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«Tutto ciò che è profondo ama la maschera»

(Friedrich Nietzsche, Al di là del bene e del male [1886], tr. it. di F. Masini [1968], Adelphi, Milano 2010, II, 40, p. 46)
Maschera teatrale in gomma lattice per l'opera Arlecchino servitore di due padroni

Una maschera teatrale è un oggetto che riproduce generalmente le fattezze di un volto (umano, animale o soprannaturale) e che viene indossato sul volto per rappresentazioni teatrali o folcloristiche. Le maschere sono usate in molte tradizioni teatrali diverse come il teatro giapponese e il teatro classico greco e latino.

StoriaModifica

L'uso della maschera fu inizialmente zoomorfo, e si fa risalire alla preistoria. Sulle pareti della grotta dei deux frères, sui Pirenei francesi, un dipinto rappresenta un cacciatore mascherato da capra, durante la caccia. La tradizione di travestirsi con pelli e maschere di animali e di imitarne le movenze è presente in tutte le culture umane.

Nel teatro greco, che le usò sistematicamente sin dalle origini, le maschere avevano la doppia funzione di caratterizzare il personaggio e renderlo visibile anche a grande distanza (date le dimensioni dei teatri greci). Le maschere, almeno dal IV secolo a.C. in poi, avevano caratteri fissi (il giovane, il vecchio, il satiro, ecc..) e accessori diversi (parrucche, vesti, bastoni, copricapi, scarpe con zeppe sopraelevate, ecc.) che servivano per attribuire con sicurezza il ceto di appartenenza, lo stato d'animo, l'età e il carattere del personaggio che andava in scena.

Tra le più antiche maschere italiane vi sono i mamuthones sardi, con pelli di capra e campanacci che risuonano ad ogni suo movimento. Ancora oggi queste maschere sono utilizzate durante feste rituali nel centro-nord della Sardegna, accompagnata da altre maschere raffiguranti animali. Maschere simili (a forma di bestie, diavoli, demoni) si ritrovano nelle tradizioni natalizie e carnevalesche delle Dolomiti, come nel corteo di San Nicola in val Pusteria e nel carnevale di Sappada.

In Europa l'uso della maschera ebbe grande successo con la commedia dell'arte italiana del Cinquecento, che elaborò le caratteristiche maschere dei personaggi a partire da maschere precedenti e da animali. Per esempio il personaggio di Arlecchino è stata spesso modellata sul muso di un scimmia o nella versione più conosciuta di gatto, con la quale l'attore che la calza assume anche le movenze feline, a scatti e salti. Il Capitan Spaventa deriva da una maschera canina, Pantalone da un volatile (un uccellaccio), Brighella è mezzo cane e mezzo gatto, il Dottore si ispira al maiale o al toro.

L'uso della maschera nella commedia dell'arte proseguì fino all'incirca al XVIII secolo, quando Carlo Goldoni, allo scopo di riformare il teatro, obbligò gradualmente gli attori a riferirsi a un testo scritto, invece che a un canovaccio improvvisato, eliminando parallelamente le maschere e conferendo ai personaggi un'individualità sempre più marcata, che portò alla trasformazione della commedia dell'arte in commedia scritta.

L'artigianato della maschera da commedia riprese vita nel '900 a ridosso dell'esperienza strehleriana. Amleto Sartori, scultore, reinventò la tecnica di costruzione della maschera in cuoio su stampo di legno. Ad oggi le maschere vengono realizzate con i più moderni materiali a disposizione, tra i quali silicone, gomme poliuretaniche, vetroresina e gomma lattice. Ne viene creato un modello in creta, da lì il calco in gesso (negativo) e infine il prodotto finito (positivo).

 
Una maschera del teatro giapponese nō

Mascherài del '900Modifica

BibliografiaModifica

Voci correlateModifica

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