di tutti noi. I miei compagni mi hanno chiesto che sia io ad iniziare gli Evviva. Essi risponderanno. Griderò con tutta la forza dei miei polmoni e nel nostro grido entusiasta indovina tu, Congregazione amata, l’amore che ti portiamo, giacché ti portiamo nel nostro ricordo fino a queste regioni di dolore e di morte.

Moriamo tutti felici, senza che nessuno avverta dubbi o cedimenti. Moriamo tutti pregando il Signore perché il sangue che cade dalle nostre ferite non sia sangue di vendetta, ma sangue che penetrando rosso e vivo nelle tue vene, stimoli il tuo sviluppo e la tua espansione nel mondo intero.

Amata Congregazione, addio. I tuoi figli, i Martiri di Barbastro, ti salutano dalla prigione e ti offrono le dolorose pene in olocausto espiatorio per le nostre mancanze e a testimonianza del nostro amore fedele, generoso e perpetuo.

I Martiri di domani, 14, muoiono ai Vespri dell’Assunzione! Essi lo sanno! E che ricordo! Moriamo perché portiamo la tonaca, e moriamo esattamente il giorno stesso in cui ce ne fecero dono.

I Martiri di Barbastro e, a nome di tutti, l’ultimo e il più indegno,

Faustino Pérez, C.M.F.

Viva Cristo Re! Viva il Cuore di Maria! Viva la Congregazione! Addio, amato Istituto. Andiamo in cielo a pregare per te. Addio! Addio!»

(Faustino Pérez García, Lettera d'addio alla Congregazione)

I due studenti di nazionalità argentina riuscirono a portarla con sé, ed è oggi conservata nel museo.

La devozioneModifica

 
Nel luogo[14] dove avvenne la fucilazione di almeno due gruppi di beati sorge oggi un semplice monumento

La beatificazione avvenne a Roma, ad opera di Giovanni Paolo II, il 25 ottobre 1992. La Chiesa Cattolica celebra la loro festa liturgica il 13 agosto. Durante l'omelia il papa ha detto:[15]

«...E' tutto un seminario che affronta con generosità e coraggio la propria offerta del martirio al Signore. L'integrità spirituale e morale di questi giovani ci è giunta attraverso testimoni oculari e anche attraverso i loro scritti. A questo proposito sono molto eloquenti le testimonianze personali che i giovani seminaristi ci hanno lasciato. Uno di loro ha scritto alla sua famiglia dicendo: "Ricevendo queste righe cantate al Signore per il grande dono che mi ha concesso". Un altro ha scritto: "Viva il Cuore Immacolato di Maria! Ci fucilano solo per essere religiosi" e aggiunge nella sua lingua madre: " Non piangete per me. Sono martire di Gesù Cristo"...»

(Papa Giovanni Paolo II)

Nel 2013 è uscito un film sulla vicenda intitolato Un Dio vietato per la regia di Pablo Moreno.[16]

NoteModifica

  1. ^ Pagina del sito dei Clarettiani, su claret.org. URL consultato il 15 dicembre 2016.
  2. ^ Pagina del sito dei martiri clarettiani, su martiresdebarbastro.org. URL consultato il 27 dicembre 2016.
  3. ^ Campo Villegas, p. 29
  4. ^ Husu, p. 18
  5. ^ Husu, p. 19-29
  6. ^ Campo Villegas, p. 37
  7. ^ (ES) Los otros Mártires de Barbastro, su martiresdebarbastro.org. URL consultato il 27 dicembre 2016.
  8. ^ Husu, p. 26
  9. ^ Husu, p. 34
  10. ^ (ES) Visita virtuale, su martiresdebarbastro.org. URL consultato il 31 dicembre 2016.
  11. ^ Campo Villegas, p. 206
  12. ^ (ES) Dos testigos excepcionales, su martiresdebarbastro.org. URL consultato il 30 dicembre 2016.
  13. ^ Nomignolo affettuoso della Vergine di Monserrat, patrona delle diocesi catalane
  14. ^ 42°00′50.84″N 0°05′56.52″E / 42.014121°N 0.099033°E42.014121; 0.099033
  15. ^ dall'omelia del 25 ottobre 1992, su w2.vatican.va. URL consultato il 31 dicembre 2016.
  16. ^ (EN) sito imdb, su imdb.com. URL consultato il 31 dicembre 2016.

BibliografiaModifica

  • (ES) Gabriel Campo Villegas, Esta es nuestra sangre, Madrid, Publicaciones claretianas, 1990, ISBN 84-86425-71-9.
  • Tullio Vinci, Martiri clarettiani a Barbastro, Roma, Postulazione generale C.M.F, 1992.
  • Francesco Husu, Una legione decimata, Roma, Pubblicazioni clarettiane, 1992.

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